‘Punto e a capo’. L’esordio di Milena Melchiorre tra introspezione e canzone d’autore

“Punto a Capo” è il primo album di Milena Melchiorre, cantautrice abruzzese nata nel 2004 e originaria di Giulianova, che si affaccia con decisione e delicatezza al panorama della nuova canzone d’autore italiana. Pubblicato il 10 dicembre 2025 dall’etichetta Cinemusica Nova srls, con il contributo di Nuovo IMAIE, il disco è disponibile su tutti i principali store digitali, mentre il formato CD audio può essere richiesto direttamente attraverso il sito ufficiale: http://www.ideasuoni.com/.

Sei brani soltanto, ma sufficienti per delineare una visione artistica chiara, coerente e sorprendentemente matura. “Punto a Capo” è una dichiarazione di intenti, è fermarsi, ripartire, rimettere ordine nelle emozioni e nelle parole. In un’epoca musicale spesso dominata dalla sovrapproduzione e dalla velocità, Milena Melchiorre sceglie il gesto controcorrente dell’ascolto, dell’essenzialità e della sincerità. Le canzoni nascono come confessioni intime, senza filtri, dove la fragilità non viene nascosta ma trasformata in linguaggio artistico. Tutti i brani dell’album sono scritti, musicati e interpretati dalla stessa Milena Melchiorre, elemento che rafforza il carattere autoriale del progetto. La produzione musicale è affidata a un team di grande esperienza: gli arrangiamenti portano la firma del chitarrista romano Stefano Zaccagnini, figura di riferimento della scena musicale italiana, capace di accompagnare la voce dell’artista senza mai sovrastarla, ma valorizzandone ogni sfumatura emotiva.

Accanto a lui, un gruppo di musicisti che contribuisce in modo decisivo alla profondità sonora del disco: Alessandro Sanna al basso, Gianni Aquilino al pianoforte e alle tastiere, Pino Vecchioni alla batteria e Giovanna Famulari al violoncello. Ogni strumento trova il proprio spazio, costruendo un sound elegante, intenso e mai ridondante, in perfetto equilibrio tra cantautorato classico e sensibilità contemporanea. L’album si apre con “Guance”, brano dall’atmosfera onirica e sospesa, in cui una carezza diventa simbolo di protezione ma anche di vulnerabilità. È un inizio che invita subito l’ascoltatore a entrare in una dimensione emotiva intima, quasi sussurrata.

Con “Mare”, la scrittura si allarga verso immagini più ampie: il mare diventa metafora dell’ignoto, dell’infinito che attrae e spaventa, luogo di resa e accettazione della propria umanità. “Istanti” racconta invece una generazione giovane, sospesa tra silenzi, messaggi non inviati e playlist notturne. È una fotografia delicata del modo di amare oggi, fragile eppure autentico. “Dentro un lunedì” porta la riflessione nella quotidianità: una giornata qualunque diventa lo spazio per interrogarsi sul tempo, sulla crescita precoce e sul desiderio di rallentare. Con “Mondo defibrillatore” il ritmo accelera, restituendo la sensazione di una realtà che corre troppo in fretta, lasciando dietro di sé emozioni irrisolte e domande senza risposta.

A chiudere l’album è “Mi sono permessa”…, una canzone di resa consapevole che si trasforma in conquista: il tempo non si combatte, si vive. Oltre alla dimensione discografica, Punto a Capo vivrà anche sul palco. A partire da gennaio 2026, Milena Melchiorre sarà protagonista di numerose serate live nelle principali città del centro Italia, occasioni preziose per scoprire dal vivo la forza interpretativa e la sensibilità scenica dell’artista. Studentessa di Filosofia presso l’Università La Sapienza di RomaMilena Melchiorre porta nella sua musica una naturale inclinazione all’introspezione e all’analisi del sé. Scrive fin dall’infanzia, trovando nella parola uno strumento per dare ordine ai pensieri, e nella chitarra una compagna costante del proprio percorso creativo. Negli ultimi anni ha partecipato a eventi e festival, tra cui il Festival Mogol Battisti, dove ha presentato un brano inedito.

Punto a Capo è, a tutti gli effetti, un nuovo inizio, un album che invita ad ascoltarsi, a fermarsi e a riconoscere nella fragilità una forma di forza e di amore autentico.

 

‘’La Befana’’ di Giovanni Pascoli: simbolismo antico tra poesia, infanzia e malinconia

La Befana, nella tradizione popolare italiana, è una figura caleidoscopica e ambivalente; una vecchina benevola povera ma generosa che incede con i suoi simbolismi, durante il gelido inverno. Giovanni Pascoli, in questo senso, è il poeta che più di tutti  ha saputo coglierne la complessità, sottraendola al folclore superficiale e  restituendole non solo profondità poetica ma, specialmente, un aspetto e un tratto più umano.

In La Befana, componimento pubblicato nel 1897, il poeta non descrive  solo sentimenti appartenenti a una dimensione ludica – come solo una festa per bambini può trasporre nella realtà – ma evidenzia un universo sospeso che collima fra le pieghe del sogno e del disincanto. La Befana del poeta non è il personaggio gioioso e goliardico che spesso si ritrova nelle note filastrocche appartenenti alla tradizione; si tratta, invece, di una presenza notturna  che timidamente si fa spazio attraverso il paesaggio glaciale proprio dell’inverno. Nello scenario in cui questa figura avanza con incedere lento, non c’è la letizia della filastrocca ma uno scenario invernale povero, fatto di vie buie e case modeste.  La Befana di Pascoli non è un’eroina ma una figura che si stringe agli ultimi.

La poetica di Pascoli e la dimensione infantile non idealizzata

L’infanzia, come spesso accade nella poetica di Pascoli, è il centro emotivo del testo. Quella che descrive il poeta, tuttavia, non è una dimensione infantile idealizzata in quanto i fanciulli presenti nei versi sono tutti avvolti e colti in una parvenza di fragilità. La Befana, figura benevola che consegna un dono simbolo di speranza, assume un valore allegorico: il gesto del donare non promette alcuna felicità o risoluzione della condizione presente ma si ammanta di bontà in quanto, proprio quel dono, è promessa silente di una minima forma di consolazione.

La figura della Befana in Giovanni Pascoli non è fulgida e nemmeno rassicurante o risolutiva: è stanca, curva e povera e proprio perché imperfetta è intrinsecamente e profondamente umana. A tal proposito, proprio nel personaggio della Befana si riflette uno dei temi centrali di tutta la poetica Pascoliana: il moto compassionevole di chi, nonostante viva ai margini, dona senza possedere. Si pensi, per esempio, alla raccolta Myricae in cui compaiono le poesie “La Cucitrice” e “L’Aquilone” che  ben delineano la tematica, seppur in forma differente. O, ancora, ne I Poemi Conviviali in cui il poeta  esplora la  figura marginale dell’aedo cieco: tutta quella emarginazione esistenziale dell’uomo che, in Pascoli, si riflette nell’esule in balia della storia, della natura o della morte.

 

Viene viene la Befana,

vien dai monti a notte fonda.

Come è stanca! la circonda

neve, gelo e tramontana.

Viene viene la Befana.

 

Ha le mani al petto in croce,

e la neve è il suo mantello

ed il gelo il suo pannello

ed è il vento la sua voce.

Ha le mani al petto in croce.

 

Dal punto di vista ciclico del tempo, ma anche simbolico, la festa dell’Epifania rappresenta anche un rito di passaggio che pone fine al periodo delle feste:  una chiusura, quindi, che Pascoli avverte fortemente.  Il momento iniziale dell’inverno, quello spensierato che dà il via al Natale, si conclude e dopo l’ultima festività dell’Epifania la magia si spegne: resta l’inverno vero, quello tacito, lungo e glaciale di gennaio e febbraio.

In questo senso, la Befana diventa anche metafora del fluire del tempo, degli anni che scorrono e non tornano, così come la dimensione infantile: un tema abbastanza ricorrente  nella produzione pascoliana – si pensi a L’ora di Barga o La mia sera – segnata dalla nostalgia.

La Befana, una voce del passato che abita la memoria collettiva

In Pascoli la tradizione popolare è sempre vivida e presente; non funge mai da orpello ma, anzi, è una voce del passato che attraversa la memoria collettiva del presente in cui si depositano speranze, esperienze umane e sofferenze.  In questo senso – risulta seppur indirettamente – presente la poetica del fanciullino: il personaggio della Befana è un tramite verso l’infanzia che non chiede all’adulto di guardare indietro alla dimensione del tempo che fu con fare malinconico e piangente, come un’Arcadia perduta  e mai più recuperabile, ma come un luogo che ha bisogno di essere accolto e curato. In questo paradosso – una donna vegliarda e povera che incarna lo spirito dell’infanzia poiché vicina ai bambini– si coglie uno dei nuclei centrali della poetica pascoliana: la convivenza di innocenza e dolore, di tenerezza e sofferenza.

 

La Befana alla finestra

sente e vede, e s’allontana.

Passa con la tramontana,

passa per la via maestra,

trema ogni uscio, ogni finestra.

 

Nella poesia La Befana Pascoli si allontana dalla rappresentazione festosa del personaggio per denotare questa figura di caratteristiche umane, ma non per questo minori o poco fulgide. La sua Befana è una creatura povera e silente,  non c’è gioia rumorosa né allegria infantile poiché dominano dettagli  quotidiani e realistici: il freddo, la fatica, la povertà dei doni. La poetica delle “piccole cose”, tipica del suo stile letterario, attraverso le quali Giovanni Pascoli coglie verità profonde dell’esistenza umana.

 

Un simbolo di maternità: sacrificio e perdita del carattere celebrativo e trionfale

La Befana pascoliana assume anche tratti materni in quanto porta doni ai bambini non per abbondanza, ma per amore: i suoi gesti sono semplici e carichi di sacrificio. In questa prospettiva, la Befana diventa simbolo di una maternità universale e sofferente, vicina alle figure femminili umili e silenziose che ricorrono spesso nell’opera di Pascoli. Sempre nella poetica del fanciullino, Giovanni Pascoli scrive:

‘’Il fanciullino che c’è in noi  cerca sempre l’amore della madre, sempre la madre’’.

La vecchina povera e silente diventa emblema di amore materno, dove sofferenza e sacrificio segnano l’amore delle madri: tematiche magistralmente esplorate nella raccolta I Canti di Castelvecchio. Nella poesia Pascoli inserisce anche un parallelismo: una mamma benestante che ricopre di doni i suoi bimbi e una mamma non abbiente, triste perché non è riuscita a regalare nulla ai suoi piccoli nonostante siano stati buoni.

 

Guarda e guarda… tre lettini

con tre bimbi a nanna, buoni.

Guarda e guarda… ai capitoni

c’è tre calze lunghe e fini.

Oh! tre calze e tre lettini

[…]

Co’ suoi doni mamma è scesa,

sale con il suo sorriso.

Il lumino le arde in viso

come lampana di chiesa.

Co’ suoi doni mamma è scesa.

 

D’improvviso la Befana si ritrova in un casolare diverso: c’è una mamma che piange. Ogni anno assiste inerme alle stesse scene, in un susseguirsi di tristi visioni che si ripetono.

Guarda e guarda… tre strapunti

con tre bimbi a nanna, buoni.

Tra le ceneri e i carboni

c’è tre zoccoli consunti.

Oh! tre scarpe e tre strapunti…

 

E la mamma veglia e fila

sospirando e singhiozzando,

e rimira a quando a quando

oh! quei tre zoccoli in fila…

Veglia e piange, piange e fila.

 

La Befana vede e sente;

fugge al monte, ch’è l’aurora.

Quella mamma piange ancora

su quei bimbi senza niente.

La Befana vede e sente.

 

 

In Pascoli la festa dell’Epifania perde ogni carattere trionfale e celebrativo, ma  anche religioso nel senso più tradizionale: non c’è alcuna commemorazione solenne in atto ma solo una fredda notte silenziosa, in cui un piccolo gesto non può cambiare il mondo ma può salvarlo dalla sofferenza in quanto scambio che promette speranza. La marginalità esiste,  ma è il gesto umile e quotidiano di chi dona senza nulla chiedere in cambio il vero miracolo. La Befana sveste i panni della figura fiabesca in Giovanni Pascoli per divenire un simbolo poetico di povertà dignitosa e affetto silente, oltre che di compassione universale. Proprio attraverso questa piccola vecchina vestita di cenci il poeta esprime una visione del mondo lirica, umana e profondamente attuale: anche ciò che sembra fragile, debole, esausto o marginale ha insito in sé un valore morale capace di diffondere amore.

 

Pierluigi Cappello, il poeta-vasaio: l’ultimo artigiano rimasto

Il nome di Pierluigi Cappello è stato per lungo tempo associato alla figura di un poeta delicato e schivo e, talvolta, non ricordato a dovere. Nato in Friuli nell’agosto del 1967, trascorre la sua infanzia a Chiusaforte; sono due gli avvenimenti sostanziali che segneranno per sempre la vita e la poetica di Pierluigi Cappello: il terremoto del 6 maggio 1976 e un tragico incidente all’età di 16 anni che lo confinerà su una sedia a rotelle fino alla fine della sua esistenza,  il 1° Ottobre 2017.

Il poeta francese Paul Celan scriveva: “I poeti: gli ultimi custodi delle solitudini’’. E Cappello era un custode sì della solitudine, per via della sua innata riservatezza, ma anche della  stessa arte poetica; in un’intervista tratta da «la Lettura» #147 ( Corriere della Sera) del 14 settembre 2014, alla domanda ‘’Pensa di aver scritto grazie alla malattia o nonostante la malattia?’’, risponderà:

«Nonostante quello che mi è successo, senza dubbio. Per scrivere bisogna poter mobilitare tutte le risorse, avere la disponibilità di un corpo che ti risponde. La scrittura passa per una unità biologica fatta di testa e corpo. Avere interne regioni che non comandi richiede uno sforzo enorme. Anche la capacità di concentrazione va conquistata. Non ci sono moventi precisi che ti portano alla scrittura: ci sono piccoli passi, sussulti dell’esistenza, c’è una passione che, secondo me, è innata. Ho cominciato con elenchi di parole, come un uomo di montagna che ha paura dell’acqua e inizia a metterci prima un piede, poi avanza un altro po’, fino a scoprire di starci bene».

Nel 1999 dirige insieme a Ivan Crico La barca di Babele, una collana di poesie edita dal Circolo Culturale di Meduno. Nel 2006 pubblica la quasi totalità delle raccolte dei suoi versi in Assetto di volo, a cura di Anna De Simone, edito Crocetti Editore: silloge che gli varrà prestigiosi premi come  il Premio Nazionale Letterario Pisa, il Premio Bagutta 2007 sezione Opera Prima e il Superpremio San Pellegrino 2007. Nel 2010 pubblica ‘’Mandate a dire all’imperatore’’, con postfazione di Eraldo Affinati, edito Crocetti Editore; la raccolta valse a Cappello il Premio Viareggio. Sono chiari i riferimenti a Pasolini, quel legame con la civiltà contadina che sa parlare alle anime seppur tacitamente. Pierluigi Cappello è un poeta di montagna, un ricamatore di versi che germogliano delicati, direttamente, dalla  “ποίησις” (poiesis). La poesia, in greco, deriva dal verbo poieō (“ποιέω”), fare o creare, e il poeta friuliano era un creatore di bellezza, di armonia della parola. Il suo è un italiano essenziale ma colto che si accosta alla poesia dialettale con eleganza e raffinatezza, riflesso dell’anima pura di Cappello. Il dialetto è una evocativa lingua che esprime significati ma, soprattutto, appartenenza e la destrezza e la capacità di padroneggiare due  o più lingue, in questo senso, significa avere prospettive differenti sul mondo.

Allargare gli occhi alla ‘’cavezza del sogno’’: la poesia dialettale di Pierluigi Cappello

Inniò è un’antica parola friulana ma anche il titolo di uno dei più noti componimenti dialettali di Pierluigi Cappello:‘’In nessun dove’’. Una poetica onirica, quasi fiabesca, malinconica ma serena; versi che rimandano al bambino che è dentro di ognuno, a un’infanzia dimenticata che sempre si può riscoprire:

«Jo? Jo o voi discôlç viers inniò»,                                                      «Io? Io vado scalzo verso inniò»

i siei vôi il celest, piturât di un bambin.                                  i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.

 

La dualità linguistica del poeta si riflette nella vita quotidiana ma, anche, nella sua poetica dove il friulano è utilizzato principalmente per esprimere e veicolare concetti intimi e legati alla propria tradizione mentre l’italiano è la lingua utilizzata per analizzare e parlare di tematiche universali.

In una costante danza armonica del lessico Pierluigi Cappello utilizza con rigore la lingua italiana dove in modo colto ed essenziale, da artigiano della parola, costruisce mondi incantati ma, tuttavia, realistici. D’altro canto l’utilizzo della forma dialettale da parte del poeta accompagna il lettore quasi come una nenia antica, progenie di una civiltà contadina oramai perduta. Negli usi della lingua Cappello sembra voler dire, sommessamente e indirettamente, che esistono concetti e versi  che hanno quasi bisogno di essere espressi nella forma dialettale mentre, altri, nella lingua italiana. ‘’Il poeta è un vasaio’’, sosteneva Pierluigi Cappello; e proprio come un vasaio lavora l’argilla trasformandola in oggetti e forme utili, così chi ha l’ambizione di seguire la poesia e immergersi nel fiume Mnemosine, bevendo dalle sue acque ed entrando quindi in contatto con tale conoscenza ispirata, diviene artigiano della parola: una parola che è potenza, veicolo. La manipolazione del linguaggio che lima e trasforma la loquela e il pensiero, intersecando due materie grezze per creare arte e donare emozioni.

Piangere non è un sussulto di scapole

e adesso che ho pianto

non ho parole migliori di queste

per dire che ho pianto

le parole più belle

le parole più pure

non sono lo zampettio delle sillabe

sull’inverno frusciante dei fogli

stanno così come stanno

né fuoco né cenere

fra l’ultima parola detta

e la prima nuova da dire

è lì che abitiamo.

 

Assetto di volo (Crocetti, 2006)

 

La poesia dell’appartenenza e la poetica del sogno come visione oltre il dolore

La montagna friulana, il sussurro flebile delle foglie,  gli ‘’orti poveri’’ e le ‘’ montagne azzurrine, di là dai muri oltre gli sguardi delle guardie confinarie’’ diventano memorie e simboli nello stile di Cappello; una poesia di appartenenza, di definizione, di fierezza che sottolinea il legame antico con  il ricordo. Il rimembrare, il tempo e l’infanzia sono, infatti,  fra i temi centrali nella poetica di Pierluigi Cappello.  La montagna, il dialetto, il mondo semplice si configurano in piccole e quotidiane memorie  che si tramutano in luoghi poetici eterni. L’intento principale è uno: recuperare la fragilità del passato per salvarla dall’oblio. In Ombre, tratta dalla raccolta  ‘’Mandate a dire all’imperatore’’, il poeta friulano scrive:

 

Sono nato al di qua di questi fogli

lungo un fiume, porto nelle narici

il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio

di quando nevica, la memoria lunga

di chi ha poco da raccontare.

Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno

l’ombra delle nuvole sul fondo della valle

sono i miei punti cardinali;

non conosco la prospettiva senza dimensione del mare

e non era l’Italia del settanta Chiusaforte

ma una bolla, minuti raddensati in secoli

nei gesti di uno stare fermi nel mondo

cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste […]

 

Cappello prima di essere un cantore di versi è un poeta montanaro, custode di rimembranze  in quei luoghi dell’infanzia divenuti lirici, infiniti e imperituri. Ma oltre alla tematica dell’infanzia e dell’appartenenza, la poesia di Pierluigi Cappello si costruisce intorno alla forza della parola poetica come nastro incantato che tiene insieme la vita e la salva.  La parola, nella visione del poeta, non è orpello asettico ma entità concreta che si tramuta in gesto di sopravvivenza. Lo stile letterario di Cappello si insinua in una poetica che non è mai vittimistica: nonostante il terribile incidente avuto a 16 anni e l’esperienza del terremoto, la sua poesia è sempre un tendere verso l’alto e una ricerca costante della libertà interiore; una libertà che è stata negata al corpo ma che può mettere radici nella mente, proprio attraverso la parola che si tramuta in verso. Un concetto similare a un altro grande poeta, Ovidio, che nell’opera Tristia (IV, X, 26) scrive, sottolineando la sua naturale inclinazione e la vocazione alla poesia:

‘’Quod temptabam dicere versus erat”                      “Ciò che tentavo di dire diventava verso”

 

Un altro dei temi centrali dello stile  del poeta friulano implica l’affidarsi al sogno, l’essere quindi guidati dai sogni quando l’esistenza diventa zavorra; la visione onirica che propone Pierlugi Cappello, tuttavia, non ha risvolti illusori ma si concretizza in una dimensione spirituale: una leggerezza onirica, quasi come velo invisibile, che separa il reale dal fantastico. Per Cappello, infatti,  il sogno non è una scappatoia: non è sinonimo di evasione o di alienazione dalla realtà ma, anzi, è fonte di luce che orienta e conduce, nella vita, a una prospettiva che va oltre il dolore. Quello che insegna attraverso la sua poetica è che nonostante la sofferenza la guida dell’uomo nelle sue difficoltà rimane sempre l’incanto; il suo è uno stile letterario essenziale e mai barocco e arzigogolato,  capace di evocare immagini potenti e profonde dove le parole usate rifulgono di autenticità.

La memoria personale e il legame con la sua terra e il quotidiano permeano tutta la sua opera così come la dicotomia corpo/limite. L’incidente avuto a 16 anni che costringerà Cappello a rimanere paralizzato,  non sarà mai un impedimento per il poeta friulano; uno dei più importanti insegnamenti legati al sogno come visione si interseca a questo evento traumatico dove il limite fisico diventa invece opportunità di pensiero, di bellezza e di sogno che non lascia spazio all’autocommiserazione.

Pierluigi Cappello ha creduto nel potere della poesia come strumento di consapevolezza e libertà, andando oltre il concreto ostacolo fisico che poneva una barriera fra lui e il mondo. Nella sua poesia e nella sua vita, nei suoi insegnamenti e nei suoi scritti, non si è mai piegato al pietismo ma ha sempre cercato la verità non spiritualizzando la sofferenza né rinnegando il suo corpo ma anzi, trasformando il dolore in parola poetica senza fronzoli.  Il corpo diventa patria, in questo senso, e non limite: da lì  partono il pensiero, la poesia, le percezioni, le memorie perché nonostante l’immobilità del fisico la mente e la parola restano, sempre, libere.

 

È ancora possibile la poesia? Poetry Nobel Lectures per Montale a 50 anni dal Nobel

A cinquantanni dal conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Eugenio Montale, vengono raccolte per la prima volta in un unico volume le Nobel Lectures dei grandi poeti insigniti del Premio dal 1975 ad oggi. I discorsi pronunciati dai vincitori del Nobel rappresentano un genere unico nel panorama della letteratura: gli autori premiati con il massimo riconoscimento mondiale sono chiamati a offrire in poche pagine una sintesi evocativa della propria poetica, ma soprattutto avvertono la responsabilità di concentrare, con onestà e precisione, la conoscenza maturata in una vita sul gesto e sul senso dello scrivere, sulla responsabilità politica e storica che esso porta con sé.

I più grandi poeti della nostra epoca hanno lasciato al Premio parole che sapevano destinate a restare, in cui è racchiusa la loro visione come prezioso insegnamento, eredità concreta della loro poesia; ma nello stesso tempo parole che in una rara occasione del presente sarebbero state ascoltate, evidenti narrazioni di una storia di cui essi avevano il compito di essere limpidi testimoni.

Come scrive Roberto Galaverni nell’introduzione: «in quello che si può considerare il più ristretto ed esclusivo dei generi letterari – il discorso del Nobel: non più di uno all’anno, e per quanto riguarda la poesia ancor meno –, di regola l’argomentazione parte dal basso e da dentro: vicende private intrecciate con quelle pubbliche, la storia di una vocazione, il rapporto sempre misterioso e insondabile tra le vicissitudini personali e la creazione poetica, la natura della poesia. Questi discorsi sono tutti diversi, ma battono anche sugli stessi temi, finendo così per corrispondersi intimamente

E i temi sono relazione tra etica ed estetica, tra impegno verso la realtà e immaginazione poetica, rapporto tra io e noi, tra io e altro, tra individuo e specie, tra retaggio e innovazione, tra tradizione e talento individuale, la lingua della poesia, i processi creativi, la collocazione non solo fisica e storico-geografica, ma mentale e fantastica del poeta. Una simile corrispondenza di motivi non esclude in alcun modo la varietà di questi discorsi, che presentano molte sorprese, se non altro perché ogni autore affronta l’occasione a modo proprio. «È ancora possibile la poesia? si era chiesto giusto cinquant’anni fa Eugenio Montale. Le poetesse e i poeti raccolti in questo volume ci hanno detto che sì, è ancora possibile. E lo hanno fatto chiedendosi non solo o tanto se la poesia sia ancora possibile, ma se sia possibile di per sé, in assoluto, nel suo confronto con la realtà della vita.»

I testi qui raccolti sono una risorsa inestimabile per i lettori delle maggiori voci della letteratura contemporanea, ma anche per chi cerca orientamento nel processo creativo; essenziali e profondi strumenti di conoscenza e riflessione.

 

Collana: Vallecchi Poesia diretta da Isabella Leardini

Traduzioni in collaborazione con Dipartimento di Lingue Letterature e Culture Modernedell’Università di Bologna
a cura di Andrea Ceccherelli
Disegni di Simone Cortello Scuola di Grafica d’Arte Accademia di Belle Arti di Venezia

Pagine: 320

Vallecchi – Firenze

Il poeta siciliano Vincenzo Cali’ vince il premio video-poesia Alberoandronico 2025

Il poeta milazzese Vincenzo Cali’ si è aggiudicato il 16 aprile scorso il prestigioso premio Alberoandronico M.A.V. sezione Video-Poesia con la lirica “Cuori di schegge”. I suoi versi sono dedicati all’incombente attualità ed in particolare alle guerre in corso nel mondo. L’umanità in corsa e distratta dal rumore mortale delle guerre, nulla è orrore finché non resta sulla pelle:

Madri di figli dissacrati,

erranti per un sonno protetto,

per un pasto tra i denti.

La vita ha orrori d’aborti di pace.

La cerimonia di premiazione si è svolta mercoledì 16 aprile, nella suggestiva cornice della Sala della Protomoteca in Campidoglio, celebrando i migliori talenti in ambiti che spaziano dalla poesia alla narrativa, dalla fotografia alla pittura, passando per cortometraggi, canzoni e opere audiovisive.

Un’edizione che ha confermato lo spirito inclusivo e internazionale del premio: opere pervenute da tutti i cinque continenti, con partecipanti da Europa, Asia, Africa, America e Oceania. In particolare, sono arrivate creazioni da Australia, Belgio, Brasile, Canada, Colombia, Emirati Arabi, Francia, Germania, Grecia, Inghilterra, Iran, Marocco, Nicaragua, Polonia, Porto Rico, Gibuti, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Stati Uniti, oltre che da tutte le province italiane. Un vero e proprio crocevia di lingue, stili, emozioni e storie.

Alberoandronico vuole così significare la crescita culturale, da perseguire attraverso interessi autentici nell’ambito della vita della collettività, attraverso azioni su e per il territorio.

L’Associazione Alberoandronico è composta da persone che condividono i valori della pace, della solidarietà e del senso civico e si occupa anche di problematiche legate al Municipio XIV di Roma Capitale, con particolare riferimento ai temi riguardanti l’ambiente, la mobilità, l’interazione interculturale, le fasce più deboli.

Annualmente, Alberoandronico organizza un Premio letterario, di fotografia e cortometraggi che ha assunto un carattere internazionale e che si avvale di una Giuria di altissimo profilo.

Vincenzo Calì nasce a Milazzo (ME) il 12 luglio del 1973. Da diversi anni coltiva la passione per la scrittura e la poesia. L’amore e la vita nella sua complessità sono le sue muse ispiratrici. La poesia rappresenta per lui il vero modo di mettere a nudo l’“io complesso”, quasi con analisi critica. Vincitore di numerosi premi culturali, tra cui: il premio “M. T. Bignelli” per la poesia d’amore (XXI Edizione del Concorso Nazionale “Garcia Lorca” 2010/2011), ha pubblicato in diverse antologie poetiche: Il Federiciano in diverse edizioni (Aletti Editore), ultima nel 2016 e Luoghi di Parole, “Premio Tindari- Patti Agenda Poetica 2010”. Vincikalos, seguita da Intro nel 2013 per Aletti Editore. A seguire pubblica nell’antologia poetica Mario Luzi 2012 e Scrivi col Cuore, Poeti Italiani – III Edizione, Granelli di Parole – III e IV Edizione, Lettere d’amore – III Edizione, Unione Mondiale dei Poeti – I Edizione e Vento a Tindari – II Edizione per la Casa Editrice Kimerik. Nel 2018, in concomitanza con l’evento d’arte e poesia “Angeli a Calatagèron”, nasce la sua nuova creazione intitolata MediterrAnima, come percorso evocativo delle tradizioni siciliane e a suggellare l’evento riuscitissimo nella cittadina di Caltagirone.

Nel 2022 con la favola intitolata ” Mumbi e Formichella” dona il suo contributo al progetto  “Le favole degli agrumi”, libro la cui parte del ricavato andrà in beneficienza alla Onlus C. D’Agostino.Luglio 2022, con cinque poesie omaggia l’Ucraina e gli ucraini, pubblicate sul magazine dona il suo contributo alla causa sposando le iniziative Italia for Ucraina, magazine dedicato agli aiuti che vengono attivati verso l’emergenza Ucraina, dell’associazione No Profit di Ariaperta online, la poesia può sembrare impotente ma quella vera, può essere letale come uno sparo, una bomba, una fucilata, chi scrive non lo fa per ambire ad uno status di salvatore, ma come Vincenzo Calí, per trascendere se stesso, esiliandosi dall’agonismo poetico e dalla fama. Nello stesso mese pubblica sull’antologia Guerra e Pace (Kimerik) con la poesia ” Figli mai resi”, quei corpi dei soldati russi che Putin non vuole indietro, ci fa comprendere che gli uomini che fanno la guerra dimenticano sempre l’intera umanità e mettono egoisticamente davanti a tutto i propri interessi di potere, politici, religiosi e altro.

 

Ricordando Mario Luzi a 20 anni dalla scomparsa. Imparare a leggere il ritmo degli eventi del mondo

Cosa rende attuale il poeta Mario Luzi, 20 anni dopo dalla sua scomparsa? La sua ambizione ad un discorso che fosse voce della molteplicità del vivente per dirla con le parole di Lorenzo Malagugini. Tale aspirazione ci mette sull’avviso di un incrocio complesso: il vivente, il molteplice, il simultaneo. Si può anche siglare con incessante accadimento o “creazione incessante” secondo un’espressione dello stesso Luzi.

Tale prospettiva prende spunto da Teilhard de Chardin e dal suo dinamismo, già presente in Luzi da vari anni ma che nel tempo, si è composto con altri riaffioramenti, come il neoplatonismo, Al contempo, c’è bisogno di elementarità e frontalità nel porsi davanti ad una natura delle cose con la possibilità di uno sguardo “primo” come i classici, come Lucrezio.

Da queste matrici deriva la centralità dell’evento, dei fatti storici verso i quali siamo perlopiù incapaci, a differenza di Luzi, di ascolto e di attenzione nella loro dimensione più lontana dal discorso corrente e pure coabitanti con noi in un inavvertito quotidiano, come l’alternanza di luce e buio, il circuito delle stagioni, in quella che a noi pare una danza cosmica.

L’insieme degli eventi-avventi, con il loro perpetuo moto, costituisce infatti una sorta di ritmo naturale e anche un messaggio da captare per cui la materia e lo spirito si danno in un unico insieme come creato. Qui risiedono anche le ragioni della poesia dell’ultimo periodo di Mario Luzi: davanti al ritmo degli accadimenti naturali del mondo, la poesia non può che essere di lode, secondo il suo remoto ed originario statuto e fortemente presente in D’Annunzio e Zanzotto.

Siamo in grado di assaporare davvero la fragranza dell’evento? Ad avere un approccio “cristiano”, riconoscendo la grazia, che però non è esente da un sentimento di sgomento per la realtà in un periodo storico che ripudia il concetto di creazione e di grazia, e il bisogno della maestà della natura come soccorso all’oltraggio vanificante della Storia e delle voraci civiltà?

E allora come leggere, ad esempio, la discontinuità in politica estera che sta portando avanti con una certa irruenza e volgarità il Presidente degli Stati Uniti d’America, rispetto al passato?

La nozione del Cristo-Logos o Verbo rappresenta, nella ricerca filosofico-teologico-poetica di Luzi, l’evoluzione della nozione di natura.

Luzi ci interroga sulla nostra volontà di infrangere il canone e di trascendere il tempo che conduce alla libertà.

La guerra ha minato alla radice le certezze umanistiche della tradizione, ha fatto a pezzi i miti della classicità, compreso quello del poeta come custode di memorie: su questo “deserto” Luzi raccoglie le “primizie” del tempo nuovo.

Noi uomini moderni e iper-tecnologici, quale primizie raccogliamo nel tempo che non sappiamo riconoscere?

 

 

 

 

 

Guido Gozzano, il mondo dell’infanzia e la bellezza poetica del consueto: Epifania e simbologia della natività

Una breve ma intensa carriera quella di Guido Gozzano, poeta crepuscolare nato a Torino il 19 dicembre 1883 e scomparso a soli 32 anni a causa della tubercolosi che lo affliggeva da tempo. Nella sua produzione poetica rifulgono due tematiche fondamentali: la malinconia e la nostalgia (legate anche all’epifania religiosa).  La vita di provincia che scorre lenta, le piccole cose consuete, l’interesse verso il quotidiano, la borghesia descritta con lucido distacco attraverso  toni raffinati ma disincantati; uomini che si contornano di  buone cose di pessimo gusto senza accorgersi della transitorietà dell’esistere, il fascino per la mediocrità del quotidiano che rifugge il mito sfavillante del dandy di D’Annunzio.

Un’esistenza breve quella di Gozzano che, tuttavia, ha influenzato l’intero Movimento Crepuscolare.  Nella poesia La signorina Felicita contenuta nella raccolta postuma  I Colloqui –  la più nota del poeta torinese e manifesto poetico del Crepuscolarismo – sono contenute tutte le tematiche care all’autore e alla stessa corrente letteraria; l’aulico si mescola al quotidiano, la tendenza all’ironia, la morte e la malattia incastonate in una dimensione malinconica ma  vivida. Le stoviglie azzurre, la semplicità di un’abitudine casalinga:

M’era più dolce starmene in cucina

tra le stoviglie a vividi colori:

tu tacevi, tacevo, Signorina:

godevo quel silenzio e quegli odori

tanto tanto per me consolatori,

di basilico d’aglio di cedrina….

Lo stile raffinato e colto di Gozzano  così come  l’esplorazione di temi legati al fascino della realtà quotidiana, alla borghesia e alla società si espandono anche al tema della religione e alla produzione letteraria per l’infanzia.

La dimensione dell’infanzia

Guido Gozzano è un poeta con lo sguardo rivolto al passato: in questo senso, spesso, nelle sue opere è possibile ritrovare rimandi al tempo che fu e ai contesti familiari e casalinghi. Un esempio è la poesia L’amica di Nonna Speranza ma anche il componimento Il nonno, contenuto nella raccolta I sonetti del ritorno, 1907 in cui Gozzano ricorda la figura del nonno durante la sua infanzia mentre soleva passeggiare fra i sentieri e il suo capo canuto brillava nella luce chiara della campagna salvo poi ritornare alla realtà: il poeta si rivede nello specchio del salotto guardando i suppellettili; frutti di alabastro finti e non le primizie ulimose raccolte dal nonno.

Il tonfo angosciante del reale lo riporta nel presente, appurando che l’amato nonno non c’è più.  Infanzia è sinonimo di calore, casalingo e familiare per il poeta ma non solo, in quanto diventa  passaggio obbligatorio per accedere a ‘’il caro, il dolce, il pio passato’’, citando in questo contesto un personaggio letterario con la testa perennemente rivolta al tempo trascorso: Micòl, protagonista del romanzo Il Giardino dei Finzi-Contini di  Giorgio Bassani. La perenne ricerca del passato da parte di Gozzano risulta tangibile  non solo nella sua produzione letteraria ma anche nell’interesse del poeta verso le simbologie religiose come il presepe e la stessa Natività  di Gesù Bambino che Gozzano amava vivere proprio attraverso questo simbolo.

Una personalità rivolta al passato: la simbologia del Presepe e l’Epifania

Il poeta scrisse numerose composizioni per bambini raggruppate nella raccolta Rime per bimbi. Fine ricercatore della sua epoca, il suo interesse per la simbologia del presepe lo porta  a vivere la nascita di Gesù Bambino proprio attraverso questo simbolo.  Nel componimento La Notte Santa  Gozzano sottolinea l’insensibilità degli uomini nei confronti di Maria e Giuseppe contrapposta alla dolcezza del mondo animale nei loro riguardi:

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?

Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?

L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame

non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

 

Nuovamente il poeta torinese mette in risalto l’umanità della pecorina di gesso nella poesia Natale, a discapito dell’aridità dell’uomo; la pecorina,  l’asino e il bue  accolgono la Madre e il Padre del Salvatore. Gozzano  intravede il destino del Redentore già nella spoglia capanna che gli dà i natali: quelli che non accolgono Giuseppe e Maria neppure in un giaciglio e neanche in una condizione di attesa come quella della Vergine, sono gli stessi che il Bambino incontrerà sulla Via del Calvario: coloro i quali volteranno le spalle al Salvatore.  Maria e Giuseppe  trovano solidarietà nel bue, nell’asino e anche nella pecorina di gesso che ”chiede umilmente permesso ai Magi in adorazione”.

L’Epifania e la figura della Befana: quando i simboli religiosi incontrano il mondo infantile

La parola Epifania deriva dal greco –  ἐπιφάνεια, epifáneia, epifania – e il suo significato rimanda a una ”manifestazione” o ”rivelazione”; nella religione cristiana indica la rivelazione della divinità di Gesù ai Tre Magi in visita a Betlemme, ovvero la prima  manifestazione pubblica di Gesù ai popoli. Nella tradizione italiana al significato religioso si associa anche la figura folcloristica della Befana, vecchina dall’età imprecisata che dona dolciumi in volo a una scopa.

I versi  di Guido Gozzano dedicati all’Epifania, però, restituiscono al lettore moderno un contesto distaccato dalle epoche moderne dove edonismo del consumo e sprechi si susseguono. Nel componimento del poeta crepuscolare la magia dell’attesa si fonde all’incantata simbologia delle calze appese al camino e alla pura  ingenuità dei bambini; l’ultima festività del periodo natalizio era, infatti, una delle ultime occasioni per gustare qualche leccornia, laddove un tempo si viveva di poco e si attendeva con trepidazione il momento del dono. Anche in questo caso, Gozzano collega una consuetudine casalinga e intima come l’attesa della Befana  e la fine delle festività alla dimensione infantile e al passato, attraverso  lo sguardo strabiliato e trepidante dei bambini che attendono l’ultimo incanto. La Befana di Guido Gozzano appartiene alla raccolta postuma Le dolci rime (1935) e proprio attraverso i versi dedicati alla figura della vegliarda signora che  nei cieli freddi di gennaio si reca a distribuire doni ai più piccoli rivive, pulsante, la memoria nostalgica di un’infanzia perduta e di un mondo sgretolato dalla realtà che presto o tardi travolge gli adulti, facendo perdere la purezza dello stupore infantile.

 

Discesi dal lettino

son là presso il camino,

grandi occhi estasiati,

i bimbi affaccendati

a metter la scarpetta

che invita la Vecchietta

a portar chicche e doni

per tutti i bimbi buoni.

Ognun, chiudendo gli occhi,

sogna dolci e balocchi;

La poesia, nonostante sembri apparentemente una filastrocca, è pervasa da un tono estremamente malinconico. Il messaggio di Gozzano è chiaro: crescendo svanisce la magia dell’infanzia. Nessun adulto rivolge il viso al cielo nella speranza di vedere svettare nell’etere una scintilla luminosa, un baluginio di stelle che anticipa l’arrivo dell’incanto. Da adulti tutto sembra scorrere con un’inerzia di sottofondo che accompagna come una nenia:  la magia dell’infanzia perduta non è recuperabile, così come quel passato ormai troppo antico.

Che visione incantata

nella notte stellata!

E la vedono i bimbi,

come vedono i nimbi

 

degli angeli festanti

ne’ lor candidi ammanti.

Bambini! Gioia e vita

son la vision sentita

 

nel loro piccolo cuore

ignaro del dolore.

 

Come accade per La Notte Santa, anche nella poesia La Befana Gozzano lega il componimento al significato religioso e quindi all’epifania, alla prima manifestazione di Gesù ai popoli e all’arrivo dei Re Magi che, guidati dalla stella cometa, omaggiano il Divin Bambino con i loro doni. Solo i bambini, però, possono avere il privilegio di avere questa visione incantata in quanto un certo tipo di immaginazione incontaminata dalla realtà è tipica di questo periodo della vita che svanisce una volta diventati adulti.  Proprio per sottolineare la purezza dell’animo infantile si serve di un il parallelismo con le creature angeliche.

La meraviglia è possibile grazie a una condizione che, purtroppo, non permane nell’età adulta e, a tal proposito, Guido Gozzano offre una risposta universale attraverso la venatura malinconica che contraddistingue la sua produzione poetica: “il loro piccolo cuore è ignaro del dolore”.  Lo sguardo liliale che si perde a scrutare il cielo in attesa di un brillio è possibile perché il cuore dei bambini non conosce, ancora, dolore: prerogativa a termine, relegata solo all’infanzia, che in un momento imprecisato si dissiperà.

L’incantesimo sarà spezzato dalla realtà e dalla consapevolezza dell’età adulta: sta qui tutta la malinconia del poeta, nel rincorrere una dimensione perduta, nel ricercare l’incanto del passato nelle  atmosfere infantili e in momenti consueti dove intimità, religione e simbologia si incontrano.

 

Clemente Rebora, la poetica della ricerca spirituale e la lirica agonizzante soffocata dalla società capitalista

Clemente Rebora nasce a Milano il 6 gennaio 1885 dal garibaldino e massone Enrico Rebora e dalla poetessa Teresa Rinaldi. Nel 1903 intraprende gli studi di medicina che presto abbandona per seguire i corsi di lettere presso l’Accademia Scientifico-letteraria di Milano, dove si laurea nel 1910.

Fin dalla giovane età l’anima di Rebora sembra intrisa da profonde crisi spirituali; nel suo percorso accademico supera difficili momenti di depressione che lo portano sull’orlo del suicidio. Completati gli studi, dapprima, intraprende la via dell’insegnamento in istituti tecnici e scuole serali non tralasciando la passione per la scrittura; in questo periodo, infatti, collabora con numerose riviste fra cui ‘’La Voce’’, ‘’Diana’’ e ‘’Rivisita D’Italia’’.  Nel 1913 avviene il debutto letterario  con la pubblicazione del volume di poesie Frammenti lirici. Nel 1914 conosce  pianista russa Lydia Natus, l’unica donna che il amerà nel corso della sua esistenza.

Intanto scoppia la Prima Guerra Mondiale: l’episodio storico influirà nella vita di Rebora sia a livello personale che professionale, segnando la sua poetica. Dopo aver subito un trauma cranico sul Monte Calvario, a causa di una violenta esplosione, e il fermo dovuto a uno  stato di shock, il poeta milanese si riprende e annota le atroci esperienze belliche nella raccolta Poesie sparse, composta negli anni della Prima Guerra Mondiale ma pubblicata nel 1947.  Nella lirica Leggiadro vien nell’onda della sera, Rebora racconta questa sua dolorosa esperienza dove la ferita causata dallo scoppio di una granata lo porta ad errare lo porta a errare per ospedali psichiatrici e diagnosi di crisi nervose e disturbi post-traumatici da stress:

Leggiadro vien nell’onda della sera
un solitario pàlpito di stella:
a poco a poco una nube leggera
le chiude sorridendo la pupilla;

e mentre passa con veli e con piume,
nel grande azzurro tremule faville
nascono a sciami, nascono a ghirlande,
son nate in cento, sono nate in mille:

ma più io non ti vedo, stella mia.

 

Leggiadro vien nell’onda della sera ( Poesie sparse, 1947)

 

Il poeta, affascinato dalle stelle che spuntano all’imbrunire, scorge nella sera che avanza come un’onda che sommerge tutto un delicato palpito di stella: metafora di un cuore umano. L’astro che colpisce l’animo liliale dell’autore sparisce subito poiché oscurato da una nube leggera che all’etere regala faville scintillanti ma che, per sempre, ha celato ai suoi occhi l’astro amato: il palpito solitario che lo aveva colpito, adesso, lo ha abbandonato a sé stesso per sempre.

Dopo aver vagabondato da un ospedale all’altro, e in seguito a una diagnosi di infermità mentale, Rebora riprende la sua attività ma soprattutto si configura quello che, a tutti gli effetti, diventerà il tratto distintivo della sua poesia.

Rebora: le tematiche risorgimentali e la folgorazione religiosa

Nel 1922 pubblica la racconta Canti anonimi in cui Rebora si pone al cospetto di una quasi illuminazione spirituale; è una poesia di ricerca che possiede, all’interno della ritmicità e della semantica del verso, un retaggio culturale ben delineato.

Il poeta propende verso idee risorgimentali, costrutti di pensiero appresi dal retaggio paterno, e nello specifico alla figura di Giuseppe Mazzini di cui Rebora ammira le idee, intravedendo nell’operato del patriota una sorta di evangelismo laico dedito ai bisogni del popolo e alla giustizia sociale. Ma oltre le alte idee risorgimentali, la poesia di Rebora si caratterizza soprattutto come ricerca di fede e attestazione di quest’ultima.

Nel 1928, a tal proposito, il poeta subisce una folgorazione convertendosi al Cattolicesimo. Nel 1929 prende i sacramenti, mentre nel 1930 entra come novizio al Collegio Rosmini. Nel 1936, pronunciando i voti perpetui, viene ordinato sacerdote. Dall’improvvisa illuminazione religiosa nascerà la silloge Poesie religiose, i cui componimenti risalgono al periodo fra il 1936 e il 1947. Nel 1955 compone il Curriculm Vitae in cui  l’autore ripercorre la sua storia autobiografica mentre nell’ultima raccolta, Canti dell’infermità (1956), esplora l’aggravarsi della malattia che lo aveva condotto alla paralisi.

La poetica della ricerca spirituale e la critica alla società capitalista e industriale: la lirica soffocata dalla modernità

La raccolta Frammenti lirici rappresenta l’opera più vasta di Clemente Rebora  ma, soprattutto,  è la silloge in cui emerge l’attenzione del poeta verso i problemi esistenziali dell’uomo. La buona volontà, intesa come parte positiva dell’esistenza, e la depressione come contesto di connotazione negativa sono le tematiche principali che dominano la raccolta.

Ma è soprattutto la trasformazione della città che si riversa nel moderno, e il conseguente stato d’animo  dovuto al primo conflitto mondiale che imperversa nel popolo italiano, a fare da sfondo all’immagine poetica qui descritta da Rebora.

Il poeta cerca un compromesso esistenziale nell’indifferenza della vita cittadina voltata, ormai, al progresso moderno; la società industriale e il capitalismo diventano ombra della poesia autentica che Rebora immagina fagocitata da una modernità che avanza. La poesia è agonizzante: sommersa dalla società industriale e dalle masse che si piegano a un consumismo sempre più dilagante. Nella visione di Rebora, in questo senso, il poeta è adesso solo con il proprio Io; mentre cerca di non annaspare nel mare dell’opportunismo si rivolge a una visione metafisica nel tentativo di un’amara consolazione che è, in realtà, un’illusione per sopravvivere.

 

O pioggia feroce che lavi ai selciati
lordure e menzogne
nell’anime impure,
scarnifichi ad essi le rughe
e ai morti viventi, le rogne!
Quando è sole, il pattume
e le pietre dei corsi
gemme sembrano e piume,
e fra genti e lavoro
scintilla il similoro
di tutti, e s’empiono i vuoti rimorsi;
ma in oscura meraviglia
fra un terror di profezia
tu, per la tenebra nuda
della cruda grondante tua striglia,
rodi chi visse di baratto e scoria:
annaspa egli nella memoria,
o si rimescola agli altri rifiuti,
o va stordito ai rìvoli di spurghi
che tu gli spazzi via.

Pioggia feroce ( Frammenti lirici, 1913)

 

Gli antichi valori sono ormai sparsi, mentre aleggia nell’anima del mondo una profonda vacuità. Peculiarità di questa raccolta è la massiccia presenza di rimandi danteschi. Le raccolte Canti anonimi (1920-1922), le Poesie sparse pubblicate nel 1947e le Prose liriche (1915-1917) sono uno sviluppo tematico della prima opera che risente non solo del periodo bellico e dell’ansia della guerra, ma anche della rottura del rapporto con la pianista Lydia Natus.

La visione del mondo, in queste sillogi, si fa cruda; Rebora descrive l’esistenza umana come composta da infinite pieghe di infelicità e smarrimento. L’uomo, secondo queste concezioni, è costretto a vivere non solo in una condizione di isolamento ma anche in un estremo contesto di violenza dovuto a un’umanità superficiale, vuota e futile. Solo la morte rimane come consolazione; morire, per Rebora, è l’unico modo che ha l’uomo  per sfuggire alla ferocia della guerra, nonché l’unico sollievo.

Il poeta, però, conferisce alla morte anche un altro significato tutto pedagogico; la morte è l’unico mezzo che hanno i soldati, protagonisti degli atti più efferati e criminosi che si possano compiere in guerra, di comprendere l’antico concetto di Pietas; una pietà che, in vita, non potrebbero mai comprendere in quanto assoggettati alle oscure dinamiche di un mondo che ha smarrito l’etica e gli alti valori.

La visione della poetica reboriana successiva alla conversione: Poesia e Fede come compagne di sventura

La folgorazione religiosa di Rebora diventa, per il poeta milanese, una speranza a cui aggrapparsi; la fede cattolica, secondo questo nuovo modo di interiorizzare il suo percorso letterario, è la chiave della speranza utile alle angherie del mondo moderno: avere fede significa, soprattutto, essere coscienti che nonostante la perdizione terrena uno spiraglio di redenzione dell’animo umano esiste ancora.

La ricerca spirituale che muove la poetica di Clemente Rebora sembra, in un certo senso, conclusa con la conquista della fede. Un concetto che, tuttavia, farà traballare lo spirito reboriano poco dopo l’illusa certezza di aver trovato una strada spianata per la ricerca del proprio Io. In Canti dell’infermità (1956), dove l’autore è già gravemente malato, traspare tutta la sua sofferenza: colpito da ictus e affetto da paralisi, Rebora attraverso questa silloge pone al centro una profonda sofferenza fisica che sconfina nella disperazione e  che fa appurare al poeta che sia la poesia che la fede non sono altro che due compagne nella vita di un uomo. Una concezione che unisce tutta la produzione reboriana, come confermano alcuni versi contenuti in Curriculum vitae (1955):

Quando morir mi parve unico scampo,
varco d’aria al respiro a me fu il canto:
a verità condusse poesia.

Curriculum vitae, 1955

 

Nel componimento La poesia è un miele, scritta il 15 ottobre 1955, Clemente Rebora sottolinea come l’ars poetica sia arte, appunto, qui in terra ma vita in cielo.

La poesia è un miele che il poeta,
in casta cera e cella di rinuncia,
per sé si fa e pei fratelli in via;
e senza tregua l’armonia annuncia
mentre discorde sputa amaro il mondo.
Da quanto andar in cerca d’ogni parte,
in quanti fiori sosta, e va profondo
come l’ape il poeta!
L’ultime cose accoglie perché sian prime;
nettare, dolorando, dolce esprime,
che al ciel sia vita mentre è quaggiù sol arte.
Così porta bontà verso le cime,
onde in bellezza ognun scorga la mèta
che il Signor serba a chi fallendo asseta.

La poesia è un miele ( Canti dell’infermità,1956)

 

Risulta chiara, in questi versi, la tematica della fratellanza e dell’importanza della solidarietà degli uomini con Dio. Poesia e fede sono state per Rebora non solo compagne tacite di vita  ma dolci sorelle che lo hanno accompagnato, attraverso la sofferenza, in un mondo sempre più proiettato verso un futuro veloce, poco dedito all’attenzione e all’approfondimento, per lasciar spazio a una modernità che si configura nella praticità come valore essenziale e risolutivo. In questo senso Rebora è stato lungimirante: la poesia, salvo poche eccezioni, è stata soffocata dalla concezione moderna dell’uomo che si piega all’edonismo del consumo a discapito dell’autenticità della sua essenza.

 

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