pArt, la prima piattaforma digitale specializzata in restauro d’arte fondata da Maddalena Salerno e Lelio Orsini

pArt è la prima piattaforma digitale specializzata in restauro di arte antica, moderna, contemporanea, fotografia e street art, nata da un’idea di Maddalena Salerno, imprenditrice che ha avviato alcune start up di successo nell’ambito del design, della music industry e del
food. Oggi è direttore creativo di Bla Studio, una boutique agency con sede a Roma, e Lelio Orsini, che gestisce la società immobiliare di famiglia oltre che la sua impresa agricola e, appassionato del suo paese materno, ha sempre lavorato per la Georgia nell’ambito della soft diplomacy, a livello istituzionale, culturale e umanitario. Dal febbraio 2018 è Console Onorario di Georgia a Milano.

Il mecenatismo culturale non è morto e pArt è la dimostrazione che progetti ragionati, lungimiranti, sono capaci di costruire non solo e-commerce di successo, ma una vero e proprio ponte dialettico tra tempi, visioni ed estetiche diverse. Artisti emergenti, mid-career, e affermati, in linea con le proprie poetiche, affrontano così la realizzazione di un nuovo lavoro in edizione limitata ispirata a una delle opere che pArt si propone di conservare e restituire al futuro.

Da Caravaggio, a Boetti, a Banksy: take part, save art. Consente a tutti di diventare mecenati a seconda delle proprie tasche – anche un piccolo contributo può essere fondamentale – e scegliendo l’opera da restaurare tra quelle caricate sul sito.

Un gruppo di professionisti garantisce tutto il percorso dall’ideazione alla realizzazione del restauro, in maniera trasparente e documentata. La missione di pArt è quella di preservare il patrimonio artistico, raccontare la storia, educare alla conoscenza, rendere fruibile l’arte – dando la possibilità a tutti di diventare mecenati con un veicolo inclusivo e non esclusivo.

pArt promuove l’intervento di società pubbliche e di privati, intesi come aziende e cittadini, per prendersi cura di tutti quei Beni, pubblici, privati, ecclesiastici che possono tornare a splendere nella loro bellezza originaria. L’utilizzo del web da un lato aiuta ad amplificare il messaggio, dall’altro, ne semplifica la fruizione. Il meccanismo dell’e-commerce, applicato al settore della conservazione del patrimonio, permette di rendere lineare un processo altrimenti estremamente complesso per via della burocrazia come l’iter autorizzativo legato ad essa. pArt supporta inoltre i restauratori e le ditte di restauro per la promozione dei loro progetti che altrimenti restano sovente chiusi nei cassetti.

Ogni intervento di restauro viene trattato singolarmente e diventa un’occasione per ringraziare e celebrare il mecenate o per fare un regalo a una persona cara. Perché non regalare il restauro del balcone di Romeo e Giulietta alla propria amata? Le ricompense originali ed esclusive, per lo più limited edition e di design, sono ideate e realizzate appositamente per ogni progetto. Da qui anche la collaborazione con il mondo dell’arte contemporanea per creare un dialogo tra arte antica e modalità espressive del presente che si esplica nel commissionare un multiplo a un artista contemporaneo in risposta e in relazione a uno dei capolavori del passato da restaurare: un progetto ragionato, mirato e inedito capace di costruire una conversazione tra tempi, visioni ed estetiche. Gli artisti, selezionati dalla curatrice Ilaria Gianni, sono in grado di costruire un incontro con i capolavori del passato in maniera sorprendente, svelandone tratti nascosti, e mettendo in luce nuove
chiavi di lettura del patrimonio artistico.

Così il mecenate riceve, inclusa nel costo del restauro, un’opera d’arte, unica o in edizione limitata, come ricordo del suo intervento.
pArt offre servizi su richiesta a privati, piccole e grandi aziende che decidono di investire nell’arte e nella cultura, anche accompagnandoli nel percorso di ottenimento degli sgravi fiscali previsti dell’Art Bonus creato qualche anno fa dal Mibact che se da un lato è in crescita, dall’altro è ancora poco conosciuto.

pArt cura lo sviluppo e la gestione di restauri, sponsorizzazioni e marketing culturale, ma anche un aiuto efficiente nell’amministrare le pratiche burocratiche e ottenere, ove consentito, la deducibilità fiscale dell’erogazione liberale o della sponsorizzazione. Le imprese possono beneficiare degli sgravi fiscali dell’Art Bonus previsti per i beni pubblici.

In generale pArt valorizza chi valorizza l’arte, attraverso riconoscimenti (di immagine, morali o esperienze culturali) anche per i piccoli mecenati e interventi minori. Piccoli contributi per grandi interventi di restauro. Le opere caricate sul sito (facilmente consultabile tramite le voci scultura, dipinti, affreschi) hanno costi che vanno dai 1.000 ai 40.000 euro. I finanziamenti vanno dai 30 euro in crowdfunding ai 1.000, 2.000, 3.000 euro a salire, come singolo intervento o intero restauro per privati o aziende. Tutti potranno ora appassionarsi e dedicarsi al restauro di opere d’arte in base ai propri gusti e alle proprie possibilità del momento, con un semplice click. pArt si prende cura di tutti quei restauri piccoli e medi, sotto soglia, che non richiedono l’assegnazione tramite un bando pubblico. Sono più
piccoli ma non per questo meno importanti.

Un catalogo di opere in continuo aggiornamento, in tutti i luoghi, in tutti i paesi. Chiese, Musei, Basiliche, Fondazioni delle principali città italiane ed estere ma anche di Comuni meno conosciuti: con pArt tutti hanno l’opportunità di contribuire alla valorizzazione del patrimonio artistico italiano e in futuro anche internazionale.

La Notte delle Stelle all’Anfiteatro Campano. Il grande omaggio a Ennio Morricone con il concerto di Lello Petrarca

Musica, arte, enogastronomia ed astronomia. Saranno gli ingredienti di una delle “Notti delle Stelle” più speciali in programma quest’anno in Campania per San Lorenzo. La Notte delle Stelle ideata dall’Arena Spartacus Festival, la rassegna di cinema, danza, letteratura, musica e teatro che anima tutte le sere estive l’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, il secondo più grande al mondo per dimensioni dopo il Colosseo. Il programma completo del Festival propone per lunedì 10 agosto il concerto di Lello Petrarca pianista, compositore, polistrumentista ed arrangiatore che tra le sue molteplici collaborazioni vanta quelle con Nino Buonocore, Daniele Sepe, Stefano Di Battista, Markus Stockhausen, Fabrizio Bosso, Gabriele Mirabassi e tanti altri. Sarà un viaggio musicale da “Morricone a Napoli” quello di Petrarca. Un concerto inedito che miscelerà le musiche da film del grande Ennio Morricone scomparso da appena un mese con composizioni originali e rielaborazioni dei temi più noti delle varie tradizioni musicali, a cominciare da quella partenopea.

Prima del concerto a partire dalle 20 come ogni sera nell’ambito dell’Arena Spartacus Festival sarà sempre aperta l’area caffetteria, pizzeria e ristorazione stabilmente curata da Amico Bio Arena Spartacus, che dal 2013 è il primo ristorante biologico al mondo in un sito archeologico e che in occasione del Festival propone speciali menù tematici a prezzi ridotti. Dopo il concerto l’osservazione delle stelle cadenti sul prato dell’Arena Spartacus a due passi dall’Anfiteatro Campano nella sua versione notturna illuminata.

Joe Barbieri, Daniele Sepe e Sergio Caputo nel programma musicale di Agosto sul palco dell’Anfiteatro Campano che nella sezione Teatro ospiterà anche “La guerra di Troia” del Demiurgo

La sezione musicale del Festival, diretta da Donato Cutolo, a fine Agosto, dopo i due grandi tributi a Stevie Wonder ed Ennio Morricone, metterà in campo tre calibri da 90 con i concerti di Joe Barbieri (25 Agosto) e Sergio Caputo (30 Agosto) organizzati in collaborazione con il Napoli Jazz Club e con la ‘ciurma’ guidata da Daniele Sepe che il 27 Agosto porterà sul palco dell’Arena Spartacus “Le nuove avventure di Capitan Capitone”.

Dopo le serate comiche di Luglio la sezione teatrale dell‘Arena Spartacus Festival, diretta da Maurizio Zarzaca, il 28 Agosto accenderà i riflettori sull’epica e sulla storia ospitando “La guerra di Troia” rivisitata da “Il Demiurgo”, una delle più importanti compagnie teatrali italiane del settore della narrazione teatrale all’interno dei siti culturali. Un preludio di future iniziative che la rete culturale nata attorno al Festival organizzerà anche con le scuole della Campania.

Dai film d’autore alle pellicole da Oscar musicati da Morricone: la sezione cinema ospita anche nuove uscite e anteprime nazionali come “Il delitto Mattarella” e “Crescendo #makemusicnotwar”

Cinque le serate fisse del Festival, organizzate con la direzione artistica di Nicola Grispello, stabilmente dedicate al cinema (lunedì, martedì, mercoledì, sabato e domenica). Il martedì continueranno le “Anteprime al Cinema“: pellicole mai viste al cinema causa Coronavirus, ma presentate in Premium video on demand, e riproposte ora sul grande schermo con lo scopo di riavvicinare il pubblico ad una visione collettiva del film dopo il ‘lockdown’. Come avverrà, ad esempio, martedì 11 Agosto per “Favolacce” il film dei fratelli d’Innocenzo, con uno straordinario Elio Germano, vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino per la migliore sceneggiatura. Il mercoledì saranno presentati i film Premi Oscar e vincitori di Festival internazionali. Una categoria in cui spiccano “C’era una volta a Hollywood” di Quentin Tarantino premiato con l’Oscar 2020 a Brad Pitt (12 Agosto) e “Green Book” di Peter Farrelly trionfatore agli Oscar 2019 come miglior film dell’anno (26 Agosto).

Scarica il Programma Agosto 2020 (1)

Al via la mostra ‘Impressionismo tedesco. Liebermann, Slevogt, Corinth dal Landesmuseum di Hannover’ da domani ad Aosta

Parte domani la mostra Impressionismo tedesco. Liebermann, Slevogt, Corinth dal Landesmuseum di Hannover. L’esposizione aperta al pubblico ad Aosta sarà visibile fino al 25 Ottobre, presso il Museo Archeologico Regionale di Piazza Roncas.

Il progetto espositivo inedito viene proposto per la prima volta in Italia ed è il frutto della collaborazione istituzionale tra la Struttura Attività espositive e promozione identità culturale della Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Valle d’Aosta e il Landesmuseum di Hannover (Germania), che vanta una delle collezioni di Arte tedesca dell’Ottocento e del Novecento tra le più celebri al mondo.

La mostra, curata da Thomas Andratschke, responsabile della sezione “Nuovi maestri” del Landesmuseum di Hannover, e da Daria Jorioz, storica dell’arte e dirigente della Regione autonoma Valle d’Aosta, si pone l’obiettivo di raccontare la storia dell’evoluzione dell’Impressionismo tedesco attraverso una prestigiosa selezione di dipinti, opere grafiche e sculture, provenienti dal Landesmuseum di Hannover e per la maggior parte mai esposti al di fuori della Germania.

Leonhard SANDROCK, Piroscafo nel cantiere navale, 1911, olio su tela (© Landesmuseum Hannover)

L’esposizione dei capolavori di Liebermann, Slevogt e Corinth rappresenta un’occasione unica di indagine, studio e valorizzazione di importanti artisti, poco noti al pubblico italiano ma di grande interesse, tenuto conto del fatto che gli Impressionisti tedeschi hanno spesso ritratto la natura e i paesaggi italiani. Partendo dal rapporto con l’Impressionismo francese, la mostra si sviluppa in ordine cronologico su tre aree tematiche: la prima sezione accoglie i pionieri della pittura paesaggistica tedesca fino al 1890, la seconda propone i capolavori dei tre più celebri Impressionisti tedeschi, Max Liebermann, Max Slevogt e Lovis Corinth, mentre la terza sezione presenta i loro successori, gli altri esponentidell’Impressionismo tedesco attivi fino al 1930.

L’impressioniamo: il movimento artistico e le nuove tecniche pittoriche

L’Impressionismo è la prima corrente artistica internazionale nella storia dell’arte europea, sorta in Francia intorno al 1870, che ebbe alla fine del secolo una grande diffusione negli altri paesi europei, in particolare in Germania, Belgio, Inghilterra e influenze significative anche sull’arte italiana. Con colori lucenti e passaggi di pennello leggeri e frammentati, l’impressionismo francese si oppone al cupo formalismo della pittura accademia ottocentesca.

La pittura impressionista tende al vero e si allontana dalla riproduzione di personaggi e scene storiche. Gli impressionisti percepiscono la realtà come qualcosa di mutevole. È proprio questo aspetto ad incuriosirli maggiormente. L’immagine che si presenta all’occhio impressionista, è determinata dalla forma dell’oggetto che stiamo osservando ma soprattutto dalla luce che lo colpisce. Le condizioni di luce, però, a secondo della giornata, stagione o condizione meteorologica, variano  così come l’impressione visiva.

Nasce dunque l’esigenza di una nuova tecnica pittorica rapida ed immediata per fissare sulla tela quell’immagine che rischia di dissolversi nel tempo. Niente più bozzetti su carta, disegni preparatori sulla tela e contorni precisi delle cose. A farla fa padrone è il colore non mescolato, steso direttamente sulla tela con rapidi tocchi, con pennellate veloci e apparentemente poco precise.Il pittore dell’Impressionismo si mette personalmente di fronte al soggetto che vuole rappresentare.  Già a partire dal 1820 molti artisti abbandonano il chiuso dei loro atelier per dipingere la realtà en plein air, a stretto contatto con la natura.

Le sezioni della mostra

In Germania le origini del movimento impressionista sono individuabili nella pittura realistica di paesaggio, la “realistische Freilichtmalerei”, che contrasta il gusto conservatore dominante all’interno del regno tedesco dell’imperatore Guglielmo di Prussia (“Kaiser Wilhelm”).

La prima sezione della mostra  analizza proprio la tradizione realistica della pittura di paesaggio in Germania tra il 1828 e il 1890, presentando opere dei pionieri dell’Impressionismo tedesco, quali Carl Blechen, Franz Lenbach e Hans Thoma.

Dal 1901 nell’ambito della Secessione di Berlino, Liebermann, Slevogt, Corinth sfidano la corrente accademica dominante. Nella veste di “pittori incisori”, Liebermann, Slevogt, Corinth, seguendo l’esempio dei francesi “Peintre-Graveurs”, diventano i maggiori rappresentanti dell’Impressionismo in Germania. Questo passaggio epocale viene presentato in mostra nella seconda sezione grazie ad una pregiata selezione di opere dei tre famosi artisti e degli altri paesaggisti tedeschi che aderiscono convintamente all’Impressionismo fino al suo definitivo declino con la fine della Repubblica di Weimar e la nascita del movimento artistico della “Nuova Oggettività” (“Neue Sachlichkeit”).

Max SLEVOGT, Il pittore a Capri, 1889, olio su cartone (© Landesmuseum Hannover)

Alla fine del XIX secolo artisti specializzati nella pittura di paesaggio di tutta Europa si trasferiscono in campagna e fuori dai centri urbani. Nello stabilirsi in luoghi ritenuti “pittoreschi”  creano vere e proprie colonie di artisti, che fino allo scoppio della prima Guerra Mondiale sono presenti in tutta l’area della Mitteleuropa. Tra le più famose ci sono la colonia francese di Barbizon, quella di Skagen in Danimarca e di Worpswede nella Bassa Sassonia.

Tra i fondatori della colonia tedesca di Worpswede, compaiono i nomi di Otto Modersohn e Hans am Ende. Accanto a questi pittori, nella terza sezione della mostra vengono presentate le opere di altri artisti significativi, tra cui l’Impressionista bavarese Max Feldbauer, Henrich von Zügel di Monaco di Baviera, Philipp Klein di Mannheim e lo scultore August Gaul.

Philipp KLEIN, Sulla spiaggia di Viareggio, 1906, olio su tela (© Landesmuseum Hannover)

La mostra di Aosta Impressionismo tedesco è corredata da un catalogo bilingue italiano-francese, riccamente illustrato, contenente i testi critici di Thomas Andratschke e Daria Jorioz, edito da Silvana Editoriale.

 

Per info e costi:

-Regione autonoma Valle d’Aosta. Assessorato del Turismo, Sport, Commercio, Agricoltura e Beni   culturaliSoprintendenza per i beni e le attività culturali.Struttura Attività espositive.  Tel. 0165.275937; u-mostre@regione.vda.it

-Museo Archeologico Regionale: tel. 0165.275902; http://www.regione.vda.it

Biglietti: Intero 6 euro, ridotto 4 euro. Ingresso gratuito per i minori di 18 anni.

Tessera Abbonamento Musei Piemonte / Valle d’Aosta. Abbonamento con la mostra Memorie di terra al Centro Saint-Bénin di Aosta dal 7 agosto al 29 novembre 2020: 10 euro intero, 6 euro ridotto

Orario di apertura: tutti i giorni, dalle 9.00 alle 19.00.

 

 

La quarantena con la cultura: le iniziative dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Arte, cinema, letteratura e teatro. Ma anche l’attualità dei cambiamenti dell’economia e del diritto al tempo dell’emergenza coronavirus. C’è tutto l’universo culturale dei tanti settori formativi dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, la più antica libera Università italiana, nel suo piano straordinario di eventi culturali online denominato “La quarantena con la cultura”.

“In un momento di grande difficoltà per l’Italia e per il mondo in generale – spiega il Rettore Lucio d’Alessandro nel quale l’emergenza sanitaria in atto ha portato anche alla necessaria chiusura dei tanti luoghi della cultura del Paese (dai teatri ai musei, dalle scuole alle università) l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, da sempre particolarmente attiva nell’animazione culturale del territorio, ha pensato, oltre ad un piano straordinario di didattica online per i suoi studenti, di mettere a disposizione dell’intera comunità globale attraverso la rete internet una programmazione quotidiana di ‘pillole di passioni culturali’ realizzate dai suoi docenti, e in qualche caso dai suoi dipendenti, e disponibili gratuitamente ‘on demand’ per tutti”.

L’appuntamento quotidiano sul Canale You Tube del Suor Orsola (www.youtube.com/unisobna) e sui diversi canali social dell’Ateneo prenderà il via stasera alle 21.30 con la prima puntata di “Marmi ‘caldi’ di storia e di vita”, un viaggio virtuale curato dallo storico dell’arte Pierluigi Leone de Castris, tra le grandi bellezze meno conosciute del patrimonio storico artistico napoletano che celano dietro i loro marmi personaggi e storie ricchi di fascino. Si partirà dalla Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia e dalle storie che trasudano dal sepolcro della regina Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II d’Angiò.

Sul canale You Tube del Suor Orsola è già online, come introduzione alla rassegna e alla sua ‘mission’ culturale, l’intervento di Paola Villani (https://www.youtube.com/watch?v=JJE7SDKsEk0&t=79s), direttore del Dipartimento di Scienze Umanistiche del Suor Orsola, dedicato a “Letteratura e felicità: curare con i libri”, la prima delle quaranta ‘pillole’ di conferenze programmate fino al 10 Maggio, seppur con la speranza, come evidenzia il Rettore d’Alessandro, “di riaprire anche prima le nostre sale dell’antica cittadella di Suor Orsola che lo scorso anno hanno ospitato oltre 200 eventi culturali in presenza così come ci piace fare e come speriamo di tornare presto a fare”.

L’intervento introduttivo di Paola Villani (che anticipa una serie di ‘lezioni’ quanto mai utili anche per i tanti studenti delle scuole italiane che in questi giorni si trovano a studiare forzatamente a casa) è un breve viaggio nell’attuale dibattito sulla ‘letteratura necessaria’, sulla letteratura che cura, che aiuta a essere felici e soprattutto che permette all’uomo di adattarsi all’ambiente e vincere la realtà senza farsene sopraffare. Un viaggio suggestivo fatto insieme con Madame Bovary, Anna Karenina o il principe Myškin, compagni di un viaggio al confine tra realtà e finzione.

Tra le pillole di conferenze più interessanti già in palinsesto per i prossimi giorni ci saranno gli interventi del filosofo Gennaro Carillo su “Cinema e Peste” e su “Achille e l’ambivalenza dell’eroe”, le riflessioni quanto mai attuali del giuslavorista Luca Calcaterra su “Emergenza sanitaria e crisi economica al tempo del Coronavirus” e su “Lo Smart working: da necessità ad occasione”, gli approfondimenti dell’italianista Gianluca Genovese su “Retorica e fake news tra cinema e letteratura” e su “I capolavori letterari nati in clausura” e due suggestivi parallelismi tra il mondo del diritto e quello della cultura curati dalla giurista Carla Acocella e dedicati a “La Peste di Camus al tempo del Coronavirus” e “Raffaello e le radici del diritto”.

Molti di questi contributi saranno strutturati anche e soprattutto come pratici consigli di lettura o di visioni cinematografiche per questi giorni di ‘clausura’ causati dalle restrizioni previste dal governo per limitari i rischi del contagio da coronavirus. “Uno dei miei interventi – evidenzia Gianluca Genovese, presidente del Corso di Laurea in Lingue e culture moderne del Suor Orsola – che disegna un breve itinerario tra i classici della letteratura concepiti da autori in reclusione, tra isolamento imposto e claustrofilia, è anche un piccolo catalogo di letture possibili nella distensione di questo tempo sospeso: dalla Città del sole di Tommaso Campanella ai Dialoghi di Torquato Tasso, dalle Poesie di Emily Dickinson alla Recherche di Marcel Proust”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la ‘lezione’ di cinema di Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico del Suor Orsola. “Il cinema – evidenzia Carillo – sin dalle sue origini ha raccontato spesso le grandi catastrofi. Ecco allora che ho voluto proporre una riflessione su tre film (“L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, “La maschera della morte rossa” di Roger Corman e “Lo squalo“, di Steven Spielberg) tra loro molto dissimili, ma capaci, oltre a cogliere lo spirito del proprio tempo, di aiutare a riflettere, in modo oggi molto attuale, sui diversi meccanismi della paura”.

L’Art blogger Mariano Cervone: “promuovo l’arte come modus vivendi”

In un drammatico momento storico come quello che stiamo vivendo, dove arte, musei, bellezza ci sono preclusi per una doverosa necessità collettiva, c’è bisogno più che mai di persone che sappiano diffondere anche ottimismo. Tra queste vi presentiamo Mariano Cervone, il quale, con il suo sito parla di arte, musei, mostre eventi, ma anche viaggi e luoghi da scoprire: «Mi definisco un “Lifestyle Art Blogger”» dice. Coordinatore di un polo museale partenopeo rimasto chiuso per il coronavirus, Mariano continua a parlare di arte attraverso il suo blog e i suoi canali social.

Appassionato di fotografia, di arte, di design di viaggi: «Faccio confluire le mie passioni in un unico luogo» ha detto Mariano Cervone, blogger napoletano di Scampia che da qualche tempo ha creato il sito www.bloginternettuale.it dove scrive di Arte e Lifestyle.

«Mi definisco un “Lifestyle Art Blogger” e provo, attraverso i social, a promuovere l’arte non solo come mera sequela di eventi culturali da seguire, ma come vero e proprio modus vivendi al pari della moda».

A proposito del periodo difficile che stiamo vivendo Cervone cita Friedrich Nietzsche, il quale alla fine del XIX secolo filosofeggiava sull’“eterno ritorno dell’uguale”, teorizzando che l’universo rinasce e muore in base a cicli temporali già fissati e necessari. Eppure nessuno poteva prevedere che nel Terzo Millennio ci saremmo ritrovati a vivere l’esperienza di una epidemia, di cui la nostra generazione ha letto solo sui libri di storia e letteratura.

Mariano Cervone

Prosegue Cervone: <<Fenomeni come la peste o il colera ci sono stati raccontati tutt’al più dai nostri nonni, e ritrovare oggi persino i passi de “I Promessi Sposi” così spaventosamente attuali, è qualcosa che sfugge alla nostra concezione. Viviamo un clima di guerra, dove, per il nostro stesso bene certo, ci è precluso di uscire. Sono stati chiusi quelli che oggi sono considerati semplicemente “luoghi di assembramento”: gallerie d’arte, mostre, musei, eventi culturali e musicali. Ma ho grande fiducia nell’operato del Governo che sta gestendo questa difficile situazione, ed è per questo motivo che, rigorosamente da casa, continuo a parlare di arte, cultura, bellezza con grande riscontro di chi, anche in questo momento, non vuole perdere la speranza, e trova nella cultura la forza di guardare ancora avanti>>.

Sul sito di Cervone non mancano però consigli sui trend del momento o sul personal care: «Ma lungi da me l’essere considerato un fashion-blogger – dice – nei miei canali la moda, il beauty, i consigli sul prendersi cura di sé stessi, fanno parte di un’espressione artistica della persona, dell’essere me stesso, di questo lavoro che ho deciso di intraprendere che è fatto anche, e forse soprattutto, di immagine, e dunque è un modo come un altro per essere un vero esteta del sé e del mondo».

In poco più di un anno il suo sito web ha totalizzato già oltre 123.000 contatti, con oltre 10000 followers su instagram, e quasi 2000 su twitter.

«Comunico soprattutto attraverso la parola scritta, ma anche l’immagine, e credo sia forse naturale curare maggiormente i canali che mi permettono di esprimermi in queste direzioni. Ma non escludo che in futuro mi dedichi con maggior attenzione anche alle mie pagine facebook, che generano comunque 120.000 visualizzazioni».

«Tutto ha avuto inizio dall’Expo Milano 2015, il mio primo viaggio a Milano, poi per professione e passione mi sono ritrovato a viaggiare molto di recente, l’Italia soprattutto: Como, Roma, Ravenna, Firenze, Forlì, Castrocaro, il Gargano, il Salento ma anche, e soprattutto, Napoli: Gli stessi napoletani non conoscono le tante meraviglie di questa nostra città, è per questo che provo a raccontarla anche solo attraverso uno scatto su instagram, perché è il luogo dove viviamo, il nostro patrimonio, e dovremmo tutelarlo e conoscerlo. Sempre».
Chi mi segue sa che i miei viaggi sono sempre una via di mezzo tra arte, archeologia, food: «Credo che anche il cibo sia una delle bellezze della vita e, se un posto mi piace, amo parlarne, condividerlo e consigliarlo ai miei lettori».

PERCHÉ INTERNETTUALE? «È la crasi tra la parola internet e intellettuale. Oggi tutto, per fortuna purtroppo, passa dal web, e viviamo in un mondo di sapere falsato che proviene da una ricerca on-line. Il mio sito vuole riproporre questa parola sotto una nuova luce, e essere un incontro tra l’intelletto e internet e, così come Alberto Angela fa in televisione, io provo con molta umiltà a divulgare l’arte e la cultura che conosco attraverso il mio blog».

Originario di Scampia, non vede la periferia come una difficoltà da superare, ma come una vera e propria opportunità: «Crescere in un luogo come Scampia, in un modo o nell’altro, ti segna: entri a contatto con realtà diverse, non sempre facili, e ciò contribuisce alla formazione di una sensibilità diversa, e ad un diverso modo di guardare il mondo. Certo, è difficile emergere da un luogo come questo, che tutti identificano solo come Gomorra, ma vorrei mostrare anche che ci sono persone diverse da quelle che si ostinano a mandare in onda in televisione, persone che guardano il mondo con occhi nuovi».

 

 

‘Artisti che collezionano altri artisti’: più di 500 opere esposte in cinque musei civici di Roma

Da febbraio a settembre 2020 la città di Roma ospiterà un progetto espositivo pilota al quale hanno aderito 86 artisti che si alterneranno in cinque Musei civici, secondo una rigorosa divisione per ordine alfabetico e con la prospettiva di realizzare una prima rassegna dedicata all’arte presente oggi nella capitale. Un dialogo innovativo che consentirà di apprezzare le scelte artistiche degli autori che hanno la possibilità di interagire con le opere da loro amate e collezionate nelle prestigiose realtà museali capitoline.

Ma sarà anche un modo per conoscere e capire i “gusti” e i “piaceri dell’arte” dei singoli artisti attraverso le loro scelte collezionistiche. Collezionare arte del resto è sempre un piacere, il piacere appunto di possedere un’opera per poterla ancor più apprezzare nel tempo, soprattutto se il collezionista è a sua volta un artista “possessore” di opere di altri artisti che in qualche modo hanno influito sul proprio percorso stilistico e di vita.

La mostra “Le altre opere. Artisti che collezionano artisti” è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con Hidalgo, Associazione Culturale per la promozione delle Arti Visive e Dreamingvideo. Progetto e ideazione di Lucilla Catania e Daniela Perego; cura scientifica di Lucilla Catania, Claudio Crescentini, Daniela Perego e Federica Pirani; coordinamento tecnico-scientifico di Arianna Angelelli, Laura Panarese, Ileana Pansino, Roberta Perfetti e Carla Scicchitano. Con il supporto tecnico e organizzativo di: Associazione Culturale TRAleVOLTE, Artiamo group, Zètema Progetto Cultura.

Si tratta di un confronto diretto fra artisti, stili, linguaggi del XX e XXI secolo, iniziato nel 2018 grazie a un notevole impegno organizzativo e portato a termine nel 2020. 550 opere esposte in 5 musei del sistema Musei Civici: Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, Museo Pietro Canonica a Villa Borghese, Museo di Roma in Trastevere, Galleria d’Arte Moderna e Museo Napoleonico.

Percorrendo le sale delle mostre si percepiscono storie bellissime di amicizia e ammirazione reciproca e gli artisti, con i loro lavori, rendono omaggio alla Roma dell’arte contemporanea. Il visitatore intraprenderà un viaggio culturale attraverso un doppio registro di lettura: quello sentimentale che lega reciprocamente gli artisti e quello documentario che racconta la vita culturale e la ricerca estetica di Roma contemporanea.

L’esposizione delle collezioni si snoda nelle affascinanti cornici dei musei civici secondo un criterio alfabetico rigoroso. La rassegna si apre al Museo Carlo BilottiAranciera di villa Borghese dove sono ospitati gli artisti/collezionisti i cui nomi vanno dalla “A” alla “B” (Ak2deru, Giovanni Albanese, Alessio Ancillai, Sonia Andresano, Paolo Angelosanto, Andrea Aquilanti, Gianni Asdrubali, Ali Assaf, Paolo Assenza, Laura Barbarini, Sara Basta, Angelo Bellobono, Jacopo Benci, Simone Bertugno, Arianna Bonamore, Pino Boresta, Martha Boyden e Aurelio Bulzatti). Dialogo, legame, incontro, condivisione, relazione, amicizia: queste sono le parole che ricorrono quando si chiede agli artisti di parlare della propria esperienza di collezionisti.

Esperienza che, finalizzata alla ricerca di una interazione con il lavoro di colleghi e maestri, si rivela essere un passaggio fondamentale nella costruzione di uno stile di lavoro personale. La mostra permette allora di mettere in comunicazione questo collezionismo, che si realizza soprattutto attraverso lo scambio o il dono, con quello di Carlo Bilotti il quale, moderno mecenate, è stato piuttosto un importante acquirente e committente di opere d’arte.

Prima tappa il Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, dal 27 febbraio al 29 marzo 2020, con: Ak2deru, Giovanni Albanese, Alessio Ancillai, Sonia Andresano, Paolo Angelosanto, Andrea Aquilanti, Gianni Asdrubali, Ali Assaf, Paolo Assenza, Laura Barbarini, Sara Basta, Angelo Bellobono, Jacopo Benci, Simone Bertugno, Arianna Bonamore, Pino Boresta, Martha Boyden e Aurelio Bulzatti.

A seguire, Museo Pietro Canonica a Villa Borghese, dal 6 marzo al 19 aprile 2020: Oreste Casalini, Tommaso Cascella, Gea Casolaro, Massimo Catalani, Lucilla Catania, Auro e Celso Ceccobelli, Bruno Ceccobelli e Francesco Cervelli.

Museo di Roma in Trastevere, dal 13 marzo al 19 aprile 2020: Primarosa Cesarini Sforza, Silvia Codignola, Marco Colazzo, Giulia Del Papa, Gianni Dessì, Alberto Di Fabio, Mauro Di Silvestre, Davide Dormino, Stefania Fabrizi, Mariana Ferratto, Emanuela Fiorelli, Ileana Florescu, Stefano Fontebasso De Martino, Ines Fontenla e Pietro Fortuna.

Galleria d’Arte Moderna, dall’8 aprile al 3 giugno 2020: Licia Galizia, Paola Gandolfi, Silvia Giambrone, Luca Grechi, H.H. Lim, Francesco Impellizzeri, Myriam Laplante, Donatella Landi, Giancarlo Limoni, Massimo Livadiotti, Adele Lotito, Serafino Maiorano, Roberta Maola, Gian Maria Mazzei, Vittorio Messina, Daniela Monaci, Matteo Montani, Veronica Montanino, Gianfranco Notargiacomo, Luca Padroni, Claudio Palmieri, Laura Palmieri, Marina Paris, Daniela Perego, Alessandro Piangiamore, Giuseppe Pietroniro, Roberto Pietrosanti, Alfredo Pirri, Gioacchino Pontrelli, Claudia Quintieri, Paolo Radi, Renzogallo, Fiorella Rizzo, Pietro Ruffo e Massimo Ruiu.

Museo Napoleonico, dal 19 giugno al 27 settembre 2020: Guendalina Salini, Giuseppe Salvatori, Sandro Sanna, Vincenzo Scolamiero, Donatella Spaziani, Silvia Stucky, Alberto Timossi, Francesca Tulli, Edith Urban e Fiorenzo Zaffina.

 

Luca Sciortino, autore del libro Ritratto dell’anima del mondo: ‘L’artista crea norme per trasformare la realtà’

Luca Sciortino è uno scrittore con la passione per la fotografia le cui ricerche filosofiche sono concentrate sull’epistemologia storica e in particolare sui diversi modi di conoscere che sono emersi nel corso della storia del pensiero umano. In tal senso è nato il libro Ritratto dell’anima del mondo. Saggio sulla realtà in pensieri e immagini”, presentato lo scorso 8 dicembre presso la Galleria RArte, edito da “Il Torchio”, con prefazione di Ludmilla Barrand, docente di Teoria dell’Arte all’École Nationale Supérieure des Beaux-arts di Lione.

La mostra cerca di tirare le fila dei punti salienti della storia del pensiero filosofico riguardo l’essere umano e l’universo, per cui se l’anima di un uomo può essere pensata come la totalità dei tratti che formano la sua personalità, allora anche quella dell’universo può essere immaginata come un complesso di tratti distintivi e disposizioni rintracciabili nel mondo dei fenomeni.

Gli scatti della mostra catturano l’anima del mondo attraverso momenti di vita quotidiana, atmosfere e luci che irradiano o rendono più misteriose le nostre città, panorami, paesaggi che infondono nell’animo di chi li ammira una bellezza sena tempo. D’altronde è sempre una questione di sguardo come sostiene anche Sciortino, bisogna partire dallo sguardo e dalla nostra capacità di cogliere l’armonia nel mondo.

Lago Big Almaty, Kazakhstan 2016

Quando è nata l’idea di questo libro?
In un certo senso, il libro “Ritratto dell’anima del mondo” è nato riflettendo su una frase del filosofo e psicanalista James Hillman. Secondo quest’ultimo ci sono eventi che rivelano l’anima mundi, l’anima dell’universo. Una vita “ricca” è quella capace di cogliere questi eventi: per Hillman dovremmo attraversare il mondo come un cacciatore tribale, o un botanico, o un cercatore d’oro, cioè dovremmo scrutare le cose attentamente e coglierne l’anima, il riflesso dell’anima del cosmo. Ho immaginato quest’ultima come un complesso di tratti distintivi dell’universo, tratti che in qualche modo lo caratterizzano, proprio come un certo carattere caratterizza una persona e non un’altra. Mi sono quindi chiesto: quali sono gli eventi che ne suggeriscono o rivelano alcuni dei tratti? In che senso differiscono da altri eventi che si perdono nel flusso indistinto e ininterrotto del tempo? Come facciamo a individuarli? E perché ci emozionano? Nel libro, la risposta si articola in parole e immagini: alcune fotografie di viaggi e reportage mi hanno aiutato a identificare alcuni dei modi di rivelarsi di un qualcosa che potremmo chiamare di volta in volta un frammento dell’anima del mondo. E così in alcune immagini certi alberi rivelano un carattere distintivo dei fenomeni: la volontà, la brama di oggettivarsi, manifestarsi, vivere, che pervade il cosmo. In altre il mare si offre come metafora stessa di un universo dotato di anima. In altre ancora si nota la presenza di gesti che sono uguali ovunque nel mondo e dunque ne rivelano un’anima. Insomma, nel libro mostro in parole e immagini come certe cose o eventi suggeriscono l’esistenza di un’anima del cosmo. Si potrebbe dire che il libro parla dei modi di rivelarsi della bellezza e della nostra capacità di coglierla.

Cos’è per lei l’Arte?
Sperando di non semplificare troppo, direi che l’artista trasforma la realtà secondo norme che lui stesso crea, così da esprimere particolari emozioni o idee. La mostra fotografica e le singole fotografie che la compongono sono il frutto di un’operazione di questo tipo. Per esempio, il gesto di una madre che aggiusta il cappello al proprio bimbo sorridendo, scattata in un paesino della campagna ucraina, è un gesto che si ritrova in ogni cultura. La foto che lo ritrae è una trasformazione della realtà in immagine digitale che vuole mostrare un modo di rivelarsi dell’anima del mondo, attraverso gesti che sono universali. Poi, la mostra fotografica nella sua interezza assembla diverse immagini in un certo particolare modo per esprimere un’idea, quella che l’anima del mondo si rivela a noi in molti modi.

Quali sono le foto della mostra che secondo lei meglio rappresentano lo spirito del nostro tempo?
Penso per esempio alla foto di una famiglia di profughi sugli scogli vicino Beirut di fronte al mare al tramonto. Quella famiglia sognava l’Europa. Questo sogno, il sogno comune alla specie umana di andare verso altri luoghi per cercare la propria felicità è un altro tratto dell’anima del mondo. Ed è un tratto che appare ancora più evidente in questa epoca di migrazioni.

L’anima del mondo può essere dunque colta meglio dalla fotografia piuttosto che da un pennello?
No, non direi. Mi sembra che un fotografo, se vuole rivelare modi di rivelarsi dell’anima del mondo, debba necessariamente cercarli ed essere capace di scattare nell’attimo giusto. Ma sono tutti gli artisti a essere attenti a cogliere certi attimi: questa per esempio è la qualità distintiva dei poeti, come ho mostrato nel libro.

Banksy, uno degli artisti più discussi ed influenti di questo periodo, sostiene che la fotografia ha ucciso la pittura, è d’accordo con questa affermazione?
Sono state dette molte cose sul rapporto tra fotografia e pittura. Mi sembra indubitabile che la fotografia ha conquistato parte del territorio della pittura candidandosi a essere capace di rappresentare la realtà in maniera più realistica. Ma questo non è stato un male: la pittura si è liberata di un compito gravoso ed è divenuta più astratta e dunque più concettuale. La fotografia ha cambiato la pittura e a sua volta la fotografia è stata cambiata dalla pittura. Perché in fondo nella postproduzione la fotografia digitale subisce trasformazioni un tempo inconcepibili. Insomma pittura e fotografia sono cambiate. Abbiamo scoperto che hanno una storia, che non sono statiche, che mutano.

Jaipur,India, 2011

Chi vede più correttamente l’essere umano? La fotografia, la pittura, l’arte concettuale, digitale?
Credo che esistano diverse prospettive dalle quali guardare all’essere umano tutte quante plausibili e necessarie. Ci sono probabilmente cose sull’essere umano che si possono dire soltanto usando un linguaggio artistico piuttosto che un altro. L’antropologo Gregory Bateson amava ripetere una frase della danzatrice statunitense Isadora Duncan: “If I could tell you what it meant, there would be no point in dancing it” (“Se potessi dirti che cosa significa non avrei bisogno di danzarlo”). Ho corredato il mio saggio “Ritratto dell’anima del mondo” con fotografie per poter esprimere quello che non potevo dire con la scrittura o perché era utile giustapporre la raffigurazione alla narrazione.

I suoi prossimi impegni?
Per adesso portare in giro per l’Italia il mio progetto “Ritratto dell’anima del mondo”, che si compone di una serie di mostre fotografiche e della presentazione del libro, e poi continuare a insegnare e a scrivere libri.

Il suo più grande desiderio in relazione al saggio realizzato?
Trasmettere al lettore l’importanza dello sguardo. Dal nostro modo di guardare il mondo dipende il nostro rapporto con esso e dunque la capacità di rispettarlo. Pensi alla Natura stessa. Non è mai stato così necessario come oggi costruire con essa un nuovo rapporto. Questo non può che partire dallo sguardo.

Da viaggiatore quale è, secondo lei, le città con le loro architetture finiscono per assomigliarsi a tal punto che le differenze si perdono?
Sì, assolutamente. C’è una tendenza verso l’omologazione che mi fa paura. Rendere i luoghi tutti uguali fra loro significa distruggerli, privarli del loro genius loci, che è il loro spirito.

Quali scatti della mostra l’hanno emozionata di più? A quali sente di appartenere più profondamente?
Una foto ritrae un gruppo di bambine che corrono ridendo su una sponda del Gange con il sole che sorge alle loro spalle. Non so da dove arrivassero, spuntarono all’improvviso da un orizzonte a me ignoto, alle prime luci dell’alba. Tutt’intorno c’erano i roghi dei defunti, i mendicanti bambini, i sofferenti. Quella corsa, quel venire come… in essere… all’improvviso, mi sorprese. Ecco, l’apparire tutto a un tratto, l’irrompere sulla scena, il decuplicarsi di colpo delle forze vitali con impeto eccezionale caratterizza un particolare modo in cui i fenomeni si presentano in particolari momenti. È come se l’universo tramasse per sorprenderci, come se avesse una sua anima che si esprime a un certo punto senza che ce lo aspettiamo.

 

Il libro è in vendita su Amazon, Ibs e Mondadori Store o su www.editriceiltorchio.com.

 

Fonte:

Luca Sciortino. L’artista crea norme per trasformare la realtà

Arte, collezionismo finanza, ovvero quando il giudizio estetico è affidato alle leggi commerciali

Era il 1968 quando il pittore francese Daniel Buren (Boulogne-Billancourt, 1938) sigillò la galleria Apollinaire di Milano incollando una pezza striata sulla porta d’ingresso. Lo spazio espositivo fu chiuso dall’artista così come gli ispettori sanitari serrano i locali infetti: l’arte era accolta in uno spazio sociale disturbato. Durante gli anni sessanta e settanta la critica istituzionale si diffuse come vera e propria pratica artistica, tesa a denunciare il legame indissolubile tra dimensione creativa e sfera economica. Le gallerie erano i luoghi maggiormente presi di mira dagli artisti, poiché promuovevano la trasformazione di opere d’arte in merce e allontanavano il pubblico dallo sterile spazio espositivo. Formali come aule di tribunale, più lustri e glaciali di un laboratorio scientifico, questi contenitori d’arte erano, e sono tutt’ora, dei veri e propri spazi sacri, che idealizzano ogni materiale inserito al loro interno e ripudiano la presenza umana del pubblico.

Le sue pareti, come scriveva Brian O’Doherty negli anni sessanta, sono intrise di opportunismo e commercio, le opere non sono esposte per essere vissute ma si riducono a merci destinate allo scambio. Eppure l’analisi e l’opposizione da parte degli artisti odierni verso i meccanismi che regolano la mercificazione dell’arte sembrano essersi affievoliti, e gli operatori culturali sconfitti e disillusi rispetto a un sistema economico così sofisticato da annullare ogni ostinazione donchisciottiana. In questo momento storico i mercati dell’arte vedono un’influenza sempre più esigua da parte dei musei pubblici – tendenzialmente meno vicini a logiche di profitto e dunque meno soggetti a finanziamenti statali – e una forte presenza di collezionisti privati.

Ma chi sono questi collezionisti e perché sono così interessati a investire nell’arte? L’elenco di ART news Top Collectors è sicuramente un ottimo punto di partenza. Tra i primi in ordine alfabetico incontriamo l’imprenditore miliardario Roman Abramovich, noto per aver pagato tangenti miliardarie per il controllo delle risorse petrolifere e di alluminio in Russia. L’elenco comprende anche il quarto uomo più ricco del mondo secondo Forbes Bernand Arnault, il buisnessman Charles Saatchi, che aiutò a eleggere la regina del neoliberismo Margaret Thatcher, e Dimitri Mavrommais, il gestore patrimoniale greco con sede in Svizzera che pagò milioni di sterline per un Picasso a Christie’s (una delle principali case d’asta al mondo) nel giugno del 2011, mentre i greci insorgevano contro le misure di austerità europee.

A livello nazionale, se prima della globalizzazione e della progressiva finanziarizzazione i centri nevralgici del mercato dell’arte erano Europa e Stati Uniti, ora gli investimenti provengono da altri luoghi come Cina, Russia e paesi in via di sviluppo tra cui India, Brasile e Sud Africa. L’artista e ricercatrice americana Andrea Fraser nel saggio 1% c’est moi (2012) rileva che il mercato dell’arte cresce in relazione all’aumento della disparità di reddito.

Tra il 2004 e il 2009, ad esempio, il numero di compratori provenienti dal Medio Oriente a Christie’s è aumentato del 400%, la regione che – come riporta lo studio Measuring lnequality in the Middle East 1990-2016: The World’s Most Unequal Region? realizzato dagli economisti Facundo Alvaredo, Lydia Assouad e Thomas Piketty – risulta avere attualmente la distribuzione di reddito più diseguale al mondo. Sebbene la comunità finanziaria non abbia riconosciuto ufficialmente il mercato dell’arte come un settore d’investimento, a causa della mancanza di liquidità e del suo carattere poco trasparente, le opere d’arte sono utilizzate come garanzia per assicurare prestiti bancari multimilionari e confluiscono nel portafoglio finanziario per i fondi pensione. Diversi studi attestano che l’arte sia una buona copertura contro l’inflazione e un ottimo strumento di gestione del rischio; alcune banche come Citigroup hanno iniziato a riconoscere le collezioni d’arte dei loro ricchi clienti come parte dei loro portafogli finanziari, e più le stesse vengono ampliate, minore risulta il rischio d’investimento.

Questi nuovi collezionisti, che trainano e determinano l’abbassamento e la risalita del capitale simbolico delle opere d’arte, spesso mancano di una conoscenza approfondita della dimensione culturale e sono costretti a richiedere l’assistenza da parte di consulenti, o nel peggiore, ma anche nella stragrande maggioranza, dei casi il loro interesse a investire è dettato prevalentemente da fini commerciali. Assistiamo, dunque, a un cambiamento di rotta nel sistema dell’arte: si è passati da un precedente elitarismo culturale, che vedeva, a partire dai Salon, una squadra di accademici quali deputati dello status artistico delle opere, a un elitarismo economico, più precisamente finanziario. In questa deprofessionalizzazione del giudizio culturale, sono ora i valori economici a determinare la reputazione artistica, piuttosto che il contrario, un meccanismo che si iscrive perfettamente nell’attuale fase del capitalismo che Jeremy Rifkin denomina “culturale”.

La volontà di trarre profitto dall’esperienza artistica è anzitutto promossa da gallerie e case d’asta, ma trova la sua massima e subdola manifestazione nelle fiere d’arte, che, disancorate da qualsiasi contesto sociale, promuovono la vendita e il consumo delle opere d’arte sotto forma di evento culturale. Ravvivato da esposizioni artistiche e tavole rotonde di esperti, il format standard delle fiere d’arte cerca di nascondere il fine reale dell’evento: la mercificazione della cultura. La presenza pregnante di Gallerie, case d’asta e fiere da un lato e la diminuzione d’investimenti pubblici nella dimensione culturale contemporanea dall’altro, hanno modificato anche l’attitudine dell’artista di oggi, il quale, venuta meno la possibilità di costruirsi un’adeguata autosufficienza economica attraverso la ricerca e la produzione artistica – una via oggi fortemente impraticabile –, sposano l’ossessione nevrotica di fare profitto a breve termine. Nel perseguire un guadagno gli operatori d’arte contemporanea sono divenuti piccoli o grandi imprenditori di sé, collaborano con il mercato per fabbricare le loro carriere e sono disposti a sacrificare la propria poetica per il minimo spiraglio di vendita.

Lampante è il gesto di Damien Hirst, secondo Il giornale dell’arte nella top ten degli artisti più venduti al mondo e con ben 120 assistenti, che nel 2008 scavalcò la casa d’asta Sotheby’s avvertendo direttamente i commercianti d’arte che le 223 “opere d’arte” uscenti dal suo atelier erano disponibili al modico prezzo di 200 milioni di dollari. Questo modus operandi da celebrità va a braccetto con la presenza sempre più costante di vip come Leonardo di Caprio e Brad Pitt alle feste delle fiere d’arte contemporanea e alle inaugurazioni di gallerie. Possiamo constatare che il mercato dell’arte abbia adottato la logica del marchio di moda: l’artista contemporaneo si è trasformato in un brand manager teso alla propaganda commerciale della propria produzione. Non a caso uno degli artisti di maggiore successo Takashi Murakami ha collaborato intensamente con il super brand Louis Vuitton, mentre Miuccia Prada è una delle più importanti collezioniste d’arte contemporanea.

Questa fotografia è ovviamente condizionata dalle politiche neoliberiste, che negli ultimi trent’anni hanno promosso deregolamentazione e privatizzazione anche nel settore culturale, soffocando l’autonomia della produzione artistica e affidando ogni giudizio estetico alle leggi commerciali e finanziarie. La stessa ascesa di uno stile piuttosto che un altro nel mercato dell’arte, come rilevano la storica dell’arte Maria Lind e il docente ordinario di sociologia Olav Velthuis, è influenzata da questioni economiche. Nel loro saggio Contemporary Art and Its Commercial Markets: A Report on Current Conditions and Future Scenarios (2012) rilevano che, se durante il boom economico il mercato dell’arte era invaso da formati relativamente accessibili come la Pop Art egli anni ’60 e la pittura figurativa negli anni ’80, la crisi degli anni ’70 fu segnata dall’ascesa di stili meno commerciabili come il minimalismo e la performance art, mentre la Video Art fu in auge dopo il tracollo finanziario degli anni ’90. Nell’ottica di questo riduzionismo economico la presenza degli stili nel mercato dell’arte assume le connotazioni di risposta opportunista alla domanda latente – come nel caso del boom economico -, o assente –durante le crisi. Qual è, dunque, la libertà dell’artista in questo sistema falsamente democratico che suggerisce addirittura i format più vendibili delle opere d’arte?

 

Arianna Cavigioli