“La visionaria”, di Assunta Sànzari Panza. Oltre l’apparenza

La poetessa Assunta Sanzari Panza firma la sua nuova raccolta “La visionaria”, per Vallecchi edizioni e ci ’autrice ci ricorda che bisogna sempre andare al di là dell’apparenza, che la vita va vissuta, giorno dopo giorno.

Ed è così che la volontà di scrittura, l’energia di composizione, la lotta tra scrittura e morte che qui vanno in scena trovano la conferma della loro verità e il fiore più estremo del loro cuore in versi delicati e sospesi. Dove la vita, nel tumulto di parole e metafore, si sorprende, quasi sostando.

Dalla prefazione di Davide Rondoni: «Scrivere significa costruire il linguaggio, non spiegarlo», frase tratta da Max Bense: per la scrittrice il linguaggio è esito e campo di una “costruzione” e non di una spiegazione. Ma quel che il linguaggio costruisce – e lei lo sa bene – non è linguaggio ma vita. Ed ecco la scrittrice gettarsi tra queste pagine, sonore, impetuose, delicate, gettarsi nel linguaggio per costruire una propria biografia profonda (divisa per capitoli che sono indicazioni esistenziali prima che stilistiche). E in questa tensione che quasi stordisce il lettore per gli accumuli di metafore, per la proteiforme capacità verbale, Sànzari Panza vive il suo “meraviglioso fallimento”. Che è il medesimo meraviglioso fallimento dell’arte intera quando, protesa ad afferrar la vita, ne deve riconoscere la maggiore vastità e la imprendibile sperdutezza.

Dichiara l’Autrice: Essere visionari significa vedere oltre il reale con la stessa nitidezza della realtà. Il mio approccio privilegia il sentimento autentico rispetto al sentimentalismo, eliminando l’io lirico per commuovere senza artifici verbali. Fondamentale è poi il rigore della forma: un rifiuto categorico del già visto a favore di una costante ricerca dell’inaudito

L’autrice

Assunta Sànzari Panza, nata a Castelvenere (Benevento), vive in provincia di Avellino, dove svolge la professione di docente. Ha pubblicato testi poetici nell’antologia Chiamata contro le armi, a cura di Nadia Cavalera, su riviste cartacee e in diversi siti letterari, poi raccolti nel volume Lux. Nova et vetera (Robin Editore, 2022) premiato dalla giuria del concorso internazionale «Città di Montevarchi». Della sua opera si sono occupati tra gli altri, Gualberto Alvino e Fiorenzo Toso per «Treccani», Maurizio Soldini, Giuseppe Manfridi e Francesco Tarquini. Di imminente pubblicazione il romanzo dal titolo La bambina si sposò a cinque anni.

‘Nel nome del padre’, la nuova raccolta poetica di Nunzio di Sarno

Nel nome del padre è l’ultima raccolta poetica di Nunzio Di Sarno, docente e psicologo, pubblicata da Eretica edizioni. Di Sarno ha pubblicato tre raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica 2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da alcuni anni su siti e social.

Prefazione

La tabula rasa è un’illusione.

Questo vale per l’individuo e per i gruppi.

Si entra in questo mondo e se ne esce, intrecciati ai vivi e ai morti: i legami invisibili ci definiscono, rinsaldandosi ad ogni respiro e plasmandoci nelle lunghe catene transgenerazionali. Conoscere se stessi significa conoscere ciò che degli altri portiamo in noi, realizzando come e perché certe trasmissioni — e non altre — si siano fissate nella nostra coscienza.

La presente opera è il resoconto di un viaggio di individuazione.

Il poeta, addentrandosi nelle sue storie familiari e sondando le parti profonde di sé, rivive il rimosso e il represso, stando dentro e fuori, per integrare mancanze e traumi, comprenderne l’ineluttabilità sistemica e accettare la funzione omeostatica delle difese, così da ricostruire una nuova storia.

La ricerca è esperienziale: piani e processi sono sempre intrecciati per garantire una comprensione ampia e approfondita.

Le pratiche psicofisiche orientali, diverse forme di meditazione — soprattutto lo zen e il Vajrayana — insieme a filosofia occidentale, psicologia e psicoterapia sono vissute dal poeta in corpo, parola e mente (concetti del Dharma), per tenere insieme il rigore e la disciplina della scienza e l’intuizione, l’ascolto e l’empatia dell’arte, in un sentiero di conoscenza e trasformazione.

La relazione col padre, non solo per questioni edipiche, è al centro dell’opera, pur con rimandi multipli e diacronici alle altre figure, familiari e non.

La consapevole connessione tra inconscio individuale e collettivo apre, a intermittenza, alle corrispondenze con alcuni archetipi, che si rivelano per affinità. Nell’esplorazione di mondi interiori ed esteriori, la scrittura permette al poeta di tessere un filo di senso e di protezione, come la parola nella psicoterapia e il mantra nel Vajrayana.

 

Antenati

 

Canapa mattoni e poco più

A tener su la pelle bruciata

Di contadini e manovali –

Saggi ignoranti di provincia

 

Giacche e cravatte a mostrare

Una fierezza composta e dura

Per gli stenti superati a fatica

Dopo guerre e contrabbando

 

Eccovi con falci e martelli

Risplendenti nel lavoro

Che traccia sui vostri volti

La bellezza della rivincita

 

Voi che avete dato il pane

A noi che siamo venuti

Un tetto e tempo necessari

Per maturare conoscenza

 

A voi mi prostro perché

Senza di voi io non sarei

 

Ed è con voi riscattati

Dai nostri stessi mali

Che solo potrò essere

 

‘’Manuale per mangiare da soli’’, anteprima della nuova raccolta poetica di Maurizio Evangelista

Maurizio Evangelista è fra gli autori contemporanei più affermati nel panorama poetico e letterario italiano. All’attivo diverse pubblicazioni, sia in Italia che all’estero, la sua è una penna delicata, armonica, sensibile: capace di cogliere e scandagliare le sofferenze tacite, i languori e le tristezze fragili dell’animo umano con una scrittura garbata ma attenta, che intuisce e musica in versi l’umana emozione. I componimenti di Maurizio Evangelista sono momenti poetici: viaggi catartici e suggestivi dove il vissuto si tramuta in emozione tangibile e ogni lettore può ritrovare un pezzo di sé.

Non si tratta di poesie arzigogolate o ornamentali ma di versi di vita vissuta: un immaginario poetico nato da Baudelaire e dalla schiera dei Poeti maledetti, icone di autenticità emotiva. E proprio la purezza e l’autenticità dell’emozione si ritrovano nella nuova silloge di Evangelista, Manuale per mangiare da soli (Arcipelago Itaca, 2026), dove ogni poesia non è solo parola statica imprigionata nel verso ma contenitore emotivo di sensazioni a cui si accostano immagini vivide, dialoghi con il proprio Io, interazioni intime e prive di strutture imposte.

La raccolta è divisa in sezioni in cui Evangelista mescola con sapienza e maestria elementi pop, musicalità del verso, similitudini, spazi intimi, la figura materna e azioni di vita quotidiana per esplorare e indagare trepidazioni e fragilità. Un eco di rimandi al tempo passato pervade la raccolta ma con nessun sentimentalismo o pietismo, tuttavia; l’autore descrive lucidamente momenti di vita vissuta senza indorare la pillola. In un verso di un suo componimento scrive:

‘’Non voglio zucchero che mi inganna’’.

Auspica di assaporare il gusto vero, realistico, delle cose e probabilmente della vita stessa, senza filtri.

 

Minimalismo, prosa poetica e temi quotidiani in Maurizio Evangelista

La nuova silloge di Maurizio Evangelista, Manuale per mangiare da soli, si apre con una prima poesia che anticipa le tematiche e lo stile delle successive.

Il dottore dice

Ritenta

L’estate

 è finita

Non serve

Il mare

La tinta

La maglia

Più corta

Guardi

 Il cielo

Signora

Anche il giorno

Adesso

Si accorcia

Sintesi e minimalismo convergono per dare spazio a una poesia che non si concentra sulla parola statica come ornamento ma sul cuore del verso, che colpisce il lettore attraverso l’emozione. Il tono colloquiale riporta al quotidiano: non c’è idealizzazione ma un’osservazione concreta della vita e del tempo che fluisce. Il ritmo visivo – come l’andamento a capo – ricorda la moderna poesia del Novecento, molto incline a essere attenta sia alla pausa che all’immagine. Versi spezzati, linguaggio prosaico, una malinconia trattenuta che ricorda il ‘’parlare asciutto’’ del Montale quotidiano e l’uso di oggetti comuni come correlativi oggettivi. Lo stile dell’autore, in questa silloge, si avvicina molto al Neoermetismo e al post-Ermetismo italiano; tuttavia la poetica di Maurizio Evangelista non imita la corrente letteraria ma ne condensa la tradizione in modo sublime.

 

Versi brevi, centralità dell’attesa e trasformazione del concreto in metafora

In Evangelista si odono gli echi di Vittorio Sereni – per quanto riguarda il quotidiano e il fluire del tempo – ma anche del poeta Giorgio Caproni che è probabilmente il riferimento più forte: il parallelismo evidente si nota nella chiusa secca e rivelatrice che Evangelista usa per i suoi componimenti, schema che spesso compare anche in Caproni. Stazioni, binari e mattini urbani sono temi tipicamente caproniani, così come l’atmosfera sospesa delle mattina cittadine in Vittorio Sereni. L’autore attraverso il verso breve sottolinea, indirettamente, la centralità dell’attesa: la scena quotidiana è ridotta in frammenti e la poesia sembra partire da un dialogo realistico scivolando subito in una progressiva trasformazione del concreto in metafora.

Tuttavia, la voce lirica di Evangelista è autonoma e indipendente nonostante il legame con il Post-Ermetismo: si percepisce una maggiore intensità metaforica, un susseguirsi di immagini che corredano la parola agganciandosi, come in una danza, l’una nell’altra. La poetica di Evangelista guarda a una sensibilità contemporanea: nella raccolta la figura  materna risulta centrale, delicata, volta a una tenerezza non espressamente esplicitata in un’eterna presenza immobile. Una raccolta poetica dalla grazia sussurrata, dell’esplorazione intima e consapevole, in un mondo dove, sempre più spesso, il paradosso dell’eccesso sta inglobando e triturando il sentire autentico e le emozioni più pure.

 

I testi sono tratti dal libro di Evangelista che uscirà nel corso dell’anno per Arcipelago Itaca

‘’La Befana’’ di Giovanni Pascoli: simbolismo antico tra poesia, infanzia e malinconia

La Befana, nella tradizione popolare italiana, è una figura caleidoscopica e ambivalente; una vecchina benevola povera ma generosa che incede con i suoi simbolismi, durante il gelido inverno. Giovanni Pascoli, in questo senso, è il poeta che più di tutti  ha saputo coglierne la complessità, sottraendola al folclore superficiale e  restituendole non solo profondità poetica ma, specialmente, un aspetto e un tratto più umano.

In La Befana, componimento pubblicato nel 1897, il poeta non descrive  solo sentimenti appartenenti a una dimensione ludica – come solo una festa per bambini può trasporre nella realtà – ma evidenzia un universo sospeso che collima fra le pieghe del sogno e del disincanto. La Befana del poeta non è il personaggio gioioso e goliardico che spesso si ritrova nelle note filastrocche appartenenti alla tradizione; si tratta, invece, di una presenza notturna  che timidamente si fa spazio attraverso il paesaggio glaciale proprio dell’inverno. Nello scenario in cui questa figura avanza con incedere lento, non c’è la letizia della filastrocca ma uno scenario invernale povero, fatto di vie buie e case modeste.  La Befana di Pascoli non è un’eroina ma una figura che si stringe agli ultimi.

La poetica di Pascoli e la dimensione infantile non idealizzata

L’infanzia, come spesso accade nella poetica di Pascoli, è il centro emotivo del testo. Quella che descrive il poeta, tuttavia, non è una dimensione infantile idealizzata in quanto i fanciulli presenti nei versi sono tutti avvolti e colti in una parvenza di fragilità. La Befana, figura benevola che consegna un dono simbolo di speranza, assume un valore allegorico: il gesto del donare non promette alcuna felicità o risoluzione della condizione presente ma si ammanta di bontà in quanto, proprio quel dono, è promessa silente di una minima forma di consolazione.

La figura della Befana in Giovanni Pascoli non è fulgida e nemmeno rassicurante o risolutiva: è stanca, curva e povera e proprio perché imperfetta è intrinsecamente e profondamente umana. A tal proposito, proprio nel personaggio della Befana si riflette uno dei temi centrali di tutta la poetica Pascoliana: il moto compassionevole di chi, nonostante viva ai margini, dona senza possedere. Si pensi, per esempio, alla raccolta Myricae in cui compaiono le poesie “La Cucitrice” e “L’Aquilone” che  ben delineano la tematica, seppur in forma differente. O, ancora, ne I Poemi Conviviali in cui il poeta  esplora la  figura marginale dell’aedo cieco: tutta quella emarginazione esistenziale dell’uomo che, in Pascoli, si riflette nell’esule in balia della storia, della natura o della morte.

 

Viene viene la Befana,

vien dai monti a notte fonda.

Come è stanca! la circonda

neve, gelo e tramontana.

Viene viene la Befana.

 

Ha le mani al petto in croce,

e la neve è il suo mantello

ed il gelo il suo pannello

ed è il vento la sua voce.

Ha le mani al petto in croce.

 

Dal punto di vista ciclico del tempo, ma anche simbolico, la festa dell’Epifania rappresenta anche un rito di passaggio che pone fine al periodo delle feste:  una chiusura, quindi, che Pascoli avverte fortemente.  Il momento iniziale dell’inverno, quello spensierato che dà il via al Natale, si conclude e dopo l’ultima festività dell’Epifania la magia si spegne: resta l’inverno vero, quello tacito, lungo e glaciale di gennaio e febbraio.

In questo senso, la Befana diventa anche metafora del fluire del tempo, degli anni che scorrono e non tornano, così come la dimensione infantile: un tema abbastanza ricorrente  nella produzione pascoliana – si pensi a L’ora di Barga o La mia sera – segnata dalla nostalgia.

La Befana, una voce del passato che abita la memoria collettiva

In Pascoli la tradizione popolare è sempre vivida e presente; non funge mai da orpello ma, anzi, è una voce del passato che attraversa la memoria collettiva del presente in cui si depositano speranze, esperienze umane e sofferenze.  In questo senso – risulta seppur indirettamente – presente la poetica del fanciullino: il personaggio della Befana è un tramite verso l’infanzia che non chiede all’adulto di guardare indietro alla dimensione del tempo che fu con fare malinconico e piangente, come un’Arcadia perduta  e mai più recuperabile, ma come un luogo che ha bisogno di essere accolto e curato. In questo paradosso – una donna vegliarda e povera che incarna lo spirito dell’infanzia poiché vicina ai bambini– si coglie uno dei nuclei centrali della poetica pascoliana: la convivenza di innocenza e dolore, di tenerezza e sofferenza.

 

La Befana alla finestra

sente e vede, e s’allontana.

Passa con la tramontana,

passa per la via maestra,

trema ogni uscio, ogni finestra.

 

Nella poesia La Befana Pascoli si allontana dalla rappresentazione festosa del personaggio per denotare questa figura di caratteristiche umane, ma non per questo minori o poco fulgide. La sua Befana è una creatura povera e silente,  non c’è gioia rumorosa né allegria infantile poiché dominano dettagli  quotidiani e realistici: il freddo, la fatica, la povertà dei doni. La poetica delle “piccole cose”, tipica del suo stile letterario, attraverso le quali Giovanni Pascoli coglie verità profonde dell’esistenza umana.

 

Un simbolo di maternità: sacrificio e perdita del carattere celebrativo e trionfale

La Befana pascoliana assume anche tratti materni in quanto porta doni ai bambini non per abbondanza, ma per amore: i suoi gesti sono semplici e carichi di sacrificio. In questa prospettiva, la Befana diventa simbolo di una maternità universale e sofferente, vicina alle figure femminili umili e silenziose che ricorrono spesso nell’opera di Pascoli. Sempre nella poetica del fanciullino, Giovanni Pascoli scrive:

‘’Il fanciullino che c’è in noi  cerca sempre l’amore della madre, sempre la madre’’.

La vecchina povera e silente diventa emblema di amore materno, dove sofferenza e sacrificio segnano l’amore delle madri: tematiche magistralmente esplorate nella raccolta I Canti di Castelvecchio. Nella poesia Pascoli inserisce anche un parallelismo: una mamma benestante che ricopre di doni i suoi bimbi e una mamma non abbiente, triste perché non è riuscita a regalare nulla ai suoi piccoli nonostante siano stati buoni.

 

Guarda e guarda… tre lettini

con tre bimbi a nanna, buoni.

Guarda e guarda… ai capitoni

c’è tre calze lunghe e fini.

Oh! tre calze e tre lettini

[…]

Co’ suoi doni mamma è scesa,

sale con il suo sorriso.

Il lumino le arde in viso

come lampana di chiesa.

Co’ suoi doni mamma è scesa.

 

D’improvviso la Befana si ritrova in un casolare diverso: c’è una mamma che piange. Ogni anno assiste inerme alle stesse scene, in un susseguirsi di tristi visioni che si ripetono.

Guarda e guarda… tre strapunti

con tre bimbi a nanna, buoni.

Tra le ceneri e i carboni

c’è tre zoccoli consunti.

Oh! tre scarpe e tre strapunti…

 

E la mamma veglia e fila

sospirando e singhiozzando,

e rimira a quando a quando

oh! quei tre zoccoli in fila…

Veglia e piange, piange e fila.

 

La Befana vede e sente;

fugge al monte, ch’è l’aurora.

Quella mamma piange ancora

su quei bimbi senza niente.

La Befana vede e sente.

 

 

In Pascoli la festa dell’Epifania perde ogni carattere trionfale e celebrativo, ma  anche religioso nel senso più tradizionale: non c’è alcuna commemorazione solenne in atto ma solo una fredda notte silenziosa, in cui un piccolo gesto non può cambiare il mondo ma può salvarlo dalla sofferenza in quanto scambio che promette speranza. La marginalità esiste,  ma è il gesto umile e quotidiano di chi dona senza nulla chiedere in cambio il vero miracolo. La Befana sveste i panni della figura fiabesca in Giovanni Pascoli per divenire un simbolo poetico di povertà dignitosa e affetto silente, oltre che di compassione universale. Proprio attraverso questa piccola vecchina vestita di cenci il poeta esprime una visione del mondo lirica, umana e profondamente attuale: anche ciò che sembra fragile, debole, esausto o marginale ha insito in sé un valore morale capace di diffondere amore.

 

Pierluigi Cappello, il poeta-vasaio: l’ultimo artigiano rimasto

Il nome di Pierluigi Cappello è stato per lungo tempo associato alla figura di un poeta delicato e schivo e, talvolta, non ricordato a dovere. Nato in Friuli nell’agosto del 1967, trascorre la sua infanzia a Chiusaforte; sono due gli avvenimenti sostanziali che segneranno per sempre la vita e la poetica di Pierluigi Cappello: il terremoto del 6 maggio 1976 e un tragico incidente all’età di 16 anni che lo confinerà su una sedia a rotelle fino alla fine della sua esistenza,  il 1° Ottobre 2017.

Il poeta francese Paul Celan scriveva: “I poeti: gli ultimi custodi delle solitudini’’. E Cappello era un custode sì della solitudine, per via della sua innata riservatezza, ma anche della  stessa arte poetica; in un’intervista tratta da «la Lettura» #147 ( Corriere della Sera) del 14 settembre 2014, alla domanda ‘’Pensa di aver scritto grazie alla malattia o nonostante la malattia?’’, risponderà:

«Nonostante quello che mi è successo, senza dubbio. Per scrivere bisogna poter mobilitare tutte le risorse, avere la disponibilità di un corpo che ti risponde. La scrittura passa per una unità biologica fatta di testa e corpo. Avere interne regioni che non comandi richiede uno sforzo enorme. Anche la capacità di concentrazione va conquistata. Non ci sono moventi precisi che ti portano alla scrittura: ci sono piccoli passi, sussulti dell’esistenza, c’è una passione che, secondo me, è innata. Ho cominciato con elenchi di parole, come un uomo di montagna che ha paura dell’acqua e inizia a metterci prima un piede, poi avanza un altro po’, fino a scoprire di starci bene».

Nel 1999 dirige insieme a Ivan Crico La barca di Babele, una collana di poesie edita dal Circolo Culturale di Meduno. Nel 2006 pubblica la quasi totalità delle raccolte dei suoi versi in Assetto di volo, a cura di Anna De Simone, edito Crocetti Editore: silloge che gli varrà prestigiosi premi come  il Premio Nazionale Letterario Pisa, il Premio Bagutta 2007 sezione Opera Prima e il Superpremio San Pellegrino 2007. Nel 2010 pubblica ‘’Mandate a dire all’imperatore’’, con postfazione di Eraldo Affinati, edito Crocetti Editore; la raccolta valse a Cappello il Premio Viareggio. Sono chiari i riferimenti a Pasolini, quel legame con la civiltà contadina che sa parlare alle anime seppur tacitamente. Pierluigi Cappello è un poeta di montagna, un ricamatore di versi che germogliano delicati, direttamente, dalla  “ποίησις” (poiesis). La poesia, in greco, deriva dal verbo poieō (“ποιέω”), fare o creare, e il poeta friuliano era un creatore di bellezza, di armonia della parola. Il suo è un italiano essenziale ma colto che si accosta alla poesia dialettale con eleganza e raffinatezza, riflesso dell’anima pura di Cappello. Il dialetto è una evocativa lingua che esprime significati ma, soprattutto, appartenenza e la destrezza e la capacità di padroneggiare due  o più lingue, in questo senso, significa avere prospettive differenti sul mondo.

Allargare gli occhi alla ‘’cavezza del sogno’’: la poesia dialettale di Pierluigi Cappello

Inniò è un’antica parola friulana ma anche il titolo di uno dei più noti componimenti dialettali di Pierluigi Cappello:‘’In nessun dove’’. Una poetica onirica, quasi fiabesca, malinconica ma serena; versi che rimandano al bambino che è dentro di ognuno, a un’infanzia dimenticata che sempre si può riscoprire:

«Jo? Jo o voi discôlç viers inniò»,                                                      «Io? Io vado scalzo verso inniò»

i siei vôi il celest, piturât di un bambin.                                  i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.

 

La dualità linguistica del poeta si riflette nella vita quotidiana ma, anche, nella sua poetica dove il friulano è utilizzato principalmente per esprimere e veicolare concetti intimi e legati alla propria tradizione mentre l’italiano è la lingua utilizzata per analizzare e parlare di tematiche universali.

In una costante danza armonica del lessico Pierluigi Cappello utilizza con rigore la lingua italiana dove in modo colto ed essenziale, da artigiano della parola, costruisce mondi incantati ma, tuttavia, realistici. D’altro canto l’utilizzo della forma dialettale da parte del poeta accompagna il lettore quasi come una nenia antica, progenie di una civiltà contadina oramai perduta. Negli usi della lingua Cappello sembra voler dire, sommessamente e indirettamente, che esistono concetti e versi  che hanno quasi bisogno di essere espressi nella forma dialettale mentre, altri, nella lingua italiana. ‘’Il poeta è un vasaio’’, sosteneva Pierluigi Cappello; e proprio come un vasaio lavora l’argilla trasformandola in oggetti e forme utili, così chi ha l’ambizione di seguire la poesia e immergersi nel fiume Mnemosine, bevendo dalle sue acque ed entrando quindi in contatto con tale conoscenza ispirata, diviene artigiano della parola: una parola che è potenza, veicolo. La manipolazione del linguaggio che lima e trasforma la loquela e il pensiero, intersecando due materie grezze per creare arte e donare emozioni.

Piangere non è un sussulto di scapole

e adesso che ho pianto

non ho parole migliori di queste

per dire che ho pianto

le parole più belle

le parole più pure

non sono lo zampettio delle sillabe

sull’inverno frusciante dei fogli

stanno così come stanno

né fuoco né cenere

fra l’ultima parola detta

e la prima nuova da dire

è lì che abitiamo.

 

Assetto di volo (Crocetti, 2006)

 

La poesia dell’appartenenza e la poetica del sogno come visione oltre il dolore

La montagna friulana, il sussurro flebile delle foglie,  gli ‘’orti poveri’’ e le ‘’ montagne azzurrine, di là dai muri oltre gli sguardi delle guardie confinarie’’ diventano memorie e simboli nello stile di Cappello; una poesia di appartenenza, di definizione, di fierezza che sottolinea il legame antico con  il ricordo. Il rimembrare, il tempo e l’infanzia sono, infatti,  fra i temi centrali nella poetica di Pierluigi Cappello.  La montagna, il dialetto, il mondo semplice si configurano in piccole e quotidiane memorie  che si tramutano in luoghi poetici eterni. L’intento principale è uno: recuperare la fragilità del passato per salvarla dall’oblio. In Ombre, tratta dalla raccolta  ‘’Mandate a dire all’imperatore’’, il poeta friulano scrive:

 

Sono nato al di qua di questi fogli

lungo un fiume, porto nelle narici

il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio

di quando nevica, la memoria lunga

di chi ha poco da raccontare.

Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno

l’ombra delle nuvole sul fondo della valle

sono i miei punti cardinali;

non conosco la prospettiva senza dimensione del mare

e non era l’Italia del settanta Chiusaforte

ma una bolla, minuti raddensati in secoli

nei gesti di uno stare fermi nel mondo

cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste […]

 

Cappello prima di essere un cantore di versi è un poeta montanaro, custode di rimembranze  in quei luoghi dell’infanzia divenuti lirici, infiniti e imperituri. Ma oltre alla tematica dell’infanzia e dell’appartenenza, la poesia di Pierluigi Cappello si costruisce intorno alla forza della parola poetica come nastro incantato che tiene insieme la vita e la salva.  La parola, nella visione del poeta, non è orpello asettico ma entità concreta che si tramuta in gesto di sopravvivenza. Lo stile letterario di Cappello si insinua in una poetica che non è mai vittimistica: nonostante il terribile incidente avuto a 16 anni e l’esperienza del terremoto, la sua poesia è sempre un tendere verso l’alto e una ricerca costante della libertà interiore; una libertà che è stata negata al corpo ma che può mettere radici nella mente, proprio attraverso la parola che si tramuta in verso. Un concetto similare a un altro grande poeta, Ovidio, che nell’opera Tristia (IV, X, 26) scrive, sottolineando la sua naturale inclinazione e la vocazione alla poesia:

‘’Quod temptabam dicere versus erat”                      “Ciò che tentavo di dire diventava verso”

 

Un altro dei temi centrali dello stile  del poeta friulano implica l’affidarsi al sogno, l’essere quindi guidati dai sogni quando l’esistenza diventa zavorra; la visione onirica che propone Pierlugi Cappello, tuttavia, non ha risvolti illusori ma si concretizza in una dimensione spirituale: una leggerezza onirica, quasi come velo invisibile, che separa il reale dal fantastico. Per Cappello, infatti,  il sogno non è una scappatoia: non è sinonimo di evasione o di alienazione dalla realtà ma, anzi, è fonte di luce che orienta e conduce, nella vita, a una prospettiva che va oltre il dolore. Quello che insegna attraverso la sua poetica è che nonostante la sofferenza la guida dell’uomo nelle sue difficoltà rimane sempre l’incanto; il suo è uno stile letterario essenziale e mai barocco e arzigogolato,  capace di evocare immagini potenti e profonde dove le parole usate rifulgono di autenticità.

La memoria personale e il legame con la sua terra e il quotidiano permeano tutta la sua opera così come la dicotomia corpo/limite. L’incidente avuto a 16 anni che costringerà Cappello a rimanere paralizzato,  non sarà mai un impedimento per il poeta friulano; uno dei più importanti insegnamenti legati al sogno come visione si interseca a questo evento traumatico dove il limite fisico diventa invece opportunità di pensiero, di bellezza e di sogno che non lascia spazio all’autocommiserazione.

Pierluigi Cappello ha creduto nel potere della poesia come strumento di consapevolezza e libertà, andando oltre il concreto ostacolo fisico che poneva una barriera fra lui e il mondo. Nella sua poesia e nella sua vita, nei suoi insegnamenti e nei suoi scritti, non si è mai piegato al pietismo ma ha sempre cercato la verità non spiritualizzando la sofferenza né rinnegando il suo corpo ma anzi, trasformando il dolore in parola poetica senza fronzoli.  Il corpo diventa patria, in questo senso, e non limite: da lì  partono il pensiero, la poesia, le percezioni, le memorie perché nonostante l’immobilità del fisico la mente e la parola restano, sempre, libere.

 

Il poeta siciliano Vincenzo Cali’ vince il premio video-poesia Alberoandronico 2025

Il poeta milazzese Vincenzo Cali’ si è aggiudicato il 16 aprile scorso il prestigioso premio Alberoandronico M.A.V. sezione Video-Poesia con la lirica “Cuori di schegge”. I suoi versi sono dedicati all’incombente attualità ed in particolare alle guerre in corso nel mondo. L’umanità in corsa e distratta dal rumore mortale delle guerre, nulla è orrore finché non resta sulla pelle:

Madri di figli dissacrati,

erranti per un sonno protetto,

per un pasto tra i denti.

La vita ha orrori d’aborti di pace.

La cerimonia di premiazione si è svolta mercoledì 16 aprile, nella suggestiva cornice della Sala della Protomoteca in Campidoglio, celebrando i migliori talenti in ambiti che spaziano dalla poesia alla narrativa, dalla fotografia alla pittura, passando per cortometraggi, canzoni e opere audiovisive.

Un’edizione che ha confermato lo spirito inclusivo e internazionale del premio: opere pervenute da tutti i cinque continenti, con partecipanti da Europa, Asia, Africa, America e Oceania. In particolare, sono arrivate creazioni da Australia, Belgio, Brasile, Canada, Colombia, Emirati Arabi, Francia, Germania, Grecia, Inghilterra, Iran, Marocco, Nicaragua, Polonia, Porto Rico, Gibuti, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Stati Uniti, oltre che da tutte le province italiane. Un vero e proprio crocevia di lingue, stili, emozioni e storie.

Alberoandronico vuole così significare la crescita culturale, da perseguire attraverso interessi autentici nell’ambito della vita della collettività, attraverso azioni su e per il territorio.

L’Associazione Alberoandronico è composta da persone che condividono i valori della pace, della solidarietà e del senso civico e si occupa anche di problematiche legate al Municipio XIV di Roma Capitale, con particolare riferimento ai temi riguardanti l’ambiente, la mobilità, l’interazione interculturale, le fasce più deboli.

Annualmente, Alberoandronico organizza un Premio letterario, di fotografia e cortometraggi che ha assunto un carattere internazionale e che si avvale di una Giuria di altissimo profilo.

Vincenzo Calì nasce a Milazzo (ME) il 12 luglio del 1973. Da diversi anni coltiva la passione per la scrittura e la poesia. L’amore e la vita nella sua complessità sono le sue muse ispiratrici. La poesia rappresenta per lui il vero modo di mettere a nudo l’“io complesso”, quasi con analisi critica. Vincitore di numerosi premi culturali, tra cui: il premio “M. T. Bignelli” per la poesia d’amore (XXI Edizione del Concorso Nazionale “Garcia Lorca” 2010/2011), ha pubblicato in diverse antologie poetiche: Il Federiciano in diverse edizioni (Aletti Editore), ultima nel 2016 e Luoghi di Parole, “Premio Tindari- Patti Agenda Poetica 2010”. Vincikalos, seguita da Intro nel 2013 per Aletti Editore. A seguire pubblica nell’antologia poetica Mario Luzi 2012 e Scrivi col Cuore, Poeti Italiani – III Edizione, Granelli di Parole – III e IV Edizione, Lettere d’amore – III Edizione, Unione Mondiale dei Poeti – I Edizione e Vento a Tindari – II Edizione per la Casa Editrice Kimerik. Nel 2018, in concomitanza con l’evento d’arte e poesia “Angeli a Calatagèron”, nasce la sua nuova creazione intitolata MediterrAnima, come percorso evocativo delle tradizioni siciliane e a suggellare l’evento riuscitissimo nella cittadina di Caltagirone.

Nel 2022 con la favola intitolata ” Mumbi e Formichella” dona il suo contributo al progetto  “Le favole degli agrumi”, libro la cui parte del ricavato andrà in beneficienza alla Onlus C. D’Agostino.Luglio 2022, con cinque poesie omaggia l’Ucraina e gli ucraini, pubblicate sul magazine dona il suo contributo alla causa sposando le iniziative Italia for Ucraina, magazine dedicato agli aiuti che vengono attivati verso l’emergenza Ucraina, dell’associazione No Profit di Ariaperta online, la poesia può sembrare impotente ma quella vera, può essere letale come uno sparo, una bomba, una fucilata, chi scrive non lo fa per ambire ad uno status di salvatore, ma come Vincenzo Calí, per trascendere se stesso, esiliandosi dall’agonismo poetico e dalla fama. Nello stesso mese pubblica sull’antologia Guerra e Pace (Kimerik) con la poesia ” Figli mai resi”, quei corpi dei soldati russi che Putin non vuole indietro, ci fa comprendere che gli uomini che fanno la guerra dimenticano sempre l’intera umanità e mettono egoisticamente davanti a tutto i propri interessi di potere, politici, religiosi e altro.

 

Ricordando Mario Luzi a 20 anni dalla scomparsa. Imparare a leggere il ritmo degli eventi del mondo

Cosa rende attuale il poeta Mario Luzi, 20 anni dopo dalla sua scomparsa? La sua ambizione ad un discorso che fosse voce della molteplicità del vivente per dirla con le parole di Lorenzo Malagugini. Tale aspirazione ci mette sull’avviso di un incrocio complesso: il vivente, il molteplice, il simultaneo. Si può anche siglare con incessante accadimento o “creazione incessante” secondo un’espressione dello stesso Luzi.

Tale prospettiva prende spunto da Teilhard de Chardin e dal suo dinamismo, già presente in Luzi da vari anni ma che nel tempo, si è composto con altri riaffioramenti, come il neoplatonismo, Al contempo, c’è bisogno di elementarità e frontalità nel porsi davanti ad una natura delle cose con la possibilità di uno sguardo “primo” come i classici, come Lucrezio.

Da queste matrici deriva la centralità dell’evento, dei fatti storici verso i quali siamo perlopiù incapaci, a differenza di Luzi, di ascolto e di attenzione nella loro dimensione più lontana dal discorso corrente e pure coabitanti con noi in un inavvertito quotidiano, come l’alternanza di luce e buio, il circuito delle stagioni, in quella che a noi pare una danza cosmica.

L’insieme degli eventi-avventi, con il loro perpetuo moto, costituisce infatti una sorta di ritmo naturale e anche un messaggio da captare per cui la materia e lo spirito si danno in un unico insieme come creato. Qui risiedono anche le ragioni della poesia dell’ultimo periodo di Mario Luzi: davanti al ritmo degli accadimenti naturali del mondo, la poesia non può che essere di lode, secondo il suo remoto ed originario statuto e fortemente presente in D’Annunzio e Zanzotto.

Siamo in grado di assaporare davvero la fragranza dell’evento? Ad avere un approccio “cristiano”, riconoscendo la grazia, che però non è esente da un sentimento di sgomento per la realtà in un periodo storico che ripudia il concetto di creazione e di grazia, e il bisogno della maestà della natura come soccorso all’oltraggio vanificante della Storia e delle voraci civiltà?

E allora come leggere, ad esempio, la discontinuità in politica estera che sta portando avanti con una certa irruenza e volgarità il Presidente degli Stati Uniti d’America, rispetto al passato?

La nozione del Cristo-Logos o Verbo rappresenta, nella ricerca filosofico-teologico-poetica di Luzi, l’evoluzione della nozione di natura.

Luzi ci interroga sulla nostra volontà di infrangere il canone e di trascendere il tempo che conduce alla libertà.

La guerra ha minato alla radice le certezze umanistiche della tradizione, ha fatto a pezzi i miti della classicità, compreso quello del poeta come custode di memorie: su questo “deserto” Luzi raccoglie le “primizie” del tempo nuovo.

Noi uomini moderni e iper-tecnologici, quale primizie raccogliamo nel tempo che non sappiamo riconoscere?

 

 

 

 

 

“Fiamma Lucente e Residui di Marea. Frammenti”, la silloge poetica di Andrea Ravazzini

Fiamma Lucente e Residui di Marea. Frammenti” (Transeuropa Edizioni) è la silloge di Andrea Ravazzini che raccoglie in ordine cronologico una selezione di componimenti poetici, in versi liberi, da me composti ed elaborati nel corso di un breve periodo di tempo durante l’anno 2023.

Le influenze più significative che hanno improntato in modo preponderante lo stile di composizione dei frammenti e dei componimenti derivano dalla lettura di classici italiani, come Ungaretti e Pavese, di poetesse della corrente confessional (Sexton, Plath), di Pessoa, ma in particolare dalla lettura dell’opera poetica di Antonia Pozzi e di Cristina Campo.

Le poesie raccolte hanno un carattere intimista-ermetico, senza enfasi su prolissità, retorica e tecnicismi eccessivi, ma invece risultano tese a valorizzare la singolarità della minima parola nella sua densità di senso e di significato profondo. Affrontano variate tematiche legate ai sentimenti che costellano il mondo dell’interiorità e ai moti dell’animo umano, tra cui la condizione di gettatezza e di angoscia esistenziale, la tristezza esistenziale, la fiamma della speranza e della vita, il potere della poesia e della parola.

 

Primavera lieve e notturna

Ritagli

d’un flusso

frastagliato

incastonato

di pensieri

dal tenue

baglior

in una penombra

densa

di sussurri.

 

Lo sguardo

delle ore

di una luna

assorta

nel suo candido

sonno

tinge

il respiro

d’una notte

lunga

quanto

il soffice canto

d’una lieve

brezza

dal sorriso primavera.

 

3 maggio 2023

(Tratto Da “Fiamma Lucente E Residui Di Marea”, Transeuropa Edizioni, Massa, 2023)

La speranza, la parola, la poesia -che sono doni, quindi che richiedono di stare in attesa affinché possano essere ricevuti e germogliare in frammenti-, vengono lette in termini pozziani come ancore di vita a cui aggrapparsi, poiché donano senso e salvezza.

L’autore

Andrea Ravazzini è nato a Sassuolo nell’ottobre dell’anno 1978 e vive attualmente tra Modena e Corlo, una frazione del Comune di Formigine (MO). Nel corso del suo percorso di studi ha conseguito la maturità classica, una laurea in Psicologia e due master.

Da sempre appassionato di letteratura, avido lettore e instancabile viandante nel mondo dei libri, lavora per il Centro di Solidarietà di Reggio Emilia Onlus, sul territorio reggiano, nell’area Dipendenze Patologiche, in una struttura residenziale.

E’ appassionato di cinema e sport, oltre che di libri e letteratura ed impegnato da tempo nel mondo del volontariato sul territorio modenese.

Oltre che nei libri e nella poesia, crede nell’uomo e in Dio, anche se non sempre allo stesso modo. Ha pubblicato nel 2023 presso Edizioni Gruppo SIGEM, Collana Il Fiorino, una silloge poetica intitolata “Naufragi di paesaggi interni. Frammenti”.

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