‘Il silenzio’, l’ultimo capolavoro apocalittico pop di Don DeLillo ambientato durante la pandemia

La fine di un mondo passa sempre per i suoi contrari, perciò non bisogna meravigliarsi se per lo scrittore statunitense Don DeLillo a spegnere la civiltà umana così come la conosciamo sia il silenzio, che poi forse non sarebbe una cosa malvagia. Sembra essere proprio questa la chiave di lettura principale dell’ultimo romanzo di Don De Lillo, Il silenzio, 2020.

Manhattan, 2022. Una coppia è in volo verso New York, di ritorno dalla loro prima vacanza dopo la pandemia. In città, in un appartamento nell’East Side, li aspettano tre loro amici per guardare tutti insieme il Super Bowl: una professoressa di fisica in pensione, suo marito e un suo ex studente geniale e visionario. Una scena come tante, un quadro di ritrovata normalità. Poi, all’improvviso, non annunciato, misterioso: il silenzio.

Tutta la tecnologia digitale ammutolisce. Internet tace. I tweet, i post, i bot spariscono. Gli schermi, tutti gli schermi, che come fantasmi ci circondano ogni momento della nostra esistenza, diventano neri. Le luci si spengono, un black-out avvolge nelle tenebre la città (o il mondo intero? Del resto come fare a saperlo?) L’aereo è costretto a un atterraggio di fortuna. E addio Super Bowl. Cosa sta succedendo? È l’inizio di una guerra, o la prima ondata di un attacco terroristico? Un incidente? O è il collasso della tecnologia su se stessa, sotto il proprio tirannico peso? È l’apparizione di un buco nero, l’aprirsi di una piega dello spazio e del tempo in cui le nostre vite scivolano inesorabilmente? Di certo c’è questo: era dai tempi di Rumore bianco che Don DeLillo non ci ricordava con tanta accecante precisione che viviamo, disperati e felici, in un mondo delilliano.

Vera protagonista del romanzo è la teoria dell’apocalisse che De Lillo ha affidato al suo editore poco prima che la pandemia prendesse il largo: a marzo le ultime bozze, qualche giorno dopo i lockdown in tutto il mondo. In America Il silenzio è uscito a ottobre per Picador; resta inedito in Italia dove arriverà per Einaudi a febbraio 2021, un romanzo brevissimo in cui assistiamo al blackout della nostra tecnologia digitale in un ipotetico 2022, nel giorno del Super Bowl, giornata evento per gli americani. Ma non è un libro dagli intenti profetici come ha spiegato lo stesso autore al Guardian: “È solo una storia ambientata nel futuro”.

De Lillo si sforza poco di spiegare cosa sia veramente successo al mondo dei suoi personaggi. La catastrofe è al cuore della trama ma non lo sono le sue cause. Quel che DeLillo vuole mostrarci è la reazione umana allo spegnimento delle cose: quel rumore digitale che permea le nostre vite e a cui inconsapevolmente non solo siamo dipendenti, ma anche, in una certa misura, legati ormai culturalmente e persino a livello intellettivo.

Protagonisti del Silenzio sono alcuni intellettuali di classe medio alta che gradualmente si radunano a casa di due amici, dove avrebbero dovuto seguire la partita e dove invece lo schermo del televisore è morto dopo aver trasmesso un ultimo misterioso segnale. Una volta caduto il silenzio digitale (muta la radio, inerti gli smartphone) i presenti, sebbene in compagnia, si isolano in lunghi monologhi, solo in parte filosofici e più spesso sconnessi. Si parlano addosso ignorando gli altri nella stanza, come se d’improvviso non fossero più capaci di comunicare tra loro senza la mediazione di un dispositivo elettronico.

Il silenzio è un capolavoro della non scrittura, delle pause e delle cesure tra le parole, il subconscio implicito che, quando viene meno la base, il terreno comune che ci rende animali sociali che condividono le stesse passioni, non riesce ad innalzarsi come coscienza di massa, in quanto inadatto e superato per gestire i pezzi di un mosaico che compongono il vivere comune.

Quali sono i potere e allo stesso tempo i pericoli della modernità? Senza qualcosa da guardare, da ascoltare, se non digitiamo, chattiamo, creiamo una storia su Instagram, noi non siamo più niente. Sono solo parole nel vuoto, pensieri vagabondi. Silenzio, appunto.

Il nuovo romanzo minimale di DeLillo ha uno stile scarno, mostrando ancora una volta come la scrittura di dell’autore di Underworld sia cambiata, non servono più paragrafi, frasi elaborate e articolate. Solo delle parole, leggere che ci indicano la strada, la nostra strada.
Il modo di scrivere di DeLillo è diventato olografico, per consentirci di scandagliare le ombre della nostra coscienza e di vivere anche noi il vissuto dei suoi personaggi.

Come ha acutamente rilevato Paolo Latini  (tenutario del Blog Americanorum), qui ancora più che in altre sue opere abbiamo personaggi che parlano una lingua peculiare, il DeLilliano, e questo concorre a creare un insieme di dialogo e sequenze probabilmente inconfondibili, quasi al limite della auto-parodia: cultura pop, frasi spezzate, frasi fatte e riflessione sulle stesse, filosofeggiare, calchi e mixaggi di alto e basso.

Proprio in questa estremizzazione di un linguaggio volutamente artefatto, il libro clamorosamente funziona e funzionano spunto e ambientazioni, che impropriamente hanno fatto pensare a un romanzo sulla pandemia e sul lockdown. Più suggestivamente e apocalitticamente si immagina invece una New York dove tutta la tecnologia (tutta!) smette improvvisamente di funzionare, e un insieme di cinque personaggi principali intrappolati (o forse compiutamente liberi) in questo nuovo (provvisorio?) paradigma.

 

Fonte: L’apocalisse di Don DeLillo

Mark Twain e il suo contributo allo sviluppo della letteratura americana contemporanea

Mark Twain precursore della Letteratura Americana Contemporanea vera e propria” a dichiararlo fu il premio Nobel Ernest Hemingway. Suo grande estimatore, l’autore de Il vecchio e il mare, fu colui che più di tutti contribuì alla fama dello scrittore floridano, consigliandolo ai suoi colleghi contemporanei.

Mark Twain pseudonimo attribuitogli in marina, nacque come Samuel Langhorn Clemens in Florida e visse tra l’ottocento e il novecento. Fu tipografo e giornalista, e, solo in seguito scrittore. Twain divenne celebre per aver affrontato nei suoi scritti questioni morali e sociali, mai trattate prima.

La sua grandezza sta nel aver sviluppato temi spinosi con l’utilizzo della satira, suscitando ilarità ma portando il lettore o l’uditore a riflettere sul vero senso dei fatti, accrescendo il proprio io critico. La satira critica valse a Twain la fama e lo consacrò come primo autore interamente di stampo statunitense. Hemingway studiò a fondo le opere celebri di Twain, affermando che tutto ciò che fosse stato scritto prima non avesse racchiuso la vera identità americana. Tra tutte le opere di Twain che possano ben delineare ciò che si intende per letteratura americana moderna e contemporanea, Le avventure di Huckleberry Fin sono quelle che racchiudono la maggior parte delle invettive socio -letterarie che ricorreranno da ora in avanti durante tutto il novecento fino ai nostri giorni. Attingeranno da qui molti dei nomi illustri contemporanei, tra cui Hemingway, Kipling e Salinger. Tutti riporteranno nelle loro opere l’influenza del suddetto romanzo picaresco. I due protagonisti ad esempio ricopriranno un ruolo di primo piano nella letteratura moderna. Con questa duplicità, l’autore espierà il suo pensiero in relazione ai problemi della comunità e la sua personale condizione nella stessa.

Huckleberry e Tom Sawyer sono dunque le due facce dell’autore che li utilizza per descrivere il proprio punto di vista, i propri bisogni partendo da due angolazioni differenti. Egli sente di voler rincorre la libertà a tutti i costi e si batte per essa e per chi la cerca, lontano dalle regole e da quella mentalità chiusa, schematica che si andava a delineare in questi anni in una nazione post-guerra civile. Allo stesso tempo la sua condizione borghese lo lega alla stessa classe e a tutta la gamma di credenze che la caratterizzano.

La critica alla cultura e alla società statunitense cambia, quindi, volto con Twain: infatti mostrare questa duplicità d’ immagine rende le contraddizioni e le incongruenze più facili da afferrare e da comprendere. Le stesse sembrano allontanare l’uomo dalla sua stessa natura di essere umano. Twain nei suoi scritti, tenderà quindi ad esaltare ed a mostrare ogni scena esasperando i comportamenti dei personaggi, suscitando così un riso amaro. Grandi innovazioni dal punto di vista lessicale sono riscontrabili anche nel utilizzo di registri diversi e soprattutto ricorrerà a dizionari principalmente legati alla maggioranza di schiavi neri, esaltando gli errori grammaticali e le cadenze storpiate. Questo espediente compare con Twain per la prima volta in modo così meticoloso tanto che egli stesso sarà spesso accusato dalla critica letteraria di aver utilizzato terminologia denigratoria descrivendo l’uno o l’altro personaggio. Il linguaggio politicamente scorretto sarà tratto distintivo delle opere dell’autore, in seguito, soprattutto nell’affrontare questioni scomode, tanti saranno coloro che proveranno ad imitarlo o trarranno ispirazione.

La satira pungente porterà tanta fama a Mark Twain, sia per i suoi scritti che in giro per il mondo, influenzando tanto anche il panorama europeo. Nei suoi ultimi anni si dedicherà all’orazione pubblica e raccogliendo molti seguaci e estimatori. Il suo impegno sociale e la sua influenza in questioni spinose sono ancora oggi ricordate negli Stati Uniti.

Le Avventure di Huckleberry Fin sono ad oggi opera cardinale nel panorama della letteratura per ragazzi e non mancheranno per tutto il novecento autori che impronteranno le loro opere sul suddetto modello. Tra questi figurano certamente il libro de Il Giovane Holden di Jerome David Salinger, opera celebre del 1951 in cui il protagonista ricorda molto sia Tom Sawyer che Huckleberry Fin: come quest’ultimo egli tenta la fuga tra i boschi verso la libertà. Twain è sicuramente riscontrabile nella serie di fantascienza Star Trek.

Oltre ad aver avuto un peso importante nella letteratura, Twain ha ad oggi grande fama negli Stati Uniti per essere stato punto di riferimento di una società che ambiva a accrescere la sua influenza nel panorama internazionale.

‘Tutto ciò che abbiamo amato’: il romanzo apocalittico di Jim Crace

L’America come la conosciamo non esiste più. Le macchine si sono fermate, la popolazione è stata decimata da una misteriosa epidemia, il terreno contaminato da tossine, e in questo scenario di morte e dolore è cominciata la grande emigrazione: i sopravvissuti si muovono verso est, verso la speranza e la possibilità di un imbarco per l’Europa. Ferrytown è una stazione di transito, che sopravvive proprio su questo incessante, disperato flusso migratorio. Ed è qui che arrivano Franklin Lopez e suo fratello Jackson, pellegrini verso l’oceano. Franklin ha un dolore a un ginocchio e si ferma sulle colline, mentre il fratello scende a Ferrytown per vedere di guadagnare qualcosa. In una casupola sulle colline Franklin incontra una donna, Margaret, febbricitante e isolata da tutti. Insieme i due intraprenderanno il cammino attraverso quest’America distrutta, aiutandosi a vicenda e trovando anche la forza di un amore inaspettato.. Questa la trama del romanzo di Jim Crace, Tutto ciò che abbiamo amato, 2007.

In un futuro non meglio precisato, l’America è ridotta a un campionario di vestigia arrugginite e fatiscenti, le città sono cocci di un’antica umanità che spuntano in un paesaggio da Nuova Frontiera. Due fratelli, Jackson e Franklin, partono a piedi dalla fattoria dove vivono con la madre alla volta della costa, dove si dice salpino navi in grado di attraversare l’oceano dirette in Europa, un vecchio continente misterioso dove a quanto pare non mancano opulenza e ricchezza.

A loro basta fuggire dalle ristrettezze di un’America tornata alla vita rurale, alla fatica di vivere per un minimo di sussistenza. Poco dopo la partenza, però, si separano: Jackson, corpulento e avventuriero, si dirige verso una cittadina che funge da snodo di transito per i numerosi viaggiatori che si arrischiano a percorrere le pericolose strade infestate da banditi spietati. Franklin è costretto a fermarsi perché di costituzione fragile, con una gamba malmessa, e si rifugia in una baita apparentemente abbandonata.

In realtà, la casupola ospita Margaret, una ragazza con la testa rasata per evitare il contagio di un morbo mortale, forse la causa mai rivelata della fine della civiltà per come la conosciamo. La ragazza sopravvive, e lentamente instaura con Franklin un rapporto di fiducia che si trasforma in un sentimento molto profondo, assimilabile all’amore ma anche alla necessità di aiutarsi a vicenda, a suo modo più sincero e puro.

Anche il loro idillio è destinato a essere interrotto. Franklin viene catturato da un gruppo di predoni e tenuto in schiavitù, fino a quando non riesce a fuggire tentando di raggiungere Margaret. La ragazza trova ospitalità in una specie di comune organizzata da monaci – uno strano culto che vieta il possesso di oggetti di metallo, materiale considerato impuro perché retaggio del mondo precedente, votato all’autodistruzione.

Dopo una serie di peripezie, i due riusciranno a ritrovarsi e proseguire il viaggio. Ma siamo sicuri che al di là dell’oceano, in una terra dove si parla una lingua sconosciuta – potrebbe essere francese, oppure si lascia sottinteso che in America non si parli più inglese – la vita sarà migliore? Nonostante il romanzo condivida un’atmosfera post-apocalittica e reminiscenze con La strada di McCarthy, il romanzo di Crace non potrebbe essere più diverso della descrizione di un’umanità dedita al cannibalismo e alla barbarie.

Ha più elementi in comune con La peste scarlatta, splendido racconto di Jack London del 1911 senza il quale forse non esisterebbe nemmeno il celebre libro di McCarthy. Tutto ciò che abbiamo amato (in originale The Pesthouse, “Il lazzaretto”) è un romanzo di esplorazione geografica e sentimentale, privo di violenza e cupezza considerato che a suo modo rientra nel genere “apocalittico”. A fine lettura, rimane un senso di possibilità che si addice più a una storia d’amore che a un resoconto di speranze infrante.

Come ha argutamente scritto Francine Prose recensendo il libro per il New York Times, è leggermente frustrante leggere di un futuro d’inferno provando la dannata sensazione di esserci già stati.

‘Il tempo è un bastardo’, il geniale concept album musicale premio Pulitzer di Jennifer Egan

“Il tempo è un bastardo” è un romanzo insolito, formato da una serie di racconti collegati dal ricorrere degli stessi personaggi. Al centro ci sono Bennie Salazar, ex musicista punk e ora discografico di successo, e il suo braccio destro Sasha, una donna di polso dal passato turbolento.

Le loro storie si snodano tra la San Francisco di fine anni Settanta e una New York prossima ventura in cui gli sms e i social network strutturano le emozioni collettive, passando per matrimoni falliti, fughe adolescenziali nei bassifondi di Napoli, scommesse azzardate su musicisti dati troppe volte per finiti. Intorno a Bennie e Sasha si compongono le vicende delle loro famiglie e dei loro amici: una galleria di coprotagonisti grazie alla quale Jennifer Egan racconta le degenerazioni del giornalismo e dello star-system, la meraviglia delle droghe psichedeliche, le dinamiche emotive di un bambino autistico nella provincia americana del futuro.

Il romanzo è stato un caso letterario internazionale: i diritti di traduzione sono stati venduti in 16 paesi e nel 2011, la rivista Time ha inserito Jennifer Egan nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo attuale.

Il tempo è un bastardo: trama

Bennie Salazar è un ex musicista punk divenuto poi un famoso discografico. Sacha è il suo fidato braccio destro: cleptomane, è una donna forte, dalla psicologia molto complessa, reduce da un passato di vicende rutilanti che dall’America la vedono anche a Napoli e che hanno formato la sua insolita personalità. Intorno ai due compare una lunga serie di personaggi secondari immessi in storie di un realistico quotidiano, il quale, tuttavia, si distacca da ogni stereotipo culturale e assume talvolta un carattere fantastico, attraversando un trentennio di storia americana fino ad arrivare a un futuribile epilogo nel 2020.

Ci sono Scotty, ex chitarrista dei Flaming Dildos – una punk band californiana in cui Bennie suonava il basso – e sua moglie Stephanie, occupata a riportare in vita la carriera di Bosco, una vecchia leggenda del rock ormai invecchiato e in declino. E ancora Jules Jones, un giornalista che cerca di violentare la starlet Kitty Jackson durante un’intervista. Tutti i personaggi sono collegati tra di loro e, attraverso le loro relazioni, è possibile penetrare nel profondo dei vizi e delle virtù americani legati alla cultura di massa, all’impatto della tecnologia sulla psicologia umana, lo star system e, soprattutto, il tempo che, passando, trasforma, metamorfizza e snatura le umane convinzioni e le umane convenzioni.

Struttura e composizione

il romanzo è costituito da 13 racconti interconnessi tra loro, tutti inseriti in una continuità e ingabbiati dentro mille fili logici da rispettare, ciascuno espresso con una voce e uno stile diversi, mescolando finto memoir, giornalismo, fantascienza; prime, seconde, terze persone; voci narranti delle età e dai gerghi più disparati; salti temporali di cinquant’anni, neologismi tecnologici, infiniti paragrafi di note a pié di pagina.

Il tempo è un bastardo (titolo originale Visit from the goon squad) nella sua struttura combinatoria si presenta infatti come un concept album musicale, con temi e motivi che vengono più volte ripresi e il cui significato si modifica e si arricchisce col passare del tempo o attraverso il flashback.

Tra classicismo e sperimentazione

Molto interessante è la sperimentazione di un capitolo scritto riproducendo graficamente un documento di power point, nel quale la vicenda narrata è ridotta a titoli e slogan grazie ai quali il lettore ha la possibilità di attivare il suo personale processo immaginativo e narrativo, e grazie ai quali, inoltre, si ha la possibilità di entrare nell’impalcatura narrativa di Jennifer Egan, nel suo personale laboratorio letterario fornito dalla versione appunto “schematica” dell’episodio.

La commistione di linguaggio letterario e linguaggio dei nuovi media come il power point – su cui è stato scritto moltissimo e talvolta anche a sproposito, soffermandosi solo su di esso – iscrive il premio Pulitzer Egan in un lunga e autorevole tradizione che risale ai grandi autori del modernismo, i quali avevano già sperimentato con i linguaggi dei nuovi media a loro coevi, come ad esempio l’impatto del telefono o del telegrafo (Henry James, James Joyce, T. S. Eliot, Italo Calvino e in parte Virginia Woolf), la radio e il grammofono (Beckett, Kafka e ancora Joyce).

Il tempo e le sue sfumature

Jennifer Egan si è avvale di una struttura razionale che, allo stesso tempo, deriva da un’autentica ispirazione legata alla vita reale e alla reale società americana che l’autrice osserva e riproduce con empatia. In questo senso, Il tempo è un bastardo non si configura come uno di quegli esemplari esercizi di stile tipici di moti romanzi postmoderni, che però risultano non coinvolgenti sul piano emotivo. Al contrario, in ogni racconto si percepisce il pulsare della vita vera, di sentimenti ricreati magistralmente dall’autrice e di storie che, nonostante le divergenze culturali e geografiche, potrebbero riguardare tutti noi.

Il romanzo ci narra infatti del tempo che, legato al secondo macrotema della musica, ci appare in tutte le sue sfumature: il tempo che passa, il tempo che scorre velocissimo o che a volte pare rallentare e sospendersi, il tempo reale e cronologico, il tempo del “per sempre” e quello ineluttabile del “mai”, il tempo che è sia un “galantuomo”, sia un “bastardo”.

Jennifer Egan ci suggerisce di considerare il tempo non solo come un tema nella narrazione ma come il suo principio strutturale di base. Come nella fisica delle particelle, il tempo della vita è tutto fuorché lineare e dunque non può esserlo nemmeno in una forma romanzo che mira alla ricreazione della vita stessa.

Alle persone non ci penso», disse Sasha.
«Eppure non è che manchi di empatia», disse Coz. «Questo lo sappiamo, per via dell’idraulico».
Sasha sospirò. Aveva raccontato a Coz la storia dell’idraulico un mesetto prima, e da allora lui aveva trovato il modo di tirarla in ballo quasi in ogni seduta. L’idraulico era un signore anziano, mandato dal padrone di casa di Sasha a indagare su una perdita nell’appartamento sotto il suo.

 

Fonte: http://www.mangialibri.com/libri/il-tempo-è-un-bastardo

Dalla paranoia di ‘Gravity’s Rainbow’ di Pynchon alla dietrologia di ‘Underworld’ di DeLillo

Quasi venticinque anni trascorrono tra la pubblicazione di Gravity’s Rainbow (1973), il romanzo che ha consacrato Thomas Pynchon a scrittore canonico del postmodernismo americano, e quella di Underworld (1997) di Don DeLillo, a tutt’oggi considerata l’ultima grande epica americana, una vera e propria “biografia culturale” come la definisce Joseph Dewey.

Questo lasso di tempo ha visto svilupparsi negli Stati Uniti la teoria e l’estetica postmoderna in diversi ambiti culturali come la letteratura, l’architettura, l’economia, la filosofia e le scienze sociali. Il romanzo americano, che negli anni Sessanta e Settanta era spesso caratterizzato da una forte autoriflessività metaletteraria, intorno agli anni Ottanta comincia a orientarsi verso il ritorno a un nuovo tipo di realismo, nonché a una rinnovata attenzione nei confronti della trama.

Il postmoderno di Pynchon e DeLillo

Pynchon e DeLillo rappresentano due diverse anime del fenomeno postmoderno, tuttavia i romanzi in questione, pur presentando caratteristiche di struttura, stile e ambientazione temporale piuttosto differenti, condividono non soltanto una mole enciclopedica di contenuti e personaggi, ma soprattutto alcuni nodi strutturali e tematici fondamentali.

In maniera diversa entrambi presentano la cospirazione come sistema di organizzazione della trama – storica, politica o letteraria – e mettono in scena la paranoia che scaturisce dal tentativo del soggetto di rintracciare tutte le possibili connessioni tra eventi disparati per arrivare a una visione unitaria e non contraddittoria della storia. In entrambi figurano personaggi paranoici sia nei confronti della situazione storico-politica in cui vivono, sia, in certa misura, nei confronti della propria condizione individuale.

La possibilità che “tutto è connesso” informa in uguale misura tutte e due le opere; in Gravity’s Rainbow, ambientato alla fine della seconda guerra mondiale nella Londra devastata dai bombardamenti e nella Germania dell’immediato dopoguerra, la possibilità di complotti e connessioni paranoiche pressoché infinite non viene mai del tutto confermata ma rimane un pensiero soggettivo, che si ripiega su se stesso nel testo e nella scrittura, tanto da poter essere ascritto a patologia individuale.

In Underworld, invece, ambientato principalmente nel periodo successivo alla guerra fredda, la paranoia è ormai diventata una patologia nazionale, una realtà quotidiana inevitabile e incontrovertibile, assimilata alla vita di tutti i giorni in maniera silenziosa ma sintomatica.

Ciò avviene perché nei venticinque anni che trascorrono dalla pubblicazione del romanzo di Pynchon a quello di DeLillo avviene un significativo cambiamento nell’immaginario culturale americano. Un’analisi comparata del trattamento riservato alle costruzioni cospiratorie nei due romanzi testimonia il passaggio da una paranoia relativamente “stabile”, basata su un rigido sistema binario di coalizioni e
ideologie nettamente contrapposte – Stati Uniti/Russia, Occidente/Oriente, democrazia/comunismo, o più semplicemente Noi/Loro – a una paranoia insicura e globale, interna anche alla nazione oltre che proiettata verso un comune nemico esterno, alimentata dalla nuova realtà economica delle multinazionali e dalla frammentazione del soggetto e della realtà propria del periodo. Una paranoia che dubita persino di se stessa, che oscilla tra serietà e autoironia, che non riesce mai a prendersi sul serio ma che provoca un significativo cambiamento nei costumi sociali della nazione.

Questo atteggiamento si riflette nella struttura dei romanzi scritti in questo periodo. Peter Knight, teorizzando ciò che molti scrittori postmodernisti avevano cultura della cospirazione”, un reciproco e fecondo scambio tra realtà storica e fiction:

Emerge un reciproco loop di rimandi tra mondo finzionale e mondo reale, con vere spie che imparano il discorso della cospirazione dai romanzieri e viceversa. Più in generale, il fascino per le cospirazioni nell’intrattenimento assorbe e rafforza l’atmosfera di segretezza che struttura la politica americana, generando quella che si può chiamare una “cultura della cospirazione”.

Gravity’s Rainbow e Underworld: due capolavori a confronto

I primi romanzi di Pynchon, come V. (1963), The Crying of Lot (1966) e lo stesso Gravity’s Rainbow, al pari di alcune opere di DeLillo come Running Dog (1978), The Names (1982) e soprattutto Libra (1988), possono essere considerati i romanzi della “grande era della paranoia americana, l’era cominciata subito prima degli omicidi Kennedy/King e svanita da qualche parte nei primi anni Novanta”. Ma
nonostante ciò è possibile rintracciare un’evoluzione nella concezione della paranoia nazionale anche attraverso le opere di uno stesso scrittore: “Nei dieci anni tra il primo e il terzo romanzo di Pynchon, le teorie cospiratorie sono cambiate da stile politico bisognoso di una spiegazione a necessaria e autocosciente assunzione di partenza per la controcultura”.

Al contrario, le opere di entrambi gli autori scritte negli anni Novanta si potrebbero definire “romanzi post-paranoici”. Confrontando Underworld di DeLillo a Mason & Dixon di Pynchon, entrambi pubblicati nel 1997, Michael Wood afferma:

Mentre il romanzo di Pynchon è un lungo, circolare addio all’idea di cospirazione, quasi all’idea di narrativa, quello di DeLillo esplora l’eredità della cospirazione o, più precisamente, un mondo privo di cospirazione, in lutto per la scomparsa del senso minaccioso e costrittivo dato dai vecchi segreti.

Il dibattito politico-culturale sulla paranoia è stato inaugurato negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta dal saggio pionieristico di Richard Hofstadter “The Paranoid Style in American Politics”. L’influente critico identificava come elemento ricorrente nella politica americana un patologico “stile paranoico”, descrivendo le conspiracy theories popolari come rappresentazioni pericolose e distorte di eventi storici dovute al “singolare salto di immaginazione che viene sempre effettuato in un punto critico della narrazione degli eventi”. Hofstadter considerava la paranoia come l’ultima risorsa di coloro che si trovano ai margini dei sistemi di potere per rendere conto di eventi e situazioni politiche la cui causa non riuscivano a spiegare attraverso “ i normali processi politici di scambio, negoziazione e compromesso”.

Superando la logica binaria di Gravity’s Rainbow – il quale, ambientato alla fine della seconda guerra mondiale, drammatizza nella struttura e nelle tematiche la nascita della divisione bipolare che porterà alla guerra fredda – Underworld mette in scena la transizione, nella cultura americana, dalla nevrosi di una fede monolitica e inflessibile in complotti universali a uno stato costante di paranoia contraddittoria, ironica e autoriflessiva che utilizza il linguaggio popolare delle Conspiracy theories per recuperare un perduto senso di soggettività in un’epoca, come quella postmoderna, governata da sistemi la cui complessità travalica qualsiasi attribuzione di agency o responsabilità individuale.

La “pallina bianca sullo schermo” che i lettori/spettatori alla fine di Gravity’s Rainbow sono invitati a seguire mentre intonano “tutti insieme” le parole di una canzone – tristemente profetica – che parla della “luce che abbatté le Torri” (968), colpita dalla mazza da baseball di Thomson raggiunge in Underworld la punta più alta del suo arcobaleno, durante l’ultimo genuino evento pubblico americano. Subito dopo entra a far parte della sfera privata, si perde nella storia sotterranea dell’ultima metà del secolo e non è più rintracciabile se non a fatica e in maniera parziale o superficiale.

La dimensione paranoica pubblica e quella dietrologica privata convergono alla fine del romanzo nell’unica parola forse in grado di tenere insieme la trama della storia e della narrazione nell’iperspazio virtuale della postmodernità.

 

Paolo Simonetti

 

‘Io sarò qualcuno’: L’America ai margini di Willy Vlautin

Tra tutti gli spettri in giro per il mondo, ce n’è uno che affiora di tanto in tanto in superficie, per essere subito ricacciato sotto nel magma ribollente dove stanno assieme umanità considerate periferiche e fenomeni buoni per saltuarie indagini sociologiche; il fantasma è quello della cosiddetta America profonda, piantata lì dentro nella vastità degli Stati Uniti. Ne avrete sentito parlare: è quello scenario che emerge in certi film-documentari indipendenti; o dai capolavori letterari di Raymond Carver o nei romanzi di Kent Haruf e Chris Offutt.

È il grembo discontinuo e frastagliato che s’allunga distante dalle grandi metropoli sulle due coste, o dagli agglomerati urbani che punteggiano la mappa degli USA: sono quelle zone che tendono a essere utilizzate nel dibattito socio-politico per spiegare fenomeni come il senso religioso che caratterizza un preciso aspetto del sentire americano; oppure per provare a capire com’è possibile che un tetro figuro come Donald Trump sia da qualche tempo l’inquilino principale della Casa Bianca – ammesso che esista una spiegazione valida.

Ecco: forse uno dei modi migliori per provare a penetrare la superficie e addentrarsi in quelle terre e tra i sogni e le speranze e le disillusioni di quella gente, non potendo concedersi complicate indagini sul campo, è stare dentro le storie che arrivano da lì. Storie come quella che racconta Willy Vlautin nel romanzo Io sarò qualcuno, uscito da poco per Jimenez nella traduzione di Gianluca Testani. Con Vlautin – originario di Portland, nell’Oregon – non siamo certo dalle parti dello scrittore improvvisato, o peggio, di un parvenu; il suo The Motel Life, l’esordio pubblicato più o meno dieci anni fa (in Italia da Fazi come Motel Life), venne notato dalle pagine critiche di giornali come il New York Times o l’Independent. E nella vita parallela a quella da scrittore, Vlautin è stato il leader dei Richmond Fontaine, una band che merita di essere rivalutata da chi non ha fatto in tempo a notarla a tempo debito – siamo sempre in tempo; dare un ascolto a un pezzo come Casino Lights per credere, tra Tom Waits e Bill Callahan.

Io sarò qualcuno racconta di un aspirante pugile, un ragazzo di nome Horace Hopper, sangue metà irlandese e metà indiano, abbandonato dai genitori quando era un bambino. È cresciuto nel ranch della famiglia Reese, un uomo e una donna che gli hanno dato amore, affetto, e una roulotte-depandance dove coltivare la propria libertà, ma che non hanno potuto dargli l’identità di cui è a caccia; quella, puoi dartela soltanto da solo, tanto che Horace, per tentare la carriera agonistica, decide di cambiare nome e cognome, assumendo le fattezze messicane di Hector Hidalgo («Perché i pugili messicani sono i più forti. Lo sanno tutti. Affrontano chiunque. Sono dei veri guerrieri che non si tirano mai indietro, non mollano mai, non hanno mai paura», spiega Horace).

Per inseguire sé stesso, Horace/Hector lascia il Nevada per spostarsi in Arizona, nella bollente Tucson, dove trova un lavoro come gommista e prende lezioni di boxe da un ex pugile messicano, Alberto Ruiz. Nel romanzo di Vlautin sfilano personaggi e paesaggi – baracche desolate, supermercati dai cui scaffali traboccano tortillas, riso, salse piccanti; centri commerciali, sale piene di frastornanti slot machine – che riescono a comporre un racconto estremamente visivo; le azioni si svolgono rapide, sono i verbi a dettare il tempo della storia, in un’alternanza febbrile, quasi nervosa.

«Era il tramonto quando Horace fece ritorno al campo insieme a Little Roy. Pedro aveva acceso il fuoco ed era seduto per terra davanti al fornello Coleman intento a mescolare qualcosa dentro una padella. Horace si sedette di fronte a lui, mangiò l’interno dei due panini della signora Reese e buttò il pane in mezzo al fuoco. Pedro prese una casseruola dal fornello, versò dello stufato in una scodella e la diede a Horace. Non parlarono mentre mangiavano, e poi Horace srotolò il materassino e il sacco a pelo. Ci si sedette sopra e rimase ad osservare il fuoco. Pedro entrò nel suo letto e in breve cominciò a russare. Tiny e Wally dormivano vicino a lui e Little Roy si sistemò accanto a Horace. Alimentò il fuoco un’ultima volta e si infilò nel suo sacco a pelo».

Al centro, fino alla fine del romanzo, resta Horace, con le sue passioni – la musica furiosamente heavy di band come Pantera o Slayer, ad esempio – e le sue debolezze e fragilità, a cui si espone dando battaglia cavalcando i ring di Tucson, incassando colpi che lo scuotono nell’anima più che nel corpo, collezionando scatti in avanti e arresti improvvisi, come già gli preconizza Alberto Ruiz durante la primissima lezione di pugilato: «Attento, Hector: ho visto che ti sei bloccato almeno mezza dozzina di volte […] Ci proviamo, ma è difficile correggere qualcosa che è dentro di te. Faremo un tentativo, comunque. Quantomeno proveremo a migliorarlo».

«Sono cresciuto guardando i combattimenti, e ho sempre amato la tragedia che li contraddistingue», ha raccontato Vlautin in un’intervista al Guardian. E ancora: «Se da bambino non sei sicuro d’essere amato, penso che questa cosa possa deviarti». Io sarò qualcuno è un viaggio doloroso dentro questa mancanza, una lotta che va ben oltre i ring di un’America ai margini.

 

Fonte: MinimaetMoralia

5 frasi per ricordare Charles Bukowski, beniamino dei ragazzi pseudo-ribelli

Senza dubbio lo scrittore americano di origini tedesche Charles Bukowski è tra i maggiori esponenti del cosiddetto “realismo sporco”, filiazione del minimalismo, caratterizzato da uno stile sobrio e preciso nell’utilizzare parole per le descrizioni. In questo modo i personaggi delle storie narrate da Bukowski risultano tratteggiati superficialmente, ritratti della loro ordinarietà e volgarità.

Bukowski è stato un autore molto prolifico: ha scritto sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie, per un totale di oltre sessanta libri. Il contenuto delle sue opere è autobiografico, caratterizzato da un rapporto morboso con l’alcol, da esperienze sessuali descritte appunto in maniera realistica e da rapporti complicati con le persone. Disinibito e antisociale, il sopravvalutato e ammantato di riverenza liturgica Bukowski è autore di scritti celebri come Storie di ordinaria follia, L’amore è un cane che viene dall’inferno, Le ragazze che seguivamo, Non c’è niente da ridere, Post Office, Donne, Hollywood! Hollywood!, Factotum.

Scrittore semisconosciuto fino a qualche decennio fa, Bukowski è asceso al successo tra i ragazzi pseudo intellettuali-ribelli (che vorrebbero, purtroppo per loro, essere come lui), soprattutto grazie a Facebook dove innumerevoli sono i post condivisi contenenti le “massime” più celebri dello scrittore. Con buona pace degli osannanti del suo linguaggio crudo, del suo irritante sprezzo verso le persone “normali” e della sua anarchia.

 

 

  1. L’anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando le sei vicino.

 

 

  1. La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto.

 

 

  1. “Per ogni Giovanna d’Arco c’è un Hitler appollaiato dall’altra estremità dell’altalena. La vecchia storia del bene e del male.”

 

 

  1. “Attenti a quelli che cercano continuamente la folla, da soli non sono nessuno. ”

 

 

  1. “L’amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri.”

 

‘Herzog’, l’anti-romanzo epistolare e realista di Saul Bellow

Uno dei più rappresentativi scrittori americani di origine ebraica ma di lingua inglese è Saul Bellow, considerato il maggiore autore di narrativa statunitense dopo Hemingway e Faulkner, nonché premio Nobel nel 1956. Bellow è autore di numerosi romanzi in cui i protagonisti sono perlopiù ebrei sperduti nelle gradi metropoli americane, alla ricerca della propria identità. Non fa naturalmente eccezione il protagonista di quel capolavoro di romanzo di analisi che porta il titolo di Herzog e che è anche il nome del personaggio principale.

Herzog è un intellettuale diviso tra New York e Chicago e riassume in se le caratteristiche dei protagonisti dei romanzi precedenti di Bellow: L’uomo in bilico del 1944, La vittima del 1947, il cui vero protagonista è la città, Le avventure di Augie March del 1953, Il re della pioggia del 1959, ambientato in un’Africa immaginaria, puntando, a differenza dei narratori sue contemporanei allora in auge, sulla dimensione dell’interiorità dell’uomo. Anche in Herzog, l’autore statunitense è consapevole che “il mondo ci segue ovunque noi andiamo”, facendo entrare la realtà contemporanea che ha la fisionomia delle gradi concentrazioni urbane degli Stati Uniti, nella narrazione:

<<In mezzo alla folla della Grand Central Station, Herzog, malgrado tutti gli sforzi, per cavarsela meglio che poteva, non riusciva a mantenersi razionale. Sentiva che tutti gli sfuggiva via nel rombo sotterraneo dei motori, delle voci e dei passi nelle gallerie con le luci che parevano gocce di grasso in un brodo giallo, e l’odore forte, soffocante, della New York sotterranea>>.

Herzog: tematiche e trama del romanzo

Ricorrendo al racconto in terza persona, Bellow può definire dall’esterno gli ambienti metropolitani dove vive il quarantacinquenne Herzog, del quale riporta frequentemente il ‘flusso mentale’, fornendo in questo modo amli squarci sulla sua vita interiore, sulle sue emozioni e sui suoi ricordi. Lo sviluppo della narrazione è spesso interrotto anche dagli appunti e dalle annotazioni di Herzog e in particolare, dalle lettere che egli immagina di spedire ai più diversi interlocutori, vivi e morti, tra i quali il presidente degli Stati Uniti dell’epoca, Eisenhower, il filosofo esistenzialista tedesco Heidegger e addirittura Dio. Nonostante il caos della realtà, che genera ansia, nelle ultime pagine del romanzo, il protagonista, finalmente consapevole dei propri limiti di uomo, riesce a recuperare un momento di pace, perlomeno provvisoria.

La narrativa di Bellow offre una delle più interessanti testimonianze della presenza della cultura ebraica nella letteratura contemporanea, perché, per quanto lontani dalla condizione dei padri e ormai pienamente inseriti nella società laica degli Stati Uniti, i protagonisti delle sue opere portano sempre dentro di se un ininterrotto legame con la tradizione, con le proprie radici come confermeranno anche i successivi romanzi di Bellow: Il pianeta di Mr Sammler del 1970 e Il dono di Humboldt del 1975.

A molti lettori di Herzog potrebbe sembrare eccessivo lo sfoggio di erudizione, con frequenti citazioni di artisti famosi, letterati, filosofi e storici, elementi scientifici, che l’autore fa in quest’opera grandiosa, ma Bellow se ne avvale non per autocompiacersi, quanto per approfondire il pensiero, i sentimenti e le schizofrenie dell’intellettuale contemporaneo, lasciandoci un messaggio drammatico ma non pessimista e distruttivo. Herzog infatti non riesce a trovare una collocazione in questo mondo materialista e frenetico. Ma egli è davvero una vittima o un eroe della sua drammatica parabola esistenziale? Il fallimento della sua vita sentimentale, avendo alle spalle due divorzi e numerose relazioni non impegnative, lo configurano come il tipico nevrotico depresso, ma saranno proprio i suoi fallimenti a dare il via al suo viaggio spirituale che dovrà condurlo alla sua Terra Promessa, scegliendo non a caso il nome Moses, il quale non si preoccupa di essere considerato pazzo, considerando la pazzia una scorciatoia per accedere alla conoscenza della verità.

Herzog ripartirà dalla casa di Ludeyville, da quello che doveva essere il nido d’amore tra lui e Madeleine, ma che si era trasformata in un inferno, ora ambiente ideale in cui può finalmente essere sereno a contatto con la natura incolta, realizzando il suo sogno del “buon selvaggio”, puro ed incontaminato che pare albergare in ogni vero intellettuale-artista che si rispetti, ben lontano dal pontificare in salotti pseudo-culturali ma più vicino alla sua essenza primitiva, almeno secondo Bellow. Qui Herzog, dopo essere stato abbandonato da tutti, ricostruirà la sua vita, rimettendo insieme i pezzi, con l’aiuto di Ramona, l’unica donna che forse, a differenza di Madeleine, avrebbe potuto accettarlo per quello che era e non per un bisogno snobistico in quanto Herzog è un uomo di cultura da esibire, per fare bella figura in pubblico.

Moses Herzog ora, per sopravvivere alla sua sofferenza, affida questa delicata operazione di riscatto alle numerose lettere che scrive a personaggi illustri, senza mai spedirle, in cui analizza sentimenti, concetti e avvenimenti storici. E ammetterà di andare alla ricerca della realtà attraverso il linguaggio e l’esercizio della scrittura.

Herzog è un (anti)romanzo epistolare realista di grande intensità e ricchezza tematica sulla vita moderna che ci involgarisce e che ci inghiotte, facendoci perdere contatto con noi stessi; è la storia di una crisi umana e intellettuale in cui tutti noi possiamo riconoscerci, ma dalla quale possiamo uscire.