‘’Un sogno nel vigneto’’di Emanuela Marra: un romanzo per moderni sognatori

Un sogno nel vigneto di Emanuela Marra, edito Land editore, è il romanzo perfetto per chi ha amato le grandi storie d’amore letterarie. Il libro è leggero, spensierato, piacevole ma soprattutto molto romantico e adatto ai sognatori. La protagonista, a metà fra i personaggi di Jane Austen e le più moderne Bridget Jones, è Emma Bianchi: 30 anni, laureata a pieni voti in economia alla Bocconi, proviene da un contesto familiare agiato e lavora nell’azienda immobiliare di lusso Immobilux.

In questo senso è un personaggio interessante: nonostante provenga da un entourage benestante, il personaggio di Emma è autonomo e indipendente, punta sempre a dare il massimo e veicola un messaggio altamente positivo. Vive in un appartamento di Milano accanto al suo amico di sempre, Patrick, figura fondamentale del romanzo in quanto, spesso e volentieri, è proprio colui che sbroglia le matasse emotive che tendono ad aggrovigliarsi nel cuore e nella mente di Emma.

La protagonista, infatti, nonostante i vestiti alla moda e i tacchi vertiginosi, è una ragazza ingenua e insicura. Il suo mondo si svolge quasi ordinariamente, incasellato in un percorso asettico e per nulla denso di emozioni; il lavoro in ufficio, il capo Andrea, la collega Karen compagna di confessioni e shopping e i luoghi abitudinari frequentati dalla stessa Emma che danno al lettore la sensazione di essere coinvolti in una dimensione intima, quasi di sostare con il personaggio stesso nelle proprie consuetudini. Il testo è abbastanza minuzioso e descrittivo e, grazie ai dettagli, sembra di ritrovarsi fra le pagine e passare le giornate con Emma; il caffè Tiffany che frequenta prima del lavoro, il signor Raimondo che incontra ogni mattina e con cui discorre di letteratura e libri d’avventura. Un evento, però, squarcerà questa routine; Emma ha programmato un viaggio alla Maldive con il fidanzato Luca, affascinante e noto fotografo di Milano, suo ragazzo da anni. Una visione sfumata da una vetrata di un ristorante, mentre cena con l’amico Patrick, manderà in pezzi Emma. Immagine che si concretizzerà nel viaggio natalizio che programmava da tempo. Abbandonata, delusa e a pezzi Emma cerca di raccogliere i cocci di sé stessa fra le lacrime e l’intensa tristezza, cercando di sopravvivere a un evento catastrofico anche con l’aiuto di Pat e del fidanzato di quest’ultimo, David.

Il barlume di speranza diviene di nuovo scintillante quando Emma ha una promozione lavorativa inaspettata, che la porta a seguire la stima, e in seguito la vendita, di un immobile a Siena. Lontana dalla caotica Milano, Emma ritroverà sé stessa e non solo; stare a contatto con la natura, per lei che è una ragazza di città, sarà un toccasana per riconnettersi con la sua anima, stremata e a brandelli per il troppo dolore ricevuto. Ma a Siena ci saranno altri due importanti personaggi a darle forza; come in ogni fiaba che si rispetti, anche in quelle moderne i ruoli di ‘’aiutante’’ sono fondamentali. Alla neo-amicizia di Laura, architetto e assistente di Emma che cresce sempre più durante il soggiorno in Toscana, si affianca l’affetto materno di Marta.

Laura è decisa, sicura, ordinata, un po’ quello che non è Emma. E sarà Laura ad aiutarla in più circostanze, quando l’emotività e l’essere sbadata della protagonista prenderanno il sopravvento. Marta, invece, è l’anziana signora proprietaria dell’appartamento a Siena che hanno affittato Laura e Emma per seguire i lavori della tenuta più da vicino. Il personaggio di Marta personifica la saggezza ma, soprattutto, è materno; un lato che Emma, dalla sua vera madre, ha sperimentato di rado.

Un sogno nel vigneto: le colline senesi foriere di emozioni e intensi colpi di scena

L’anziana signora ha un nipote, Edoardo: amante dei cavalli e della natura, inseparabile solo dalla sua fidata cagnolina, ha un carattere diffidente e cupo dovuto a delle delusioni passate. Emma conoscerà il ragazzo in circostanze accidentali per poi ritrovarlo a pranzo dalla Signora Marta, ignari entrambe di questa conoscenza in comune. Nonostante il carattere scorbutico ed irritante del ragazzo, per Emma è un vero colpo di fulmine che, solo dopo numerose vicende, si scoprirà reciproco; dapprima Emma è restia, non vuole soffrire ancora dopo Luca. Ma ciò che incuriosisce la ragazza è quell’alone di mistero che ha Edoardo.

Solo nel corso delle pagine si scoprirà che, il giovane, cela una sofferenza segreta, sconfinata poi in delusione, che lo costringe a mettere un muro con il mondo femminile. Riuscirà ad aprirsi con Emma, rivelandosi romantico, dolce, sognatore e galante; ma, proprio a questo punto, la protagonista commetterà un passo falso che farà crollare la fiducia che nel tempo era riuscita a costruire nel rapporto con Edoardo. Ecco che ritornano i lunghi silenzi, le spunte grigie di WhatsApp che non si colorano di azzurro, l’angoscia di Emma e le sue emozioni che la scrittrice descrive in dettaglio; l’autrice delinea perfettamente ogni minimo stato d’animo della protagonista, dando spazio sì al contenuto della storia e ai colpi di scena ma anche, e soprattutto, alla psicologia di Emma: i suoi timori, le sue insicurezze, la paura di non riuscire. Sentimenti e atteggiamenti da tutti sperimentabili e sperimentati, almeno una volta nella vita, che avvicinano la protagonista a chi si accosta alla lettura.

Nonostante tutto sembri perduto, e per qualche tempo lo sarà, saranno Patrick e David, insieme ai consigli materni di Nonna Marta, che leniranno il dolore di Emma e faranno rifiorire il sorriso sulle labbra della giovane. Il finale è probabilmente quello che i sognatori amanti del romance ameranno di più; un colpo di scena renderà Emma una vera e propria ‘’Principessa’’… in tutti i sensi! Un sogno nel vigneto è un libro in cui si parla di amore, amicizia e presa di posizione. Il tutto condito da una buona dose di ironia e divertimento che renderà ancora più piacevole il fluire della lettura.

‘L’anagramma della stella’: realtà e fantasia nel secondo libro di Barbara Cremaschi

L’anagramma della stella, edito per la casa editrice Il Prato, collana Le Meleagrine, è il secondo libro di Barbara Cremaschi.

Nata in Liguria la scrittrice  è cresciuta in Veneto dove vive tuttora.

Laureata in chimica industriale, ha lavorato per quasi vent’anni al petrolchimico di Porto Marghera ed è ora impiegata nel settore ambientale.

Per la casa editrice Il Prato ha pubblicato con il collettivo Norah Gelbe i due gialli La ragazza bambola e Un mare di luppolo e la raccolta di racconti a tema “Gotico Venexiano”.

Sempre con Il Prato ha pubblicato nel 2019 Cosa fa quest’intrusa in casa mia? Diario di resistenza gattesca. Collabora inoltre con riviste letterarie online.

L’anagramma della stella: sinossi

 

È splendida questa sera.

Lo so, non si accorge di me, non si è mai accorta di me. Probabilmente per lei è come se non esistessi, nulla di più di un puntino sfuocato, ma io non riesco a fare a meno
di osservarla da lontano, come mi fa bollire il sangue lei, non ci riesce nessun’altra. L’hanno paragonata a una dea, tanti ne hanno scritto o l’hanno ritratta, molti le hanno dedicato canzoni. Sembra brillare di luce propria, non mi stancherei di guardarla, la perfezione delle sue forme, la sua aria misteriosa, quelle ombre sul suo volto… vorrei alzare il muso e ululare per lei.

L’ho fatto tante volte anche se poi ridendo mi dicevano: «Ehi, guarda che sei solo un meticcio, anche se ti credi un lupo!» Non lo facevo per fingermi qualcuno di diverso da un semplice bastardo: una smania mi arrivava dal fondo della pancia. Era come il desiderio di respirare quando sott’acqua ti rendi conto di essere stato troppo in apnea elo stomaco comincia a ribellarsi con gli spasmi per chiedere aria. Quel borbottio saliva piano e poi, arrivato alla gola, mi faceva curvare il collo verso le stelle e intonare la mia canzone alla luna.

 

In questo suo secondo libro l’autrice intreccia realtà a fantasia, perché è convinta che la vita porti sempre con sé un po’ di magia, se solo glielo si permette.

Cosa lega un cane che ringhia a chiunque veda, una capra vanitosa, una gatta con un solo occhio, una donna scorbutica, delle cavie che corrono indisturbate tra le zampe dei gatti, una ragazzina dall’aria angelica, altri cani, altri gatti, un pavone, donne e uomini che più diversi tra loro non potrebbero essere, a un casolare diroccato?

Forse solo creature celesti che si aggirano tra stelle e pianeti saprebbero rispondere, ma non si vogliono intromettere negli affari umani e allora si limitano ad aspettare con pazienza il finale, rischiarando solo un po’ il cammino di questa strana compagine.

Ne “L’anagramma della stella” storie di animali si intrecciano a quelle di donne e di uomini, talvolta in un’atmosfera di sogno, altre volte di cruda realtà. Alla fine, quello che viene messo a nudo sembra proprio essere l’animo umano.

“Sono affascinata dalla gente comune – ha dichiarato l’autrice Barbara Cremaschi. Mi interrogo osservando persone che non conosco chiedendomi quale potrebbe essere il loro vissuto, cosa nasconda il loro intimo e come si traduca nell’aspetto esteriore, nei gesti, nelle passioni. Il rapporto con gli animali, che stanno diventando sempre più compagni delle nostre vite, trovo sia una chiave per rivelare quanto cela l’animo umano.”

Come scrive la giornalista Alessia De Marchi: “Sì, Rosa è una gattara, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui per raccontare la sua storia, quella dei suoi compagni di avventura e quella dei tanti Sirio, Claretta, Achille, Tyson, Milady, Gea, …, protagonisti miagolanti, abbaianti, belanti – e chi più versi ha più ne metta – di L’anagramma di una stella.  Meglio lasciarsi solleticare dalla curiosità ed entrare in un vecchio casolare immerso nella campagna veneziana pronti a scoprirvi un angolo di paradiso.  Barbara Cremaschi ti accompagna a conoscere tante piccole, grandi stelle, che si illuminano appena una mano le accarezza e ricambiano ogni attenzione con mille fusa, sincera fedeltà e incondizionata gratitudine, perché nessun incontro succede per caso”.

 

 

 

https://it-it.facebook.com/bcremaschi.2/

 

 

‘L’edera’. La Sardegna di Grazia Deledda nell’immaginario europeo

L’edera, romanzo del 1908 di Grazia Deledda, è il racconto di un solo personaggio, Annesa, la “figlia d’anima”, la giovane serva che si innamora del proprio padroncino. La sua maturazione avviene significativamente sulla “via di Damasco”, dalla cecità del male alla luce del bene, implicata nella pragmatica di esistenti immodificabili nei loro ruoli e dietro le loro tragiche maschere. La coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, “gettata” in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta.

“Ella aveva partecipato a tutte le vicende della famiglia, in quella casa dove il destino l’aveva gettata come il vento di marzo getta il seme sulla roccia accanto all’albero cadente. Ed era cresciuta così, come l’edera, allacciandosi al vecchio tronco, lasciandosi travolgere dalla rovina che lo schiantava.”

La letteratura secondo Raffaele La Capria

In tempi recenti, Raffaele La Capria, invitato dal suo intervistatore ad esprimere un giudizio di gusto soprattutto di valore sulla attuale produzione letteraria, ha parlato con compiacimento di opere scritte bene, ben congegnate e ben strutturate, con il periodo ordinato e gli
«aggettivi al loro posto». Tuttavia molte di quelle stesse narrazioni, sebbene di ottima fattura, sarebbero, a suo dire, «disanimate», prive di soffio vitale, caratterizzate dal puro artificio, con storie senz’anima, senza sangue e senza vita, sorrette da situazioni improbabili e da personaggi falsi e inautentici.

Le «portaerei della letteratura», i bestseller alla Stephen King, sarebbero stati scritti, dunque, da autori certamente formidabili nel creare intrecci (a volte addirittura dosati meglio di quelli di un Dostoevskij) però, pur costruiti con le migliori tecniche del romanzo, sarebbero del tutto privi dell’«irresistibile vocazione a raccontare le peripezie di un personaggio rappresentativo di un’epoca».

Dove si trova oggi quel personaggio che un tempo popolava e connotava gli universi narrativi e in cui tutti potevano riconoscersi? Dove sarebbero oggi – si chiede La Capria – Julien Sorel, Emma Bovary, i fratelli Karamazov, Pinocchio? Dove più Amleto o Werther? Dove, aggiungiamo noi, Eix, Annesa o Marianna Sirca? La vera letteratura non è «un girare la chiavetta del robot per farlo muovere, ma è la vita, con le sue emozioni ed i suoi imprevisti». Con questo non si vuol dire che l’artiicio non sia arte, «può essere arte purché sia animato da un qualcosa di vitale».

Grazia Deledda, Nobel per la letteratura

Ogni qualvolta si legge un romanzo della Deledda ritornano alla mente le parole dello scrittore napoletano e, nel contempo, quelle, più lontane nel tempo, pronunciate dall’arcivescovo Nathan Söderblom, membro dell’Accademia Svedese, nell’indirizzo di saluto rivolto il dieci dicembre del 1927, in occasione del banchetto serale alla cerimonia dell’assegnazione del Nobel:

In your literary work, all roads lead to the human heart. You never tire of listening afectionately to its legends,
its mysteries, conlicts, anxieties, and eternal longings. Customs as well as civil and social institutions vary according to the times, the national character and history, faith and tradition, and should be respected religiously.

To do other wise and reduce everything to a uniformity would be a crime against art and truth. But the human heart and its problems are everywhere the same. he author who knows how to describe human nature and its vicissitudes in the most vivid colours and, more important, who knows how to investigate and unveil the world of the heart-such an author is universal, even in his local coninement.

Più volte e in separate pagine chi scrive ha creduto di scorgere, concordemente e sulla scorta di buona parte della vulgata critica, l’originalità e la forza della narrativa deleddiana proprio nella appassionata e magistrale rappresentazione dell’auto-modello sardo e, soprattutto, nella
proiezione simbolica del suo universale concreto. Sullo sfondo di paesaggi edenici, carichi di emozioni e di suggestioni incantatorie, l’isola è restituita e intesa, nelle pagine della scrittrice, come luogo mitico e come archetipo di tutti i luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto, spazio ontologico e universo antropologico entro cui si consuma l’eterno dramma del vivere.

L’edera: genesi dell’opera

Tali istanze si trovano conforto proprio nella rilettura di un’opera paradigmatica qual è L’edera, fatta attraverso lo studio della genetica del testo e compresa, tramite i suoi processi stratigrafici ed evolutivi, dentro una intertestualità ampia. In questo romanzo uscito in Italia nel 1908 – dopo che già nel 1907 i tedeschi e i francesi lo avevano accolto nelle loro riviste – giungono a convegno temi e motivi novecenteschi.

Certamente la narrativa deleddiana ha guardato, soprattutto agli esordi, ad una letteratura in de siècle che si esplicava secondo architetture d’intreccio, configurazioni di trame, ritmi, escamotage e artifici narrativi derivanti dal feuilleton e dal repertorio del romanzo popolare a puntate.

Le trame di molte opere, infatti, rispondevano alle esigenze del racconto d’appendice che doveva colpire l’immaginazione dei lettori con intrighi, amori, fughe, agguati, travestimenti e con l’agnizione, il riconoscimento finale che scioglie tutti i nodi dell’intreccio. Si trattava di una narrativa di largo consumo, la cui destinazione a un pubblico ampio non poteva non avere implicazioni sulle stesse tecniche narrative pensate per catturare e mantenere viva l’attenzione del destinatario con scene di intensa pateticità e di forte impatto emotivo.

Tuttavia, questo spiega poco del portato della sua poetica e della profondità etica ed ontologica della sua narrativa. L’uso più o meno sapiente di tecniche e topoi nell’Edera, esemplati dal vasto repertorio della tradizione e riadattati in un mutato contesto linguistico e culturale, non si risolve mai in un artigianato compositivo ine a se stesso.

Se fosse solamente questo, oltre il piacere tutto cerebrale della fruizione del testo, nulla accadrebbe. Non si accenderebbero passioni, non si formerebbero coscienze, e, soprattutto, non si comprenderebbe l’enorme successo di pubblico ottenuto dalle sue storie in Europa e nel mondo.

La letteratura come formatrice della vita intellettuale e morale dell’uomo

Nella sua ars dictandi non c’è compiacimento retorico, non c’è maniera. La Deledda utilizza l’artificio per parlare d’altro, lo piega ad un ine più alto. Questo è ciò che la rende una grande scrittrice, figlia ed erede, a suo modo, della grande tradizione umanistica, che aveva teorizzato il miscēre utile dulci e il docēre delectando, e costituito il fondamento di un’idea della letteratura come «formatrice della vita intellettuale e morale dell’uomo, come moderatrice della sua natura»; un’arte educatrice con finalità essenzialmente etiche, che nei secoli aveva mirato ad insegnare e a dilettare, a consolare e a far riflettere.

Una delle questioni principali che la Deledda più avvertita e consapevole deve affrontare da un punto di vista narrativo è, infatti, come tenere insieme cultura osservata (il mondo nuorese e barbaricino) e cultura osservante (sardo-italica); come costruire un narratore capace di raccogliere lo straordinario bagaglio conoscitivo di un autore implicito figlio di quel mondo e profondo conoscitore dei suoi codici. Un narratore che, ponendosi a una distanza minima dall’universo rappresentato, sapesse nel contempo raccontare l’anima e il vissuto della sua gente a un pubblico d’oltremare.

La Sardegna come metafora di una condizione esistenziale

L’opera della Deledda si colloca – a partire dall’universo antropologico sardo, veicolato da un sistema linguistico peculiare e complesso (nuorese, logudorese, italiano) – in quella più generale temperie culturale che tenta, tra Ottocento e Novecento, per reazione
alla dilagante soluzione fiorentina dei manzoniani e alla «declamata super-prosa» di matrice dannunziana, di recuperare – assecondando un rinascente orientamento centrifugo e riattivando circuiti alternativi della comunicazione letteraria – il significato e la funzione di un policentrismo che, nella storia culturale e linguistica degli italiani, si era connotata nei secoli di valenze molteplici.

Con la Deledda, e tramite la sua operazione artistica, la Sardegna entra a far parte dell’immaginario europeo.
Una realtà geografica e antropologica si trasforma, come ha efficacemente rilevato Nicola Tanda, nella «terra del mito», metafora di una condizione esistenziale, quella del primitivo, che proprio la cultura del Novecento aveva recuperato come unica risposta possibile al disagio esistenziale creato dalla società industriale e luogo per eccellenza dove rappresentare le angosce dell’uomo contemporaneo di fronte al progresso scientifico.

 

Fonte: introduzione all’Edera di Dino Manca

‘Cella’, i rapporti ossessivi secondo Gilda Policastro

“Cella” (Marsilio, 2015) di Gilda Policastro implica prima di tutto una riflessione attenta sul linguaggio, sulla narrazione, sulla struttura del libro.

In poesia recentemente l’ italianista si è distinta per le eavesdropping da cui ha ricavato le cosiddette “epifanie del quotidiano”. Allo stesso tempo la sua poesia è poesia di ricerca e un nuovo tipo di poesia aforistica.

Perché il titolo “Cella”? La protagonista a tale riguardo così si è espressa: “Perché mi chiamano Cella, chiedo al cane. Forse perché sto chiusa in casa, perché non vado al di là del cancello, tranne che per la spesa, le necessità. O forse perché amo un uomo che in cella, in effetti, dovrebbe finirci, anche se nessuno ha ancora trovato il modo. La colpa non coincide con la punizione quasi mai. Sarebbe bello se la sofferenza avesse quel risarcimento. Lui mi ha lasciata e ora paga. Invece a rimanere dentro, sconfitta, sono io. Cella».

In verità come afferma Giulio Mozzi il romanzo può essere interpretato in vari modi: 1) come la storia di una donna sottomessa ad un medico potente. L’intera storia è lo sfruttamento sessuale di questa donna 2) come il racconto di una ex brigatista, che viene curata dal medico. La storia tratta della competizione con un’altra donna, ovvero l’amante ufficiale del dottore. Gilda Policastro ha dichiarato nell’intervista a Mozzi che i brani attribuibili con certezza all’ex brigatista sono stati scritti anni prima rispetto al resto del romanzo 3) come la storia di una donna, inventata da Giovanni Principe, amante della protagonista.

Il risvolto di copertina descrive il romanzo secondo la prima interpretazione. La Policastro gioca con il lettore e con i critici. L’io narrante non fa altro che aprire e chiudere parentesi, saltare da una età all’altra o da un luogo all’altro. Si perde in digressioni, in flashback impietosi, in aneddoti. Tutto questo va a costituire il suo vissuto. Non le importa sapere se la sua storia interesserà qualcuno oppure no. Non le importa sapere se ciò può essere più o meno insignificante. Vuole comunque raccontarsi, anche se forse è bugiarda. Forse alcune bugie le dice a fin di bene, cioè per stare meglio con sé stessa. Ma non è questo l’importante.

L’importante è il senso complessivo del suo racconto, il quale, frase dopo frase ci confessa che dal suo quotidiano scaturiscono noia e mancanza dell’amato. La donna ci racconta che è stata torturata sia dalla vita che dai suoi amanti. Con questo romanzo la Policastro ha analizzato le dinamiche psicologiche che sottostanno ad un particolare tipo di relazione di tipo sadomasochista.

Il sadomasochismo non è fisico (se così fosse il dolore sarebbe anche l’anticamera del piacere e ci sarebbe almeno un rilascio di endorfine da parte della sottomessa). L’amante è un sadico dal punto di vista psicologico. Potremmo classificarlo come un narcisista perverso. Non prova empatia per gli altri, che tratta come oggetti.

La Policastro tratta del sesso, ma non ne è ossessionata come molte altre scrittrici odierne, né affronta questo tema per vendere di più, secondo il modello delle tre s (sesso, sangue, soldi), né ammiccando al mercato, ai mass media. L’autrice non brama un posto nei talk-show.

La scrittrice non può esimersi dalla descrizione dei rapporti sessuali per far capire al lettore il tipo di relazione instaurato tra la protagonista e il medico. Quello che interessa mettere in luce alla Policastro forse è la forma di potere che viene esercitato sulla “reclusa”. Il sesso è solo uno degli aspetti per porre l’accento sul rapporto ossessivo che lega i due.

La protagonista è asessuata e allo stesso tempo anaffettiva. Per lei sua figlia è un’estranea. La donna è dipendente dal suo amante. La Policastro qui non si lascia mai prendere dal sentimentalismo, memore della lezione sanguinetiana sull’eccesso di effusioni nella letteratura moderna. La scrittrice non sarà mai una Liala postmoderna, in quanto non rientra certamente tra quelle che vengono definite “pornoromantiche”.

Non è infatti mai pornografica e neanche romantica. La sua reclusa non è una patita del sesso né del sadomaso. La protagonista non vorrebbe una relazione come quella. Non ha un bisogno inconscio di essere punita. Non prova piacere nel dolore fisico e neanche si compiace della sua sofferenza. Semplicemente sopporta tutto perché non ha avuto ottimi esempi da parte dei genitori. Suo padre è stato un “tiranno buono”. Ha lasciato la moglie. Si è indebitato per comprare una villetta. Sua madre ha lasciato fare, pur sapendo che il dentista presso cui lavorava la figlia le metteva continuamente le mani addosso.

Per dirla alla Jung il suo è un caso di ombra rimossa. Non riesce in questo senso a lavorare sul suo passato e neanche sulla sua parte oscura. La protagonista non riesce, nonostante gli sforzi, mai ad affrontare veramente sé stessa. Una vera relazione sadomaso per essere tale implica il consenso da parte di entrambi. Qui la vittima è obbligata alla sottomissione per fare in modo di non perdere l’amato ed è costretta a sottostare ai rituali di sottomissione e ai codici di autorità. Il suo amante vuole il controllo.

Non è un caso che quando la scrittrice descrive una delle sessioni di sesso estremo con il professore (non con il medico, suo amato) in realtà descrive soprattutto il doppio legame, cioè i messaggi contraddittori e l’ostilità del professore. Ancora una volta il senso di questa descrizione è quella che gli psicologi chiamano “la falsa autorità” insita nel doppio legame di Bateson.

I messaggi contraddittori generano incongruenza interna: sono dei cosiddetti “inquinanti” della psiche. Per Bateson esistono due modalità di comunicazione verbale: il discorso vivente ed il discorso morente. Il discorso vivente è caratterizzato da relazioni sociali autentiche, partecipazione attiva, reciproca comprensione. Nel discorso morente invece il linguaggio è imposto ed ogni partecipante è controllato e controllante. Il discorso morente crea un clima ricattatorio ed ostile.

Questo tipo di linguaggio porta all’abuso delle persone. Il discorso morente significa potere, controllo, obbedienza, prevaricazione. Il dito viene sempre messo nella piaga. Le critiche sono fatte ad arte per far perdere fiducia alla vittima. L’obiettivo a lungo termine in molti casi è quello di distruggere l’identità altrui. In questi caso c’è solo discorso morente ed alla protagonista non resta altro che subire. Lo psicologo del lavoro Spaltro, scrisse in un suo libro che “il conflitto non è una patologia relazionale, ma è la relazione in se stessa”.

In fondo la psiche può molto. La psiche può molto (sia nel bene che nel male). È statisticamente provato ad esempio che muoiono meno persone per le festività rispetto agli altri giorni ed anche che ci sono meno viaggiatori durante i disastri aerei o ferroviari (sesto senso? Forse. Ci sono comunque in quei giorni più persone che perdono il treno o l’aereo). Questi sono casi in cui la psiche è determinante nel bene.

Ma può avvenire anche il contrario. La psiche può molto anche nel male. In questo romanzo tutti fanno del male psicologicamente alla protagonista, che però commette un peccato comune a molti attualmente: quello di perdere la sua individualità e la sua autostima per raggiungere una parvenza di amore. Lo stesso Freud a riguardo scriveva che “l’amore è il passo più vicino alla psicosi”.

La Policastro fa dire al suo personaggio principale che “l’amore è sofferenza”. Infatti in questo caso è anche rinuncia, umiliazione, abbandono, perdita. Anche il linguaggio può molto. Esistono le terapie della parola. La parola può anche essere un’arma.

Probabilmente Gilda Policastro vuole descrivere questo particolare tipo di relazione ossessiva per evidenziare la conflittualità inevitabile presente in ogni relazione amorosa e il sadomaso diviene solo uno specchietto per le allodole, e magari portarci nell’inferno della comunicazione. La sua forse è una catabasi della parola e della relazione umana.

La stessa autrice ha dichiarato che voleva raffigurare l’amore come una prigionia. Inoltre la comparsa della brigatista rossa non è un modo per trattare della rivoluzione mancata o della resistenza tradita, ma è un espediente per sottolineare ancora una volta le conseguenze estreme di un rapporto ossessivo. Senza ombra di dubbio il legame tra la protagonista e il medico non può essere considerato una risorsa relazionale. Il medico è un donnaiolo impenitente, che usa e getta le sue amanti.

Quando si accorge di essere amato ecco allora che abbandona la donna.

Cella è anche il racconto di un corpo sottomesso, sfruttato e umiliato. Alla Policastro è sempre interessato il tema della corporeità. Ogni vita in fondo è storia di un corpo, dalla sua nascita al suo declino inarrestabile.

La scrittrice inoltre descrive anche il rapporto tra la “reclusa” e la figlia, che si potrebbe sintetizzare ricordando con le sue stesse parole che il dovere di una madre è quello di tacere e sopportare. Molto realistica è la descrizione degli adolescenti dei giorni nostri, che si filmano in ogni momento ed in ogni cosa che fanno. Molto divertente e parodistico è l’utilizzo da parte della protagonista del linguaggio psicologico.

La Policastro si avvale dell’uso del monologo interiore continuo, di un flusso di coscienza intriso di psicosi e psicologismi. È la storia di un soggetto senza nome e allo stesso tempo del sacrificio di una donna.

Gilda Policastro potrebbe anche scrivere un romanzo senza trama ed essere ugualmente avvincente. Ogni sua parola è ponderata. Il suo è un romanzo sperimentale e per nulla commerciale.

 

‘La Commedia secondo Dante’ di Chiara Donà: un approccio inedito al Sommo Poeta

La Commedia secondo Dante, edito da Il Prato, è il nuovo libro di Chiara Donà.

Allieva di Giorgio Padoan, Donà ritorna con questo libro alla prima passione: gli studi danteschi. Attiva da oltre vent’anni nel mondo della cultura, lavora alla valoriz­zazione del patrimonio storico e linguistico del proprio territorio. Ha pubblicato, sempre per Il Prato, Spero di venire a casa al tempo del vino nuovo. Pietro Donà da Sambruson alla Grande Guerra. Lettere e Diari (2018).

Chiara Donà, grande appassionata ed estimatrice del Sommo Poeta e del Suo Poema si riaffaccia sul panorama editoriale. La Commedia secondo Dante è proprio il frutto di questa passione. A 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, la scrittrice con il suo libro offre nuovi spunti di riflessioni e  inedite chiavi di lettura, che senz’altro arricchiranno il nutrito patrimonio  della critica dantesca.

La Commedia secondo Dante: Sinossi

La Commedia secondo Dante- Copertina del Libro

La Commedia Secondo Dante, uscito nel 2021, per la collana Letterature,  è corredato dalla prefazione del Professore Giuseppe Ledda.

 

La critica dantesca italiana degli ultimi due secoli ha visto un dominio della cultura laica, che ha generato dapprima la
lettura romantica e quella patriottica risorgimentale, poi nel Novecento quella estetica e quella stilistica, attente principalmente ai valori formali del testo poetico, a cui si aggiunse nel dopoguerra una forte tendenza “realistica”. La dimensione religiosa della poesia di Dante è stata sostanzialmente ignorata e trascurata nonostante le geniali e seminali intuizioni di Foscolo. Più che negata, nella critica novecentesca
essa veniva rimossa e marginalizzata in quella che veniva considerata crocianamente la struttura del poema oppure in
ciò che storicisticamente si considerava il contesto culturale in cui Dante era immerso.                                                                               

Dante è ovviamente un poeta cristiano, ma questo sarebbe solo un dato di partenza obbligato, un’identità originaria non suscettibile di valutazione o di interpretazione, mentre la sua poesia, la sua originalità e il suo messaggio starebbero altrove. Nel corso del Novecento si incontrano le luminose eccezioni di alcuni grandi maestri che hanno saputo prendere sul serio e approfondire la complessità della dimensione religiosa e di quella visionaria della poesia dantesca. Oltre a grandi dantisti stranieri come Auerbach e Singleton, fra gli studiosi italiani paiono particolarmente rilevanti, pur con accenti e interessi fra loro assai diversi, le figure di Bruno Nardi, Ezio Raimondi, Nicolò Mineo, Giorgio Padoan.

Lontano dall’approccio didascalico, letterario o estetico di tanti studi, questo piccolo libro ha il grande pregio di restituire alla Commedia l’interpretazione che Dante stesso ci ha fornito della propria opera.

Partendo direttamente dai testi, dalle fonti, con un approccio di tipo storico, l’autrice punta i riflettori sulla pregnanza, sulla “carica esplosiva” di un’opera troppo spesso ridotta a pura finzione letteraria e arriva a degli esiti che sono a dir poco sorprendenti.

Dante, infatti, rivendica in tantissime occasioni la veridicità letterale del proprio racconto che assume così un’altissima connotazione spirituale e visionaria. L’autore non applica alla sua opera maggiore gli schemi dell’allegoria poetica, bensì la pone sullo stesso piano delle Sacre Scritture.

E dedicando il Paradiso a Cangrande della Scala, signore di Verona, egli non parla di un viaggio immaginario, frutto della fantasia, anzi, lo propone come il frutto di un rapimento” mistico, realmente avvenuto, vissuto col corpo oltre che nello spirito.

Paragona la propria esperienza a quella concessa dalla Grazia divina a san Paolo, a Ezechiele, a Nabuccodonosor, all’estasi che troviamo descritta nei trattati di sant’Agostino, di san Bernardo, di Riccardo da San Vittore (Ep. XIII).

Emerge, allora, potente, tutto l’ardire dantesco.

Il clima generale di forte attesa escatologica e le dolorose vicende personali dell’esilio forniscono poi le coordinate storiche entro cui collocare le precise indicazioni di Dante, che si andava via via identificando con il poeta-vate, con il profeta ispirato. Ciò non vuole significare che l’approccio mistico debba essere l’unica chiave di lettura da applicare al poema né tanto meno sostenere che il viaggio dantesco attraverso i tre regni ultraterreni sia realmente avvenuto.

La vocazione poetica rimane in Dante sempre fortissima ed egli dimostra una consapevolezza e un orgoglio delle proprie capacità creative del tutto assenti negli uomini contemplativi: è in qualità di poeta, anzi di poeta incoronato, che egli sperava di rientrare a Firenze.

Cos’è allora la Commedia secondo Dante?  Bene la descrivono le parole di Paradiso XXV: è il “Poema Sacro al quale ha posto mano e Cielo e terra”.

“La forte personalità dell’autore e il valore monumentale della sua opera maggiore ci appaiono spesso lontane e inaffrontabili e la scuola non sempre aiuta ad avvicinare e ad amare questo ‘mostro’ della letteratura italiana – ha dichiarato Chiara Donà.

Ad accendere in me la scintilla è stato un grande maestro di vita oltre che di studi: il professor Giorgio Padoan, dantista eccellente, prematuramente scomparso nel 1999 e a cui ho voluto dedicare questo mio lavoro proprio nel 7° centenario della morte di Dante.                 

Da lui ho imparato a partire dai testi, dalle fonti, dal contesto storico e culturale in cui il Poeta operava. Questo approccio mi ha consentito di riportare alla luce un Dante inedito, una Commedia dalla straordinaria e arditissima forza spirituale e visionaria”.

Nel mare magnum dei libri che riguardano Dante, alla scrittrice è sembrato sensato, non senza trepidazione, raccogliere in un piccolo volume il risultato dei suoi studi per due motivi. Prima di tutto restituire alla Commedia l’interpretazione che Dante stesso ci ha fornito della propria opera, il valore poetico e profetico, letterario e mistico che è egli venuto via via ad attribuirle.

In secondo luogo aprire questo nuovo squarcio interpretativo a un vasto pubblico di lettori, ovvero, far uscire il dibattito dagli ambienti accademici in modo che tutti possano apprezzare pienamente il profondo significato di una Commedia per troppo tempo “evirata” della sua vis sacra.

 

https://ilprato.com/libro/la-commedia-secondo-dante/

 

“La legge del cuore” di Claudia Conte, una storia di mafia e legalità da far leggere in tutte le scuole

Dopo aver conseguito la maturità classica e il diploma teatrale, la giovane Claudia Conte segue corsi e seminari di Recitazione Cinematografica in Italia (Metodo Costa e Stanislavskij) e alla New York Film Academy (Metodo Strasberg). Consegue la Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Nonostante la giovane età ha alle spalle tournée teatrali con testi classici e teatro sacro.

Claudia Conte ha preso parte a fiction televisive e film per il cinema.

La scrittrice possiede un forte spirito imprenditoriale, che la porta a costituire “Far from Shallow”, società di organizzazione e produzione di eventi esg di cui è amministratore unico. È producer e volto di Women in Cinema Award, premio internazionale patrocinato dal Ministero della cultura.

Appassionata di scrittura, ha pubblicato la silloge “Frammenti rubati al Destino”, il romanzo “Soffi Vitali. Quando il cuore ricomincia a battere” e il saggio-romanzo “Il vino e le rose. L’eterna sfida tra il bene e il male” per Armando Curcio Editore.

Claudia Conte è stata l’autrice più giovane ad aver presentato un’opera al Salone Internazionale del libro di Torino. Nel dicembre 2021 è di nuovo in libreria con “La legge del cuore”, storia di mafia per Armando Curcio Editore in occasione delle celebrazioni dei trent’anni dalla strage di Capaci con la prefazione del Procuratore Nazionale Antimafia Cafiero De Raho.

Tra gli innumerevoli riconoscimenti ricevuti per il suo impegno in campo culturale, l’”Oscar dei Giovani” in Campidoglio, il Premio Eccellenze Italiane in Senato.

La legge del cuore si svolge durante un trentennio ed ha come protagonisti le vite di due bambini del Sud: Domenico, nato a Magalo, che raccoglie i pomodori e a cui muoiono  la madre e un amico in tenera età,  e Vito, nato nel quartiere Zen di Palermo, a cui muore il padre. Vito viene mantenuto agli studi da un boss mafioso.

Domenico diventa un magistrato e Vito un commissario di polizia. Si susseguono i colpi di scena. L’opera è ben architettata, e congegnata;  l’autrice sa mescolare sapientemente realtà e fantasia. Queste pagine intense ci ricordano che ognuno può essere ricattato, ognuno ha un punto debole e poi come fa dire ad un personaggio la scrittrice spesso “la vita è stronza”, ovvero si fa ingarbugliata o addirittura rivela il suo lato oscuro.

È bene non anticipare il finale, che è a sorpresa. Si può solo scrivere che il boss mafioso vuole che venga onorato il debito da Vito. Il boss, ovvero Don Angelo, vuole un’informazione riservatissima, ovvero vuole sapere la data, l’orario, il tragitto della scorta. C’è bisogno di un libro così in un’Italia in cui il malaffare imperversa, gli imprenditori si adattano (volenti o nolenti), la corruzione diventa la regola e la legalità l’eccezione. Siamo vittime tutti di antichi retaggi?

Quali e quanti sono i burattinai? Cantava anni fa De Gregorilegalizzare la mafia sarà la regola del duemila”. Eppure il circo mediatico giudiziario e l’opinione pubblica si occupano d’altro. Sarà forse per il mimetismo dei cosiddetti uomini d’onore? Eppure la guerra esiste tra Stato e antistato.

Ci sono uffici bunker dei magistrati e ville bunker dei mafiosi, con tanto di telecamere e picciotti a fare da vedette per controllare tutto e tutti. Leggendo questo bel libro viene da chiedersi se la “mafia è patologia del potere”, come scriveva Giovanni Falcone oppure se è un epifenomeno del capitalismo, come secondo alcuni marxisti. In questo romanzo Claudia Conte rende bene l’idea dei soprusi e delle prevaricazioni esistenti in Italia. Però non si può condannare a prescindere purtroppo. Bisogna anche cercare di capire e mettere in conto “il disagio sociale” presente in Italia di cui parla l’onorevole Caterina Chinnici nella prefazione.

Come ben descritto da Claudia Conte i mafiosi hanno le mani in pasta dappertutto o quasi e le loro contraddizioni spesso sono le stesse o simili alle nostre. Sono in prima fila alle processioni. Sono sempre temuti e rispettati. Sono sempre più uomini d’affari. Sono disposti a tutto per la famiglia. Sono ormai degli eroi negativi. Fanno parte di un sistema. Sono false identità alla frontiera. Sono il possesso illegale d’armi. Si arricchivano con  il cemento depotenziato. Erano la lupara.

Oggi possono essere  il tritolo. Sono l’intimidazione e l’estorsione. Odiano pentiti e testimoni. Odiano giudici e giornalisti. Hanno prestanome incensurati. Mantengono le famiglie dei carcerati. Risolvono pure le controversie. Gestiscono ospedali e ospizi. Ridono quando vengono arrestati. Comandano anche dalla prigione o latitanti dalle loro tane. Credono ciecamente nei santi, ma anche nel codice cavalleresco. Sono dappertutto. Sono ovunque. La paura chiude occhi e bocche.

Le mafie compenetrano lo Stato. Questa è una guerra secolare, ma qui quasi tutti parlano d’altro. Sono pochi i sopravvissuti e molti i morti e gli scomparsi. Ecco in estrema sintesi chi sono i mafiosi, riflettendo su questo avvincente e scorrevole romanzo da far leggere in tutte le scuole. La  tematica trattata è importante, di capitale importanza per l’Italia e suscita nella mente di ogni lettore degli interrogativi incessanti.

Alcuni servitori dello Stato sono costretti a vivere sotto scorta e a spostarsi con auto blindate. Molti sanno e non parlano perché hanno paura di ritorsioni, di rimanere uccisi. Fino a qualche decennio fa molti sostenevano addirittura che la mafia non esistesse. Ma anche dire che tutto è mafia in fin dei conti è puro disfattismo. Nessuno sa come e perché siano nate le mafie. Nessuno sa con certezza se le mafie siano state determinate dalla povertà, dal familismo amorale, dal fatto che ognuno tiene famiglia, dallo scarso civismo oppure no. C’è chi dice che la mafia sia dovuta alla particolare storia del Sud: ad una pessima unità d’Italia, alla repressione del brigantaggio (anche se diversi studiosi tendono ad escluderlo oggi).

C’è chi dice che la mafia si respiri come l’aria. C’è chi dice che sia stata causata dalla mancanza di acqua. C’è chi dice che tutto nasca dai gabellotti. C’è chi dice che la colpa è dello Stato che è assente e latita. Nessuno sa con certezza. Molti studiosi hanno fatto molteplici ipotesi e dato le più svariate interpretazioni. Una cosa che bisogna tener presente è che i cosiddetti uomini d’onore non sono mostri di malvagità. Non sono assolutamente altro da noi. Non sono un corpo estraneo.

Se non teniamo presente ciò non andiamo da nessuna parte. I cosiddetti uomini d’onore hanno solo una mentalità differente, una storia differente e compiono azioni differenti, credono in valori diversi, rispettano regole diverse. Ma sono uomini come noi. Nella loro testa conciliano codice cavalleresco (Osso, Mastrosso, Carcagnosso) e imprenditorialità spregiudicata.

Nell’immaginario di alcune persone i mafiosi un tempo difendevano i più deboli e rispettavano le mogli. Molti uomini di onore ancora oggi pregano ed hanno fede, nonostante fin dalla tenera età siano stati abituati a trasgredire le leggi dello Stato.

Fin dalla giovinezza sono costretti a crescere in fretta, ad estorcere denaro, a rapinare, a rubare, a spacciare ed altro. Alcuni diventano mafiosi perché si ritrovano disoccupati. Se ci fosse meno disoccupazione nel Sud saremmo già a più di metà dell’opera! Ma che dire comunque di chi nasce mafioso? Quanto è difficile dire no alla mafia per loro?

In fondo vorrebbe significare dire no ad un sistema che ha dato e riesce a dare da mangiare alle loro famiglie. Vorrebbe significare rinnegare tutti i propri famigliari. Pochi riescono a pentirsi. Come fanno a ribellarsi se hanno ricevuto una certa educazione e se appartengono ad un determinato contesto? Alcuni allora compiono azioni illegali e nonostante ciò vorrebbero avere un cuore puro. Vorrebbero cambiare, ma la loro vita procede per inerzia. Dire no alla mafia vorrebbe dire sfuggire ai propri amici che vorrebbero uccidere i pentiti.

In genere i mafiosi sono amorevoli padri di famiglia e premurosi mariti. Se non si prende in considerazione anche questo aspetto non si può capire il consenso sociale di cui godono le mafie. Che cosa può spezzare questa catena? Apparentemente niente sembra efficace. Forse bisogna sperare che domani i mafiosi riescano a riciclare tutto il denaro (pecunia non olet...dicevano gli antichi) e diventino a tutti gli effetti imprenditori, che rifiuteranno di usare i loro antichi metodi?

Dobbiamo davvero sperare in questo? Sarebbe giusto forse per coloro che sono sempre stati onesti? Forse bisogna considerare l’antropologia e la psicologia, che ci insegnano la debolezza umana, lo spirito di autoconservazione, ma dobbiamo considerare a tutti i costi non solo l’essere ma anche il dover essere,  ovvero l’etica e la legge.

Probabilmente la risposta è più semplice di quella che possiamo immaginare e scaturisce immediata senza starsi a lambiccare il cervello: quasi tutti sappiamo distinguere il bene dal male e quasi tutti possiamo cercare di agire di conseguenza. Forse bisognerebbe cercare dentro di noi semplicemente e partire dalla “legge del cuore” di cui parla Claudia Conte e cercare di approdare alla verità umana. Solo allora si ritroverà il significato della parola eroe.

 

 

‘Origami’, l’affascinante opera di Sabatina Napolitano

Origami (l’arte orientale di piegare la carta) è un romanzo della scrittrice sarda Sabatina Napolitano, insegnante di matematica e scienze alle scuole medie e superiori, amante della poesia. L’opera richiama a riflessioni essenziali, una sorta di fiction che rappresenta un punto di contatto con le vite di tutti. Protagoniste del romanzo sono le esperienze di Olga, le scelte di Jeremy, il coraggio di Edoardo che appassionano e coinvolgono il lettore.

Origami è un insieme di generi diversi: a tratti un giallo, a tratti un romanzo psicologico, in dei punti un romanzo rosa. La favola di Olga allevata dai nonni diventa una affascinante storia di sfide, compromessi, trasformazioni che seminano magia e diffondono nel lettore i presupposti di un inseguimento.

Origami: sinossi

La protagonista del romanzo è Olga, una giornalista e bibliotecaria che diventa celebre sposando Gustavo Miso, un editore e giornalista molto facoltoso. Da bambina resta presto orfana di entrambi i genitori e viene cresciuta dai nonni che amavano gli origami. Alle scuole medie comincia a scrivere su un giornalino chiamato Origami: il sogno di carta. La giornalista non abbandona mai il progetto fin tanto che “Origami” diventa un giornale vero.

Olga gestisce la grossa biblioteca di Itaque insieme ad altri impiegati come Marianne, Jeremy, Nina, Nora, Ellen. Dapprima diventa amante di Jeremy poi dopo un incidente incontra Gustavo e se ne innamora. Olga ha due presenze vicine costanti, un amante, Emilio, e una amica, Rossana. Questi le consigliano scene e azioni che spesso lei non segue e che subisce contro la sua volontà. Gustavo non si rende conto di nulla e appoggia quasi sempre le decisioni della moglie. I due hanno un unico figlio, Edoardo che prima ha una relazione con una traduttrice. Poi a seguito della loro separazione sposa una donna giapponese, Ada. Dalla loro unione nasce una figlia che sembra portare sulle spalle il peso dei Miso.

Origami è un romanzo ricco di misteri e di movimenti che affascinano il lettore dalla prima all’ultima pagina, facendolo viaggiare contemporaneamente in più generi letterari.

L’autrice

Sabatina Napolitano è nata a La Maddalena (SS) il 14 maggio del 1989. Ha pubblicato sette libri di poesia. Ha vinto numerosi concorsi per la poesia edita e inedita. Suoi racconti sono pubblicati in diverse riviste letterarie. Recensisce, collabora e intervi- sta autori di poesia, narrativa e saggistica ed è una studiosa dell’opera di Nabokov. Questo è il suo primo romanzo.

Il libro è presto disponibile sul sito dell’editore Campanotto  e nelle maggiori librerie online e fisiche. Per scrivere all’autrice visitate il suo blog https://sabatinatableauvivant.wordpress.com/ e la pagina dedicata a Origami.

Procida 2022. ‘L’Isola di Arturo’ Capitale della Cultura tra letteratura e turismo

Era il lontano – ma non troppo – 1957 quando uscì per la prima volta il romanzo di Elsa MoranteL’isola di Arturo” interamente ambientato nella selvaggia isola di Procida, in Campania (NA).

Un racconto puro, sincero, poetico, come solo la penna della Morante sa essere.

In questo libro, l’isola di Procida, oggi eletta Capitale della Cultura 2022, diventa non solo l’isola di origine del giovane Arturo – protagonista del racconto – ma anche simbolo delle sue radici più profonde.

Si tratta di un romanzo estremamente introspettivo e descrittivo, una lettura lenta e profonda. Da rileggere più volte per assimilarne ogni dettaglio.

Arturo è un bambino cresciuto senza conoscere l’affetto di sua madre – morta di parto mettendolo alla luce – e nemmeno quello di suo padre che, per lavoro, abbandona il piccolo a Procida.

È proprio su quest’isola che Arturo deve imparare a crescere e conoscere il mondo da solo: un piccolo pezzo di terra contemporaneamente in mezzo a tutto e a niente.

L’isola che lo cresce gli permette di amare la vita nonostante la solitudine: proprio per questo il piccolo Arturo cresce totalmente diverso da suo padre. Fiducioso nella vita, amorevole verso il prossimo e in attesa di un amore che possa colmare gli anni perduti.

È in questo lento racconto che conosciamo meglio Procida, che diventa la mamma mai avuta di Arturo. Lo protegge e lo prepara a un mondo di cui non si può mai realmente sentirsi pienamente pronti.

Vien da sorridere al pensiero che, negli anni del neorealismo Pasoliniano, Elsa Morante abbia sfornato uno dei suoi emblematici romanzi di formazione, allontanandosi totalmente dalla corrente letteraria predominante di quell’epoca.

Eppure, è proprio quest’inversione di marcia che probabilmente rende il racconto ancora più intenso e impresso nella mente dei lettori. Le atmosfere, per quanto vere siano, vengono raccontate diventando degli scenari quasi mitici e fiabeschi. La Morante riesce a rendere l’isola di Procida una selva incantata eppure, allo stesso tempo, tremendamente feroce.

Ed è proprio da questa che alla fine il giovane decide di scappare, quando quello che doveva essere il luogo più sicuro, in cui sentirsi protetto, diventa lo scenario terribile della rivelazione dell’omosessualità del padre e dei sentimenti non ricambiati che Arturo prova per la sua giovane matrigna Nunziatella.

Per scappare dal suo dolore decide di arruolarsi e, alla fine, scriverà le sue memorie detenuto prigioniero di guerra in Africa.

È molto dolce ed estremamente delicato il racconto che la Morante riserva a Procida e alla vulnerabilità dei suoi abitanti. La memorabile scrittrice era riuscita a scavare in profondità, facendo della realtà un racconto quasi fiabesco.

L’Isola di Arturo 44 anni dopo  

Sono passati 44 anni dalla pubblicazione del romanzo di Elsa Morante, eppure la pittoresca isoletta sorella di Ischia e Capri, in provincia del napoletano, continua a incantare chi la visita.

Sarà per questo che senza esitazione ha vinto il riconoscimento come Capitale della Cultura Italiana 2022 e proprio da questo momento si auspica che venga vestita di un nuovissimo splendore.

Proprio perché la minore delle tre isole, è stata sempre percepita come “l’ultima ruota del carro”. Anche perché, a differenza di Ischia e Capri, è rimasta – per fortuna – la più selvaggia e incontaminata.

Insomma, per amare Procida devi apprezzare la tranquillità e la natura, ma soprattutto, devi essere pronto a fare i conti con te stesso. Perché è un’isola che riesce a mettere alla prova il lato più profondo di te.

Non esistono distrazioni che tengano.

Opportunità per il turismo

Di questa nuova luce che sta gradualmente investendo l’isola di Arturo, i turisti se ne stanno accorgendo già da quest’estate 2021. Gli sbarchi sono aumentati inaspettatamente e l’isola è talmente affollata dai turisti che è stato necessario potenziare le tratte dei traghetti e degli aliscafi per consentire a tutti di godere della sua bellezza anche solo per qualche ora.

Probabilmente, proprio questa ventata fresca di novità, potrebbe invertire la marcia molto più del dovuto e renderla decisamente meno scontata di un tempo. Non solo per il turista, bensì anche per l’imprenditore lungimirante che sa cogliere le giuste opportunità.

Di questo è proprio Michele Talesco, agente immobiliare da oltre 13 anni e proprietario dell’unica agenzia dell’isola “Immobiliare Procida” a spiegare quello che sarà il futuro – ma soprattutto quello che è il presente – del mercato immobiliare a Procida.

“Acquistare casa per metterla a reddito è stata sicuramente una volontà cresciuta negli ultimi anni, prima il mercato della vendita immobiliare sull’isola funzionava soprattutto nell’acquisto di prima casa perché la necessità primaria era quella di utilizzare l’immobile per le vacanze di tutta la famiglia.

Ultimamente, invece, sono le seconde case a padroneggiare il mercato immobiliare. Si sta scoprendo finalmente il valore di mettere a reddito gli immobili attraverso il sistema degli affitti brevi per farne una vera e propria seconda entrata economica.” afferma Michele Talesco.

Si tratta della scienza del marketing a cui nessun settore può sottrarsi: Procida e le sue case acquisiranno per ovvie ragioni maggior valore grazie a questo riconoscimento e ciò influirà anche sui prezzi delle case.

“Arriveremo anche a vendere immobili a 300.000 € – 350.000 € e sicuramente dopo Capitale della Cultura questi prezzi caleranno nuovamente ma senza ritornare ai valori minimi originari.

Perciò, anche dopo il 2022 ci aspettiamo che il valore immobiliare possa restare stabile intorno ai 280.000 €” continua Talesco.

Ma in che modo, effettivamente, Procida Capitale della Cultura 2022 porta e porterà un guadagno ai più lungimiranti?

Grazie alle due operazioni preferite dagli investitori immobiliari: flipping e messa a reddito.

“Per il flipping bisogna agire il prima possibile, perché le opportunità di guadagno devono cavalcare l’onda del picco massimo di notorietà: ciò vale a dire che se oggi acquisti casa a 275.000 € e la ristrutturi avvalendoti anche dei bonus Eco e Sisma, il suo valore aumenterà già per queste ragioni e crescerà ulteriormente grazie al momento storico che l’isola sta vivendo.

Vendere sarà anche più facile perché ci sono tantissimi investitori e imprenditori che intendono acquistare per mettere a reddito.

Ed è proprio questa la seconda strada da cui trarre ingenti benefici e guadagni. Per chi acquista immobili da mettere a reddito, non esiste una scadenza. Durante e dopo Capitale della Cultura, la notorietà di Procida crescerà e resterà alta. I turisti aumentano giorno dopo giorno e le strutture ricettive non saranno mai abbastanza per un’isola come questa che vive di pesca e turismo.

Perciò, acquistare un immobile e metterlo a reddito per uso ricettivo sarà sempre un’idea vincente in un’isola come Procida. I guadagni aumenteranno durante il 2022, sono già aumentati quest’anno. Gli host potranno chiedere cifre più ingenti per i pernottamenti (chiaramente nei limiti del normale e soprattutto che siano sempre proporzionati alla qualità del servizio offerto).

Questo “marchio” che Procida ha guadagnato ha sicuramente rivoluzionato la situazione e conferitole grande valore. Adesso è compito degli investitori e degli imprenditori riuscire a sfruttarlo a pieno.”

Conclude Michele Talesco, che, oltre ad essere oggi proprietario di Immobiliare Procida, vanta 3 anni come Assessore del Turismo dell’isola nella quale è nato e cresciuto. Chi meglio di lui, dunque, potrebbe conoscere i due pilastri interconnessi (turismo e immobiliare) sui quali si regge gran parte dell’economia dell’isola?

Non c’è dubbio: l’Isola di Arturo ci ha stupiti sin dal lontano 1957 e, ad oggi, continua a farlo con il suo stile “differente” e mai scontato.

Se ancora non l’avete fatto, è sicuramente d’obbligo leggere il libro di Elsa Morante e, approfittando di questo periodo così florido, scoprire le meraviglie di questa piccola, delicata e selvaggia isola della Campania.

 

Per maggiori info: Immobiliare Procida – Agenzia Immobiliare a Procida (business.site)

Exit mobile version