Il poeta siciliano Vincenzo Cali’ vince il premio video-poesia Alberoandronico 2025

Il poeta milazzese Vincenzo Cali’ si è aggiudicato il 16 aprile scorso il prestigioso premio Alberoandronico M.A.V. sezione Video-Poesia con la lirica “Cuori di schegge”. I suoi versi sono dedicati all’incombente attualità ed in particolare alle guerre in corso nel mondo. L’umanità in corsa e distratta dal rumore mortale delle guerre, nulla è orrore finché non resta sulla pelle:

Madri di figli dissacrati,

erranti per un sonno protetto,

per un pasto tra i denti.

La vita ha orrori d’aborti di pace.

La cerimonia di premiazione si è svolta mercoledì 16 aprile, nella suggestiva cornice della Sala della Protomoteca in Campidoglio, celebrando i migliori talenti in ambiti che spaziano dalla poesia alla narrativa, dalla fotografia alla pittura, passando per cortometraggi, canzoni e opere audiovisive.

Un’edizione che ha confermato lo spirito inclusivo e internazionale del premio: opere pervenute da tutti i cinque continenti, con partecipanti da Europa, Asia, Africa, America e Oceania. In particolare, sono arrivate creazioni da Australia, Belgio, Brasile, Canada, Colombia, Emirati Arabi, Francia, Germania, Grecia, Inghilterra, Iran, Marocco, Nicaragua, Polonia, Porto Rico, Gibuti, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Stati Uniti, oltre che da tutte le province italiane. Un vero e proprio crocevia di lingue, stili, emozioni e storie.

Alberoandronico vuole così significare la crescita culturale, da perseguire attraverso interessi autentici nell’ambito della vita della collettività, attraverso azioni su e per il territorio.

L’Associazione Alberoandronico è composta da persone che condividono i valori della pace, della solidarietà e del senso civico e si occupa anche di problematiche legate al Municipio XIV di Roma Capitale, con particolare riferimento ai temi riguardanti l’ambiente, la mobilità, l’interazione interculturale, le fasce più deboli.

Annualmente, Alberoandronico organizza un Premio letterario, di fotografia e cortometraggi che ha assunto un carattere internazionale e che si avvale di una Giuria di altissimo profilo.

Vincenzo Calì nasce a Milazzo (ME) il 12 luglio del 1973. Da diversi anni coltiva la passione per la scrittura e la poesia. L’amore e la vita nella sua complessità sono le sue muse ispiratrici. La poesia rappresenta per lui il vero modo di mettere a nudo l’“io complesso”, quasi con analisi critica. Vincitore di numerosi premi culturali, tra cui: il premio “M. T. Bignelli” per la poesia d’amore (XXI Edizione del Concorso Nazionale “Garcia Lorca” 2010/2011), ha pubblicato in diverse antologie poetiche: Il Federiciano in diverse edizioni (Aletti Editore), ultima nel 2016 e Luoghi di Parole, “Premio Tindari- Patti Agenda Poetica 2010”. Vincikalos, seguita da Intro nel 2013 per Aletti Editore. A seguire pubblica nell’antologia poetica Mario Luzi 2012 e Scrivi col Cuore, Poeti Italiani – III Edizione, Granelli di Parole – III e IV Edizione, Lettere d’amore – III Edizione, Unione Mondiale dei Poeti – I Edizione e Vento a Tindari – II Edizione per la Casa Editrice Kimerik. Nel 2018, in concomitanza con l’evento d’arte e poesia “Angeli a Calatagèron”, nasce la sua nuova creazione intitolata MediterrAnima, come percorso evocativo delle tradizioni siciliane e a suggellare l’evento riuscitissimo nella cittadina di Caltagirone.

Nel 2022 con la favola intitolata ” Mumbi e Formichella” dona il suo contributo al progetto  “Le favole degli agrumi”, libro la cui parte del ricavato andrà in beneficienza alla Onlus C. D’Agostino.Luglio 2022, con cinque poesie omaggia l’Ucraina e gli ucraini, pubblicate sul magazine dona il suo contributo alla causa sposando le iniziative Italia for Ucraina, magazine dedicato agli aiuti che vengono attivati verso l’emergenza Ucraina, dell’associazione No Profit di Ariaperta online, la poesia può sembrare impotente ma quella vera, può essere letale come uno sparo, una bomba, una fucilata, chi scrive non lo fa per ambire ad uno status di salvatore, ma come Vincenzo Calí, per trascendere se stesso, esiliandosi dall’agonismo poetico e dalla fama. Nello stesso mese pubblica sull’antologia Guerra e Pace (Kimerik) con la poesia ” Figli mai resi”, quei corpi dei soldati russi che Putin non vuole indietro, ci fa comprendere che gli uomini che fanno la guerra dimenticano sempre l’intera umanità e mettono egoisticamente davanti a tutto i propri interessi di potere, politici, religiosi e altro.

 

Céline nella biografia di Maurice Bardèche, curata da Andrea Lombardi

Non è un saggio per fanatici di Louis Ferdinand Céline, la biografia sul grande scrittore francese di Maurice Bardèche, curata da Andrea Lombardi per la casa editrice Italia Storica da lui fondata.

Bardèche secondo Lombardi è stato uno dei maggiori intellettuali francesi del Novecento. Un saggista, un critico d’arte che, insieme al cognato Robert Brasillach (di cui sposò la sorella Susanne) curò la prima enciclopedia sul cinema, fu poi molto impegnato politicamente nella destra radicale, partendo prima da delle posizioni monarchiche e poi rapidamente virando verso il fascismo. Si definiva proprio uno scrittore fascista, cosa che rivendicò sempre anche nel secondo dopoguerra.

Dal saggio emerge prima di tutto lo straordinario spessore letterario di Louis-Ferdinand Céline che è da considerarsi uno dei maggiori romanzieri del Novecento nonché un rivoluzionario del linguaggio e della letteratura; e in secondo luogo il Céline uomo politico, dalle idee abbastanza confuse.

Un rivoluzionario della letteratura, un cultore dello stile, giocoliere tra enfasi e pause, ma non un grande intellettuale, bensì,, una figura polarizzante nel panorama culturale. Il suo genio stilistico e la sua capacità di catturare ansie e contraddizioni del XX secolo sono indiscutibili. Il lascito di Céline, con la sua prosa innovativa e la sua visione spietata della condizione umana, rimane un punto di riferimento per comprendere le complessità e le contraddizioni della prima metà del secolo scorso.

Proprio in riferimento alla Storia. Bardèche non la rende certamente un fattore irrilevante nella sua analisi celiniana, anzi è la storia a forgiare le biografie singole e collettive. Ne risulta un libro sui generis, non celebrativo di Céline, che cerca di tirare le somme tra le similitudini e le differenze tra l’autore e il suo oggetto di indagine, sotto la guida dell’obiettività. Bardèche non ha timori reverenziali nei confronti dello scrittore francese, non lesina disapprovazioni e critiche, né apprezzamenti soprattutto al genio linguistico di Céline.

Bardèche, partendo dall’infanzia di Cèline, e mostrando come la crisalide divenne farfalla, attraverso le sue fasi della gioventù, le sue fragilità e il suo spaesamento come corazziere che si ritrovano nel capolavoro “Viaggio al termine della notte”, le sue convinzione sul coraggio fisico, considerato da Céline “una mancanza di immaginazione che confina con la miseria psichica”, presenta un Cèline quasi come se fosse un paziente psicologico, un “caso umano” pervaso da fantasmi abortiti, ma pur sempre utili.

Attraverso i suoi romanzi, Cèline ha coltivato nella propria immaginazione, secondo il suo biografo, un angolo di paradiso che ha le sembianze di un’isola infantile dover rifugiarsi quando la realtà ci delude, quando la Storia ci amareggia e distrugge il nostro io. In tal senso è emblematica la Trilogia “Da un castello all’altro, Nord, Rigodon”, tre affannosi romanzi sull’evento che ha più radicalmente sconvolto il nostro mondo: la Seconda Guerra Mondiale e che convalidano la tesi di Bardèche per cui è la Storia a compromettere l’animo umano, la sua integrità, il suo ottimismo. Dappertutto infatti Céline si sente minacciato dalla morte, e sotto mille forme, non solo da pallottole e bombe ma anche da trucchi, trappole, complotti, miseria fisica e morale.

Come Céline, anche Bardèche tenta di svelare i segreti più inconfessabili nell’essere umano Céline, esponendoli alla luce della parola scritta, cercando di essere essenziale e crudo come il suo apprezzato scrittore.

Appare ancora più chiaro come Céline abbia ammaliato svariati scrittori contemporanei: egli non è mai stato uno scrittore impegnato, ma arrabbiato con la civiltà industriale e con ciò che essa ha fatto all’uomo, con gli ebrei perché nella loro civiltà del denaro vede un affare di cui hanno e vogliono mantenere il controllo ed ha orrore per la democrazia. Ma, come ha giustamente notato Bardèche, Céline non è mai stato un animale politico, semmai un misantropo: ha sparato a destra e a manca sugli amici e sui nemici in modo violento, sommario e soprattutto contradditorio, aspetto che ha fortemente contributo al successo presso i colleghi.

 

 

Walter Nicoletti, premio Oscar 2025: ‘Una realtà di produzione internazionale a Matera vuol dire affermare che la qualità non è una prerogativa dei grandi centri metropolitani’

Walter Nicoletti è stato l’unico italiano a portare a casa un Oscar lo scorso marzo. Il cortometraggio animato In the Shadow of the Cypress, diretto dai registi iraniani Shirin Sohani e Hossein Molayemi, cha conquistato l’Oscar come Miglior Cortometraggio Animato alla 97ª edizione degli Academy Awards, porta anche la sua firma.

Un riconoscimento straordinario che porta con sé un grande orgoglio per Voce Spettacolo, casa di produzione e distribuzione fondata da Walter Nicoletti, appassionato di cinema fin da bambino, con sede a Matera e operativa anche a Los Angeles. La società si è distinta nel panorama cinematografico internazionale, lavorando con determinazione per qualificare il film agli Oscar e garantendone il successo globale.

The Shadow of the Cypress si è contraddistinto per la sua profondità narrativa e la qualità dell’animazione, affrontando tematiche universali con un linguaggio visivo originale che suggerisce invece di risultare didascalico. L’abilità dei registi Sohani e Molayemi nel raccontare storie attraverso l’animazione ha trovato il giusto riconoscimento con la statuetta dorata.

Walter Nicoletti, è anche attore e regista oltre che produttore, nonché membro della Hollywood Creative Alliance e dell’European Film Academy, mostrando come sia possibile anche per una piccola città del sud Italia raggiungere grandi traguardi.

Voce Spettacolo ha infatti consolidato il proprio ruolo come ponte tra l’Italia e Hollywood, contribuendo alla crescita del settore cinematografico e portando il nome di Matera nell’industria cinematografica internazionale.

Un successo che conferma come Matera, già simbolo di cultura e cinema (basti ricordare che nella celeberrima città dei sassi venne girata “La Passione di Cristo” di Mel Gibson), continui a essere un punto di riferimento anche per la settima arte e in tal senso Nicoletti sta rafforzando la propria produzione negli States.

 

Quando hai iniziato ad appassionarti al mondo del cinema?

Il cinema ha sempre avuto un ruolo centrale nella mia vita, sin da quando ero bambino. Ricordo distintamente le prime volte in cui mi sono lasciato trasportare da una storia sullo schermo, sentendo che quel linguaggio visivo ed emotivo aveva qualcosa di universale, capace di parlare a tutti ma anche profondamente intimo. La vera svolta è arrivata quando ho deciso di trasformare questa passione in un lavoro: fondando Voce Spettacolo, una realtà di produzione e distribuzione cinematografica. Da allora, il mio obiettivo è stato quello di far arrivare lontano le storie che meritano di essere viste. Accompagnare un corto fino alla vittoria del Premio Oscar è un’esperienza che cambia per sempre la percezione del cinema: ti rendi conto di quanto sia potente la forza dei sogni.

 

Cinque film che ti hanno ispirato o destabilizzato?

La mia formazione cinematografica è legata a film che hanno scritto la storia del cinema. Ecco cinque titoli che porto con me:

1-Scarface di Brian De Palma: una parabola tragica sulla fame di potere e sulla solitudine, con un Al Pacino leggendario.

2-Carlito’s Way, sempre di De Palma: malinconico, elegante, un gangster movie che parla di redenzione e di destini già scritti.

3-Il Padrino di Francis Ford Coppola: un capolavoro assoluto. Ogni inquadratura, ogni dialogo è parte di una lezione di cinema e umanità.

4-Rambo di Ted Kotcheff: dietro la figura iconica c’è una riflessione potente sulla guerra, il trauma e l’alienazione.

5-Il Signore degli Anelli di Peter Jackson: un viaggio epico, visionario, che mi ha fatto capire quanto il cinema possa costruire mondi e lasciare un’impronta nell’immaginario collettivo.

Cosa significa per Matera avere una casa di produzione cinematografica internazionale?

Significa sfidare il concetto di periferia. Matera è una città che ha già dimostrato di essere una grande scenografia naturale, ma il mio obiettivo è far sì che da qui partano anche contenuti, idee, progetti. Avere una realtà di distribuzione o produzione internazionale a Matera vuol dire affermare che la qualità non è una prerogativa dei grandi centri metropolitani. È un atto di resistenza culturale e una scelta di radicamento: rimanere con i piedi ben piantati nella propria terra, ma con la testa e la visione orientate al mondo. La sfida è rompere lo stereotipo della provincia come margine creativo. È possibile fare cinema ad alti livelli senza doversi spostare per forza a Roma. E, paradossalmente, è proprio grazie a questa radice profonda che siamo riusciti a raggiungere l’Academy e ad avere un impatto a livello globale.

 

Quali sono le principali criticità del cinema italiano? E quelle del cinema statunitense?

Il cinema italiano fatica a rinnovarsi: c’è ancora troppa dipendenza dai meccanismi dei bandi pubblici, troppa attenzione a dinamiche interne e troppo poca al pubblico. Si rischia di produrre per dovere, non per urgenza creativa. I giovani autori faticano a trovare spazio e il pubblico, a sua volta, si allontana. Bisognerebbe scrivere storie che parlino al mondo attraverso l’analisi di tematiche universali. Il cinema statunitense ha una struttura industriale impressionante, ma anche un sistema molto selettivo, dove tutto ruota intorno alla logica del Box Office. Attualmente Hollywood sta affrontando una crisi senza precedenti, dovuta anche all’avvento dell’AI. Tuttavia, al momento c’è un’energia creativa pazzesca nella scena indie americana, e quando riesci a entrare in quel mondo, scopri una passione per il cinema che è contagiosa soprattutto perché ti accorgi di quanto la macchina sia efficiente e meritocratica.

 

  1. Puoi svelarci qualche retroscena durante la Notte degli Oscar che ti ha coinvolto direttamente?

Uno dei momenti più significativi l’ho vissuto sul Red Carpet, prima dell’ingresso ufficiale nel Dolby Theatre. Ho incrociato diversi esponenti dei più importanti media americani che si occupano dell’Award Season, oltre che le Star hollywoodiane, alcune delle quali hanno apprezzato il nostro lavoro. È stato un momento di legittimazione importante. La campagna Oscar è stata estenuante, a volte anche conflittuale internamente, ma quando mi sono trovato lì, con l’abito da sera a rappresentare l’Italia, mi sono reso conto che ogni notte insonne ha avuto senso.

 

  1. Prossimi progetti?

Stiamo rafforzando la nostra presenza a Los Angeles: abbiamo annunciato il nuovo programma di qualificazione di cortometraggi per la prossima stagione degli Oscar. I registi e produttori interessati possono iscrivere e candidare le loro opere direttamente sul sito di Voce Spettacolo. Al tempo stesso stiamo per avviare una serie di distribuzioni internazionali di opere con partner e produttori americani. Il futuro? Continuare a far volare le storie, da Matera al mondo. Inoltre su Amazon è disponibile ‘Dagli esordi a Hollywood‘, una guida pratica alla distribuzione cinematografica. Si tratta del primo manuale in Italia che racconta la mia decennale esperienza nella distribuzione e nel percorso Oscar, offrendo strumenti concreti per chi vuole entrare in questo mondo con metodo e consapevolezza.

Mario Vargas Llosa. Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita

Nato ad Arequipa, in Perù, il 28 marzo 1936, Vargas Llosa è scomparso oggi, all’età di 89 anni. A soli otto anni scrisse la ‘Lettera a Gesù Bambino. Il rapporto difficile con il padre, incontrato quando aveva 10 anni, lo segnò profondamente e influenzò il suo lavoro. Fu su sua insistenza che entrò in una scuola militare, la Leoncio Prado di Lima, dove subì una dura disciplina che si rifletté in ‘La città e i cani (1963), romanzo bollato come “comunista”. Finì la scuola superiore alla scuola San Miguel di Piura. Nel 1953, all’età di 17 anni, tornò a Lima, dove studiò Letteratura e Giurisprudenza all’Università Nazionale di San Marcos e si laureò in Filosofia e Letteratura. Due anni dopo, a 19 anni, sposò la zia acquisita Julia Urquidi, di dieci anni più grande di lui, dalla quale si sarebbe separato nel 1964.

Mario Vargas Llosa tenne un discorso a Stoccolma il 7 dicembre 2010 in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura. Questo discorso si tiene presso l’Accademia Reale delle Scienze di Svezia a Stoccolma. Ci si sofferma, in primo luogo, sul titolo del discorso. La prospettiva in cui lo scrittore sudamericano si pone è quella del lettore, egli infatti parla di lettura e non di letteratura. Questo titolo contiene un’endiadi (=termine della retorica classica, si usa per indicare un concetto unitario espresso attraverso l’uso di due sostantivi). Ciò che ci dice è che egli è diventato uno scrittore per la passione nutrita nei confronti della letteratura.

Il termine “finzione”, il suo corrispondente italiano sarebbe “invenzione”. Si può citare, a questo proposito, lo scritto di Alessandro Manzoni sullo stimolo del giudizio di Goethe sui Promessi Sposi.

Goethe aveva letto la prima edizione (1827) e la aveva molto elogiata, sollevando alcune obiezioni sul troppo peso della parte storica. Manzoni pubblica nel 1850, all’interno della raccolta Opere varie, questo saggio intitolato Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e di invenzione. Con questo titolo si intendono una serie di componimenti che abbinano fatti realmente accaduti a fatti inventati dalla fantasia del romanziere. Il termine finzione ha molto successo anche per la somiglianza con il termine inglese “fiction”. La fiction si distingue, in inglese, dalla non-fiction. Quest’ultimo termine indica una categoria che comprende opere di carattere
storico, biografico, documentario. Tutto quello, quindi, che non si fonda sulla creazione dell’immaginazione. Il termine fiction, invece, tende a significare “narrazione” in generale.

“Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita, così come scrivere. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e forse senza neanche saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto. E che dovrebbe essere migliore”.

Il discorso si apre con Vargas Llosa che parla di come abbia imparato a leggere all’età di cinque anni, nella classe di fratel Justiniano, nel Colegio de la Salle, a Cochabamba in Bolivia. Si pone insistenza su questo evento antichissimo, in quanto MVL lo definisce come la cosa più importante che gli sia mai successa nella vita. Llosa sostiene che i libri hanno arricchito la sua esistenza, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio.

I ricordi dell’infanzia possono essere considerati di secondo grado: non ci si ricorda tanto dei fatti in sé ma, più che altro, dei racconti su di essi (es. i fatti che riguardano la nostra infanzia tendiamo a ricordare maggiormente i racconti dei nostri genitori circa alcuni episodi
che ci sono accaduti da bambini). Un esempio in favore di questo riguarda i ricordi della mamma, la quale ha raccontato a Vargas Llosa che da bambino cambiava i finali dei racconti che leggeva perché gli dispiaceva che finissero o per cambiargli il finale. Il lettore desidera, in questo senso, farsi autori, collaborare alla creazione. Tra i libri che da bambino hanno arricchito la sua esistenza cita:

Ventimila leghe sotto i mari (Jules Verne), I tre moschettieri (Alexandre Dumas), I miserabili (Victor Hugo). Mentre per quanto riguarda la madre, dice che ella era solita commuoversi leggendo Amado Nervo e Pablo Neruda.

Vargas Llosa definisce la scrittura come “passione, vizio e meraviglia”. Si può notare, a tal proposito, come nei discorsi si ricorre spesso alla cadenza ternaria (= utilizzo di tre parole), in quanto conferiscono al discorso una particolare incisività. Il termine “passione” è un termine ambivalente: deriva dal verbo patire infatti significa anche “sofferenza”. Lo stesso termine però può anche essere utilizzato come sinonimo di “amore”. Lo scrittore in questo caso, utilizza il termine soprattutto come un impeto, un trasporto. Il termine “vizio”, invece, ha di solito una valenza negativa. Nella migliore delle ipotesi è una cattiva abitudine, un difetto o una debolezza. Alla luce di queste considerazioni, i due termini utilizzati congiuntamente possono significare qualcosa che eccita, che esalta le facoltà ma che allo stesso tempo ha un risvolto di debolezza.

Il termine “meraviglia” deriva del verbo mirare, cioè guardare. Si prova meraviglia di fronte a ciò che stupisce e incanta. Questo è il miracolo di trasformare “il sogno in vita e la vita in sogno”. Llosa celebra la capacità della letteratura di trasformare la nostra percezione della realtà attraverso l’esercizio della fantasia, così da rompere i vincoli di tempo e spazio. La letteratura è magia che traduce le parole in immagini. Attraverso l’immaginazione, accesa dal testo che si legge, la vita si arricchisce. La letteratura crea quindi una vita parallela dove rifugiarsi dalle avversità. Fa diventare “normale ciò che è straordinario e straordinario ciò che è normale”. Ci sono due cose da notare: la letteratura come rifugio, come tregua rispetto alla vita quotidiana che evidentemente è spesso fonte di delusioni, frustrazioni, sofferenze, ecc. e poi c’è la letteratura come volo fantastico.

La finzione è l’inizio dello spirito critico. “Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita”. Llosa evidenza l’esistenza di un nesso fra l’invenzione letteraria e lo spiritico critico. Tutto questo si può cogliere nel fatto che i regimi dittatoriali instaurano sempre controlli, censure, reprimono la libertà espressiva. Come lo spirito critico si sviluppa? La risposta che emerge da questa conferenza può così essere sintetizzata: l’invenzione letteraria, la finzione (e solo essa), rappresenta realtà diverse da quella che ci circonda, ci fa vivere mondi immaginari.

Ma se è possibile immaginare mondi diversi è possibile anche modificare la realtà esistente. Il pregio insostituibile della finzione è
quello di introdurre nella nostra coscienza la dimensione della possibilità. Per cui la realtà così com’è non è scontata né necessaria e inevitabile. È soltanto una delle possibilità esistenti, ma ne esistono anche altre. È possibile non accontentarci del mondo così com’è. La letteratura, sostiene lo scrittore peruviano, è una rappresentazione fallace della vita che però ci aiuta a capirla meglio e ci aiuta a orientarci. Il discorso sul valore della finzione è svolto all’inizio e alla fine della conferenza.

La letteratura, inoltre, tende ponti tra diverse persone: al di là delle lingue, del credo, degli usi e dei costumi, dei pregiudizi. La letteratura, in questi termini, crea una sorta di fratellanza all’interno della diversità umana ed eclissa le barriere erette dall’ignoranza, dalle ideologie, dalle religioni e lingue altre.

Si considera il pregio e il carattere delle opere letterarie che ad un certo punto finiscono, sono delimitate, e questo ci consente di interpretarle. Rispetto alla nostra vita, dove siamo attraversati da un flusso costante di emozioni, parole e stati d’animo, i romanzi che leggiamo sono storie chiuse e il fatto che ci sia una fine ci permette di poter fare una riflessione. Quello che noi impariamo leggendo delle storie inventate è il dare senso agli avvenimenti. Questa propensione la possiamo applicare anche alla vita reale. Leggendo, alle volte, ci succede di incontrare delle parole che sembrano scritte appositamente per noi. I grandi romanzieri riescono a dire di noi cose che
nemmeno noi stessi saremmo in grado di dire.

Noi abbiamo bisogno di dare un senso a tutto quello che ci succede. L’insensato ci disorienta e ci mette ansia. Usiamo le parole per umanizzare il mondo e la letteratura rientra in questa fenomenologia. Giacomo Debenedetti scrisse che la letteratura serve a battezzare le contingenze esistenziali, serve a dare un nome a nodi di vita. Si può pensare, a tal proposito, quanti nomi di personaggi sono poi diventati comuni: da Boccaccio, boccaccesco; da Kafka, kafkiano (=neologismo che indica una situazione paradossale e in genere angosciante. Si usa di solito per descrivere una situazione in cui non ci si riconosce e dove non si capisce ciò che sta succedendo).

‘La Venere in Autoreggenti’, l’esordio di Giusy Agata Caff e Teresa Giulietti

Anche in letteratura, quando gli scrittori devono raccontare l’eros, di solito non lo sanno fare, soprattutto gli scrittori italiani; il gesto più naturale dell’uomo è così misterioso che quando lo si cerca di mettere in letteratura, si cade nel grottesco, nella noia, nello scontato, del banale. O si scade a volte nel pornografico. In tal senso il romanzo erotico La Venere in Autoreggenti di Giusy Agata Caff e Teresa Giulietti, il primo della nuova collana di letteratura erotica Anima Nuda della casa editrice Bertoni Editore, non brilla per originalità nel raccontare l’eros, ma perlomeno non vira facilmente sulla pornografia.

La Venere in autoreggenti affronta con delicata profondità il tema dell’amore impossibile, quello che arriva inaspettato e sconvolge ogni equilibrio, in questo caso le vite di due donne diverse tra loro, anche solo per area geografica. La narrazione si sviluppa attraverso l’intensa storia tra Claudia, manager farmaceutica catanese e Beatriz, giovane attrice madrilena, il cui incontro casuale in un aeroporto innesca una serie di eventi che scombineranno le loro vite. La storia si muove tra Catania e Madrid e tale aspetto probabilmente costituisce la parte più interessante del romanzo.

Attraverso la relazione delle due protagoniste, che sembrano delle vere e proprie estensioni delle loro città di provenienza, le autrici affrontano temi universali come il desiderio di rinnovamento, la distanza geografica ed emotiva, ma anche questioni più specifiche come l’identità sessuale, la sincerità nelle relazioni e il conflitto tra realizzazione professionale e vita sentimentale, soprattutto la tendenza di trattare la sfera personale come quella professionale, applicando i criteri di valutazione e di giudizio al proprio sentire, alle proprie emozioni.

Il sesso, di solito, si suggerisce senza descriverlo oppure lo si porta all’eccesso come ad esempio fanno Murakami, Isaac B. Singer e di Philip Roth. Nella La Venere in autoreggenti, si alternano momenti di intensa passione fisica a profonde riflessioni esistenziali, quasi a voler rappresentare artisticamente le contraddizioni e i movimenti che lo attraversano. Non a caso il Teatro Bellini di Catania diventa il palcoscenico simbolico di questa storia d’amore, dove musica classica e desiderio si fondono in una scena di grande impatto sulle note della “Casta Diva”.

Fondamentali sono poi le città di origine delle due donne per poter comprendere i loro caratteri e personalità e le loro professioni.

Madrid la conosceva piuttosto bene e la adorava. Era una di quelle città in cui, fin da subito, si era sentita a casa; così diversa dalla sua
Catania che, pur, non avrebbe barattato con nessun’altra città al mondo. Ma in quel momento non era tanto il fascino della capitale spagnola…

Madrid viene presentata con la sua costante forza misteriosa e inesplicabile grazie alla quale è riuscita mano a mano a imporre la propria individualità, che va di pari passo con quella delle due protagoniste, con la loro crescita personale e sentimentale, mentre Catania, speculare alla città spagnola, è una citta musicale che accompagna con il suo sguardo barocco vitale e ardente come la storia d’amore tra Claudia e Beatriz.

Le due autrici, con gusto per l’intrigo, l’introspezione e la leggerezza, senza scivolare nella lascivia kitsch, mostrano come i sentimenti siano imprevedibili e mettano in discussione il lato razionale dell’essere umano, che pensa di poter avere tutto sotto controllo e di poter governare l’amore come un’azienda.

Le autrici

“La Venere in autoreggenti” è il romanzo d’esordio di Giusy Agata Caff. l’autrice è nata a Catania nel 1976 e si diploma al liceo artistico per poi specializzarsi in restauro d’arte. Nonostante la vita l’abbia portata a fare scelte professionali diverse non ha mai smesso di alimentare la sua parte creativa. Invece per Teresa Giulietti, nata a Parma nel 1972, laureata in Lettere e filosofia, si tratta di una conferma del suo più lungo percorso artistico e letterario. Comincia la sua carriera come ghost writer (www.lasignorinawrite.it), pubblica romanzi e saggi per editori nazionali tra cui la Marsilio di Venezia, Edizioni della Sera di Roma, Bertoni editore di Perugia e realizza per privati biografie e romanzi di formazione. Come naturopata psicosomatico unisce in conferenze e serate benessere le tecniche di rilassamento corporeo alla scrittura emotiva per sbloccare emozioni congelate e riscrivere in maniera creativa la propria vita.

La Venere in Autoreggenti è un viaggio nella passione e nel desiderio di abbandono alle pulsioni più istintive, in cui i confini tra realtà e fantasia diventano sempre più sfumati. Esplora anche il tema della guarigione dopo un amore doloroso che lascia segni indelebili. Il processo di elaborazione di Claudia viene descritto con particolare sensibilità, culminando nella potente sequenza finale della scultura che si dissolve nell’acqua, simbolo di un necessario lasciar andare.

 

 

 

 

 

Prof. Luca Siniscalco: “L’estetica è la paradossale ma fertile indagine di quella soglia sensibile che è sempre apertura al mistero

Luca Siniscalco ha studiato filosofia presso l’Università degli Studi della sua città e alla Universität Carl von Ossietzky di Oldenburg (Germania). Dottorando in Studi Umanistici Transculturali presso l’Università degli Studi di Bergamo, in cotutela con la Justus-Liebig-Universität di Gießen, con un progetto di ricerca intitolato The Event of the sacred in postsecular age. Encounters with Hans-Georg Gadamer’s hermeneutics, Hermann Nitsch’s and Anselm Kiefer’s art, è stato Professore a contratto di Estetica presso l’Università degli Studi di Milano (UNIMI) e l’Università eCampus, tiene corsi di Filosofia, Esoterismo e Letteratura nel progetto accademico UniTreEdu.  Ha curato saggi di E. Jünger, N. Sombart, W.I. Thompson, A.J. Heschel, J. Josipovici, E. Niekisch, J. Evola. È redattore di «Antarès – Prospettive Antimoderne» (Edizioni Bietti) e delle riviste accademiche «Informazione Filosofica», «Medium e Medialità», «Education & Learning Styles». Suoi articoli e saggi sono apparsi su numerose riviste scientifiche e divulgative, quotidiani, e in svariate antologie.  Ha curato numerose mostre d’arte (personali e collettive).

Professore di Estetica, Filosofia, Letteratura e storia contemporanea, collabora da anni in qualità di curatore con il Nuovo Rinascimento di Milano, fondato dall’artista Davide Foschi con presidente Rosella Maspero. Intellettuale raffinatissimo, è tra gli “Autori in permanenza al Centro Leonardo da Vinci Art Expo Milano”.

Siniscalco riflette sul concetto di estetica moderna, sul problema della negazione del sacro nel mondo moderno, che riemerge nella postmodernità scegliendo come terreno d’elezione l’arte, sull’antimodernità e i suoi protagonisti, sulla funzione dei social media, sull’iperinformazione frenetica e confusionaria di oggi, tra Heidegger, Junger e Eliade.

 

 

1 Nell’ultima pubblicazione da lei curata, “DissacrArte”, si affronta il problema della negazione del sacro nel mondo moderno, che però riemerge nella postmodernità scegliendo come terreno d’elezione l’arte. Qual è il fattore principale alla base di tale negazione?

È il problema della secolarizzazione o del “disincanto del mondo” (M. Weber). Come diagnosticato sin dal primo Novecento da numerose ed eterogenee famiglie filosofiche, nella modernità occidentale – che, in seguito alla mondializzazione, ha colonizzato il globo intero – il rapporto con il sacro, ossia l’esperienza sorgiva dell’incontro con il “totalmente altro” (per citare R. Otto), è sempre più relegato ad ambiti marginali della vita sociale, culturale e politica. Laddove, invece, esso è stato valorizzato, sovente ha rischiato di divenire preda di strumentalizzazioni, incomprensioni, riduzionismi. Eppure, questa dimensione, che nell’esistenza dell’uomo, costitutivamente homo religiosus (M. Eliade), è esperienza originaria, è spesso riemersa in forma visibile, anche in ambiti nuovi rispetto a quelli tradizionalmente impregnati dalla “dialettica del sacro e del profano”. L’arte gioca, in tale contesto, un ruolo fondamentale. Nelle forme dell’arte si sono occultati miti, simboli, archetipi, che continuano tuttavia a lasciar scorgere sottotraccia – a chi ha gli strumenti interpretativi per coglierlo – il legame mai scisso con il Principio.

Con l’incedere della cosiddetta “postmodernità”, un vero e proprio nuovo paradigma di civiltà e visione del mondo, in cui i processi del Moderno, per eterogenesi dei fini, si sono rivolti contro la modernità stessa, plasmando un aeriforme, rizomatico e proteiforme scenario, la “grande muraglia” (per citare R. Guénon) che circonda il nostro mondo proteggendolo contro l’intrusione di influenze telluriche è ampiamente crollato. Se la “solidificazione” del mondo sensibile nella modernità ha serrato ogni passaggio verso la trascendenza, le “fenditure” nella “grande muraglia” si aprono oggi da ogni parte. Attraverso di esse le figure del numinoso tornano nel mondo, manifestandosi nelle numerose forme di “seconda religiosità” (Spengler) proprie del contemporaneo, ma anche nella volontà di numerosi artisti, sempre meno outsider, talora dotati di grande riconoscibilità mediatica, di favorire la manifestazione estetica del sacro, ricostruendo i ponti con forme di metafisica verticali e superando l’interregno del nichilismo. L’artista riconquista dunque il ruolo di mago, teurgo, iniziato, psicopompo, sciamano. Assurge a temerario costruttore di templi per il deus adveniens. Proprio per trattare tale emergenza mitico-simbolica in seno all’arte contemporanea, ricostruendone la genesi storico-culturale e dando voce ad artisti che in tale percorso si riconoscono – dalla pittura alla scultura, passando per la fotografia e le performances – è stato concepito “DissacrArte”.

 

2 La nozione di Antimoderni si presta a qualche resistenza. Ma chi sono oggi gli antimoderni?

Suppongo che il concetto si sia imposto alla sua attenzione in quanto costituisce il sottotitolo della rivista “Antarès. Prospettive antimoderne”, di cui il fascicolo monografico “DissacrArte” rappresenta la ventesima uscita.

L’antimodernismo è una variegata famiglia di pensiero che si è cristallizzata in forma oppositiva rispetto alle istanze promosse dall’ideologia modernista (ossia la versione radicale dell’ideologia promotrice del Moderno, con la sua complementare costellazione concettuale – progressismo, materialismo, liberalismo, individualismo, scientismo). Tale nozione è stata tematizzata in modo eccellente da Antoine Compagnon nel suo celebre “Gli antimoderni”. Qui Compagnon evidenzia come, diversamente dal tradizionalismo o conservatorismo, sempre esistiti, secondo declinazioni diverse, nella storia europea, l’antimodernismo sorge, come famiglia di pensiero, precisamente in contrapposizione agli ideali della Rivoluzione francese, ma secondo una visione del mondo tanto nuova, radicale, e a suo modo avanguardista, da qualificarsi paradossalmente come ultra-moderna. Antimoderni, secondo questa accezione, furono in Francia J. de Maistre, C. Baudelaire, L. Bloy, D. la Rochelle, L.-F. Céline, M. Blanchot, l’intera Rivoluzione Conservatrice austriaca e tedesca, i migliori esponenti del Pensiero di Tradizione (fra tutti, J. Evola), pensatori inattuali (G. Papini, M. Eliade, C. Campo), ma anche grandi poeti (T.S. Eliot, E. Pound), narratori (K. Hamsun, Y. Mishima) e indagatori del fantastico (J.L. Borges, J.R.R. Tolkien, H.P. Lovecraft). Molti di loro, autori di riferimento di “Antarès”, vuoi in quanto oggetto di studio, vuoi quali riferimenti indispensabili all’elaborazione del metodo critico adottato nella nostra ormai ultradecennale storia editoriale.

Essere antimoderni oggi significa ricollegarsi a questa ricca tradizione di pensiero per riattualizzarne il magistero. Secondo un processo che oggi, a mio avviso, richiede particolare impegno e forza creativa, innanzitutto vista l’epocale mutazione di scenario che abbiamo già parzialmente evocato. Se la modernità, infatti, ha fatto bancarotta, un pensiero critico aggiornato deve spingersi sino al confronto con le nuove sfide poste dal pensiero postmoderno. Oggi, forse, più che di antimodernismo servirebbe ragionare su di un postmodernismo realmente “altro” per spirito, orizzonti e vocazione.

 

3 Parlando ancora di antimoderni, secondo lo scrittore francese Chateaubriand, la democrazia è il naturale prolungamento (moderato e normalizzato) della Rivoluzione. Cosa ne pensa, soprattutto in riferimento alle attuali democrazie, soprattutto europee?

La riflessione di Chateaubriand riflette la tesi, tipicamente antimoderna, sulla genealogia dell’assetto politico moderno, inteso appunto come l’istituzionalizzazione dei “sacri princìpi dell’89”. I valori che la Rivoluzione avrebbe opposto agli ordinamenti tradizionali della civiltà europea si sarebbero configurati in un assetto in cui la centralità della già rousseauviana “volontà popolare” assurge a fonte e legittimazione di ogni forma di autorità politica. Dalla democrazia, però, notava già Platone nella sua teoria sulle forme di governo, sorge la tirannia: e, in effetti, forme di riduzione della rilevanza e libertà concrete del popolo hanno variamente contraddistinto gli sviluppi storici dei sistemi democratici – dal cesarismo o bonapartismo ai totalitarismi novecenteschi (anche d’impronta collettivistica), sino alle contemporanee forme di controllo sociale promosse dal “capitalismo della sorveglianza” (S. Zuboff) o dal “capitalismo politico” (A. Aresu). Ecco che così la Rivoluzione torna a manifestarsi nella sua componente di radicalità e violenza giacobina, mentre simultaneamente “si suicida” (per usare la famosa immagine di A. Del Noce) venendo meno alla propria vocazione ideale trasformativa ed emancipatrice. L’alienazione, che il progetto politico della modernità mirava a superare, diventa il cuore di tenebra del modello democratico. La tragicità di questa dinamica è oggi riposta nella difficoltà di pensare anche solo in termini concettuali a modelli radicalmente alternativi a fronte dell’investitura della democrazia rappresentativa, da parte del “realismo capitalista” (M. Fisher), a sistema politico archetipico del paradigma dominante.

È peraltro da precisare come la politologia abbia variamente mostrato la pluralità dei modelli di “democrazia”. Quello contrastato nella tradizione antimoderna si riferisce principalmente alla democrazia moderna, parlamentare, repubblicana e rappresentativa. Modelli di ristrutturazione del paradigma democratico in senso partecipativo, corporativo, comunitarista e olistico, sono state proposte nell’ultimo secolo da svariati autori – da Othmar Spann a Walter Heinrich, passando per Emmanuel Mounier e Simone Weil e arrivando ad Alain de Benoist, Costanzo Preve e Alasdair MacIntyre, solo per citarne alcuni. Teorie tutt’oggi sfidanti, meritevoli di riflessioni.

 

4 Nel 1750 Baumgarten pubblica il primo volume dell’Estetica, dove viene messa a punto una nuova disciplina nata da meditazioni sulla specificità della poesia e sulla peculiare perfezione delle sue rappresentazioni sensibili. Secondo lei il campo della sensibilità possiede davvero una propria peculiare razionalità e strutturazione?

Dal mio punto di vista, è corretto intendere il dominio della sensibilità come una sfera della percezione fondamentale anche sul piano conoscitivo. In questa prospettiva, è fin troppo banale notare la differenza che un’esperienza sensibile riveste rispetto ad una esperienza intellettiva puramente concettuale. Più stimolante è invece, anche sulla scia di Baumgarten, riflettere sul valore non esclusivamente percettivo, ma altamente gnoseologico della sensibilità, indagandone caratteristiche, limiti e condizioni di possibilità.

Baumgarten la definiva “gnoseologia inferior”, i romantici l’hanno innalzata a “gnoseologia superior”, l’ermeneutica filosofica ha rilevato la sua stretta interrelazione con ogni atto di comprensione.

Potremmo così asserire, andando oltre le posizioni contrapposte di tipo soggettivista e oggettivista, che il campo della sensibilità media concretamente tra coscienza e mondo, nonché tra il flusso della vita e delle percezioni, cui mai possiamo avere accesso in modo totalmente diretto, e i dispositivi che strutturano la conoscenza e danno forma comunicabile alle percezioni. In questo senso l’arte, che si alimenta di immagini sensibili in-formate da idee, al contempo precede ed eccede la sfera del logos, permette di pensare una alternativa ai paradigmi del razionalismo e dell’empirismo, rifiutando il dualismo ontologico e pensando la realtà in termini correlativi e analogici.

 

5 L’estetica oggi ha a che fare sempre di più con la confusione o essa è la chiarificazione di ciò che deve rimanere confuso? Come riusciamo a riaccordarci alla realtà?

L’estetica, dal mio punto di vista, è la paradossale ma fertile indagine di quella soglia sensibile che è sempre apertura al mistero, al “totalmente altro”, all’eccedenza di senso, ma che mai è capace di risolverne totalmente il significato. È, per citare immagini jüngeriane, un “avvicinamento” alle “irradiazioni” che dallo sfondo originario promanano mediante forme, segni, immagini simboliche. È, insomma, cura dell’enigma. La confusione può essere dunque sfrondata, ma solo per giungere ad una dinamicità ulteriore, che ci rammenta il carattere energetico e multiforme del reale.

 

6 Nell’epoca dell’iperinformazione, la vasta accessibilità alle notizie e l’enorme presenza di informazioni istantanee hanno dato il via libera alla cosiddetta ‘corsa al click’. Come si può ritornare alla qualità formale di un articolo? Come scovare la verità tra fake news e polarizzazioni?

Il tema è vastissimo e meriterebbe considerazioni ben più vaste, che un ampio dibattito contemporaneo sta tentando di elaborare, spesso stretto nella morsa di istanze conflittuali – i conseguimenti teoretici, da un lato, e le dinamiche economico-tecnologiche, dall’altro lato.

Mi limito a notare, anche sulla scorta delle riflessioni proposte sulla postmodernità, che oggi forse non ha più senso, né a livello teorico né operativo, distinguere nettamente, nell’ambito della comunicazione, fra “verità” e “fake news”, quasi che queste fossero strutture ontologiche determinate, bensì lavorare, con rispetto deontologico e maturità intellettuale, all’elaborazione di forme comunicative improntate ad una persuasività responsabile, culturalmente fondata e orientata prospetticamente verso la costruzione di una conoscenza articolata e condivisa. Nell’epoca dell’informazione le notizie si proiettano nell’iperspazio digitale creando nuove narrazioni. Operano, per citare Nick Land, come “iperstizioni”: la loro verità coincide con la loro performatività. Un professionista della comunicazione dovrebbe, a mio avviso, fare i conti con questa nuova geografia digitale, producendo “iperstizioni” alternative al fine di delineare modelli culturali ulteriori, fondati non sulla retorica astratta o sull’interesse dei centri di potere dominanti, bensì sulla costruzione di spazi di pensiero critico auspicabilmente dotati di attrattiva nei riguardi del pubblico e di una potenziale performatività concreta sul piano culturale, sociale e politico.

7 Tre autori che hanno segnato la sua formazione personale e accademica

Martin Heidegger, da cui ho appreso la forza radicale del pensiero e la concretezza abissale della filosofia. Ernst Jünger, che mi ha insegnato a cogliere nelle forme della storia e della natura le epifanie di un mondo sovrasensibile caleidoscopico, profondo per senso e sacralità. Mircea Eliade, che mi ha comunicato la passione per il linguaggio dei simboli e le tradizioni religiose, mostrandone l’importanza per decifrare la nostra contemporaneità.

‘Il soccombente’. La tragedia dell’essere geni secondo Thomas Bernhard

Il soccombente è un romanzo, pubblicato nel 1983, dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, totalmente narrato in prima persona, che racconta dell’amicizia tra l’io narrante e due giovani artisti: Glenn Gould, il genio, e Wertheimer, il soccombente. Il romanzo inaugura una trilogia dedicata all’arte e composta da “A colpi d’ascia” e “Antichi maestri”, dedicati rispettivamente al teatro e alla pittura, mentre Il soccombente tratta della musica.

In realtà la musica vi appare come mero elemento contestuale, indirettamente attraverso la finzione letteraria che le regala statuto da protagonista mescolando il dato reale: la grandezza del genio artistico di Glenn Gould, sintetizzata nelle “Variazioni Goldberg” di Bach, con il dato fittizio: la voce narrante fumosa e indefinita e Wertheimer, il Soccombente, che con lui entrano in contatto. Cosa vuol dire essere geni per chi lo è e per chi ha a che fare con i il genio? Come accettare e raccontare una vita non vita, i fallimenti che attraversano la lenta implosione nelle scienze dello spirito? Come arrivare all’ auto-annientamento dopo una conoscenza intellettuale basata sulle proprie differenze, benché con la medesima concezione dell’arte?

“Il bambino era stato gettato dalla madre in questo ingranaggio dell’esistenza, che implacabilmente faceva il figlio a pezzi. I genitori sanno perfettamente che l’infelicità ad essi connaturata la perpetuano nei figli, ma nella loro crudeltà vanno avanti a fare figli e a gettarli nell’ingranaggio dell’esistenza.”

I tre protagonisti si conoscono nel conservatorio del maestro Horowitz, dove studiano pianoforte. Wertheimer e l’io narrante (che si pensa sia l’autore stesso, Bernhard), durante una lezione al conservatorio sentono Glenn Gould suonare per la prima volta il pianoforte e da quel momento capiscono che nessun altro al mondo, come lui, poteva suonarlo. Glenn inizia ad essere un’ossessione e un paragone che resterà per il resto della loro vita. Dopo aver “accettato” la consapevolezza del genio di Gould, i due artisti affrontano la vita in modo del tutto differente: l’io narrante cede il suo pianoforte ad una persona totalmente inadeguata, mentre Wertheimer, mette all’asta il suo pianoforte, gettandosi nelle cosiddette “scienze dello spirito” (filosofia), segnando così l’inizio della sua fine.

Nel racconto acido, sarcastico e claustrofobico, Bernhard rimembra diverse località dell’Austria e della Germania: Salisburgo: dove i protagonisti studiarono pianoforte. Leopoldskron: dove i protagonisti vivono assieme mentre studiano pianoforte. Vienna Traich: dove si trova il casino in caccia di Wethrimer. Queste località vengono descritte come luoghi oppressivi, dove vi abitano persone intollerabili e con clima atroce.

Nel corso del libro, l’io narrante analizza la sua vita dal momento dell’incontro con il genio di Glenn Gould e così facendo, inizia a designare le personalità dei suoi amici “per la vita”: Glenn Gould è il genio, cui unico scopo era quello di essere un’unica cosa con il suo pianoforte, che muore all’età di 50 anni mentre suona per l’ennesima volta le “Variazioni Goldberg” di Bach; Wertheimer è, invece, solo un virtuoso del pianoforte che, se non avesse conosciuto Glenn, sarebbe addirittura diventato un maestro. Ma, come già detto, l’incontro con il genio scatenò non solo l’abbandono da parte dei due del pianoforte, ma fu l’inizio della loro discesa.

Wertheimer fu definito per la prima volta “il soccombente” proprio da Glenn: era debole, il più debole dei tre, aveva da sempre coltivato il desiderio di morire, per sottrarsi ad un mondo che tanto odiava e disprezzava. E’ sempre stato attratto da libri che parlano di suicidi, di malattie e di morti, trovando nella morte l’unica via per sfuggire alla sua “infelicità cronica”. Wertheimer è sempre stato un emulatore: imitava tutto ciò che vedeva, tutto ciò che gli altri due facevano, in misura diversa: Glenn suonava, lui suonava, l’io narrante abbandona il piano, così lui. E quando Glenn muore, Wertheimer rifiutando di essere sopravvissuto alla morte dell’amico e abbandonato dalla sorella,
decide di compiere l’unica cosa da lui realmente voluta: il suicidio, che forse è stata l’unica cosa che gli abbia dato un senso di trionfo.
La figura principale del libro, al contrario di come si crede, non è Glenn, né l’io narrante, ma è il soccombente.

Il soccombente nasce perché l’io narrante, nel corso della sua vita, si rende conto di voler descrivere il genio di Glenn Gould e questo compito spettava a lui, che era “testimone competente della sua mente straordinaria in tutto e per tutto”. Così facendo, solo analizzando la personalità di uno (Glenn), potrà far chiarezza non solo su sé stesso, ma anche sull’amico, Wertheimer.

Il protagonista narratore mette a nudo la verità, senza nessuna menzogna, sostenendo che anche nella buio dell’umore nero, ovvero il suo fallimento da pianista, c’è una luce di energia. In questo caso una nuova possibilità, ovvero il filosofo.

Il soccombente (dalla parte del perdente) è dunque Wethrimer, chiamato così da Glenn quando erano in America. L’affannosa ricerca di se insegue spiegazioni improbabili in tempi e luoghi lontani, tra città e campagna, luoghi insalubri e inospitali, una disperazione che sa d’infanzia, frammenti esistenziali, implicazioni freudiane, egocentriche, famigliari, gesti improbabili e accusatori, angusti spazi della memoria, inospitali stanze affettive ricolme di solitudine e di lontananza da chi si credeva appartenerci e che ci ha abbandonato per sempre.

La rappresentazione di una vita (quella di Wertheimer) e l’ impossibilità di viverla, l’onnipresente fantasma di Gould, interrogativi inquietanti, quanto la sua morte sarà la loro morte, un legame spezzato in un senso apparentemente insensato, è poi certo che siano stati annientati dalla sua figura e dalla sua grandezza?

“Il mondo è pieno zeppo di mutilati”

In un crescendo di ripetizioni e di ossessive presenze, in cui il timbro della penna di Thomas Bernhard e la sua impeccabile costruzione scenica risuonano famigliari, nel tentativo di chiarire ciò che è evidente, si fa manifesto, celato da tracce sempre più evidenti, un senso condiviso di infelicita’ e di insensatezza, e ci si chiede quanto ciascuno rappresenti semplicemente la propria solitudine profonda, nell’arte, nella scrittura, in un ambito famigliare, ma forse, come diceva Glenn, …” siamo semplicemente ciò che siamo”…. era così sin dall’ inizio.

Il soccombente non fallisce soltanto nel diventare il migliore pianista, ma fallisce anche umanamente. Questa sua mania di primeggiare non riguarda soltanto la sua passione per il pianoforte ma si estende anche sulle persone che lo circondano. Infatti, oltre all’ossessione per il pianoforte si osserva anche l’ossessione per la sorella dalla quale si aspetta la completa dedizione. Il soccombente, non sarà sconfitto soltanto nell’arte musicale ma anche in questa lotta con la sorella che si ribellerà e scapperà via, sposandosi.

Everland-percorsi di ricerca. Parte la prima edizione della rassegna internazionale a Roma

Roma si prepara ad accogliere un nuovo appuntamento con l’arte contemporanea. Dal 26 aprile al 3 maggio, la Galleria d’Arte “IL LEONE”, a pochi passi dal Colosseo, ospiterà la prima edizione della Rassegna d’Arte Internazionale “Everland Art – Percorsi di Ricerca, un evento che promette di trasformare la capitale in un crocevia di creatività e sperimentazione.

Curata dall’associazione Athenae Artis sotto la direzione artistica di Maria Di Stasio, la rassegna vedrà la partecipazione di 43 artisti selezionati, tra nomi affermati e talenti emergenti. Pittura, scultura e fotografia saranno protagoniste di un’esposizione che abbraccia linguaggi e sensibilità diverse, offrendo uno spaccato autentico delle tendenze artistiche contemporanee.

La selezione ha un respiro internazionale: oltre agli artisti italiani, saranno presenti rappresentanti da Stati Uniti, Francia, Grecia, Spagna e Israele, a testimonianza della vocazione globale della manifestazione.

Durante l’evento saranno esposte 58 opere, tra pittura, scultura e fotografia, creando un percorso espositivo eterogeneo e stimolante. L’esposizione avrà una dimensione fisica, ma includerà anche artisti che parteciperanno con video proiezioni, offrendo così una varietà di linguaggi visivi e arricchendo ulteriormente l’esperienza dei visitatori. Un mosaico di tecniche, materiali e linguaggi visivi guiderà i visitatori in un autentico viaggio sensoriale e intellettuale, dove ogni opera diventa occasione di emozione, riflessione e dialogo con il presente. Temi sociali, visioni collettive e interpretazioni personali si intrecciano, offrendo uno spaccato potente e significativo dell’arte contemporanea.

Maria Di Stasio, curatrice dell’evento, racconta così il senso di questa rassegna:

L’arte rappresenta una delle forme di comunicazione più antiche e universali al mondo, ma allo stesso tempo risulta spesso complesso descriverla appieno. È un intreccio di esperienze sensoriali che ti travolgono come un turbine, trascinandoti nel loro nucleo più profondo. È uno specchio attraverso il quale possiamo percepire noi stessi nella nostra essenza più autentica.

L’arte è un rifugio, una salvezza che ci abbraccia con il coraggio: il coraggio di affrontare e accogliere le nostre emozioni, soprattutto quelle più oscure. Richiede però ancor più ardimento trasformare dolore e traumi in qualcosa di bello. Questa trasformazione, quasi alchemica, è ciò che rende l’arte così potente e umana. La bellezza e le emozioni che l’arte riesce a evocare arricchiscono l’esistenza, offrendoci momenti di introspezione e contemplazione. Inoltre, essa ha il dono straordinario di creare un senso di appartenenza e identità culturale, permettendo alle persone di condividere esperienze comuni e di sentirsi più connesse alla propria comunità. È un linguaggio universale che trascende le parole, capace di unire e dare voce a sentimenti collettivi. L’arte è, in definitiva, una forma di espressione umana unica, attraverso la quale pensieri ed emozioni prendono vita nei più svariati stili e linguaggi visivi. Nello stile scelto dall’artista per dare corpo alle sue opere risiede, forse, la vera essenza dell’arte: la capacità di materializzare ciò che si prova, pensa e percepisce in qualcosa di tangibile. Le cinquanta opere visive, ognuna con il proprio linguaggio unico, tracciano percorsi personali attraverso impatti materici e simbolici. 

Gli artisti partecipanti sono:

Giovanni Vano, Inbal Kristin, Marco Eracli, Carmela Tulino, Donato Stabile, Silvia Orlandi, Alessandra Croce, Andrea Scardigli, Adriana Finazzi, Umberto Falvo, Danilo Calò, Teresa Saviano, Anna Matrosova, Katrien Vanderkelen, Maria Sturiale, Khanh Nguyen, Stefania Botta, Roberta Baldassano, Maria Flora Cocchi, Fabrizio Ceci, Christine Selzer, Lorenzo Trombino, Gabriella Zanchi, Enza Cotugno, Benedetta Dell’Uomo, Giuseppina Irene Groccia, Tommaso Garofalo, Riccardo Furlanetto, Paolo Lelli, Fabio Tolu & Rachele Cialdini, Rita Maurizi, Fabrizio Gentilini, Stefania Tagliabue, Sara Asquini, Simona Carbone, Patrizia Nigro, Giovanni Fasano, Lemma Patrizia,  Antonio Iovine, Antonio Panella, Raffaele Di Stasio, Alessandro Rinaldoni & Francesca Ghidini.

Il 26 aprile alle ore 17:30 si terrà il vernissage inaugurale, segnando l’inizio della prima edizione di questo prestigioso evento d’arte.

A guidare la presentazione sarà Maria Di Stasio, affiancata dalla critica e storica dell’arte Mariangela Bognolo, che offrirà un’approfondita lettura critica delle opere esposte.

Nel corso della serata, Bognolo analizzerà il lavoro di ciascun artista, fornendo spunti di riflessione e chiavi di lettura che accompagneranno il pubblico alla scoperta delle diverse espressioni artistiche. Sarà un momento di grande valore, in cui gli artisti avranno l’opportunità di raccontare in prima persona il significato delle proprie creazioni, svelando ispirazioni, percorsi e visioni artistiche.

Il dialogo tra l’analisi critica e le testimonianze dirette darà vita a un confronto stimolante e coinvolgente, arricchendo l’esperienza dei presenti e offrendo una prospettiva più profonda sulle opere in mostra.

A distinguersi tra i riconoscimenti dedicati agli artisti vi sono premi di prestigio, ciascuno pensato per esaltare un aspetto specifico dell’eccellenza creativa, valorizzando talento, ricerca artistica e innovazione espressiva.

Durante il vernissage, avrà luogo la cerimonia di premiazione, con l’assegnazione delle targhe agli artisti vincitori nelle seguenti categorie:

Premio Rete Top 95, a testimonianza dell’impegno nel promuovere il dialogo tra diverse generazioni e stili.

 

Premio della Critica, un tributo alla visione artistica capace di connettere pubblico e critica.

 

Premio EtereArt, che valorizza il rigore concettuale e l’originalità delle opere.

 

Premio ContempoArte, dedicato alle espressioni artistiche più innovative e sperimentali.

 

In qualità di Media Partner, l’associazione L’ArteCheMiPiace di Giuseppina Irene Groccia, avrà l’onore di assegnare il Premio ContempoArte.

Questo prestigioso riconoscimento verrà attribuito all’artista che si sarà distinto per l’approccio più innovativo e sperimentale, accompagnato da una pubblicazione esclusiva sul Magazine ContempoArte.

Oltre alla premiazione, il Blog L’ArteCheMiPiace sosterrà ogni artista partecipante attraverso un supporto mediatico dedicato. Ad ogni artista partecipante sarà dedicata uno spazio di pubblicazione sul Blog con un’ intervista personalizzata in cui raccontare il proprio percorso e presentare le opere esposte alla rassegna.

Un progetto di comunicazione integrata

L’Associazione Athenae Artis affianca alla qualità curatoriale della mostra un impegno senza precedenti nella comunicazione. Attraverso il suo ufficio stampa, e la Media Partnership con L’ArteCheMiPiace si assicura una gestione impeccabile dei rapporti con i media, la diffusione capillare dei comunicati e la documentazione dell’intera rassegna stampa.

La strategia di promozione si estende ai social network, con contenuti curati, dirette video e foto reportage che coinvolgono il pubblico in tempo reale, rendendolo parte attiva dell’evento. Questa sinergia tra comunicazione tradizionale e digitale punta a massimizzare l’impatto di EVERLAND ART, trasformandolo in un’esperienza condivisa e amplificata da una rete globale.

EVERLAND ART crede fermamente che ogni artista debba essere supportato non solo attraverso l’esposizione delle proprie opere, ma anche grazie a un sistema di promozione che valorizzi la sua individualità e il suo messaggio. In questa visione, i premi e la visibilità rappresentano il coronamento di un percorso che mette l’artista al centro, come protagonista di un evento concepito per supportare il talento in tutte le sue forme.

Questo evento rappresenterà un’occasione importante per valorizzare sensibilità artistiche diverse, mettendo in luce poetiche e visioni provenienti da contesti eterogenei. Una vetrina d’eccellenza che non sarà solo un riconoscimento al talento, ma anche un importante spazio di dialogo, confronto e crescita culturale, dove l’arte diventa terreno di scambio e ispirazione.

 

“EVERLAND ART”

Percorsi di Ricerca

Expò Internazionale d’Arte Contemporanea

Dal 26 aprile al 3 maggio 2025

Organizzata e Promossa da: Associazione Culturale “ATHENAE ARTIS”

Con la collaborazione di: GALLERIA D’ARTE “ IL LEONE”

Art Curator: Maria Di Stasio

Critico e Storico dell’Arte: Mariangela Bognolo

Media Partner: L’ArteCheMiPiace

Vernissage sabato 26 Aprile ore 17.00

Info e comunicazioni: athenaeartis@libero.it

Orario mostra: Dal lunedì al sabato : 10.00 – 13.00 / 15.00 – 19.00

 

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