‘Il Signore degli Anelli’ di Tolkien, un mondo immaginario ma reale nella recensione del poeta Auden

Al mondo esisteranno pure lettori che non amano le Gesta Eroiche, però io non ne ho mai incontrati. Per molti di noi costituiscono il più piacevole genere letterario, al punto che non possiamo fare a meno di divorarne le pagine anche quando la nostra capacità critica le bolla come spazzatura. Chiunque ricordi Lo Hobbit come il miglior racconto per bambini degli ultimi cinquant’anni non potrà che aprire la nuova opera del professor Tolkien con le più alte aspettative, e tuttavia La Compagnia dell’Anello le supera tutte. Sarebbe alquanto sorprendente se entro il prossimo Natale il libro non lo rendesse ricco.

Nel parlare di un romanzo di questo tipo il recensore si trova in difficoltà, perché non deve rovinare il gusto della lettura rivelando la trama, che in questo caso è intrigante almeno quanto quella de I Trentanove Scalini. Di norma i racconti epici trattano di un oggetto arcano di cui il Nemico si è impossessato, o che terrificanti guardiani proteggono da quanti ne sono indegni; nessuno può recuperarlo se non l’eletto, il cui compito è appunto quello di trovarlo. Ne La Compagnia dell’Anello, l’oggetto arcano (che somiglia all’Anello dei Nibelunghi, ma ancora più minaccioso) è già all’inizio in mano all’eroe. Il Nemico che lo ha creato lo credeva perduto per sempre, ma ora ha scoperto dove si trova e dispiega i suoi mezzi demoniaci per recuperarlo. E poiché nemmeno i giusti possono farne uso senza soccombere al male, deve essere distrutto: questo però si può fare soltanto in un certo modo e in certo luogo, che si trova purtroppo nel cuore del regno Nemico. La Missione, quindi, consiste portare l’Anello nel luogo della sua disfatta, senza mai essere intercettati.

Questa Missione si svolge all’interno di un mondo scaturito dall’immaginazione di Tolkien, con tanto di paesaggi, storia, abitanti. Nelle sue linee generali, questo mondo è Celtico e Scandinavo, più che Mediterraneo. L’eroe, il signor Frodo Baggins, appartiene a una razza di creature note come Hobbit. Nonostante la statura di tre piedi soltanto e la peluria plantare, gli Hobbit ricordano molto nel modo di pensare e nella sensibilità gli arcadici paesani che popolano i racconti gialli inglesi. Per mille anni questi esseri rurali hanno goduto di un’esistenza idilliaca all’interno di una fertile regione denominata la Contea, poco informati (e per nulla interessati) sulla vita oltre il confine. In realtà, la Contea è una piccola oasi in un mondo in decadenza: quelle che erano un tempo grandi città ormai sono cadute in rovina, fertili pianure si sono trasformate in sterili distese, le strade e i ponti sono uno sfacelo, ovunque si è braccati da bestie feroci e poteri maligni. Oltre agli Hobbit e alla loro infantile innocenza, incontriamo Elfi (che conoscono il bene e il male, ma non hanno sperimentato la Caduta), Nani e Uomini (buoni o cattivi). Alcuni di loro sono eroici combattenti, e discendono da sovrani del passato, altri sono stregoni. L’incarnazione più recente del Nemico è Sauron, Signore di Barad-dûr, la Torre Nera della Terra di Mordor. Sauron è a capo di un esercito di Troll, Orchi e altre creature ancora più letali, e ogni giorno accresce il suo potere sulle menti degli uomini.

Uno scrittore contemporaneo che si prefigga di creare un universo immaginario ma convincente ha davanti a sé impresa molto più ardua di quella affrontata dagli autori dei romanzi cortesi, perché non può scrivere né essere letto senza tenere a mente la letteratura del verosimile e la ricerca scientifica degli ultimi secoli. Per questo, darà una qualche idea del portento di Tolkien il fatto che sono riuscito a trovare solo due dettagli poco plausibili da contestargli. I dettagli stessi illustrano bene le differenze fra i lettori del ventesimo secolo e i contemporanei di Edmund Spenser. In primo luogo, leggiamo che gli Hobbit hanno conosciuto molti anni di prosperità, immuni da guerre, pestilenze e carestie, e che di norma sono longevi e hanno famiglie numerose. In tal caso, non riesco a concepire come la sovrappopolazione non li abbia costretti a emigrare dalla Contea. In secondo luogo (dettaglio quasi irrilevante) il prosciugamento del fiume Sirannon viene attribuito ad una diga, che ha creato un lago. Questo lago è però pieno da anni: dove vanno a finire le sue acque?

Il primo problema che si presenta a chi crea un mondo immaginario è lo stesso che si presentò ad Adamo: deve stabilire un nome per ogni cosa e ogni creatura; questi nomi devono essere appropriati e coerenti fra loro. Già in un universo ‘comico’ il compito è arduo; in uno ‘serio’, il successo sembra quasi un miraggio. Posso solo dire che l’abilità di Tolkien al riguardo supera quella di qualsiasi altro scrittore a me noto, morto o vivente. Il paesaggio del suo racconto è vastissimo: da est a ovest, dalle Colline Ferrose al Golfo della Luna, corrono milleduecento miglia, e da Nord a Sud, da Carn Dum al delta dell’Anduin, ne passano millecento. In questa regione vivono numerose specie dotate di parola: ognuna ha la sua nomenclatura, la sua storia e la sua politica, eppure l’autore trova senza difficoltà apparente nomi che sembrano ineluttabili. Vero che è un filologo rinomato, però chi dei suoi colleghi saprebbe inventarsi linguaggi ‘buoni’ e ‘malvagi’ convincenti quanto i seguenti esempi?

A Elbereth Gilthoniel,
silivren penna míriel
o menel aglar elenath!
Na-chaered palan-díriel
o galadhremmin ennorath,
Fanuilos, le linnathon
nef aear, sí nef aearon!
Ash nazg durbatulûk, ash nazg gimbatul,
ash nazg thrakatulûk, agh burzum-ishi krimpatul

E ancora: quale altro creatore di paesaggi immaginari possiede un altrettanto acuto occhio per la topografia? Perché un viaggio sembri reale, il lettore deve poter vedere i luoghi attraversati come li vedrebbe il viandante, vale a dire diversamente a seconda del mezzo di trasporto e delle circostanze della missione. Alla fine del libro Frodo Baggins ha percorso all’incirca milletrecento miglia, in gran parte a piedi, coi sensi costantemente all’erta per via della paura, scrutando ogni angolo del cammino in cerca dei suoi inseguitori; eppure, Tolkien riesce a convincerci di non aver tralasciato nemmeno un dettaglio di quelli colti dai suoi eroi. In effetti, è talmente accurato che il lettore che consulta la bellissima cartina a fine libro si accorgerà subito che il percorso effettuato fra il Ponte sull’Hoarwell e il Forte di Bruinen è disegnato in modo errato.

Nelle circostanze critiche che caratterizzano le trame eroiche, le reazioni contemplate non sono molte (combattere o fuggire, essere leali o tradire), e le sfumature caratteriali non sono possibili né importanti. I personaggi devono rappresentare gli archetipi letterari fondamentali: il Saggio, il Forte, lo Spensierato, il Cauto, la Dama Bianca, il Signore Oscuro. Tolkien riesce intelligentemente a dare ad ogni archetipo una profondità e una solidità fuori dal comune, e racconta per ognuno di loro una storia che è rappresentativa del clan a cui appartiene. Il passato di Aragorn, ad esempio, parla non solo di lui ma di tutti i Raminghi. Soltanto un personaggio non gli è riuscito, ma forse si tratta di antipatia personale. Sam Gamgee, lo scudiero fidato, è senz’altro un personaggio rispettabile e suppongo dovremmo apprezzarlo, però a me fa solo venir voglia di prenderlo a calci.

Probabilmente la più grande impresa di Tolkien è esser riuscito a scrivere un romanzo epico che sembra del tutto pertinente alla realtà dell’epoca in cui viviamo. Quando leggiamo storie medievali del medesimo genere, per quanto piacevoli le possiamo trovare, siamo talvolta tentati di domandare al Cavaliere Errante: la tua missione è così importante? Persino nella ricerca del Sacro Graal, il successo o il fallimento sono rilevanti soltanto per quelli che la intraprendono. È difficile scrollarsi di dosso il sospetto che, nel caso dei suddetti Cavalieri, la loro ‘vocazione’ sia un termine altisonante che designa il passatempo a cui i più ricchi possono giocare mentre il duro lavoro è svolto dai ‘villani’. Ne La Compagnia dell’Anello, al contrario, il destino dell’anello segnerà l’esistenza di popoli interi, che magari nemmeno l’hanno mai sentito nominare. Inoltre, come accade nella Bibbia e in altre fiabe, l’eroe non è un Cavaliere, a cui il lignaggio e l’educazione abbiano donato una aretè fuori dal comune, ma un hobbit non diverso da tutti gli altri. Non è il saggio Gandalf, o il potente Aragorn, che viene chiamato a compiere questa missione pericolosa e potenzialmente mortale, ma Frodo Baggins, il quale volentieri ne farebbe a meno; e se ci domandiamo perché proprio lui, e non uno delle centinaia come lui, l’unica risposta è che il caso, o la Provvidenza, lo ha scelto, e lui non può che obbedire.

Se esistono persone per le quali leggere La Compagnia dell’Anello può essere dannoso (e probabilmente ce ne sono), si tratta di coloro che ne trarranno un parallelismo troppo letterale alla nostra attuale situazione. In un romanzo è giusto e naturale che le idee malvagie siano incarnate in creature malvagie, ma se guardiamo alla storia questa è una teoria pericolosa. Viviamo purtroppo in un’epoca nella quale se pensiamo a ideologie perverse, subito possiamo localizzare sull’atlante la posizione di Dol Guldur e Barad-Dûr (credo di essere in grado di identificare Minas Tirith, anche se il New Statesman, da sinistra, non mi darebbe ragione); sarebbe un errore, tuttavia, concludere che tutti gli abitanti ad Est dell’Anduin siano Orchi da sterminare.

Null’altro ho da aggiungere su quest’opera magnifica se non che è piuttosto indelicato da parte dell’editore non pubblicare contemporaneamente al primo i due volumi successivi, Le Due Torri e Il Ritorno del Re: mi è insopportabile dover aspettare per scoprire cosa accada al Portatore dell’Anello. Spero poi che nella seconda edizione infileranno la mappa in una busta al posto di incollarla alla copertina: come me, infatti, molti lettori la staccheranno per poter seguire il percorso della storia, col rischio di perderla. Per finire, a chi (come il sottoscritto) scorre nelle vene sangue Nano, piacerebbe che il signor Tolkien disegnasse anche una carta geologica.

 

Wystan Hugh Auden

 

Fonte

“Il Signore degli Anelli è un libro meraviglioso. Anche se prenderei a calci Sam Gamgee”. La recensione di Auden al capolavoro di Tolkien

J.R.R. Tolkien: lucido conservatore e sincero cattolico per il quale i grandi racconti non hanno mai una fine

Acuto conservatore ostile a qualsiasi forma di estremismo, sincero cattolico profondamente influenzato da numerosi altri apparati mitico-religiosi, tenace difensore degli alberi contro la società delle macchine: Tolkien è stato questo, e molto di più. Ripercorriamo la vita di uno dei più influenti autori del Novecento, nella convinzione che: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. (Gandalf, Il Signore degli Anelli).

«[…] Non hanno dunque una fine i grandi racconti?». «No, non terminano mai i racconti», disse Frodo. «Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte. La nostra finirà più tardi…o fra breve»

John Ronald Reuel nasce a Bloemfontein il 3 gennaio 1892. Suo padre, Arthur Tolkien, aveva ottenuto un posto nella Bank of Africa ed era stato nominato responsabile dell’importante filiale in Sudafrica. Venne poi raggiunto dalla sua amata, Mabel Suffield, i due infatti, si erano sposati il 16 aprile del 1891. Il 17 febbraio 1894 Mabel dà alla luce il secondo figlio, Hilary Arthur Reuel, ma le condizioni – perlopiù climatiche – non ottimali a Bloemfontein la spingono a tornare in Inghilterra con i due pargoli. Arthur avrebbe dovuto raggiungerli successivamente, ma così non avviene: a seguito delle febbri reumatiche e della conseguente emorragia muore il 15 febbraio 1896. Pochi mesi dopo, Mabel abbandona la casa dei suoi genitori e si trasferisce con John e Hilary in un’abitazione a buon mercato nel piccolo villaggio di Sarehole, a circa un chilometro di distanza da Birmingham. J. R. R. porterà sempre nel cuore questi anni. In una lettera del 12 dicembre 1955, rispondendo a chi aveva paragonato la Contea – dei suoi cari Hobbit – ad Oxford nord, scrive:

In realtà è molto più simile a un villaggio del Warwickshire nel periodo intorno al Giubileo di Diamante; che è distante quanto la Terza Era dal deprimente e perfettamente banale agglomerato di case a nord della vecchia Oxford, privo anche di un indirizzo postale”.

A Sarehole il giovane Tolkien inizia ad usare parole dialettali, tipo gamgee “bambagia”, termine che deriva da un certo dottor Gamgee, inventore di un particolare tipo di tessuto fatto di cotone idrofilo. Inoltre, sviluppa due grandi passioni che risulteranno altrettanto significative da lì a poco: quella per gli alberi – con cui amava stare – e quella per i draghi, attraverso le fiabe di Andrew Lang. Pochi anni dopo, Mabel decide di convertirsi al cattolicesimo, incorrendo nella scomunica da parte della famiglia, in particolare del padre John, un unitario convinto, non in grado di sopportare una figlia papista. Questa decisione porta a vivere lei e i suoi figli in una situazione di grande ristrettezza economica. I tre cambiano casa più volte in questi anni, spostandosi in differenti zone di Birmingham (Moseley, King’s Heath, Oliver Road), ma la tenacia della madre è ammirevole, come John Ronald ribadirà continuamente nella sua vita, definendola anche martire, a partire da una lettera del marzo 1941 al suo primogenito Michael:

“Anche se di nome sono un Tolkien, per gusti, talenti ed educazione sono un Suffield, e ogni angolo di quella contea [Worcestershire] (non importa se bello o squallido) è per me in un modo indefinibile “casa”, come nessun’altra parte del mondo. Tua nonna, alla quale devi così tanto, poiché era una signora dotata di grande bellezza e spirito, molto provata da Dio con dolori e sofferenze, che morì giovane (a 34 anni) di una malattia aggravata dalla persecuzione della sua fede, morì nella casa del postino di Rednal, ed è sepolta a Bromsgrove”.

La precoce morte di Mabel – affetta da diabete – nel 1904 porta i due bambini a vivere dalla zia Beatrice, che diede loro “una casa, pasti caldi e poco più” nel centro di Birmingham. A giocare un ruolo determinate è invece il loro tutore padre Francis Morgan. In questi anni, J. R. R. inizia a scoprire la sua passione per la filologia. Entrò in contatto con un’introduzione elementare alla lingua gotica:

“non si accontentò di imparare il linguaggio, ma, per riempire i vuoti dello scarno vocabolario sopravvissuto, cercò di inventare altre parole, e proseguì nell’intento fino a costruire un linguaggio germanico plausibile”.

Nel corso della sua vita, di lingue Tolkien ne studierà e inventerà molte, interrogandosi profondamente riguardo le sue creazioni. In una lettera di risposta all’Observer del 1938 scrive:

“E poi, perché scrivo dwarves per i nani? La grammatica vorrebbe dwarfs; la filologia suggerisce che la forma storica sarebbe dwarrows. La vera risposta è che non ho saputo fare di meglio. Ma dwarves sta bene con elves; e in ogni caso elfo, gnomo, orco, nano sono solo traduzioni approssimate dei nomi in elfico antico per esseri che non hanno proprio le stesse caratteristiche e funzioni”.

Nel febbraio 1958, facendo i complimenti al figlio Christopher per una relazione ad Oxford, afferma di aver “improvvisamente capito di essere un filologo puro”, realmente emozionato dall’impatto estetico delle parole. Una consapevolezza raggiunta in piena maturità, ma presente fin da sempre. Del resto, in una certa misura, le storie tolkieniane non sono altro che il modo migliore per concretizzare le creazioni a lui più care.

È sempre in questo periodo che John Ronald conosce Edith Bratt, un’orfana di tre anni più grande di lui. I due si innamorano presto, ma padre Morgan si dimostra fin da subito contrario a questa relazione clandestina e proibisce al giovane di vedere la ragazza fino a quando non avrà compiuto ventuno anni. È il 1910, Tolkien ha diciannove anni. Per il ragazzo si prospettano due scelte: ubbidire a quello che per lui è stato un padre o ribellarsi e unirsi alla sua amata. Sceglie la prima. Lo fa straziato nell’animo, con la speranza di potersi ricongiungere ad Edith tre anni dopo. Nell’immediato, si dedica agli studi, che fino a quel momento aveva piuttosto tralasciato, vincendo una borsa di studio all’Exeter College di Oxford. Qui nel 1911, assieme a dei suoi compagni, fonda il Tea Club, Barrovian Society, per prendere il tè in compagnia di miti, poesie e musica. Scopre il Kalevala, la raccolta di poemi della mitologia finnica pubblicata solamente nel XIX secolo, che tanto influenzerà la sua produzione – direttamente ne La storia di Kullervo, recentemente pubblicata –. In una celebre lettera del 1951 all’editore Milton Waldman (alla quale promettiamo di dedicare un articolo a sé stante), Tolkien ritorna sul legame con le differenti mitologie:

“Inoltre, e qui spero di non sembrare assurdo, fin dalla più tenera età sono stato addolorato per la povertà del mio amato paese, che non aveva storie proprie (legate alla sua lingua e alla sua terra), non della qualità che cercavo, e trovavo (come ingrediente) nelle leggende di altre terre. Ce n’erano greche, celtiche, romanze, germaniche, scandinave e finlandesi (che hanno avuto molto effetto su di me); ma nulla di inglese, tranne materiale impoverito per libretti popolari. Naturalmente c’era e c’è tutto il mondo arturiano, ma malgrado la sua forza è naturalizzato imperfettamente, associato con la terra di Bretagna ma non con l’Inghilterra; e non sostituisce quello che a me mancava”.

Durante le vacanze estive del 1911, compie un viaggio in Svizzera ed acquista delle cartoline. Molto tempo dopo, accanto ad una di queste, una riproduzione del dipinto dell’artista tedesco Joseph Madlener intitolato Der Berggeist, scriverà: “origine di Gandalf”.

Da studente ad Oxford John Ronald è un tipo particolarmente socievole, tanto da partecipare a delle baldorie serali organizzate in giro per la città:

“Mettemmo a ‘ferro e fuoco’ la città, la polizia e i prefetti, tutti insieme per circa un’ora”.

Con bravate che tuttavia, non portano ad alcun tipo di conseguenze disciplinari, così potè continuare tranquillamente i suoi studi. Lentamente si arriva al 1913, J. R. R. ha ventuno anni e può ricongiungersi all’amata Edith, la quale lo ha aspettato. I due si fidanzano ufficialmente l’anno successivo, dopo che lei viene accolta nella Chiesa cattolica. Per il giovane Tolkien è un periodo decisamente movimentato, come ricorda in una lettera al figlio Michael riguardo al Santissimo Sacramento:

“Senza laurea, senza soldi, fidanzato. Sopportai la vergogna e le allusioni dei parenti sempre più esplicite, tirai dritto e nel 1915 ottenni il massimo dei voti agli esami finali. Scattai ad arruolarmi: luglio 1915. La situazione era intollerabile e mi sposai il 22 marzo 1916. A maggio attraversai la Manica (ho ancora i versi scritti per l’occasione!) verso la carneficina della Somme”.

L’amore, la guerra e la fede. Non è un caso che, proprio nel 1917, inizi a dare corpo al suo universo mitico con The Book of Lost Tales, il futuro Silmarillion. Secondo lo studioso Carpenter, questo percorso creativo si deve a tre fenomeni interdipendenti, precedentemente accennati: la passione per le lingue, l’innato sentimento poetico e la volontà di ideare una mitologia per l’Inghilterra. Tutti questi elementi si relazionano tra loro su un sostrato profondamente cattolico:

“Qualcuno ha riflettuto sulla relazione che intercorre tra le storie di Tolkien e la sua fede cristiana, e ha trovato difficile comprendere come un cattolico osservante possa scrivere di un mondo dove Dio non è adorato. Ma un simile mistero non esiste: Il Silmarillion è l’opera di un uomo profondamente religioso, che non contraddice il proprio sentimento cristiano, ma lo completa. Nelle leggende non c’è alcuna adorazione di Dio, eppure Dio è sicuramente lì, più esplicitamente nel Silmarillion che nell’altro suo lavoro, Il Signore degli Anelli, le cui radici affondano nel primo”.

Tra il 1918 e il 1929 i coniugi Tolkien hanno quattro figli – John, Michael, Christopher e Priscilla – e John Ronald compie una poderosa ascesa nel mondo accademico diventando prima lettore di Lingua inglese all’Università di Leeds, poi professore di lingua inglese, sempre presso quell’ateneo e infine, nel 1925, titolare della cattedra Rawlinson and Bosworth di Studi anglosassoni a Oxford, dove si trasferisce presto tutta la famiglia. Gli studenti ammirano le sue lezioni e la sua dedizione all’insegnamento è encomiabile, con una quantità di ore settimanali e corsi annuali nettamente superiore alla media.

Nel marzo 1939, Tolkien tiene una conferenza alla St. Andrews University dal titolo Sulle Fiabe, che fa parte della raccolta Il medioevo e il fantastico, curata dal figlio Christopher ed edita nel 1983. Questa è l’occasione per definire meglio la sua visione del fantastico, concepito non solamente come mezzo di riscoperta, evasione e consolazione, ma anche e soprattutto in riferimento alla fantasia intrinsecamente legata alla realtà, rintracciabile nella connessione tra Mondo Primario e Mondo Secondario realizzata attraverso l’autentica Arte Sub-creativa:

“Che le immagini si riferiscano a cose che non appartengono al Mondo Primario (se davvero ciò è possibile) è una virtù, non un vizio. La Fantasia in questo senso è, credo, non una forma inferiore ma una forma più elevata di Arte, invero la forma più prossima alla purezza e dunque (quando viene raggiunta) quella più potente. Naturalmente la Fantasia ha dalla sua un vantaggio: quella stranezza che attrae. Ma questo vantaggio è stato volto contro di lei, e ha contribuito alla sua cattiva reputazione. […] Creare un Mondo Secondario all’interno del quale il sole verde possa essere credibile, imponendo la Credenza Secondaria, richiederà probabilmente fatica e riflessione, e sicuramente avrà bisogno di una particolare abilità, una sorta di maestria elfica. Pochi tentano imprese così difficili. Ma quando queste imprese vengono tentate e quando sono in una certa misure riuscite, allora abbiamo una rara conquista artistica: della vera narrativa, l’elaborazione di una storia nella sua modalità primaria e più potente”.

Il 29 luglio 1954 esce La Compagnia dell’Anello, a novembre Le Due Torri e, nell’ottobre 1955, Il Ritorno del Re, con le tanto agognate Appendici. In una lettera del dicembre 1953 all’amico padre Robert Murray, che aveva letto parte del libro in bozze rimanendone entusiasta, riscontrando:

“Una positiva compatibilità con l’ordine della Grazia”

Tolkien aveva rivelato:

“Ovviamente Il Signore degli Anelli è un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica; all’inizio lo è stata inconsciamente, ma lo è diventata consapevolmente nella revisione. […] In realtà ho pianificato consapevolmente ben poco; e soprattutto dovrei essere grato di essere stato educato (da quando avevo otto anni) in una Fede che mi ha rafforzato e mi ha insegnato tutto quel poco che so; e questo lo devo a mia madre, che restò fedele alla sua conversione e morì giovane, in gran parte a causa delle privazioni causate dalla povertà che ne era derivata”.

Nel giro di pochi anni, l’opera viene tradotta in più lingue – la prima è l’olandese –, vince premi e fa di J. R. R. un autore di fama internazionale. Nel 1965 nasce negli Stati Uniti il primo Tolkien Club, che diverrà poi la Tolkien Society of America e nel 1968 è la volta della British Tolkien Society. Alla fine del 1966 a Yale:

“La trilogia sta vendendo più rapidamente di quanto non facesse Il signore delle mosche di William Golding nel suo momento migliore. A Harvard sta superando di gran lunga Il giovane Holden di J.D. Salinger”.

 

Lorenzo Pennacchi

 

Fantasy: il tempo immobile del regno dei Faerie

Vivono all’interno di un mondo incantato, scandito dalle ore perenni di un tempo immobile, algide e imperturbabili, le creature del popolo dei Túatha Dé Danann, presente nella tradizione celtica, rappresentano il prototipo di elfo seguito prima da Lord Dunsany e in seguito dallo stesso Tolkien.

Come in ogni tradizione mitologica che si rispetti, i Danann, che raffigurano il principio positivo dell’origine della vita,  possiedono la loro nemesi: i Firbolg e i Fomori, razze ottuse e dai valori morali  decadenti e oscuri.

Leggenda e storia seguono confini sottili e si amalgamano nel racconto dell’arrivo di questo popolo, esperto in arti druidiche, presso i territori irlandesi. I Danann discendono dai Figli di Nemed, antichi invasori dell’Irlanda, costretti ad abbandonare l’isola dopo essere stati decimati dai Fomori.

In seguito alla sconfitta si rifugiano in Scandinavia, per poi riuscire a fare ritorno sul suolo irlandese e a imporre il proprio dominio per molti secoli.

Dal punto di vista del mythos, l’elfo, appartenente alla tradizione scandinava, è una figura ctonia, sotterranea, crepuscolare che spesso si relaziona nei confronti dell’uomo come un’ombra, una presenza inquietante. Vi sono infatti, molte fiabe scandinave che testimoniano come agli elfi piaccia scambiare i bambini umani con i propri, o altre ancora che narrano di tremende maledizioni o impareggiabili doni.

E’ innegabile che la letteratura sia sempre stata affascinata da questo universo fatato, si pensi a Sogno di una Notte di Mezza Estate di W. Shakespeare, nitida dimostrazione del legame indissolubile tra l’umano e il divino. Tuttavia all’inizio del ventesimo secolo comincia una lenta e inesorabile separazione tra il mondo terreno e quello dei Faerie. Quest’ultimo comincia a essere considerato dalla produzione letteraria come un regno “altro”, avulso da una dimensione iper – incantata e iper – distante. Le ragioni di tale allontanamento sono chiare: il reame fatato si configura come un rifugio per l’uomo moderno dalla caotica e stridente era industriale. Gli elfi vivono in armonia con la natura,  a dispetto dell’essere umano che, a causa della tecnologia, si è alienato da essa. Questo modo di intendere tali spazi alla stregua di realtà allegoriche in cui trovare riparo da un sistema sociale squallido e annichilente, costituirà un principio fondante, seguito da diversi autori fantasy contemporanei, come ad esempio Ursula K. Le Guinn, che con il romanzo La Soglia (1980), rievoca e celebra la riscoperta da parte dell’uomo  di tali luoghi incontaminati.

Dunsany, quindi, recupera il mito dei Danann celtici, e attraverso di esso Tolkien plasmerà quella creatura  immobile e cristallizzata tanto nota nel fantasy moderno: l’elfo.

Da Lord Dunsany in poi la terra degli elfi rappresenterà non solo la bellezza assoluta, ma anche la debole capacità degli esseri umani nel percepirla,  quell’attimo talmente perfetto ma fugace che alla fine si finisce con il dubitare di esso e della sua stessa esistenza.

L’elfland possiede un tempo immobile, raffigura il perenne passaggio tra la notte e il giorno, ed è lì che si cristallizza, si trasforma in un momento inesauribile. Questa dimensione del tempo deriva dalle tradizioni del nord Europa, nelle quali una notte nel mondo dei Faerie equivale a cent’anni del tempo mortale.

Da Dunsany in poi, tale considerazione declinerà in una doppia osservazione da parte della letteratura nell’affrontare questo universo: se da un lato la terra degli elfi è un mundus immoto in cui il bello è eterno e la natura incontaminata, dall’altro la stessa natura guarda con superiorità e distacco le vicende e le tribolazioni degli uomini; le emozioni delle creature che popolano tale regno non evolvono e il libero arbitrio si congela.

Il tempo degli elfi è il tempo degli alberi e della roccia, che osserva con pacato distacco l’illusoria arroganza della razza umana, che pensa di essere sovrana vanesia e immortale di un mondo caduco ed effimero.

L’impegno della produzione letteraria fantasy di cogliere e illustrare un magico luogo dove l’indefinito è perenne, ha generato la figura dell’elfo come la conosciamo oggi, e cioè quella creatura a ridosso dell’umana esperienza, che vive in un gelo emotivo in cui le passioni non fluiscono, ma rimangono immobili.

Lord Dunsany e la riscoperta degli Elfi

Lord Dunsany

Edward John Moreton Drax Plunkett, XVIII barone Dunsany (Dublino 1878 – 1957) è stato uno scrittore e drammaturgo, famoso per le sue opere fantastiche e dell’orrore pubblicate col nome di Lord Dunsany.
Dunsany è considerato, dopo William Morris, il primo autore all’inizio del novecento, ad aver ripreso e perpetuato la tradizione dell’ avventura fantastica racchiusa un mondo immaginario. Sembra sia stato ispirato, per la creazione delle sue opere, dalla commedia da lui vista nel 1903 The Darling of the Gods di David Belasco e John l’Long, ambientata ai confini di un Giappone surreale.

Diversamente da Tolkien, Dunsany considera l’esperienza di scrittore fantasy e la redazione dei suoi scritti, non come delle invenzioni generate dal proprio intelletto, bensì ritiene che il suo lavoro sia una semplice riscoperta di eventi sognati e ormai lontani e dimenticati. “Non scrivo mai di cose che ho visto ma solo di cose che ho sognato”, idea che probabilmente trovava le sue radici e s’inseriva nel filone letterario romantico dell’ottocento.
La maggior parte dei suoi romanzi, almeno fino agli anni ‘20, è pervasa dal sogno. Oniriche sono le ambientazioni, surreali i personaggi, a volte il racconto è basato sugli eventi rimandati dall’inconscio degli stessi protagonisti.

Sostanzialmente l’intento di Dunsany è quello di meravigliare il lettore, attraverso le descrizioni aliene e senza tempo di paesaggi mitici, un pantheon immaginario di dei ed eroi, un catalogo di animali fantastici, tutti elementi che a oggi sono considerati necessari ai fini delle sub-creazione nel fantasy moderno.

Se è vero che il fantasy contemporaneo è debitore nei confronti di questo autore irlandese, sussiste all’interno delle sua produzione letteraria una caratteristica che la contraddistingue, e cioè un rassegnato distacco. Dunsany mira a stupire il lettore, ma non impone allo stesso delle scelte difficili. Complice una poco marcata introspezione dei personaggi, l’autore non è capace di suscitare nei confronti delle sue creature dei sentimenti forti, quali l’odio, l’amore o la paura. Le gesta e gli eventi narrati sono incastonati in una cornice meravigliosa, ma nulla di più. Lungo tale cornice il lettore viene condotto attraverso l’esposizione di situazioni affascinanti e suggestive, oppure terribili, ma raramente corre il rischio di trovarsi coinvolto.
Bisogna sottolineare che Dunsany ha lasciato una straordinaria galleria di re e principesse, guerrieri e demoni, contenuta in più di 150 racconti : The Gods of Pegãna (1905), La spada di Welleran (1908), A Dreamer’s Tale (1910) Il libro delle meraviglie (1912) e tanti altri.
A tale cosmogonia minuziosa e particolareggiata, si sarebbe ispirato, qualche decennio dopo, H.P. Lovercraft.

Dunsany ha amalgamato la tradizione folklorica e la letteratura classica, ed è grazie alla realizzazione di un universo fantastico, generato da tale fusione, che è stata riportata in auge una delle figure più emblematiche e fondamentali della categoria: l’elfo.

William Morris e l’importanza della geografia nel Fantasy

Il Fantasy contemporaneo consiste in un’appendice del più vasto genere Fantasy, tesa ad amalgamare e a ridefinire gli elementi fondanti dello stesso e, sostanzialmente, a fondere il mondo reale con il soprannaturale. La categoria parte da un universo moderno in cui spesso prevale una forte componente tecnologica che alla lunga declina vero la riscoperta del mito. Le creature che si aggirano in tali scenari urbani e quotidiani possiedono dei poteri magici e vivono negli interstizi della società, cercando di confondersi con le persone comuni. In tal senso, uno dei maggiori apporti alla nascita del Fantasy contemporaneo è stato fornito da William Morris (1834-1896), poeta, artista e agitatore sociale inglese.

William Morris ha pubblicato i suoi primi lavori letterari nel 1856 all’interno dell’Oxford & Cambridge Magazine, un giornale fondato all’insegna del sodalizio artistico, insieme ai suoi compagni universitari. Morris ha celebrato, per tutto l’arco della sua poetica, lo stentoreo rifiuto verso le brutture della modernità; fermamente convinto che l’industrializzazione stesse svuotando il senso dell’arte, il poeta ha tentato di recuperare il “tempo perduto” incastonandolo in una cornice letteraria suggestiva. Lo scrittore ha compreso l’importanza del recupero della tradizione leggendaria del nord Europa, e il forte impatto che quest’ultima poteva avere sul genere narrativo. Di certo Morris è stato uno dei primi a intuire l’influenza dell’ ambientazione geografica sulla categoria, e a tentare di rivisitarla, innovandola. Lo scrittore, difatti, ha sviluppato una tecnica di descrizione paesaggistica con una forte caratterizzazione, una geografia che non fungeva semplicemente da sfondo alle gesta dei personaggi, ma si trasformava in uno strumento narrativo utilizzato per evocare e amplificare gli eventi e per suggellare un’atmosfera dai toni leggendari.

William Morris

Tale metodo era stato anticipato da E.A. Poe, ma se in quest’ultimo il protagonista era avviluppato da un clima oscuro e ossessivo che lo spingevano a perdersi in una fuga irrazionale, in Morris il contesto costituiva un’occasione fondamentale al fine di rievocare un’epoca lontana e fascinosa con l’obiettivo finale di renderla viva e presente.
In tal senso, Morris si è distanziato notevolmente dalla letteratura del suo tempo. Il romanzo realistico era incentrato sull’individualismo dei protagonisti. Il lettore conosceva ogni minimo particolare dei soggetti descritti e le loro personalità  rappresentavano la base del racconto. Spesso l’attore principale confluiva in aperto contrasto con i comprimari e con l’ambiente che lo circondava. Al contrario, negli scritti di Morris alberga un solenne spirito di fratellanza (eco probabilmente della svolta politica socialista dello scrittore), le esistenze dei personaggi erano legate tra di loro e nel contempo si trovavano in perfetta sintonia con la natura, la storia del singolo individuo veniva inserita in un progetto morale più ampio, ed era proprio siffatta comunione a garantire la dialettica vincente contro le forze del male.

L’autore inglese non si è fermato a recuperare il passato mitologico, ma ha creato e pose le fondamenta di un linguaggio lirico e unico. Inspirandosi alla letteratura cavalleresca e alla prosa omerica, egli ha forgiato idiomi inusuali, trasformando il linguaggio utilizzato in qualcosa di antico e immediato, in cui prosa e poesia si sono amalgamate. “La Fonte ai confini del mondo” (The Well at the End of the World”) del 1896, è ritenuto ancora oggi il primo vero romanzo fantasy, in queste pagine, a sua insaputa, l’autore codificò il genere introducendone la matrice: il tema del viaggio alla ricerca di qualcosa, i paesaggi sconfinati e alieni. Tali modelli teoretici, seguiti ad esempio da Tolkien, sono diventati il seme del Fantasy moderno e germinarono autonomamente nei paesi anglosassoni dove si sono uniti al filone del romanzo gotico.

Genesi di un genere letterario: il Fantasy

“Fantasy: di fantasia. Definizione: Genere narrativo e cinematografico caratterizzato da un’ambientazione fantastica dove prevalgono i riferimenti alla mitologia classica, alle fiabe, alle saghe nordiche e a un immaginario collettivo”. (Da Wikipedia)

Prima di introdurre la storia del Fantasy, ovvero quella cronologia di eventi che ha portato alla creazione del genere letterario, è necessario porre in risalto un concetto fondante, da un lato riflesso e conseguenza di codesta categoria, dall’altro elemento costitutivo della stessa: la sub-creazione, o come affermava Tolkien, la realizzazione di un mondo-altro, una versione narrativa del nostro mondo situato in un luogo e in un tempo remoto e leggendario.

Tale universo possiede le proprie regole, spesso plasmate per essere facilmente recepite dall’uomo contemporaneo. Difatti le norme alla base di queste terre arcane ricalcano fedelmente i modelli delle società industriali e post-industriali, riproducendo gli equilibri politici, geografici e storici. In tal modo esse svolgono una doppia funzione: da un lato consentono all’uomo odierno di approcciarsi logicamente a questo universo riconoscendolo come proprio, e identificandosi; dall’altro danno vita a un teatro di avvenimenti, dove coesistono una summa variegata di ingredienti letterari, dalla fiaba, al mito, fino alla realtà storica. Un luogo che contiene tutte le sfumature del fantastico: un sub-mondo.
Stabilita la premessa, si può ora analizzare la genesi della categoria.

La rivoluzione industriale e la cieca fede nel progresso e nella tecnica, hanno stravolto non solo i ritmi rurali della società, ma in particolar modo la visione del mondo, così com’era concepita. La ciclicità sintetica della fabbrica, ha finito con il soverchiare e turbare il rapporto dell’uomo con l’agricoltura. Con l’incremento dell’alfabetizzazione e lo sviluppo della classe media, si è avvertita l’esigenza di un contatto razionale nei confronti della realtà. Si è iniziato a sentire un interesse maggiore verso la letteratura realistica e verosimile. Il romanzo borghese, incentrato sulla quotidianità dell’individuo e della famiglia e saldamente aggrappato alla vita reale, rappresenta in questo periodo storico, l’epicentro di questo nuovo tessuto sociale, completamente rinnovato nei propri bisogni. La nascita della borghesia imprenditrice, lanciata in una folle corsa verso il futuro, ha determinato il totale sradicamento dell’uomo dal suo habitat naturale. La civiltà capitalista diviene in questo modo il simbolo di una dimensione impietosa e disumana e Londra, crocevia di emigranti ammassati nei sobborghi, è il fulcro di questa trasformazione culturale.

“Ovunque indifferenza barbarica, spietato egoismo da un una parte, e miseria indicibile dall’altra”. (Da “La condizione operaia inglese”).

Il Fantasy raffigura una sorta di argine alla contemporaneità. Nell’impressione collettiva, il periodo antecedente alla rivoluzione industriale si trasforma in un unico ammasso informe, privo di quelle macchine, che sferragliano insolenti sulle strade delle città europee. Un territorio avviluppato dal mito, un rifugio in cui l’uomo del ‘900, sfoga ed esorcizza le frustrazioni dettate da una condizione sociale miserevole:

“Il mito offre alla coscienza l’immagine di un comportamento da cui essa è assillata e che essa non può, non può più, o non ha mai potuto realizzare”. (Callois)

Un forte contributo alle origini del Fantasy è stato fornito, inoltre, dalla rivalorizzazione della tradizione anglosassone e germanica, conseguente al ritrovamento di testi epici e medievali, alla fine dell’800, come il Beowulf, capolavoro epico risalente al VII secolo d.C.
Wiliam Morriss (1884-1896) è stato uno scrittore/artista britannico, che ha contribuito fortemente a rinforzare questa tendenza. Egli infatti ha tradotto i poemi omerici, e alcune saghe scandinave.
Il ritorno a temi mitici e fiabeschi si lega saldamente al Fantasy. Si potrebbe affermare che lo stesso si sia sviluppato contemporaneamente alla riscoperta letteraria della fiaba: il primo emerge dalla letteratura epica di corte, costituito da leggende celtiche e nord europee (che avevano dato vita a un florido filone narrativo nelle corti medievali) la seconda, invece, si focalizza sul folclore locale. In tal senso, il Fantasy, potrebbe essere considerato come una rivisitazione dei poemi medievali attraverso uno stile e un linguaggio imposti dal romanzo moderno.
Storia, mito, fiaba e leggenda si intrecciano indissolubilmente, dando vita a una forma narrativa del tutto nuova, il Fantasy, che si diffonderà per tutto l’arco del ventesimo secolo.

Le cronache di Narnia, C.S. Lewis

C. S. Lewis

“Un libro non merita di essere letto a dieci anni se non merita di essere letto anche a cinquanta.” 

Una realtà evidente, una sacrosanta verità. Così le parole dello scrittore britannico Clive Staples Lewis, docente di lingua e letteratura inglese presso la prestigiosa Università di Oxford e amico di Tolkien ( a differenza di Lewis non inserisce la religione nei suoi romanzi), ci portano ad aprire quelle prime pagine che rappresentano pura magia. Il fantasy “Le cronache di Narnia”(2005) appassiona e offre una precisa mappa del Cristianesimo ( Lewis era protestante e anglicano), riflettendo sulla sofferenza nel mondo, sul concetto di pietà, sulla redenzione e sul libero arbitrio.

1153 pagine che portano mille e più avventure da vivere accanto alla piccola e dolce Lucy, al forte e coraggioso Peter, a Susan, forse troppo legata alla realtà, una realtà che, di magico, non ha più nulla, e a nostro Edmund che ci porterà a crescere con lui.

La prima volta che ho aperto queste splendido romanzo, non ero sicura di cosa avrei trovato. Una favola? Un libro per bambini? Una storia fantastica? Un romanzo che ripeteva storie già narrate? Battaglie tra bene e male? La verità è che, ancora oggi, a distanza di…un pò di tempo, non sono in grado di spiegare con piena razionalità cosa è fuori uscito da quelle pagine.

Magia, ecco. Pura magia. Ogni parola, ogni immagine che scaturisce da quelle pagine, entrano nel cuore di chi mai, saprà abbandonare una realtà che, forse, appartiene solo ai bambini.

In una Inghilterra colpita dagli eventi, tragici, della seconda guerra mondiale, quattro fratelli si ritroveranno a vivere milioni di splendide avventure nel fantastico mondo di Narnia. Accanto a loro, come un angelo, una guida, con saggezza e dolcezza, ci sarà lui, Aslan. La sola pronuncia del suo nome porta un sorriso dolce e malinconico, per quel leone che ognuno di noi vorrebbe stringere tra le sue braccia, proprio come è pronta a fare la piccola Lucy. Perchè lei crede, lo farà per sempre. Lei è li, aspetta quella magia che sente in ogni respiro accanto ad ogni strana creatura che incontra dopo aver attraversato quell’armadio.

E così, che l’avventura abbia inizio. Una battaglia tra il bene e il male. La forza della purezza, una spinta verso l’alto, sempre più su, “Verso l’infinito e oltre“.

Con parole semplici e dirette, Lewis ci culla, ci allontana da un mondo che è sempre più crudele, un mondo che non lascia spazio alla fantasia, al gioco, alla dolcezza…a un semplice e dolce, lasciarsi trasportare dalla magia. Ancora una volta. Pura e semplice magia.

Ma Lewis fa anche riflettere, seppur con una buona dose di humour e leggerezza, il lettore giungendo alla conclusione che “le nostre scelte sono il nostro destino”. E non potrebbe essere altrimenti dato che sono tematiche che affrontiamo ogni giorno.

1153 pagine, infinite parole, avventure uniche, irripetibili, che bruciano, che ardono di una forza pronta a portare con se anche il più incredulo degli uomini. La mia sfida per voi? Chiunque, in qualsiasi momento della propria vita, sarà pronto ad avvicinarsi a questo romanzo, ne uscirà pronto a correre verso una sola direzione. Chi, sarà pronto a incominciare questa grande avventura, non potrà fare a meno di desiderare, con ogni parte del proprio corpo di raggiungere ed essere portato, in quel mondo fantastico. Luoghi sconosciuti in cui gli alberi cantano, gli orsi sono amici con cui giocare, e i fauni, i leoni, un topo pronto con il suo esercito a difendere il proprio mondo, usurpato da una regina senza cuore.

Ma, in fondo, non è questa la nostra realtà? In questo mondo, non lottiamo costantemente per riprenderci ciò che ci è stato portato via da chi ormai sente solo l’odore del denaro, il desiderio di possesso. Non ci svegliamo ogni giorno sperando che tutto sia diverso? Che il bene, almeno una volta, solo questa volta, possa vincere con un sorriso stampato sul nostro volto?

E allora cominciamo. Narnia, Aslan, il rumore del vento. Chiudi gli occhi e sì pronto a…volare.

La riproduzione cinematografica, di Andrew Adamson, è uscita nelle sale nel 2005, portando negli anni a seguire, altri due capitoli, altre due grandi avventure vissute dai quattro fratelli. Luci ed effetti speciali, ancora magia. Perchè è questa quella che potremmo considerare come parola chiave per questo splendido romanzo. Ancora una volta. Magia…

E ora, a lui, ad Aslan, le ultime parole… “Le cose non avvengono mai due volte nello stesso modo.”

Di Gabriella Monaco.