Vittorio Bodini, sublime poeta ed eccellente traduttore

Vittorio Bodini, illustre e dimenticato autore, esponente della poco conosciuta e sublime poetica meridionale, nasce a Bari nel 1914, ma vive la sua infanzia e giovinezza a Lecce. Nell’arco della sua vita matura un interesse per le materie umanistiche aderendo sin da giovane al movimento futurista e studiando filosofia all’Università di Firenze dal 1937 al 1940 dove conosce personalità di spicco nel panorama letterario italiano come Mario Luzi, Bigongiari e Parronchi.

Vittorio Bodini si trasferisce nel 1946 in Spagna e ritorna in Italia nel 1950: questi sono anni importanti che gli danno l’opportunità di approfondire l’interesse e la conoscenza della cultura spagnola. Nel 1952 il poeta ottiene una cattedra in letteratura spagnola all’Università di Bari e nel 1954 fonda la rivista <<L’esperienza poetica>>. Si trasferisce poi a Roma, pur mantenendo rapporti stabili con gli ambienti leccesi. Bodini muore a Roma nel 1970.

La figura di Vittorio Bodini è quella di un intellettuale diviso tra due mondi e tra due immagini, tra il mondo ispanico e quello salentino, tra la figura del traduttore e quella del poeta; difatti egli è conosciuto negli ambienti letterari e accademici come importante interprete e conoscitore della letteratura spagnola più che come autore di prosa, tra le sue traduzioni più famose ci sono il Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, oltre a quelle di Lorca, Alberti, de La Barca, Salinas, Larrea.

La poesia di Vittorio Bodini, inizialmente ermetica post-bellica per poi approdare ad una dimensione, soprattutto per quanto riguarda la struttura, più memoriale, ha un certo valore: se nella sua capacità di traduttore è presente l’analisi razionale e lo studio metodico e profondo, nella poesia si ritrova la sintesi di paesaggi e di immagini e una dialettica umana che fa da ponte tra il mondo del ricordo e il mondo contemporaneo. Una testimonianza è data dalla poesia Il destino dell’uomo poesia del 1969 in cui l’autore descrive la fine dell’uomo come sanguinosa e distruttiva, ma leggendo tra le righe c’è una sottile critica al processo tecnologico di disfacimento operato dall’uomo. Un’altra lirica molto significativa da questo punto di vista è Sto davanti alla tua caverna tratta da Dopo la luna, raccolta del 1952-55.

Sono da ricordare inoltre le opera: La luna dei Borboni ( 1952), Metamor (1967) e Poesie (1972, postuma), raccolta di testi uscita per Mondatori e negli ultimi anni ripubblicata da Besa.

 

Sto davanti alla tua caverna: analisi e commento della poesia

Sto davanti alla tua caverna.
Esci fuori e arrenditi.
Noi abbiamo la sintassi e la radio,
i giornali e il telegrafo,
e tu non vivi che del mio sonno,
non hai che la roccia a cui ti tieni abbrancato,
e per farmi dispetto
non mi rispondi nemmeno.

Questa breve poesia è un interpretazione del mito della caverna di Platone. Vittorio Bodini prende le parti del prigioniero liberato, colui che sa che la realtà non è mai di facile comprensione e non è relegata solo alla propria “caverna”, i propri luoghi, le proprie illusioni. La reale identità dell’interlocutore è oggetto di interpretazione. Bodini potrebbe parlare alla sua terra, rimasta nelle sue illusioni, nelle sue millenarie certezze e povere convinzioni, attraverso un interlocutore inesistente.

Ma la reale identità dell’interlocutore resta di secondo piano rispetto alla frase finale dell’autore che dice: “e per farmi dispetto non mi rispondi nemmeno”. Nonostante Vittorio Bodini tenti un attacco frontale mettendo in discussione tutto il suo vivere, l’interlocutore non lo degna di risposta. La poesia ora si apre a diverse interpretazioni. Questo appello di libertà e di informazione non viene accolto dal prigioniero. Bodini fotografa l’immobilità di certi atteggiamenti e certi uomini o forse offre uno spunto di riflessione più profondo, la caverna non è solo un illusione, diventa un vero e proprio riparo dal progresso e una benda sugli occhi per chi non vuol vedere una luce che non lo affascina, ma lo intimorisce, che non lo illumina ma lo acceca.

Attraverso questo fantomatico interlocutore, Vittorio Bodini ha l’occasione di parlare a tutti quegli atteggiamenti umani di sconforto, di paura, di timore e di bigottismo. Malgrado l’appello, nessuno risponde, il mondo e gli uomini avanzano, ma ancora esistono caverne per nascondersi. E forse dimenticarsene non è che regresso, tramutando difatti la luce e la forza dinamica del progresso vista come “bene” platoniano in un oscurantismo totale.

 

Piero Bigongiari: “Vetrata”, il tempo che passa

Piero Bigongiari è tra le personalità letterarie più di rilievo del novecento italiano, che ha accompagnato la sua attività di poeta a quella di traduttore, nonché di autore di studi critici, tra i quali spicca Poesia italiana del Novecento (1960). La sua figura gode di grande autorevolezza in quanto è  considerato uno dei più importanti poeti ermetici toscani, insieme a Mario Luzi e Parronchi. Interessato all’arte in ogni sua forma, Bigongiari  include nella sfera delle sue amicizie poeti di grande rilevanza come Leone Traverso, Giuseppe Ungaretti, Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini, Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Mario Luzi.

Piero Bigongiari pubblica nel corso della sua vita lavori che riguardano la poesia e l’arte, sia moderna che contemporanea come La figlia di Babilonia (1942, prima pubblicazione poetica), Le mura di Pistoia (1958), La torre di Arnolfo (1964), Col dito in terra (1986), Nel delta del poema (1989). Tra le opere critiche ricordiamo Poesia italiana del Novecento (1960), Leopardi (1962), La poesia come funzione simbolica del linguaggio (1972) ed altri lavori. Per quanto riguarda l’arte: Il Seicento fiorentino (1975),  Dal Barocco all’Informale (1980).

La sua poetica va ad incontrare pienamente lo spirito ermetico che si era diffuso per il periodo, infatti essa è intrisa di un misticismo onirico e adornata da un codice di parole sguscianti e di difficile approccio. Per quanto riguarda questa caratteristica, in Bigongiari si possono distinguere due periodi di crescita: il primo periodo, quello maggiormente “astrattista”, dove la parola crea un sentiero di biforcazioni infinite che definisce una realtà mutevole e inarrivabile, (periodo che va dal 1942 ai primi anni 70′) e il periodo più maturo e “realista” dove la parola diventa di per sè legata alla realtà indissolubilmente, divenendo essa stessa parte reale del reale.

I temi trattati da Piero Bigongiari vanno dalla vita di tutti i giorni alle riflessioni più intime e profonde, rivisitate sempre in chiave simbolica, un esempio ne è la poesia Vetrata, contenuta nella selezione antologica Autoritratto poetico del 1985, dove il poeta esprime attraverso un linguaggio semplice ma labirintico, il tema della memoria e del tempo che passa.

Vetrata

O memoria, la terra è il tuo ritorno
negli occhi, le magnolie
in un torno di gridi dai cortili
traboccano, sui lividi ginocchi
spunta l’età più grande come un’alba.
Una febbre rimuove dagli stipiti
la madre dolcemente: là trasporta
simile a luce le vele dal porto:
afosa muove sulle braccia a chi
non scorda. Mentre un lampo rosa inonda
la finestra, l’attesa: una tempesta
di caldo, un bacio che fa vana ressa.
E i cani spenti di una festa delirano
di viola se grappoli di nulla
pendono già a un oriente.

La poesia parla con chiarezza e oscurità nella stesso tempo, l’invito iniziale è diretto, o memoria, come se si parlasse di un carme celebrativo. Di qui in poi la poesia si colora di immagini sfocate di una perduta infanzia: grida dai cortili, ginocchi lividi e spensieratezza, una madre in apprensione, legata allo stipite della porta a sorvegliare. Dopo l’immagine iniziale inizia a prendere forma il presente, che compone la seconda parte dell’opera. La madre scompare dolcemente come la luce viene a mancare poco a poco ” là trasporta simile a luce le vele dal porto” 

Seppur il presente non sia il passato, di esso resta un ricordo che non svanisce e che resta, tanto da desiderare un ritorno, l’attesa di un bacio antico nel riposo della memoria. L’attesa però si consuma senza realizzarsi così il passato svanisce nel delirio tanto che se dall’oriente (il passato) non nasce più nulla, il futuro non ha più speranze.

Di per se è interessante anche analizzare il titolo dell’opera di Piero Bigongiari. La vetrata è quel luogo dal quale si osserva, ed è forse questo il personaggio che maggiormente risalta nella poesia, quella di un osservatore senziente che osserva il passato e il futuro combinarsi in un sogno da cui la realtà è all’oscuro e per cui essa è incompleta. La “visione” della vita viene perciò resa vana e delirante perché insufficiente a vedere se stessa. La vita è nascosta dietro una vetrata.

La visione poetica mistica di Cristina Campo

Eccellente traduttrice, ispirata e dall’originale pensiero, Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo, è stata una tra le più importanti poetesse del novecento. Di indole solitaria, Cristina Campo nasce a Bologna nel 1923 per poi trasferirsi nel 1928 a Firenze, città che la influenza nella sua formazione letteraria. Qui conosce personalità come Leone Traverso, Mario Luzi e Gianfranco Draghi. Sono incontri, questi, che ella ricorderà a vita e che influenzeranno il cammino letterario della Campo per condurla alla scoperta di Simon Weil, filosofa etica da cui l’autrice bolognese trae ispirazione e dalla scrittrice Margherita Pieracci Harwell che ne curerà le opere postume.
Cristina Campo si trasferisce a Roma nel 1955 dove conosce Elémire Zolla, Ernst Bernhard e altre personalità di spicco. Muore a Roma nel 1977.

Cristina Campo: tra creatività e misticismo

La condizione di poetessa del novecento di Cristina Campo le permette un confronto con lo spirito letterario dell’epoca, un’epoca influenzata dallo spirito pessimista del disfacimento dell’esistenza individuale e dai falsi ideali, promotori di un bene illusorio. In questa condizione così densa di domande e di riflessioni si inserisce il pensiero della poetessa. Nella sua vita ella entra in contatto con svariate personalità della poesia e della filosofia (Andrea Emo, Elémire Zolla, Ernst Bernhard) e di altre ne studia il pensiero (Simon Weil, Dostoevskij, Proust, Thomas Eliot). Dalla sintesi personale di questi incontri e studi nasce la sua originale poetica che la influenza in tutto: nella traduzione, ad esempio, che ella interpreta come un atto prettamente creativo e mistico più che trascrittivo. La traduzione si interessa del più profondo spirito della parola e non della parola stessa. Nel suo personale cammino spirituale troviamo traccia di quest’influenza che porta l’autrice a lodare l’ortodossia, giudicando migliore il rito bizantino, ritenuto più rispettoso e umile rispetto ad altri riti religiosi.

Per quanto concerne la poesia ella resta a lungo nascosta come autrice e viene riscoperta maggiormente nel tardo novecento, postuma alla sua morte, grazie ai suoi amici e intimi colleghi. La sua ricerca metafisica la conduce a dare una risposta ai mali del suo tempo, attraverso una visione che penetri nell’essenza delle cose, ricercandone un fine nascosto, evitando il superfluo e tutto ciò che Cristina Campo ritiene ovvio. Ne è un chiaro esempio la poesia Moriremo lontani, che parla della morte e dei legami umani da vari punti di vista.

Moriremo lontani

Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate dai sassi…

O signore e fratello! ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:

«nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta»

La morte viene vista come il silenzio del corpo e la migrazione dell’anima verso mete ignote. La morte è intesa come un viaggio al di là della quale non si conservano i rapporti umani terreni, i quali verranno dimenticati col tempo, tuttavia non verrà persa la dimensione individuale dei singoli. La frase finale”nessun vincolo univa questi morti” parla di una divisione umana attraverso la morte e il tempo. Questa visione pessimista impregnata del comune senso disfattista del novecento, viene interpretata dall’autrice attraverso i versi precedenti.

“Dell’anima ben poco sappiamo. Berrà forse dai bacini delle concave notti senza passi, poserà sotto aeree piantagioni germinate dai sassi…”

Questi versi ci presentano forse l’idea dell’autrice, sebbene la morte porterà via i corpi e il tempo spazzerà via i ricordi, dell’anima noi poco sappiamo. Ed è proprio l’anima la continuazione della vita degli uomini e della propria esistenza. Una teoria di sapore platoniano; tuttavia va osservato che questa anima sembra comunque una viaggiatrice sterile, che resta legata al corpo o vicina ad esso, si poserà sui sassi che ricoprono le tombe, che col tempo potranno essere sostituiti da piantagioni e poi dal vuoto nelle notti senza passi. Ma in ogni caso l’anima è lì, continuazione dell’esistenza.

La poetica e in generale il pensiero poetico dell’autrice bolognese viene a sintetizzarsi attraverso la ricerca di una verità pura e sottile nascosta sotto i pensieri e le influenze della morte dell’esistenza. La ricerca di una purezza sacra in cui rifugiarsi o con cui illuminare l’esistenza stessa.

 

‘La torta in cielo’, il pacifismo di Rodari

Gianni Rodari (Omegna, 1920 – Roma, 1980) è uno degli scrittori tra i più riconosciuti e ricordati in Italia, questo certamente per la sua vasta produzione nella letteratura per ragazzi e per aver profondamente rivoluzionato il modo di concepirla, riscrivendone le regole e studiandola in modo più profondo e completo di quanto fatto prima da altri. I suoi esperimenti letterari in questo ambito sono un caposaldo della letteratura stessa e fanno di Rodari un pioniere e un innovatore dell’ambito letterario giovanile e infantile.

L’opera più celebre di Gianni Rodari è sicuramente la Grammatica della fantasia (1973), l’unica opera dello scrittore piemontese Rodari che presenta un contenuto teorico e non narrativo. L’opera è di fondamentale importanza per comprendere al meglio le teorie pedagogiche e letterarie dell’autore piemontese, che in questo volume da voce ai suoi pensieri più innovativi. Sono infatti presentati o ribaditi pensieri come la difesa dell’errore o la difesa della potenza dell’immaginazione e della creatività come processo educativo. Una delle tematiche più care a Rodari, insieme al tema dell’educazione e della libertà, è quella della pace. La sua militanza dapprima nell’esercito della Repubblica di Salò e poi nei movimenti partigiani lo ha educato e gli ha insegnato bene cosa volesse dire guerra. Nelle sue opere il pacifismo incontra quello che è il punto di vista dei bambini che da sempre sono i pacifisti per eccellenza: questo è il contenuto del racconto La torta in Cielo (1966), un messaggio pacifista lanciato da Rodari usando come suoi emissari i bambini stessi che con la loro ingenuità e spensieratezza mostrano al mondo come sia possibile vivere senza guerra. 

Rodari : le torte al posto delle bombe

Il libro, nato in un lavoro con  gli scolari della signorina Maria Luisa Bigiaretti che hanno finito la quinta nel ’64 nelle scuole elementari Collodi a Roma, come scritto nella prefazione, raccoglie quello che era un racconto a puntate uscito nel ’64 sul <<Corriere dei piccoli>>.
La trama è semplice. Una mattina nel cielo di Roma, precisamente nel quartiere del Trullo compare un misterioso oggetto volante che tutti identificano come un oggetto alieno. Una volta dato l’allarme compare subito sulla scena l’esercito e intima agli abitanti di rifugiarsi in cantina e di non uscire per alcun motivo. A disobbedire agli ordini ci penseranno due bambini, Paolo e Rita che riescono a giungere nei pressi dell’oggetto misterioso che nel frattempo era atterrato nella vicina montagna del Cucco. Lì i due bambini si rendono conto che si tratta di una torta, all’interno della quale i due bambini incontrano un uomo e poi presi dalla paura i due scappano via e ritornano alla propria casa. Il giorno dopo Paolo decide di ritornare alla torta per scoprire cosa ci facesse quell’uomo all’interno della torta e scopre che lui è uno scienziato e  la torta in realtà è l’esperimento di una nuova bomba, fallito a causa di un pasticcino e trasformatosi in un enorme torta. Quando l’uomo all’interno della torta decide di distruggere la torta, sono i bambini che, guidati da Rita, gli forniscono l’idea giusta: mangiarla fino a farla sparire e questa visione riempie l’uomo di cosi tanta felicità da esser contento di aver fallito la sua bomba.

I contenuti sono molto chiari ed esplicitati dallo stesso Gianni Rodari, “ci sarà un pezzo di torta per tutti quando si faranno torte al posto delle bombe”. Attraverso gli occhi dei bambini Rodari traccia un giudizio del mondo degli adulti, un mondo fatto di crudeltà come le bombe e i carri armati, ma mentre tutti gli uomini pensano alla morte e alle paure più acrobatiche e spettacolari, i bambini per loro natura e inclinazione sono portati a vedere la parte dolce, reale della vita, che li porta a mangiare una buona torta invece che terrorizzarsi per un’astronave inesistente. I bambini diventano quindi la controparte “razionale” del racconto, mettono in luce le finzioni e le idee malsane degli adulti.

Attraverso le osservazioni  dei bambini, e a volte si potrebbe dire piuttosto banali, i problemi complicati e le idee astruse vengono rese semplici e risolvibili. La vita attraverso le parole dei bambini diventa facile e con essa diventa anche meno difficoltoso capire che è inutile il male e la sua prosecuzione. La torta in cielo si riveste di un messaggio pacifista di facile comprensione per adulti come per bambini, con una sua espressione anche abbastanza ironica: Fare le torte piuttosto che fare le bombe. La speranza è il futuro, ci dice Rodari, e il futuro sono i bambini.

La torta in cielo è intessuta di riferimenti di altre fiabe che i bambini possono cogliere senza problemi;  Cenerentola, Pinocchio, ma anche l’Odissea e la Commedia di Dante.

Ada Negri: il “dono” della vita

Ada Negri nasce a Lodi nel 1870 da umili origini. La sua produzione poetica comincia sin dai primi anni della sua età adulta, che la vedono maestra elementare a Motta Visconti, un paesino della provincia di Milano. Qui pubblica le sue prime poesie su varie riviste, per poi pubblicare nel  1892 la sua prima raccolta, Fatalità, che riscuote un gran successo e che conduce la poetessa lombarda a Milano. Nella città meneghina, anche grazie ai temi sociali trattati nella raccolta, la Negri entra in contatto con gli ambienti politici milanesi, specie col partito socialista, conoscendo Turati, MussoliniAnna Kuliscioff.

Negli anni a Milano la Negri pubblica altre raccolte incentrate su temi sociali, facendo diventare la società e la politica un tema peculiare di questi anni della sua poetica. Nel 1896 fa esperienza del matrimonio e attraverso questo anche della maternità che ne segnerà la poetica. Negli ultimi decenni della sua vita infatti la poetica della Negri si interessa sempre più del mondo introspettivo ed emotivo. Col tempo la sua produzione letteraria, dove figurano anche un romanzo autobiografico ed altre raccolte poetiche, insieme al suo successo editoriale, le garantiscono un discusso patrocinio del regime fascista che ne riconoscerà i meriti e che farà della Negri la prima intellettuale donna ad entrare nell’Accademia d’Italia, nel 1940. La scrittrice, denunciatrice della miseria dei contadini e dei minatori, si spegne a Milano nel 1945.

Molti autori e scrittori riconoscono Ada Negri come un’ intellettuale di regime, e in effetti la scrittrice fu innegabilmente vicina al partito fascista e non si ribellò al regime nei suoi dettami. Ma la sua posizione non fu di condivisione, piuttosto di indifferenza e se vogliamo di inerzia nei confronti della dittatura e la poesia era ciò che davvero la interessava, la sua vicinanza al partito va intesa come una posizione di convenienza. A prescindere da tutto ciò, il suo comportamento politico non avrebbe dovuto penalizzare la sua opera, come è invece accaduto, rendendo la poetessa una tra le meno studiate o apprezzate dal secondo dopoguerra in poi.

Ada Negri: Il dono

Una tra le poesie più evocative e interessanti di Ada Negri è Il dono, poesia che da il titolo all’omonima raccolta pubblicata nel 1935:

Il dono eccelso che di
giorno in giorno e d’anno
in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu
dolcezza anche il pianto),
non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta
io dico: “È oggi”: ad ogni giorno
che tramonta io dico: “Sarà
domani”. Scorre intanto
il fiume del mio sangue vermiglio
alla sua foce: e forse il dono
che puoi darmi, il solo che valga,
o vita, è questo sangue:
questo fluir segreto nelle vene,
e battere dei polsi,
e luce aver dagli occhi;
e amarti unicamente perché sei la vita.

La poesia segue una metrica libera (c’è la presenza e l’avvicendarsi di versi ottonari, novenari e decasillabi, ma non sempre in ordine), una ritmica spezzata dalla punteggiatura presente e viva che dà al lettore la sensazione di un’ attesa.

Il dono eccelso che di
giorno in giorno e d’anno
in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu
dolcezza anche il pianto),
non venne: ancor non venne.

Ed è proprio di un’attesa che parla la poesia, un’ attesa vitale nell’attesa di una risposta a qual è il dono della vita. Questo dono supremo che si fa attendere da anni e anni e che sfortunatamente non viene ancora. Si può percepire la reazione tragica, insita nella mancata venuta di questo dono, nel verso:  “Non venne: ancor non venne” l’attesa diventa sempre più triste, cupa e tragica, pesante come disillusa.

Ad ogni alba che spunta
io dico: “È oggi”: ad ogni giorno
che tramonta io dico: “Sarà
domani”

L’attesa poi diventa speranza inesauribile, la speranza che il dono si palesi oggi, dopo tanta attesa e quella ancora più forte che anche se oggi non è arrivato, arriverà domani. E’ una speranza che sa anche di incertezza, che si affievolisce al suo pronunciarsi.

Scorre intanto
il fiume del mio sangue vermiglio
alla sua foce

Il tempo però in questo gioco di attesa e speranza, continua a passare e vive nella poetessa, scorre come il fiume del suo sangue.

e forse il dono
che puoi darmi, il solo che valga,
o vita, è questo sangue:
questo fluir segreto nelle vene,
e battere dei polsi,
e luce aver dagli occhi;
e amarti unicamente perché sei la vita.

E alla fine l’epilogo arriva, l’attesa del dono è vana, perché il dono è già presente in ogni giorno di attesa. La presa di coscienza è abbastanza pessimista o se vogliamo realista, il dono, il solo che valga è questo vivere, questo attendere, questo tempo che abbiamo in cui cerchiamo, svisceriamo la realtà in attesa di qualcosa di segreto e vale la pena di amarlo solo perché esso è vita.

Anche se può sembrare un epilogo distensivo, che prende coscienza della vacuità di attendere, esso rivela tutta la sua positività nella realtà della sua affermazione: la vita è un dono e va amata perché è vita, perché c’è luce negli occhi, sangue nel corpo e battito nel cuore.

E’ bene precisare che questa è una poesia appartenente al periodo conclusivo della produzione poetica di Ada Negri, della sua vecchiaia, si può dire; ma malgrado ciò si può riconoscere in questi versi una giovinezza e una speranza mai perduta, il dono dopo una vita di attese alla fine giunge e ci si rende conto che il dono è quello di essere ancora capaci di sognare e di vivere.

Il mare visto dal poeta Giorgio Caproni

Una delle caratteristiche della poesia di Giorgio Caproni è senza dubbio la semplicità, unita alla vasta spazialità della sua immaginazione che riesce anche ad inglobare il lettore nel suo universo. “Un uomo che ama vivere l’amore e la natura”, questa è una possibile descrizione dell’uomo Giorgio Caproni, che si nasconde, in veste di autore, dietro le sue splendide e coinvolgenti poesie. Lo stile chiaro e mai pesante, dolce come un canto, accompagna le descrizioni di luoghi e sensazioni vive e leggere, come il vento, immense e profonde, come il mare.

Ed è proprio il mare il protagonista di questo confronto, tra due poesie dell’autore, Veneziana e Sono donne che sanno, per rimarcare ed evidenziare lo stretto legame che Caproni, livornese di nascita, vive e consolida con il mare di Genova e poi del mondo.

Veneziana                                                          Sono donne che sanno

Veneziana, nel fresco                                          Sono donne che sanno
d’acqua dei tuoi iridati                                        così bene il mare
occhi, trovo l’arguta
ombrata grazia d’una                                         che all’arietta che fanno
scena sulla laguna.                                              a te accanto al passare
E a marinai, e a tese
vele, a care attese                                               senti sulla tua pelle
per giorni lunghi e a scoppi                               fresco aprirsi di vele
di giubilo agli improvvisi
ritorni, bei cari e ansiosi                                    e alle labbra d’arselle
occhi senza sconforto                                          deliziose querele.
penso: brioso porto
di quei lindi paesi,
dove grazia di motti
salaci e di femminili
scherzi inganna ai vivi
il gioco alterno di tante
partenze e di tanti arrivi.

Giorgio Caproni e il mare

Le due composizioni differiscono sia per numero di versi, sia per costruzione ritmica che  in una è a tratti, singhiozzante, come un insieme di pause e pensieri, immagini che appaiono in concomitanza, ma che, indipendenti l’uno dall’altro tessono una tela di ricordi e sensazioni, mentre nell’altra abbiamo uno schema che evidenzia una riflessione coerente e unica, improntata sulla sensazione che l’oggetto della poesia trasmette.

Ma il confronto più interessante, potrebbe essere quello sulla tematica trattata da entrambe le poesie.
In Veneziana il ricordo del mare, o meglio della laguna (che ha molto di simile al mare, nei versi in cui si parla di porto, partenze e arrivi si può percepire la vastità tipica del mare), nasce dagli occhi di una donna. In Sono donne che sanno, il mare è come inglobato, nascosto nelle donne che ne hanno rapito l’essenza.

Si potrebbe dire che nella prima composizione il mare è un oggetto che viene rievocato, come ormai posseduto, padroneggiato e sentito intimo, mentre nella seconda il mare è un soggetto vivo, che pervade e che invade l’anima, rendendo tutte le persone che vivono al suo fianco pregne del proprio essere. Questa differenza può risultare visibile nei versi in cui l’occhio della veneziana apre l’immagine del mare, o quando le donne al passare portano aria di mare e non contengono esse stesse il mare. La differenza è molto sottile, ma essenziale.

Un altra differenza tra le due poesie risiede nella concezione stessa del mare. Nella prima poesia il mare è il posto da cui e per cui comincia tutto. Venezia è la città descritta, bensì in maniera velata, la descrizione che l’autore fa di Venezia è quella semplice di un paese di mare, un porto, arrivi e partenze, scherzi e leggerezza, marinai che con le loro vele fanno capolino all’orizzonte, la dinamica vita di una cittadina di mare, semplice e gioiosa tanto cara a Giorgio Caproni. Il mare è quindi il luogo dell’incontro, della vita, della partenza e del ritorno.

Nella seconda poesia il mare diventa un conforto, una straordinaria forza che ti sorprende con un soffio del suo essere e le donne di mare, sono le portatrici di questo conforto, sembra quasi vedere delle sirene a incontrarti per strada, che danno a te il loro odore di mare.

Ma oltre alle differenze, si possono riscontrare evidenti analogie: le vele, presenti in entrambi i componimenti e termine caro al poeta, danno ai componimenti un apertura che viene sentita vasta e rendono l’idea di una proiezione nel futuro, come di una barca che va per mare. Gli elementi naturali come l’acqua e l’arietta, che diventano gli oggetti che collegano il mare ai vivi, l’arietta di mare che invade i paesi di mare stessi, attraverso le donne e l’acqua degli occhi delle donne che hanno dentro nascosto il mare. Il passaggio di noi uomini, che passando accanto alle donne percepiamo l’amore del mare nei loro confronti e che guardandole negli occhi viviamo la loro profondità, così simile a quella del mare.

Si potrebbe dire che Giorgio Caproni, tratta il mare con un amore intenso e totalizzante, che invade il suo mondo. L’ottimismo e la leggiadria della sua poesia rispecchia quella del mare, che viene vissuto nella sua componente più vicina all’uomo, come splendida analogia della vita e dell’animo umano. Il mare per il poeta toscano è il luogo dove l’uomo è più vicino alla felicità.

 

L’infinito viaggiare: la parabola esistenziale di Magris

Claudio Magris è uno degli autori più insigni del panorama letterario italiano ed estero e viene riconosciuto dalla critica nazionale e internazionale come uno dei più interessanti intellettuali contemporanei, oltre che ritenuto uno dei maggiori conoscitori della letteratura mitteleuropea.

Lo scrittore nasce a Trieste nel 1939. Nel corso del suo percorso accademico diviene un profondo conoscitore della letteratura europea, specie quella centrale e ottiene una cattedra prima a Torino, poi a Trieste, in letteratura tedesca, inoltre nel corso della sua vita ottiene vari riconoscimenti letterari, come la consecuzione di prestigiosi premi letterari come il premio Bagutta (con l’opera Danubio nel 1986), il premio Strega (con Microcosmi nel 1997), e anche il premio Principe delle Asturie nel 2004, nella sezione letteratura. La sua carriera letteraria è costellata di successi, ma anche nel settore civile Magris non manca di alti riconoscimenti e onorificenze, diventa infatti senatore del parlamento italiano (1994-1996) e ottiene anche il titolo di Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana (2001). Dal 2006 entra a far parte dell’Accademia dei Lincei.

Il pensiero magrisiano, accompagnato da uno stile raffinato, elegante ed asciutto è un elemento che il lettore odierno può certo apprezzare e sentire proprio, non certo senza una buona dose di curiosità e di conoscenza pregressa. Una delle caratteristiche degli scritti di Magris è infatti un enciclopedismo, quasi borgesiano alle volte, ricco di riferimenti dotti e sofisticati. Uno stile medio-alto che risulta funzionale agli obiettivi prefissi dalle opere stesse dello scrittore. La saggistica di Magris contiene acuti spunti di riflessione, ed offre al lettore l’opportunità di soffermarsi e confrontarsi con il punto di vista lucido e riflessivo dello scrittore sul mondo. Uno dei temi tra i più trattati nel mondo magrisiano è sicuramente quello del viaggio, un esperienza che per lo scrittore triestino assume un particolare ruolo e una particolare importanza nella vita esistenziale di ogni uomo.

Il tema del viaggio viene trattato, antecedentemente al saggio L’infinito viaggiare (2005), anche nei romanzi Danubio (1986) e Microcosmi (1997), ma tale tematica ne L’infinito viaggiare viene probabilmente affrontato più autenticamente, in quanto i fatti, a differenza di Danubio e Microcosmi, sono puntellati come se fossero nuovi, vissuti al momento, raccogliendo articoli di giornali, impressioni, appunti, invece che divenire materiale da racconto. L’opera si presenta inizialmente come un diario di viaggio, quello che a tutti gli effetti è, ma a uno sguardo più approfondito, si rivela la componente più interessante dell’opera, la sua nascosta e interessante filosofia. Infatti sin da subito si può notare come il viaggio non diventi una novella, bensì un mondo attorno cui la vita di tutti i giorni gravita.

Da questa caratteristica metafisica del viaggio, Magris prende spunto per tracciare sin da subito, nella prefazione, le caratteristiche tipiche del “viaggio”. Lo scrittore dapprima ne confronta e sviscera vari filoni di pensiero, da quello antico e circolare odisseico, mettendo in risalto la caratteristica evoluzione del viaggio che muta il mondo rendendolo precario e rendendo precario il senso della comune esistenza stessa, a quello nietzschiano, ovvero quello che prosegue come una linea retta dispersa nell’oblio e nel vuoto esistenziale.

Il viaggio, ci dice Magris, non mostra solo la precarietà del mondo, bensì anche quella del viaggiatore, ma sopratutto il viaggio non è un “andar via”, ma è un “essere”, come una tartaruga che con la propria casa viaggia per il mondo. Quando si è in viaggio non si è in nessun luogo qualcuno direbbe, ed invece Magris si oppone nettamente a questa presa di posizione e anzi ci dice che il viaggio stesso è il luogo in cui siamo, nel pensiero magrisiano il viaggio diventa dunque esistenza viva e lecita, dinamica e accesa, forte e piena. Diventa il vero contenitore della vita totalizzante. Alla domanda “Viaggiare verso dove?” quindi la risposta suggerita sembra essere non un luogo, ma una qualità dell’ essere, viaggiare verso il viaggiare, con un gioco di parole si potrebbe dire.

Ma se viaggiare diventa il luogo dell’essere, primordiale e infinito come il viaggio stesso, un’altra domanda arriva alle orecchie del viaggiatore: “Perché viaggiare?”. A questa domanda Magris risponde con l’esempio di don Chisciotte, la cui sortita “vorrebbe essere la scoperta, la verifica e la riconferma di ciò che si sa, della verità letta nei libri di cavalleria”, ovvero viaggio inteso come conferma, come riconquista della vita e del suo mistero.

L’autore delinea così un viaggio utopico, infinito ed esistenziale, che porta con sé la scoperta e la riscoperta, l’incontro e lo scontro col mondo, un viaggio che egli assimila allo scrivere, che diviene analogia necessaria di questo viaggio come del vivere stesso. Attraverso la scrittura si parte per strade sempre nuove e sempre vecchie, le parole che, già mille volte usate, prendono nuova forma e si intrecciano per formare una nuova strada, un nuovo viaggio. Il viaggio viene presentato come esistenza, come crogiolo della storia e dell’umanità e assume tutte quelle caratteristiche che lo rendono la più alta forma di espressione dell’esistenzialismo magrisiano, in cui si parla di un viaggio che può iniziare da un rigo, da un oggi o da un dove e che conduce per molteplici strade, per snodati percorsi all’interno di una vita già labirintica e tortuosa, un viaggio che cambia nei luoghi (si passa da Berlino, da Londra, alla Spagna) o nel tempo, un viaggio continuo che non si spezza, (anche se i documenti non sono ordinati cronologicamente), un viaggio che parte e riparte periodicamente e che  potenzialmente non finirà mai. Magris ha dunque raccolto questo suo saggio una brillante osservazione, che viene già espressa nel titolo: Viaggiare non ha fine, ne un inizio, viaggiare è indefinito perché è misto ed intriso della stessa materia di cui è composta l’eternità, viaggiare è ora, oggi, domani e ieri, non ha tempo, né direzione, perché è ogni tempo e ogni luogo, viaggiare è la metaforica visione dell’ Universo.

Viaggiare è infinito.

“I am vertical”, la distanza geometrica dalla vita secondo Sylvia Plath

Sylvia Plath nasce a Boston nel 1932 e sin da piccola manifesta il suo talento per la poesia. La poetessa bostoniana compie gli studi superiori in America allo Smith College, ottenendo la laurea con la lode nel 1955. Successivamente ottiene una borsa di studio per Cambridge, dove conosce Ted Huges, suo futuro marito. Dopo aver sposato Huges nel 1956, nel 1960, Sylvia e Ted si trasferiscono a North Tawton, in Inghilterra, dove la poetessa pubblica la sua prima raccolta di poesie Colossus. Il matrimonio con Huges comincia a vacillare e i due decidono di separarsi nel 1961. Successivamente la poetessa va a vivere con i due figli in una casa a Londra e poco più tardi, nel 1963, tenta, con successo, il suicidio, spegnendosi all’età di trent’anni. Il periodo, che probabilmente ha segnato questa tragica svolta, viene trattato nell’opera autobiografica dell’autrice: La campana di vetro.

Sylvia Plath rappresenta uno dei più chiari esempi di poetessa del Novecento. La sua influenza è innegabile e limpida, molte altre autrici hanno preso spunto dalla sua figura o dalla sua poesia, trasformandola in un punto di riferimento per il fiorire della poesia femminile nel 900′, oltre all’uso della sua figura nei movimenti femministi degli anni 60′ e 70′.

La poesia I am Vertical, proveniente dalla raccolta Crossing the water, 1971, anche se è stata pubblicata precedentemente, nel 1961, raccoglie e sintetizza le qualità stilistiche e tematiche della poetessa. La forza onirica di una visione quasi rarefatta e asfissiante allo stesso tempo simulano la coscienza dell’imperfezione e della magnificenza umana, la persona diventa un ricettacolo dei più buoni e semplici sentimenti della terra, della sua immortalità e della sua creatività, della morte e della vita.

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Il primo verso della poesia di Sylvia Plath evidenzia e mette in risalto un disagio esistenziale. Un’imperfezione che diventa il punto di lancio della poesia e che si spiegherà col procedere di questo canto di tristezza.

Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

L’albero viene colto nella sua maestosità e grandezza, oltre che per la sua bellezza eterna e rinnovatrice. Diventa il simbolo della forza, della continuità nello spazio e nel tempo, qualcosa che la persona che sta parlando non è. L’autrice della poesia non è forte, non sta immobile e non sa ricrearsi le foglie perdute, le gioie passate e le cose scordate.

L’aiuola invece viene usata come simbolo della bellezza fugace e passeggera. L’autrice evidenzia anche la sua posizione nei confronti di questo simbolo di bellezza: ella non è come un aiuola di fiori che seppure appassisce in poco tempo, brilla e risplende di colori, di una bellezza rapida e sfuggente.

Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Il confronto viene a chiarire la posizione che la persona viene ad assumere. Un albero sembra immortale nei confronti del tempo che ci cammina addosso e questo vale anche per la cima di un fiore, che non stupisce per la sua altezza, ma per la sua bellezza, che non possiamo possedere.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

Il confronto si intensifica e diventa ancora più crudele. La triade naturale: stelle, alberi e fiori evidenzia una distanza tangibile che si palesa attraverso l’indifferenza di questi tre simboli naturali nei confronti della poetessa. Tra i loro freddi profumi ella passa, ma nessuno di loro fa caso a lei, come se lei fossa priva di odore, di identità, di entità.

A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.

La poetessa allora cerca un elemento di comunione: la notte, il sonno. Perché nell’inattività della mente ella trova la risposta all’imperfezione della sua vita, quando i pensieri vagano annebbiati per l’esistenza, tracciando un percorso simile ai fiori o alle foglie scosse dal vento.

Stare sdraiata è per me piu’ naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

La comunione finale per Sylvia Plath è insieme vittoria e sconfitta, tristezza e gioia. Stare sdraiata è per l’autrice più naturale, perché il cielo è a portata di sguardo e il colloquio diviene facile, così le stelle possono meglio dialogare con quei pensieri vagabondi e liberi. E così la morte diventa il momento di massima comunione con la vita e l’esistenza, sarà quello il momento in cui la bellezza dei fiori sarà anche di noi uomini, fugaci, stupendi, anche se per poco e le radici degli alberi e la loro maestosità diventeranno un sicuro rifugio per i nostri corpi.

La non-vita viene trasfigurata da Sylvia Plath in una sensazione di pace eterna. Questo a discapito del tempo presente, che con un forte senso di pessimismo viene visto il luogo geometrico dell’assenza della vita. Il posto in cui viviamo, la vita che ci rende indifferenti ai fiori e agli alberi diventa il nulla esistenziale, che viene colmato solo con la morte.

Questa visione può sembrare estremamente pessimista, se non si considera che la morte diventa il luogo della comunione e della vita esistenziale. Il riposo eterno, o procedendo per metafore, il silenzio eterno è l’unico posto in cui si può davvero capire la vita. Nell’essere orizzontale, nello sdraiarsi si nasconde una sorta di umiltà o di predisposizione per l’esistenza, perché si vive nella stessa dimensione delle stelle e dei fiori. Per essere orizzontali basta sdraiarsi, stare in silenzio e dialogare con lo specchio della proprio anima. E per vivere davvero, basta essere orizzontali. Questo è il messaggio, controverso, libero che traspare da I am vertical. Un messaggio di vita nascosto in cunicoli di morte e desolazione, un messaggio sincero.