Ignazio Silone e il ‘realismo degli umili’

Ignazio Silone, pseudonimo di Secondo Tranquilli (Pescina, 1º maggio 1900 – Ginevra, 22 agosto 1978), è stato uno dei maggiori esponenti del comunismo occidentale e del partito comunista in Italia, durante il primo periodo della sua clandestinità, non a caso infatti si è accennato più alla sua politica o meglio all’antipolitica dei suoi romanzi. Probabilmente che la sua crisi coincise con l’eliminazione, da parte del Comintern, di Trotzski e di Bukarin, con l’epoca delle purghe staliniste. Si può presumere che prima di quell’epoca Silone fosse un marxista-leninista convinto, che fosse arrivato al comunismo per una protesta morale di fronte allo stato della plebe marsicana di quel primo dopoguerra, che tale protesta si fosse tradotta in un sistema di convinzioni ideologiche e politiche (il materialismo storico), e che esse fossero anche per Ignazio Silone stesso, una leva valida per preparare l’avvento della rivoluzione proletaria e per la redenzione delle plebi contadine della sua regione.

Ignazio Silone: tra socialismo e compassione religiosa

Se riflettiamo sul contenuto etico-politico di Vino e pane, senza dimenticare quello del capolavoro Fontamara e di Una manciata di more, ci renderemo conto che per essi non si può parlare di marxismo. Sicuramente l’ispirazione siloniana è di matrice socialista, di grande impulso umanitario, in cui l’eredità illuministica va a braccetto con la religiosa compassione per la povera gente. Questo sentimento di fratellanza istintiva delle genti marsicane e la solidarietà con la gente oppressa dai soprusi della classe dominante, muove la rivolta della gente di Fucino, l’allegro sarcasmo di Berardo, protagonista di Fontamara, nella lotta dei “cafoni”, il coraggio di Mariettapel che convince i contadini a deviare l’acqua di un ruscello per irrigare le loro terre all’asciutto. In Vino e pane è il protagonista, il personaggio-chiave di questa rivolta clandestina, sotto il regime fascista. Pietro Spina, travestito da prete, ne è la figura emblematica, sino a quando non diventerà, nella crisi ideologica di Ignazio Silone, il “povero cristiano” che rappresenta il nessun potere di fronte al mondo. Anche Una manciata di more, sebbene mostri un’elaborazione meno raggiunta, punta su una volontà di rappresentazione artistica.

Tuttavia l’arte di narrare di Ignazio Silone, di stampo populista è aderente a una precisa realtà sociale e regionale nei suoi aspetti esteriori e, nella sua sostanza. seria e impegnata con la propria materia, deve essere considerata fuori dall’ambito del suo “caso”, come è esterna al marxismo e alla dialettica materialistica. La narrativa siloniana è dunque sulla linea di quel “realismo degli umili”, le cui origini, nel romanzo italiano, sono da riscontrare in Manzoni e in Verga: è in questa ampia cornice che va inquadrata l’opera di Silone, la sua pietà per gli umili unita alla speranza di redimerli. Il mondo paesano di Silone è evocato sulla pagina con una naturale scorrevolezza di figure e paesaggio; l’antica rassegnazione dei suoi “cafoni” ai soprusi di chi comanda, l’accettazione della fatalità, la vanità di sollevarli con una propaganda di formule politiche astratte e la speranza di una redenzione che “un giorno verrà”, tipica della fede cristiana sono le tematiche che rendono corpose le trame di Silone.

 

Bibliografia: G. Titta Rosa, Vita letteraria del Novecento, V.III.

Il segreto di Luca, l’attualità di Ignazio Silone

Il segreto di Luca, di Ignazio Silone, è un romanzo che sembra discostarsi dall’antecedente produzione letteraria dell’autore abruzzese. Sebbene molteplici sono i punti di contatto con le tematiche e le ambientazioni tradizionalmente care all’autore, vi sono importanti passaggi che in questo romanzo fanno pensare al romanzo come “innovativo” nella tradizione letteraria siloniana. Si tratta di una sorta di romanzo giallo di denuncia cui fa da sfondo un’ambientazione fiabesca.

L’ambiente è agreste, come nella prima e più celebre opera di Silone, Fontamara, e si nutre delle tradizioni e usanze contadine del primo Novecento. Le vicende si svolgono nel contesto culturale e temporale dell’immediato secondo dopoguerra.
La tematica principale, il fulcro attorno cui gira l’ingranaggio del libro, è il segreto di un vecchio, Luca Sabatini, che ritorna al suo paese natìo, Cisterna dei Marsi, dopo che un errore giudiziare lo aveva costretto al carcere per 40 anni. Il ritorno di Luca in paese desta lo scalpore e il timore di tutti gli anziani del paese, che ancora ricordano il processo del povero Sabatini; infatti essi ancora temono rancori celati dal vecchio Luca nei loro confronti, a causa del processo in cui molti di quelli che sapevano non testimoniarono. Le vicende vengono narrate secondo uno schema narrativo, molto vicino a quello di un thriller, che rende efficacemente l’intenzione dell’autore.

Il segreto di Luca, sin dall’inizio, appare come un labirinto sempre più intricato e contorto nel corso della lettura del romanzo, un puzzle a cui vanno aggiungendosi sempre nuovi elementi. Quella nebbia che esiste nel romanzo, viene a diradarsi poco a poco con le indagini che il giovane Andrea Cipriani, esponente del partito socialista e co-protagonista o forse reale protagonista della vicenda, conduce nel paese e tra i paesani al fine di comprendere quale sia il segreto di Luca. Dopo vari interrogatori sofferti e lunghi, la vicenda appare chiara e il segreto sarà svelato.

La vicenda trattata da Silone ne Il segreto di Luca ha poco a che fare, come si è già accennato, con l’impegno politico o sociale. Queste componenti seppure presenti, passano in secondo piano rispetto alla vicenda principale e fanno solo da sfondo all’insieme del romanzo, occupandone certamente uno spazio importante e risultando essere, in certi casi, tematiche contemporanee e molto moderne.
Una delle tematiche sociali affrontate nel libro, che va a collegarsi direttamente con l’ambiente culturale di quegli anni, è l’ipocrisia messa in atto dai paesani e dalle autorità del paese nei confronti di Andrea Cipriani. Quandoegli diventa un “pezzo grosso”, un importante politico amministrativo, il paese si affanna in grossi e buffi preparativi per accaparrarsi le simpatie del giovane, il parroco don Franco addirittura prepara progetti edili da mostrare al giovane.

In questo chiaro esempio di ipocrisia ideologica si palesa una tematica sociale che facilmente è riconducibile a quell’epoca storica e, generalizzandola, alla massificazione del popolo. Tutti stanno dalla parte del vincitore. Non importa quanto sia nobile la causa, poichè la massa, organismo poco ragionevole e mutabile, applaudirà sempre il vincitore, sia che esso sia il suo carnefice o il suo liberatore. Ne Il segreto di Luca Silone mette in luce i meccanismi storici che portarono alla passiva accettazione della rivoluzione socialista italiana da parte dei sottoproletari, che ironicamente è la compagine politica che più avrebbe dovuto auspicare questo, così come alla passiva accettazione del regime fascista anni prima. Un comportamento che ha una sola parola per essere perfettamente interpretato: opportunismo. E da qui si può ben comprendere come la massa non si mostri come coscienza collettiva, bensì come contradditoria anima del servilismo umano individuale, salvo le eccezioni presenti in alcuni personaggi come don Serafino ed altri pochi quali Luca e Andrea.

A questa critica ideologica, si contrappone una fredda interpretazione del rapporto Stato-cittadino. Infatti Andrea ammonendo don Serafino, che gli richiede una raccomandazione per un suo amico povero, Luca, mette in luce quello che è il suo pensiero: Queste richieste non vanno presentate a lui, ma al sindaco. Questo è un chiaro esempio del disfacimento istituzionale che ancora oggi, a volte, possiamo sperimentare: non si ci rivolge più alle istituzioni, bensì agli individui dietro di essa, non più ai partiti, o comunque ai processi collettivi di esercizio repubblicano,ma ai patroni che ci sono dietro, non più al parlamento, ma al presidente del consiglio, per intenderci.

Mettendo in risalto questo elemento della crisi istituzionale, prende largo la reale sorgente del problema, che non ha inizio dal popolo, bensì dagli uomini di potere. Esemplare a tal proposito interpretativo, la scena in cui il sindaco per ricevere il maresciallo, con il quale poteva liberamente rimandare l’incontro, non riceve dei reduci che, indispettiti e altamente innervositi dal comportamento del sindaco lo insultano e se ne vanno via: è un chiaro esempio questo di una politica che non si occupa dei suoi figli e che li porta a uno sbando generale e a una delusione che sfocia nel meccanismo dell’opportunismo di massa in quanto ciascun individuo cerca nella massa il realizzarsi della propria intenzione individuale. In questo senso si viene a creare un senso di appartenenza effimero, ciascun popolo resta unito solo per i propri fini individuali. La rivoluzione la si fa d’altronde per questo.

Altra tematica sociale che emerge da Il segreto di Luca, è quella dell’ingiustizia subita dal protagonista, dichiarato colpevole di un omicidio mai commesso. Ciò risulta comprensibile in quanto gli indizi contro di lui sembrano incastrarlo e lui non si difende dalle accuse. Ma quando ben 10 anni dopo, vuole tentare di riconquistare la sua libertà, con un regolare processo in cui si dichiara innocente. Ebbene quest’esempio vuole mettere in risalto una tematica giuridica interessante: la legge o i “codici”, come sono definiti nel libro, sono solo involucri cartacei di un meccanismo logico-razionale che non risparmia nessuno e che presenta grossi limiti di aderenza alla realtà. Non si può, se non stando alle sue regole, diventare innocenti, seppure lo si è effettivamente. C’è una separazione tra effettivamente innocente e giuridicamente innocente, una separazione di cui Luca soffre pesantemente. Di qui la difficoltà politica: i cittadini non vengono ben difesi da una giustizia difettosa e piegata su stessa nei suoi procedimenti astratti.

Questi sembrano i punti di contatto con la produzione letteraria antecedente di Silone, mentre ciò che risulta nuovo è la tematica erotica e quella esistenziale: Il segreto di Luca è anche quell’amore coltivato con i soli sguardi e con poche parole nei confronti di Ortensia; un amore impossibile, in quanto la donna è sposata. L’amore impossibile viene a incatenare Luca in un impossibilità d’agire, tenta il suicidio, si convince di proseguire nel suo intento, ma viene punito con una pena ancora più grave: l’ergastolo. Il motivo per cui Luca non parla è per liberare Ortensia dalla sua indecisione, dai suoi tormenti, anche la donna infatti ama Luca alla stessa maniera, e solo una volta che lui sparisce per sempre, lei trova la pace e realizza la reale entità del sentimento che nutriva per lui.

Quello che appare come la forza più grande di Luca è una titanica resistenza che l’uomo può contrapporre, in virtù dell’amore, al gigante impassibile dell’esistenza. E’ infatti attraverso l’amore, come dice lo stesso Luca, che egli trova, come tutti gli uomini, ragione d’esistere e di respirare; ed è per questo che egli lotta, Facendo dono del suo tempo e della sua esistenza alla sua amata. Il suo silenzio sembra quanto mai eloquente e nel profondo di quell’aula di tribunale egli ancora canta alla sua amata un canto di passione, sacrificio ed eternità.

Ignazio Silone, tra i primi portatori di temi sociali legati al mondo contadino e di un “socialismo cristiano”, è uno scrittore da riscoprire e da riproprre soprattutto alle giovani generazioni, data l’attualità del suo pensiero e il suo saper coniugare denuncia e bellezza, impegno e intrattenimento.

Domenico Rea, il narratore di “Nofi”

A vent’anni dalla scomparsa di Domenico Rea (Napoli, 8 settembre 1921 – Napoli, 26 gennaio 1994), scrittore e giornalista italiano, la figlia Lucia ha scelto di dedicare al padre un sito internet; non un convegno, non un tout court, ma un archivio online per mantenere vivo il suo ricordo. Non possiamo di certo parlare di un’operazione esaustiva data la mole della sua produzione e forse sarebbe anche riduttivo limitarsi solo ad essa per ricordare il noto scrittore. Per tale motivo e soprattutto grazie alla facile consultazione, il sito vuole offrire al lettore un’idea generale del pensiero di Rea, descrivendo non solo la sua vita e le origini, ma i motivi che hanno spinto l’autore a cimentarsi in questo campo; una sorta di esempio dunque reso più interessante anche per l’inserimento di una sezione in cui si dà voce all’autore stesso. Il tutto ovviamente è facilitato da alcune foto personali e, come si sa, un racconto attraverso le immagini in Internet seduce e attira l’attenzione.

Domenico Rea nasce a Napoli l’8 settembre 1921, è stato ribattezzato dalla figlia come “narratore di Nofi” (appellativo con cui egli stesso si definisce in un’intervista rilasciata a Corrado Piancastelli nel febbraio 1975, indicando così la sua città, Nocera Inferiore):

“Come ti nacque l’idea di chiamare Nofi Nocera Inferiore? A quindici anni, quando scrissi il mio primo racconto, mi venne fatto di scrivere, invece di «C’era una volta a Nocera Inferiore… », «C’era una volta a Nofi…». Non saprei dire le ragioni motivazionali per cui si verificò questa sostituzione. Forse per non avvertire il peso di un nome di città così lungo e composto. Ma c’è un’altra versione di cui mi compiaccio. Nofi era il nome di un regno dall’orizzonte illimitato. Nocera un’identità storica, la rivale della Pompei romana, una terra di conquista di Annibale, una campagna ubertosissima ben segnalata da Luigi Einaudi. Nofi era invece una terra mia in cui qualche volta i protagonisti rassomigliavano a quelli realmente incontrati, conosciuti e frequentati di Nocera Inferiore”. (http://www.domenicorea.it/perche-scrivo/dallintervista-di-corrado-piancastelli-a-domenico-rea/).

Nato in una famiglia semi-analfabeta e povera, ultimo di tre figli (dopo le sorelle Raffaella e Teresa), nel 1924 Domenico Rea si trasferisce a Nocera Inferiore, paese dell’entroterra vesuviano e luogo d’origine di suo padre (lui ex carabiniere e la madre, Lucia Scermino, una levatrice). Trascorre un’infanzia “libera”, così come lui stesso ama definirla, impiegando il suo tempo nelle campagne di Nocera, correndo scalzo con gli amici, rubando frutta e verdura.
Nonostante la sua predisposizione all’italiano e alla geografia, dopo la licenza elementare abbandona la scuola, seguendo così il suggerimento degli insegnanti e successivamente lascia ogni tipo di studio per motivi economici. Fondamentale però si rivela per lui la lettura di un libro ritrovato per caso in soffitta e appartenuto alla sorella: Il viaggio intorno alla vita di Pierre de Coulevain. Letto da Rea con difficoltà, viene ritenuto infine incomprensibile, al punto che il suo amico Osvaldo, per invogliarlo e facilitargli così la lettura, gli fa recapitare a casa un vocabolario. Rea inizia a leggerlo e cercava di memorizzare quante più definizioni possibili, destandosi in lui una sorta di avidità del sapere.

In seguito, recatosi in una delle tante fiere, riesce ad impadronirsi di due libri: Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis e le Operette morali di Giacomo Leopardi. Proprio tali opere danno l’avvio al periodo creativo del nostro Domenico Rea. Scrivere diventa per lui un qualcosa di vitale al punto che nel 1939, a soli diciassette anni, partecipa ad un concorso letterario bandito dalla rivista <<Omnibus>>, diretta da Leo Longanesi, con il racconto È nato; non vince il concorso, ma Longanesi è colpito dal talento del giovane napoletano e lo invita a continuare a scrivere.

Nel 1944 si iscrive al PCI e diventa segretario della sezione di Nocera. Inizia a frequentare il gruppo di giovani intellettuali che darà vita alla rivista <<Sud>>. Determinante è l’incontro con Arnoldo Mondadori e suo figlio Alberto, avviando con loro una sofferta corrispondenza che precede e accompagna le sue pubblicazioni con la grande casa editrice. Alla fine del 1947 Mondadori pubblica il libro di racconti Spaccanapoli, un grande successo di critica, ma non di vendite.
Nel 1948 esce il dramma Le formicole rosse (successivamente rappresentato anche teatralmente con discreto successo), mentre elabora un altro libro di racconti intitolato Gesù fate luce. Si tratta di opere che rimandano agli aspetti più umili e quotidiani della vita napoletana e del Mezzogiorno, nelle quali si confondono realismo e barocco. Nel 1958 è la volta del romanzo Una vampata di rossore, storia di una tragedia familiare e di un’agonia che si dilata per tutta la lunghezza del romanzo. Il libro non viene accolto come Rea spera, né dalla critica né dal pubblico e ciò provoca in lui una crisi. Il suo periodo di silenzio durerà molti anni finchè, nel 1965 vince il Premio Settembrini con una raccolta di novelle intitolata I Racconti.

Nel 1970 Rea diventa giornalista alle dipendenze del Centro RAI di Napoli e collabora a <<Il Corriere della Sera>>. Il libro importante di questi anni è Fate bene alle anime del Purgatorio è pubblicato ancora da Mondadori. Dal 1980, collabora assiduamente con <<Il Mattino>>, per la cui testata scrive alcuni reportage di viaggi. Il 1985 si può considerare come l’anno del suo ritorno: con l’editore Rusconi pubblica Il fondaco nudo, una rielaborazione di racconti e saggi degli anni precedenti. Infine vince il Premio Strega col romanzo Ninfa plebea.

Domenico Rea è stato uno scrittore irrequieto, gioioso e addolorato, ironico e drammatico, lontano dalla vita politica, non si è mai assimilato a nessuna corrente letteraria, sebbene tutta la sua narrativa possa essere considerata per certe sfumature, neorealista, trattando il disagio ambientale e le ingiustizie, ma certamente Rea non è né Silone Carlo Levi. In lui convergono classicismo, romanticismo (Boccaccio e Manzoni) e cultura partenopea (Basile, Mastriani, Imbriani).

 

‘Fontamara’: la critica sociale di Ignazio Silone

Tradotto in innumerevoli lingue e con ampio riconoscimento di pubblico in tutto il mondo, Fontamara (1933) rappresenta uno dei romanzi più noti di Secondo Tranquilli, in arte Ignazio Silone (Pescina, 1°maggio 1900- Ginevra 23 agosto 1978), uno degli intellettuali italiani più conosciuti e letti non solo in Europa, ma nel mondo, è infatti soprattutto all’estero che lo scrittore è stato particolarmente apprezzato, mentre in Italia, tanto per cambiare, è stato spesso osteggiato dalla critica e solo tardivamente riabilitato.

Nel 1929-30, durante il suo soggiorno svizzero di Davos e Ascona come esule politico in fuga dai numerosi arresti che colpirono in quel periodo il partito comunista, scrive in pochi mesi il suo romanzo dandogli come titolo il nome immaginario di un paesino dell’Abruzzo: Fontamara.

Semplice nella trama e nel linguaggio, il romanzo ha spesso il tono di fiaba, assumendo però nel contesto un aspetto epico. Vengono descritti luoghi che rievocano in realtà l’infanzia pescinese dello scrittore e narrate vicende di umili contadini, i “cafoni”, coloro che lavorano la terra per sopravvivere, che parlano solo in dialetto, che si sforzano di estinguere i debiti e si sentono ricchi se possiedono un mulo. Dunque proprio loro sono in rivolta contro i “potenti”, i cittadini che cambiano il mondo, per un corso d’acqua deviato che irrigava le loro campagne. In un universo contadino dove le ingiustizie vengono sempre  subite passivamente, la rivendicazione dell’acqua è definita in un certo qual modo “un fatto strano”.

Dal 1° giugno del 1929 nel paese non arriva più l’elettricità. Sperando di rimediare a questa “fatalità” ogni contadino firma una misteriosa “carta bianca” che, con il passare delle pagine, si scoprirà l’autorizzazione a togliere l’acqua per l’irrigazione portandola ad irrigare i possedimenti dell’Impresario, un “galantuomo” che diviene sindaco del capoluogo. Egli è un imprenditore appoggiato dal “regime di Roma”. Capito l’inganno, i fontamaresi si recano a casa dell’Impresario, dove tentano di convincerlo a restituirgli quel bene indispensabile per la loro sopravvivenza. Essi però ottengono solo altri inganni che portano alla riduzione del loro salario. Dai soprusi ottenuti con le parole, si passa ovviamente  ai soprusi fisici e uno di loro,  Berardo Viola, l’uomo più forte e robusto, decide di reagire tentando di trovare maggior fortuna fuori dal paese. Durante il viaggio verso il capoluogo  si rende conto che al di fuori di Fontamara,sono cambiate molte cose. Quando ormai è evidente il fallimento di Berardo, egli viene a conoscenza della morte di Elvira, la sua amata che egli avrebbe dovuto sposare non appena tornato dal suo “viaggio in cerca di lavoro”. Allora l’uomo si convince che per lui la vita non ha più senso. Durante uno dei suoi tanti spostamenti però avviene una svolta: incontra un partigiano che lo mette al corrente dell’avvento del fascismo e di molti altri cambiamenti avvenuti in Italia e sconosciuti da tutti i fontamaresi. Tale incontro gli apre gli occhi sulla realtà che stanno vivendo.

I due vengono arrestati per un equivoco e nel periodo in cui sono costretti alla convivenza in cella, il contadino sviluppa una notevole maturazione politica. Questo suo nuovo impegno morale lo porta ad autoaccusarsi di essere il “Solito Sconosciuto”, ossia un sostenitore attivo della resistenza. Dopo questa falsa testimonianza  viene torturato affinché riveli i nomi dei suoi complici fino all’atroce ed ingiusta morte. Venuti a conoscenza del fatto i fontamaresi fondano il “Che fare?”, un giornale in cui scrivono degli ingiusti soprusi subiti e della ingiusta morte del loro compaesano. La conclusione è tragica in quanto il regime decide di punire tutti i fontamaresi mandando una squadra della Milizia che fece strage di abitanti. Per fortuna però non tutti morirono, ma qualcuno (tra i quali i vari narratori) trovò la salvezza nella fuga verso la montagna.

Silone  mette in evidenza il sentimento religioso popolare ( Silone era un cristiano puro, di stampo francescano) quando nei dialoghi l’opera di deviazione del corso d’acqua è considerata un sacrilegio, un peccato contro Dio, poiché cambia la natura che Egli ha creato:

« In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo.

Questo ognuno lo sa.

Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra.

Poi vengono le guardie del principe.

Poi vengono i cani delle guardie del principe.

Poi, nulla.

Poi, ancora nulla.

Poi, ancora nulla.

Poi vengono i cafoni.

E si può dire ch’è finito. »

Sul piano linguistico prevale una costruzione paratattica del periodo con un linguaggio piuttosto semplice e colloquiale, mentre i cittadini più istruiti ed importanti si esprimono in una forma più ricercata e arricchita anche da citazioni e vocaboli latini. Una sottile ironia diffusa attenua, talvolta, la tragicità di alcuni momenti.

Fontamara è un libro  di denuncia e di critica sociale, non di propaganda come si potrebbe sbrigativamente definire, non una  facile scorciatoia per raggiungere la fama andando contro il regime,non infarcito di ideologia ma traboccante di cultura (soprattutto quella contadina) e di storia; un affresco sul mondo dei “cafoni”, la speranza da parte di questi ultimi di raggiungere una coscienza civile dei quali Silone intelligentemente non racconta solo la durezza, il sacrificio, lo spirito di abnegazione ma anche certi intrallazzi, pettegolezzi, il loro fatalismo.

Ma ciò che si respira tra le pagine di Fontamara è una profonda consapevolezza sulla difficoltà che spesso riscontriamo nel distinguere il bene dal male che rende il romanzo ancora più sincero ed onesto intellettualmente.

 

Introduzione al Premio Campiello: breve storia

Esempio di come la forza dell’arte e della letteratura, in particolare, possa risiedere nel particolare rapporto tra lettori e autori è il Premio Campiello, che prende il nome dall’omonimo simbolo Culturale Veneziano. Nasce nel 1963 ad opera dell’impegno della famiglia Valeri  Manera, impegno che ben presto coinvolge l’intera società industriale del Veneto. Nello stesso anno, il premio riceve uno dei migliori battesimi possibili: a vincere il premio della prima edizione è il mirabile romanzo“La Tregua”, di Primo Levi.

Caratteristica peculiare del premio, come si diceva, è la particolare modalità attraverso la quale esso interagisce con i comuni lettori. In effetti, il primo intento dell’evento è sempre stato, a detta dei suoi ideatori, “creare nuovi lettori”; e quale modo migliore di lasciar scegliere ad essi il vincitore? Selezionare i cinque finalisti del concorso è responsabilità di una giuria tecnica preposta, ma a stabilire quale sia l’unica opera degna del Campiello è una selezione di 300 lettori, quanto più eterogenee e variegati
possibile. Tra alcuni dei maggiori vincitori ricordiamo:

Questa Specie d’amore” di Alberto Bevilacqua; L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone e altre numerose opere degne di novero, finanche al trasposto in versione cinematografica “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini.

Il Premio Campiello deve probabilmente la propria fama alla sua innovativa formula, che lascia trasparire la sincera fiducia con la quale esso intende coinvolgere sempre più lettori, lasciando alla loro sensibilità l’onore di erigere il podio.