Racconti brevi della scrittrice Valeria Serofilli

UNA GRASSA RISATA
Ride l’americana di colore in sovrappeso sotto al mio balcone.
Una risata sana, grassa come lei, orgasmica, che dire? Il primo passo verso la felicità. Di fronte a lei un’altra americana, altrettanto grossa ma bionda. Risate che suonano anacronistiche in questo periodo di pandemia ma che è come se salissero al cielo, lame di luce a penetrare le nubi per poi ricadere salvifiche su reparti asettici, o almeno dovrebbero, di ospedali, e a rischiarare il grigiore dell’asfalto di strade semivuote.Ride l’americana di colore in sovrappeso, forse incurante della situazione o forse, proprio di quella ride.

Valeria Serofilli

31 ottobre 2020

LA GABBIA

Deliziava i pranzi e le cene dei commensali. Una voce celestiale, potente,  per quella gabbietta dieci centimetri per cinque o forse lo era proprio per quella gabbietta. Lei apprezzava il canto senza chiedersi da dove provenisse, senza domandarsi quale ne fosse lo strumento.

E si stupì molto quando quel giorno il padrone del locale le parlò del merlo, portandola a vedere la gabbia appesa al muro: si stupiva che un piccolo essere così nero, così esile, dalle ali untuose ormai atrofizzate, potesse produrre suoni che toccavano le corde più intime del cuore.
Poi un giorno non lo senti più e ai suoi pranzi, nonostante avesse accanto l’amore della sua vita, da quel momento mancò qualcosa.

NON PORTO FIORI

Correva felice Luisella, sulla sua piccola bicicletta rossa. Ma l’impeto con cui pedalava aveva qualcosa di strano o almeno così appariva ai miei occhi, quasi una sorta di sfogo, un accanimento. – Mamma perché ha le labbra viola?- Si è affaticata troppo – mi rispondeva lei sottovoce. Numerose volte mi ero recata nella piccola corte a giocare con Luisella. Poi un giorno mi dissero che era andata a Milano perché si doveva operare. Ricordo che l’appuntamento successivo fu direttamente in quello spazio cimiteriale con cui, prima o poi, tutti ci dobbiamo confrontare. Non vedendo Luisella, rivolsi a mia madre la domanda più ingenua, scontata e senz’altro la più tremenda, che solo una bambina può concepire – Dov’è Luisella? – È là – mi rispondeva sottovoce – Là dentro?!! –  Iniziai a piangere terrorizzata.Ricordo che l’avrei voluta accarezzare ancora una volta, vederla pedalare con le treccine al vento ancora una volta. Forse è iniziato  allora il mio difficile rapporto con i cimiteri. Scusa mamma se adesso non ti porto fiori.

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Maria Luisa Spaziani, la ‘Volpe’ di Montale, poesie già oltre la vita

Maria Luisa Spaziani è stata una delle poetesse italiane più importanti del Novecento, tre volte candidata al Premio Nobel, che con la sua poesia ha accompagnato lo scorrere del secolo scorso. Torinese, appartenente ad una famiglia borghese, coltiva fin da subito l’amore per la letteratura e per la poesia in special modo, fondando e dirigendo a soli 19 anni una rivista letteraria “Il dado” intorno alla quale si muovevano autori come Penna, Sinisgalli, Pratolini .

Ma è il 1949 l´anno della svolta per Maria Luisa Spaziani, segnato dall’incontro con Eugenio Montale: ne nascerà un sodalizio letterario e un’amicizia profonda destinati a durare nel tempo, ne è testimonianza il lungo carteggio epistolare fra i due.

Montale scriverà per lei una poesia che è un acrostico del suo nome: le lettere iniziali di ogni verso compongono nome e cognome della Spaziani.
Indubbiamente non è la miglior poesia che il poeta genovese abbia composto, ma testimonia il profondo e affettuoso legame tra i due. Volpe è il modo affettuoso con cui il poeta amava chiamarla.

Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assasinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.

La Spaziani si muove tra l’Europa e l’America per completare i suoi studi e coltivare il suo grande amore per la letteratura, in particolare quella francese. Il mondo e la cultura francese saranno sempre per lei modello e punto di riferimento, anche nella sua produzione letteraria. Traduce opere sia dall´inglese, che dal francese e dal tedesco e intanto scrive e pubblica le sue prime raccolte poetiche.

Consegue la laurea in lingue straniere e inizia la carriera di insegnante: proprio il contatto con gli alunni e con il fervore delle loro idee dará alla Speziani l’entusiasmo per continuare a scrivere e pubblicare raccolte di poesie e mettersi in luce anche sul piano internazionale, avendo la possibilità di conoscere personaggi di rilievo del mondo culturale come Ezra Pound, Thomas Eliot e Jean Paul Sartre.

Viene nominata insegnante prima di lingua tedesca poi di lingua francese presso l´Universitá di Messina , incarico che porta avanti per 30 anni stabilendo un rapporto profondo con il Sud e la Sicilia in particolare, che insieme alla Francia e ai paesaggi liguri montaliani costituiranno i luoghi della sua vita.

I temi ricorrenti della poesia della Spaziani sono, oltre agli scenari naturali, la memoria, tema caro anche Proust autore sul quale la Speziani aveva discusso la sua tesi di laurea, il mare, la madre e la poesia stessa e l’amore, raccontato nella sua forma più alta e nobile.
Nella sua poetica compare il ricordo per il periodo della giovinezza, non come sinonimo di gioia, ma come periodo tormentato, al quale guardare, una volta superato, senza rimpianto, e l’ironia unita ad un certo atteggiamento sommesso.

Nei miei vent’anni non ero felice
e non vorrei che il tempo s’invertisse.
Un salice d’argento mi consolava a volte,
a volte ci riusciva con presagi e promesse.
Nessuno dice mai quant’è difficile
la giovinezza. Giunti in cima al cammino
teneramente la guardiamo. In due,
forse la prima volta.

Maria Luisa Spaziani spesso compone una poesie già oltre la vita come dimostra la raccolta La tundra dell’età: i suoi versi, col rimando ai fiori, parlano di una vita passeggera e ormai trascorsa, della quale non resterà traccia; perfino in quel barlume di amore impossibile, che nel testo centrale si legge  negli occhi di un fantomatico interlocutore, la poesia rimane nella sua lieve malinconia, rassegnata e dolce.

Le risonanze di tutta la produzione poetica della Spaziani — Montale, i poeti tradotti lungo tutta la vita — tornano nell’ultimo testo, “Piccola suite musicale”: rime, assonanze, e un procedimento più elaborato di composizione del testo.

Fonte:

Maria Luisa Spaziani: biografia, poetica e temi

‘Taranta d’inchiostro’ di Valeria Serofilli, in anteprima il saggio critico di Floriano Romboli alla raccolta poetica

Proponiamo in anteprima il saggio critico del Prof. Floriano Romboli dell’Università di Pisa alla nuova raccolta poetica di Valeria Serofilli, Taranta d’inchiostro, che uscirà il prossimo maggio per Oèdipus editore.

Il vario e sofferto lavoro del ragno

La più recente raccolta di versi di Valeria Serofilli, Taranta d’inchiostro, è contraddistinta da un notevole equilibrio formale-stilistico e dall’indubbia coesione strutturale dei testi.

Con interessante perizia ordinativa l’autrice premette infatti alle cinque sezioni di cui consta la silloge una lirica, intitolata L’architetto, dalla palese funzione introduttiva e tematicamente focalizzante, ove è facile rilevare la centralità della figura del ragno quale referente primario di un suggestivo campo associativo che connette la tessitura dell’insetto industrioso (“Tesseva un filo in più il ragno”) all’attività del poeta, alla sua ricerca etico-estetica (“Come aggiungesse da poeta un altro verso”), nell’allargamento prospettico di chi intende elaborare le esperienze particolari allo scopo di enuclearne i significati più generali e profondi in vista dell’acquisizione di una sintesi superiore animata da uno spirito metafisico:

Entrambi mattoni dell’universo
al cospetto
dell’unico Architetto/ il più alto Maestro

Tale scansione problematica risulta indicativa – nel suo efficace risvolto prolettico – dei motivi fondamentali e dei tratti ideativi del libro, dominato dal ricorrere di situazioni contraddittorie e unificato, dal punto di vista compositivo, dalle antitesi, tra cui quella essenziale fra libertà e predeterminazione, fra consapevole iniziativa individuale e sorte impersonale misteriosamente disposta “dall’alto”, peraltro preparata dall’exergo faulkneriano:

Quando
un filo si staccò dal complicato ordito:
o tutto già era stato scritto
tutto previsto?

A questi versi conclusivi del componimento incipitario giova aggiungerne altri compresi nella sezione ultima, a conferma di una obiettiva costanza tematica (“Chi sa dall’alto che risate/ nel vederci imbrigliati in ragnatele/ tessute in ancedenza/ in / nostra assenza”, Chissà dall’alto che risate, in Fuori della tela), che non implica però la rinuncia amara e nichilistica all’ardore vitale, a forme anche intense di coinvolgimento istintivo ed emozionale valorizzato e contrario nella paronomasia:

Il rischio è di sopire il tuo sapore
Non mi conviene/ penso
mentre piuttosto alimento
ardore con ardore (Ti ha morso la tarantola?, in La taranta, corsivi miei)

Il ragno ha in sé l’ambiguità costitutiva dell’animaletto che tesse la sua tela con ostinata razionalità, e costruisce rigorose sequenze conoscitive (“Ingombrante scaleo/ di sapienza cui/ ogni gradino ha acuito conoscenza”, Conoscenza, in La taranta, corsivo mio), solide catene intellettuali e memoriali (“Bulbo di memoria/ la conoscenza cresce ad oltranza”, in Vecchiezza, ivi, corsivi miei; e “Un altro pianeta sopra le nuvole/ ragnatela di neuroni/ Come se tutti segregassero in alto/ i propri pensieri/ i più pesanti/ anche se i più bianchi (…) Teoria delle onde in cielo/ ove l’ala non spezza il ricordo/ ché troppo saldo è il legame a terra”, Ragnatela di neuroni (L’amato gomitolo), in Ragnatela del mondo, corsivi miei); ma è pure abile predatore e soprattutto il suo morso può, secondo la leggenda, scatenare l’invasamento amoroso, la passione sensuale incontrollabile e tormentosa:

Forse che
sono io il ragno
a misurare le distanze
tra dune di sabbia
ormai tarantata in notti senza sonno ( Io ragno, in La taranta, cors. mio)

La trama del ragno avviluppa, lega, vincola nella stabilità del rapporto affettivo, mentre la “pizzica” sconvolgente, l’eros elettrico ed esplosivo (“E’ che/ quando stiamo insieme/ le stelle le abbiamo dentro/ Quell’elettricità latente/ che la mente accende/ e ti incendia il cuore/ Amore che si espande e ti acquieta/ stella luminosa di passione”, Notte di San Lorenzo (10 agosto 2017), in Fuori della tela) inducono insofferenza delle consuetudini relazionali, finanche in Penelope, raffigurazione archetipica della fedeltà paziente e incrollabile:

Stufa di tessere, gettò via
il suo fuso/ prima pungendosi
e mentre una goccia del suo sangue/ irradiava
l’intera trama per farne rosso arcobaleno… (Taranta Penelope, in La taranta)

A parti rovesciate il suo sposo Ulisse – altro archetipo potente e prestigioso – afferma invece il valore irrinunciabile e corroborante del legame d’amore (“Io non ho mai dubitato di noi nemmeno un attimo/ pur se mille sirene ad attirarmi/ a inabissarmi/ barbate, la prua (…) O mia Regina, mi sento solo/ pur tra mille orpelli/ Sei tu/ corpo e spirito/ la mia sola Festa/ il mio definitivo attracco”, Ulisse. Nell’onda una luce, in Ragnatela del mondo), nell’àmbito di un discorso sapientemente innervato da correlazioni antitetiche:

Quante volte/ ogni nuovo giorno, all’albeggiare
ho benedetto, maledetto il mare
per il sapore di avventura
e la sventura
l’ansia di scoperta e l’ansimare (ibidem, corsivi miei )

E le polarità si susseguono incalzanti – giustificazione/insensatezza, perspicuità/mistero, felicità/ dolore, vita/morte –, come agevolmente può verificare ogni lettore attento, sulla falsariga dell’acuta osservazione del post-fatore Antonio Spagnuolo, secondo il quale in questi testi “anche se il sapere si approfondisce e si differenzia secondo gli schemi inarrestabili della contemporaneità, la poesia insegue le diversificazioni della conquista del segno e della parola”.

Per Valeria Serofilli la ricchezza dell’esperienza umana si concretizza altresì nella varietà cromatica, a cui il motivo di una viva solidarietà sociale e morale-psicologica conferisce adeguata densità semantica (“Al risveglio cerco i colori/ in fondo all’anima:/ il rosso di tutto l’amore/ il bianco/ il manto del mio gatto (…) il verde/ corse sfrenate da bambina/ il giallo/ capelli della mia prima/ bambola di pezza (…) Al risveglio i colori/ Poi penso: quali trova nel cuore/ una bambina somala?/ Il rosso/ sangue di violenza/ il bianco della neve mai vista (…) il giallo dei capelli/ bambola mai avuta…”, Cerco i colori, in Ragnatela del mondo); e il suo linguaggio appare essenziale e raffinato, nel gioco studiato e musicale delle rime e delle riprese iterative, come nella poesia non per caso posta al termine dell’opera, poiché in essa l’inizio e la fine della vicenda esistenziale si richiamano e si presuppongono, e i vincoli sentimentali e ideali si rinsaldano:

Saremo tutti luce comunque
quando l’alba ci chiamerà al tramonto
E la luce rischiarerà il tuo corpo
a me di spalle (…)
Sarà allora che s’intrecceranno per sempre
le nostre mani
a nodo imprescindibile d’amore
Quando luce ne suggellerà il calore:
unica forza condensata in esplosione (Quando l’alba ci chiamerà al tramonto, in Fuori della tela, corsivi miei)

‘Frammenti di un precario’ di Giuseppe di Matteo: i dolori e le gioie di una generazione

Il precario gioca la sua poetica finale, da outsider, come sempre, ma lasciando una scia profonda d’insegnamento ai posteri. Frammenti di un precario (Les Flâneurs Edizioni, 2019), del giornalista barese Giuseppe Di Matteo, già collaboratore de «Il Giorno», Telenorba e «La Gazzetta del Mezzogiorno», rappresenta una carezza sul capo dolente degli Ungaretti, Quasimodo e Saba: la sua poesia pianta nel panorama letterario ultra-contemporaneo un ermetismo 2.0 dallo stile godibile, pervaso d’attualità, che si esprime in schegge pregne di ricordi di viaggio, spinte da pavide emozioni della disillusa generazione “Z” e illuminate da fasci di luce di un lessico mescolato tra classicismo fondante e calembours transalpini.

Nella raccolta balza subito all’occhio il palpitante viaggio a Cuba dell’autore, nel quale la miseria terrificante delle classi sociali meno abbienti si scontra con le oasi occidentali che hanno soppiantato l’ideologia dittatoriale di Fidel Castro. L’autore ricorda i frangenti caraibici con un’immagine paradossale a trionfare inquieta su tutte:

Sono andato a Cuba una sola volta, nel 2016. Ma è stata per me un’esperienza fortissima. Avrebbe dovuto trattarsi di un viaggio di piacere, ma alla fine si è rivelato un castigo. E dov’era il “delitto” (per citare il romanzo forse più bello di Fëdor Dostoevskij)? Probabilmente in un peccato di gioventù: ero infatti convinto che Cuba fosse il luogo più bello del mondo. Beh, mi accorsi che si trattava di un’illusione. Posso dirlo anche perché credo di averla vissuta davvero, e con un occhio abbastanza giornalistico. A differenza di tanti turisti, che si fermano solo a L’Avana e a Varadero, io ho scelto di partire dalla spiaggia di Santa Lucia, che si trova nel sud dell’isola, a circa 550 km dalla capitale. Da lì poi mi sono spostato prevalentemente in auto. L’Avana è stata l’ultima tappa del mio viaggio, ma non mi ha entusiasmato per nulla. Ho incontrato tanta povertà e molta tristezza. Costanti per altro riscontrate durante l’intero cammino. Perché a Cuba si balla e si canta molto meno di quanto si creda in Europa. Ed è difficilissimo autodeterminarsi, emergere. Lo Stato controlla tutto e mortifica qualsiasi iniziativa individuale. […]

I versi che esplodono nella mente dell’autore hanno il sapore amaro delle lacrime del ragazzo che scorgeva dalla figura di Ernesto Che Guevara, portata sulla maglia secondo un ideale di libera ribellione e concitata uguaglianza, il proprio futuro, ma che nella realtà geopolitica vissuta sul campo si pone come castrazione filosofica al servizio dei meccanismi economici dominanti.

…E di quest’isola
dondolante tra i giganti
romanticamente mitizzata
da una gioventù senza pudore
ricorderò le palme piegate
dal vento che come oracoli
sussurrano profezie dolenti
quando la brezza si fa lieve. […]
rimesterò l’età dei muri
sgarrupati di L’Avana,
dove uomini e mestieri
muoiono al sole
e mi stenderò sul Malecón
vissuto di salsedine
che alla sua bruttezza
sopravvive nel ricordo
consumato dei poeti.

Ma l’ermetismo di Di Matteo si pone nell’accecante spirale nord-sud della storia d’Italia come meridionalismo poetico delle piccole cose. Il giovane barese grida al mondo dei padroni di tutto, «Ho fame / di domani / in una città / mai costruita», sognando l’irrealizzabile: l’apologia della meritocrazia nella terra più corrotta di sempre. La sindrome di Stendhal lo abbatte sensualmente, quando attonito osserva il simbolo frainteso del capitalismo italiano, il Duomo della Milano, in grado, coi suoi marmi gotici, di masturbarlo artisticamente, consegnandolo a una nuova avventura: Di te / meraviglia nuda / sul mio fiato.

Il poeta è patriota della sua casa natia, così odiata, così pretesa, così dura nel percuoterlo quotidianamente con imbarazzanti mancanze. Ciononostante, lui, per quel sud contrastante e contrastato, ci morirebbe, in un soffio stellato di foglie d’ulivo:

Morirei di Sud
per il Sud
prigioniero tra le macerie
di un pianto inerte
ostaggio inerme di un amore
che mi chiede di restare.

Si è sempre sud di qualcuno, bisogna accettarlo. Ma la lotta, nei versi di chi ama con dolore, è infinitamente rigenerante. La partita che investe il precario nel libro di Di Matteo racconta un primo e secondo tempo psicofisico, nei quali il gusto bucolico dei panorami circostanti e del buon sesso riconciliano il viaggiatore con un Dio perennemente assente.

I tempi supplementari portano il primattore a tracciare un bilancio obbiettivo di un’esistenza per nulla garrula, ma che lascia un incontrovertibile amaro in bocca. I calci di rigore, della finale intramontabile nella mente del lettore, sollevano il ruolo dei vincitori e degli sconfitti nella società che illumina i pochi e lascia i molti all’ombra, senza curarsi di coloro che infrangono le massime del fair play:
Posso dire con certezza chi vince: la voglia di riscatto di chi, pur se eternamente precario, continua a combattere. E la poesia. Che è un antidoto efficace per combattere la precarietà. E la solitudine.

Vince la poesia. Il precario non deve mollare, nonostante le umiliazioni dell’alienazione vigente. Certo, tra gli sbalzi ottimistici e melanconici di versi vissuti in prima persona da chi li ha cesellati, rimbalza, come una granata su campi di pace, il conflitto interiore di uno spirito irrequieto, portabandiera del disagio e del disadattamento sociale: «E con me / che non riesco / a parlare».

 

Annibale Gagliani

‘Lo spirito del Natale’, la silloge inedita di Valeria Serofilli

Pubblichiamo di seguito l’inedita poesia di Valeria Serofilli, Lo spirito del Natale, augurando ai nostri lettori un sereno Natale 2019 all’insegna della ricerca del vero spirito natalizio, da rinnovare in maniera autentica e con lo spirito piuttosto che con addobbi e abeti di plastica, come ci suggerisce l’autrice toscana, mettendo in contrapposizione il materialismo quasi mortifero del Natale consumistico al Natale vitale e luminoso da coltivare tutto l’anno.

LO SPIRITO DEL NATALE

Lo spirito del Natale bussava bussava:
è qui che mi avete cercato
mentre farcivate panettoni in stanze ammuffite
impastando uova rancide per stanchi creme caramel?
È qui che mi avete cercato
mentre confezionavate surgelati bouquet
dagli steli già morti
addobbando abeti di plastica con spente candele?
O appendendo distratti
scoloriti cotillon
tra luci già fulminate
imbastendo scontati presepi?

Bussava bussava lo spirito del Natale:
è qui che mi avete cercato
mentre riciclavate regali in carte sgualcite
confezionando bambole
d’incrinati biscuit?

È qui che mi avete cercato
per i vostri usurati natali?

Eccomi, arrivo:
ad accendervi il cuore
ad addobbarvi la vita
illuminandovi
in questo giorno non soltanto.

Valeria Serofilli, poesia inedita sul Natale
17 dicembre 2019

Tutti i diritti riservati. Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

Casa Serofilli

‘La fine dell’era dei fiori’ di Giovanni Vanacore: un viaggio poetico e filosofico

La fine dell’era dei fiori, edito da Spring Edizioni, è la seconda silloge poetica di Giovanni Vanacore. Lo scrittore aversano ha esordito nel mondo dell’editoria nel 2017 con la raccolta Perle o poesie opache dalla forma incerta (MReditore), ed è fondatore del collettivo MalaTerra, gruppo di giovani che organizza eventi di stampo artistico-sociale nella terra dei fuochi ed anche uno sceneggiatore per lo studio di produzione audio-visiva Mindfool.

Nel 2019, in collaborazione con Mindfool, il suo scritto Aversa FS diventa un prodotto digitale e si aggiudica il primo premio Poesia visiva al concorso d’arte contemporanea “Artefici del nostro tempo” indetta dalla Biennale di Venezia.
La vita di Giovanni Vanacore, instancabile sperimentatore, oscilla tra il riempire pagine bianche con versi sparsi, fotografare la realtà con la sua fedele Instax e immergersi in esperienze sempre nuove come il teatro e la regia.

La fine dell’era dei fiori: la consapevolezza della miseria del mondo

Un libro è un teatro nella psiche -o nell’anima dove tra le finzioni di velluto ci sono squarci di un’oscena sincerità. Così si legge nella prima pagina della silloge poetica La fine dell’era dei fiori, un vero e proprio viaggio nell’animo del poeta campano. Già nell’introduzione si può percepire l’atmosfera cupa dai richiami esistenzialisti che pervade in tutto il libro.

Nacqui nel ventre della miseria del cemento […] Nacqui nella morale devastante, nell’etica più ipocrita […] Nacqui nell’epoca in cui il futuro è l’oblio dove gettiamo ciò che non vogliamo affrontare – con l’ansia ad opprimerci il cuore – aspettando che accada un qualcosa […]
Con queste parole si inaugura il percorso immersivo nei versi di Vanacore.

L’opera raccoglie 9999 parole, 99 poesie, divisa in 9 cieli. Ogni cielo è una sezione con un una propria tematica e un titolo. Ognuna è incorniciata da rappresentazioni in bianco e nero. La ripartizione è quella del cieli nel paradiso del sommo poeta. Alla beatitudine di Dante del nono cielo si oppone la mestizia dello scrittore Giovanni: l’addentrarsi nei cerchi diventa uno scavare sempre più profondo nelle dolorose pieghe del suo inconscio. Anche la parola fiori nel titolo è un significativo eco letterario: essa infatti richiama I fiori del male del simbolista Charles Baudelaire. Così come Baudelaire anche il giovane poeta impiega l’artificio della poesia per descrivere il degrado e il male.

Tutte le poesia trasudano un senso di disperazione e oblio di fronte ad un mondo contraffatto, disumano, privo di veridicità e di valori. Nel momento in cui vediamo la luce perdiamo la protezione del grembo materno e ci ritroviamo alla mercé di un mondo spietato in cui si fatica a trovare una propria individualità ed identità. Non c’è spettacolo più desolante nel percepire la morte quando si è ancora vivi: sembra essere questo lo stato d’animo di fondo del poeta che vuole trasmettere al lettore, evocando le nostre sfumature pessimistiche più nascoste. L’inesorabile aridità del mondo tratteggiata nei componimenti, richiama alla memoria i celebri versi di Eliot della Terra desolata: Città irreale:

Sotto la nebbia bruna di un’alba invernale,
Una folla fluiva sul London Bridge, tanti,
Ch’io non avrei creduto che morte tanti n’avessi disfatti.
Sospiri, brevi e radi, venivano esalati,
E ognuno fissava gli occhi davanti ai suoi piedi […]

Gli scritti appaiono crudi e intrisi di una tristezza devastante ma dietro celano un universo non tanto lontano noi. Giovanni Vanacore attraverso l’artificio poetico induce il lettore ad un profondo esercizio riflessivo su stessi e su ciò che circonda: abitiamo in un epoca di incertezze, dove presumiamo di vivere, in attesa di una svolta o una rivoluzione che non arriva mai.
Il lavoro di stesura delle poesie è molto accurato: la disposizione di ogni componimento è studiata per permettere al lettore, man mano che si addentra nei testi, a svelare il fulcro del libro stesso. Il linguaggio poetico appare a primo impatto ermetico, ma dopo una accurata lettura si percepisce uno stile fortemente simbolista. E’ il linguaggio simbolico dell’inconscio pronto a rivelare ciò che più recondito è nell’animo del poeta. Le parole disperazione, oblio, desolazione, il perenne limbo dell’essere e il non essere, sono costanti pedisseque della dicotomia vita-morte e inizio-fine, non ci può essere morte senza vita né inzio senza fine.

Le poesie contenute nel La fine dell’era dei fiori, sono appunto fiori che tentano di spaccare il cemento di questo mondo, creando spiragli vitali in cui poter esistere, un barlume di luce, un pezzetto di speranza che consentono di far vivere anche al più incallito dei materialisti e nichilisti, una propria dimensione con consapevolezza e serenità, in primis sfuggendo alle tristi verità rifugiandosi nelle buio, dove non sempre si commettono azioni negative.

Epilogo

E questa è la fine
Sia per chi è stato buono
Nelle sue convenzioni di lettore
Sia per chi ha visto in questi versi
Più miseria di me
Ma si ricordi il mondo
Che tutto ciò che è misero
È necessario
E non c’è creazione
Che non nasca
Da una delle mille forme
Della miseria
Non abbiate paura
Vivrete dopo aver voltato
Anche questa pagina
Ma un giorno saremo tutti
Concime per i fiori
E chissà cosa leggeranno
I figli dei figli
Tra i petali di quei fiori
La parola che manca
Novemilanovecentonovantanove

La poesia Epilogo è un’esortazione a non avere timore della fine, perché anche la misera è inevitabile e addirittura necessaria, all’interno della quale l’autore congeda il lettore, al quale la disperazione insita nel mondo e nell’essere umano, contenuta ne La fine dell’era dei fiori, non può essere estranea.

 

‘Le conchiglie di Tenerife’, un racconto della poetessa Valeria Serofilli

Erano lì le conchiglie, forse da sempre. O almeno da quel tanto per fondersi col proprio scoglio. A colpirmi è stato quel loro piccolo cappello che brillava al sole e poco importava che fosse “abitato” e che al di sotto piccole antenne sporgessero cullandosi alla brezza marina.
È stato un attimo il rapinare il madreperlaceo tesoro, scaraventandolo, con movimento furtivo, dall’oceano, in poca acqua di mare contenuta in una bottiglietta da mezzo litro.

Giunta in albergo ho dimenticato il contenitore con all’interno gli intraprendenti abitanti. Poi la notte il rimorso: un sonno assai turbato dalla consapevolezza di stare facendo soffrire dei piccoli esseri, la cui colpa era stata unicamente quella di aver scelto, come casa, la conchiglia piú bella. Che anche i molluschi sian dotati di un gusto estetico quasi pari al nostro? E nel mio sonno agitato, le conchiglie si erano liberate per viaggiare veloci sui muri della stanza, sui mobili, giurerei di averne viste alcune ormai mutate geneticamente VOLARE posandosi sui vestiti appesi, finalmente di nuovo libere… Non mi vergogno di dire di aver chiesto, pentita, scusa al Dio Oceano per averlo privato di alcune sue creature per farne un braccialetto estivo che avrebbe adornato il polso di quella stessa mano che aveva compiuto il misfatto.
Immaginate la sorpresa quando la mattina al risveglio, vicino al mio letto, ho visto un piccolo cappellino di madreperla, il più bello e senz’altro anche il più temerario. E dietro a lui le chiocciole più piccole, ognuna con la propria casetta più modesta e in terra il tappo che chiudeva la bottiglia.

Non si sono forse meritate di essere riportare in spiaggia? E anche se lo scoglio non sarà più quello originario, anche se costituiranno probabilmente la preda di una spietata quanto insaziabile catena alimentare, le loro piccole antenne si muoveranno ancora alla brezza e alla corrente marina, quasi plaudendo alla ritrovata libertà.Per quanto mi riguarda mi accontenterò di indossare il braccialetto dell’Acquapark, impersonale e di plastica, ma almeno del tutto innocuo.

Valeria SerofilliPresidente AstrolabioCultura
Premio Astrolabio e Incontri letterari Ussero – Palazzo Blu di Pisa

(Tenerife, 6 luglio 2019)

‘Tra gloria e abissi’, la memoria secondo Sergio Serraiotto

Tra gloria e abissi è la nuova raccolta poetica di Serraiotto, (edizioni La Gru) in cui l’autore, alla maniera di Ungaretti, recupera il senso e il valore della memoria attraverso la poesia, la parola che pacifica il proprio stato d’animo e ci mette in contatto con cose apparentemente perse per sempre, accompagnato dalla consapevolezza che l’Uomo poggia su un fattore oscuro incommensurabile e che conduce la propria esistenza, per l’appunto, tra gloria e abissi.

Sergio Maria Serraiotto è nato a Bassano del Grappa nel 1965, in quello che fino ai primi anni 2000 si definiva il “ricco nordest”, ultimo di quattro fratelli. Suo padre, dopo la guerra, compresi due anni di lager in Germania, è emigrato in Venezuela per poi tornare in Italia e lavorare nel commercio edile, lavoro che l’autore prosegue tutt’oggi. Sua madre si è sempre occupata della famiglia. Diplomato in ragioneria nel 1984, mi è sposato nel 1991, ha due figli e una figlia di età variabile tra i 26 e i 9 anni. Scrive da sempre, la prima poesia l’ha composta alle elementari, presume per necessità espressiva o, più semplicemente, perché scrivendo riesce a tenere a bada i suoi demoni personali e costa meno di andare in analisi.

Il tema della disillusione, del disincanto e della pietà, ma anche la consolazione al vuoto, il pudore, la memoria degli affetti, il rapporto con Dio, la giovinezza e l’idea della morte. 60 poesie introdotte da 12 aforismi ci conducono in sentieri e diramazioni che come arterie dello stesso cuore assolvono all’unico scopo di farlo pulsare ancora, esorcizzando la tristezza, nonostante le guerre e le ferite subite e inferte, nonostante le ingiustizie, le perdite e le rinunce che ogni vita cela in sé.

Tra gloria e abissi, silloge che segue al suo esordio poetico, “Il negozio delle lacrime usate” (Samuele Editore, 2012) e alla seconda e più matura “Il peso del paradiso” (Lietocolle, 2015), Sergio Maria Serraiotto si sofferma con insistenza a scandagliare il passato, la cui memoria sta in equilibrio, appunto, tra gloria e abissi, in uno spazio temporale in continua evoluzione e trasformazione. Con lo sguardo rivolto al passato Serraiotto considera, nel senso etimologico del termine, tutto ciò che sembra essere andato perduto e lo recupera, con cura e attenzione, attraverso la parola poetica. Sia il titolo del volume che quello dato alla prima parte sono allora fondamentali per estrarre il significato profondamente epistemologico di questa operazione. Nell’asse spazio-temporale che si estende tra la gloriosa felicità della vita e l’abisso della morte, i versi, e il poeta stesso, ci rivelano che gli esseri umani possono decidere di vivere come aquilone, oppure come filo.

In Tra gloria e abissi, protagonista è il dolore che contempla il passato, che, come recita la prefazione, “si sparge sulle pagine dove i versi ripercorrono, con sollecitudine, i capitoli di un legame esaurito, contemplandone le imperfezioni, i fallimenti, il vuoto che ha lasciato. E tutta la felicità è come una pozza di cui ignori la profond ità/finché non ci immergi il piede”

 

TRASCURABILE

Lei confidava nell’arrivo dell’estate, nei vestiti leggeri a fior di pelle, nella luce che si riflette dagli occhi e scalda il circolo vizioso dell’umore. Lui aveva il cuore più pesante, sperava ancora nella pioggia perché mal sopportava gli abbracci collosi come un rivolo sudato sulla schiena.

Del banale di cui s’accontentavano erano inconsapevoli che un trascurabile contrasto corrode anche la roccia, poco a poco.

L’autore

Nel 2011 partecipa all’antologia “Sotto l’albero delle mele” Aletti Editore.
Nel 2012 esce per la Samuele Editore la sua prima raccolta di poesie intitolata “Il negozio delle lacrime usate”.
Nel 2013 con Samuele Editore è inserito nell’antologia “Tutto il bene che ci resta”.
Nel 2013 esce per la “NEMLA Italian Studies” (U.S.A.) l’antologia “The place to be” alla quale partecipa come autore.
Nel 2015 esce la sua seconda raccolta di poesie edita da Lietocolle dal titolo “Il peso del Paradiso”.