Alex Vankenbach: uno sguardo sul Medioevo

 

 

 

Alexander Vankenbach è l’autore del romanzo Kaera’hul, il Tomo del Cavaliere, edito da Eretica Edizioni. L’opera narra la strabiliante epopea di un cavaliere medievale, destinato a combattere una guerra contro un oscuro nemico, per salvare se stesso e il suo popolo. Cultore della saga Dragon Lance di Margaret Weis e Tracy Hickman, Vankenbach ama vivere in questo mondo, popolato da draghi, cavalieri e figure magiche. Attualmente sta lavorando al sequel di Kaera’hul. L’autore delinea una trama ben congegnata e ricca di colpi di scena; iter narrativo caratterizzato, tra l’altro, da uno stile volutamente arcaico e forbito, che fa da eco a un mondo arcano, dove non sempre è facile distinguere il confine tra il bene e il male.

 

  • Ciao Alex, benvenuto su ‘900 letterario. Il tuo nome “ Alexander Vankenbach” rimanda a origini del Nord Europa, dalla tua biografia si evince che sei di Milano, come mai la scelta di questo pseudonimo?

 

Ciao Valeria, un saluto a tutti gli amici di ’900 letterario, onorato. Esattamente, le mie origini sono Milanesi e ne vado più che fiero ma ho voluto “adottare” un nome che rimandasse a quelle terre del Nord dalle quali sono da sempre affascinato per la loro storia e straordinaria bellezza mistica, cercavo un qualcosa che desse un senso di autorevolezza, di fierezza, da qui Vanken, al quale ho semplicemente unito Bach, mio adorato compositore, Vankenbach è qundi il mix di musica e lande colme di castelli.

             

 

  • Oltre alla passione per la scrittura, ho letto che sei un musicista, e che la colonna sonora del book trailer del tuo romanzo l’hai composta tu, è corretto?

 

E’ così, suono la chitarra da diversi anni, ho scritto e suonato le partiture per il book trailer in  collaborazione con Alan Red, un compositore di Milano, il quale ha registrato le parti sinfoniche, mi      piaceva l’idea di avere una colonna sonora originale e sono contento del risultato ottenuto.

 

  • Veniamo al tuo romanzo, Kaera’ hul Il tomo del Cavaliere, com’è stato scriverlo e perché l’hai scritto?

 

Ho iniziato a scrivere Kaera’hul circa tre anni fa, il medioevo è senza dubbio la mia dimensio vitale, quella dove mi rifugio ogni qualvolta ne sento la necessità, mi sono fermato diverse volte   durante la stesura, un po’ per motivi di lavoro, un po’ per necessità emotiva, non riesco davvero a  scrivere come vorrei se non sono nello stato d’animo necessario, scrivere questo romanzo è stato avvincente, un’avventura vissuta in prima persona, una sfida personale che mi sta portando  moltissime soddisfazioni, in principio, non pensavo neppure di pubblicarlo, era una ” cosa” mia…poi mi hanno convinto a spedire il manoscritto ricevendo diverse offerte interessanti, ringrazio Eretica Edizioni per aver creduto in questo romanzo così “particolare”. Perché l’ho scritto? Perché io vivo in quel mondo e in quel mondo, sono immortale.

 

  • Cosa ti ha spinto verso il Fantasy? Fino a qualche anno fa il genere, in Italia, era sottovalutato, negli ultimi tempi si è assistito a una rinascita editoriale della categoria, ritieni che le trasposizioni cinematografiche  come “ Il Signore degli Anelli”  abbiano aiutato a far emergere il Fantasy  nel nostro Paese?

 

Sono cresciuto con il Fantasy! Come moltissime altre persone ho trascorso la mia adolescenza tra i  giochi di ruolo come Dangeon&Dragons e molti altri, intere giornate e notti insonne per un’avventura senza confini. Molto vero! Questo, in Italia è sempre stato un genere di nicchia, per Nerd con la spada, indubbiamente l’avvento nelle sale cinematografiche di Frodo e compagnia ha portato il fantasy all’attenzione di un pubblico più ampio e appassionato che probabilmente prima ignorava draghi, nani, elfi e quant’altro.

 

  • Quanto c’è di te nel personaggio della tua opera?

 

Il Cavaliere in questione sono esattamente io, una trasposizione medieval-fantasy di ciò che sono nella realtà quotidiana. Ad eccezione del fatto che non circolo per Milano con spada e scudo, per ora.

 

  • Vorrei parlare del tuo stile che ricalca lo Stil novo, perché questa scelta a dir poco coraggiosa? Lo ritieni un tuo tratto distintivo oppure è un’esigenza letteraria?

Direi entrambe le cose, perché a dire il vero, Kaera’hul, in origine, era scritto in un linguaggio moderno, ricercato ma moderno. Poi, ho pensato che sarebbe stato bello raccontare di questo Cavaliere in un modo più medievale, più romantico e più violento, cercando di tenere una linea più ”storica” anche nel modo di scrivere, quindi si, posso definirlo un mio tratto distintivo oltre che  una esigenza letteraria. A mio avviso, non potevo fare scelta migliore.

 

  • Riesci a mescolare vari generi all’interno del libro: fantasy, romanzo storico, epica cavalleresca, quanto è stato difficile?

 

In verità, non ho trovato molte difficoltà in questo, facendo parte di una compagnia di rievocazione  storica medievale, molte cose, come anche il linguaggio, mi erano già molto familiari, le molte                      letture storiche, medievali, e fantasy, mi hanno agevolato il lavoro di molto.

 

  • Qualche curiosità: qual è il libro fantasy che tutti dovrebbero aver letto?

Non ho alcun dubbio nel rispondere la saga completa di Dragon Lance, di Margaret Weis e Tracy Hickman. Ineguagliabile.

 

  • Cosa preferisci: “Il Signore degli anelli” o il “Trono di Spade”?

Nessuno dei due mi ha appassionato più di tanto, se devo però sceglierne uno ti dico Il Signore degli      Anelli ma solo per premiare il suo creatore che ci ha regalato il Fantasy.

 

  • Torniamo al tuo romanzo, l’ambientazione è tipicamente medievale, cosa ti affascina di quel periodo storico?

Ogni cosa di quel periodo mi affascina, per quanto se ne dica, il Medioevo non era solo peste e  inquisizione, sicuramente però, la cosa che più m’aggrada è proprio il modo di parlar, con il quale,  anche un semplice saluto, diveniva solenne. Ovviamente anche le lucenti armature e i cavalli e  creature divine.

 

  • Ultima domanda: stai già scrivendo il sequel?

Si, sto scrivendo il sequel, posso anticiparvi che sarà molto “cattivo” e introdurrà alla saga di Kaera’Hul.

 


Alexander Vankenbach nasce nella Mediolanum del 1975 con la passione per l’arte, la cultura, la musica e la scrittura. Dopo anni di esperienze multicanale approda nel meraviglioso mondo degli autori del panorama italiano. Passione, orgoglio e amore per i suoi natali lo spingono a condurre il pennino della sua stilografica in nuove realtà in un dolce stil novo tra medioevo, fantasy e lessico arcaico.

Beethoven’s Silence, di Sonia Paolini

Beethoven’s Silence, romanzo dell’autrice romana Sonia Paolini edito quest’anno da Lettere Animate, narra la storia di Irina e Philippe Le Gros. Irina è una ragazza che ha subito violenze fin da bambina: la perdita dei genitori e il fatto di essere stata mandata in un istituto di accoglienza, ne hanno inasprito fortemente il carattere rendendola scontrosa e introversa. Da quando è rimasta orfana, infatti, per ritrovare l’equilibrio perduto viene aiutata da alcuni psicologi all’interno della struttura in cui vive. La ragazza è fragile e necessita di essere protetta, in particolar modo quando un uomo molto più grande le si avvicina con l’intento di approfittare di lei ad ogni costo, anche contro la sua volontà.  Il secondo è un direttore d’orchestra, logorato dal senso di colpa – sotto psicoanalisi anche lui – in quanto il giorno in cui sua moglie e suo figlio sono rimasti uccisi in un incidente stradale, lui era insieme a un’altra donna.

Due esistenze sopraffatte da un destino infausto e ineluttabile, che convergono e ritrovano una speranza di redenzione grazie all’ambizioso progetto ideato da due colleghi psicologi, uniti da una profonda e longeva amicizia. Il  desiderio di Irina di vivere la propria vita come una comune adolescente si fonde con quello di Philippe di superare il rimorso della morte dei suoi cari, un rapporto all’inizio difficile ma che troverà un punto d’incontro nell’amore di entrambi per la musica.

Beethoven’s Silence non è una storia romantica ma una storia che celebra la fragilità della natura umana, da più prospettive: gli abusi subiti dalla protagonista sono un esempio di come l’animo umano sia così prevedibilmente misero, l’adulterio di Philippe dimostra la debolezza e l’egoismo insito probabilmente in ciascun uomo e infine Irina, probabilmente l’unica a essere una vittima reale. Una storia che affronta senza falsa retorica il tema della violenza sulle donne e le devastanti conseguenze che da questa derivano. I personaggi sono raffigurati  a tutto tondo, ma non sussiste una netta linea di demarcazione tra il bene e il male, ovvero non vi è un personaggio totalmente negativo a fronte di uno positivo, ciascuno viene descritto così com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti, probabilmente perché lo scopo dell’autrice è quello di scrivere una storia “normale”, nonostante le tematiche trattate prestino il fianco a stereotipate speculazioni.

Sonia Paolini va oltre e racconta la vita vera, di persone emarginate, degli ultimi, quella difficile da ascoltare. Una storia di grande attualità.

 

Il Furto dei Munch, di Barbara Bolzan

Il 5 aprile 2004, un commando mette a segno una spettacolare rapina alla banca di Stavanger, in Norvegia. Il 24 agosto 2004, dal Museo Munch di Oslo vengono sottratti i dipinti L’Urlo e Madonna. Due fatti apparentemente non correlati, ma che trascineranno il lettore in una vertigine di intrighi, pericoli e misteri, portandolo nel cuore del mercato nero, dell’arte e della musica.
Quando i dipinti scompaiono, infatti, lasciando dietro di sé una scia di morte, Agata Vidacovich, coinvolta nel traffico d’arte, tenterà di venire a capo dell’intricata vicenda, mettendo a dura prova le proprie certezze. Sposata con un pianista di fama internazionale che ha ormai rinunciato alla propria carriera e al quale ha sempre mentito riguardo alla propria vera vita, Agata si ritroverà costantemente sul filo del rasoio, costretta a mettere a repentaglio tutto quello che ha di più caro per venire a capo di questo mistero. Dove sono finiti i quadri?
Il furto dei Munch è, come recita la sinossi del libro, un thriller avvincente, che si snoda tra Milano, Oslo e Trieste e che tiene il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Il Furto dei Munch, romanzo scritto da Barbara Bolzan e edito da La Corte editore, ha avuto un finale travagliato, essendo stato ispirato a fatti realmente accaduti (il furto al museo Munch di Oslo avvenuto nel 2004), i quadri, infatti, L’Urlo e Madonna (oggetto d’elezione nella trama) che durante la stesura del romanzo erano ancora dispersi, sono stati ritrovati poco prima dell’uscita del libro, costringendo l’autrice a modificare l’epilogo, per rendere più credibile la storia.

Lo stile della Bolzan è preciso, mai ridondante; la doppia vita di Agata (voce narrante) si alterna alle sue vicende private, al rapporto conflittuale con il marito, creando un doppio piano narrativo in cui la descrizione dei personaggi viene sviluppata in modo coerente e uniforme. La tecnica di mostrare alcuni eventi passati senza fornire spiegazioni non solo tende a rafforzare il ritmo, ma nel contempo consolida l’effetto sorpresa sempre presente all’interno del libro.

La nota di originalità s’intuisce, però, nella capacità della Bolzan di amalgamare arte e musica con il genere thriller (cosa non facile) coesione che probabilmente sarebbe potuta risultare artefatta e posticcia, se l’autrice non avesse avuto una reale padronanza degli argomenti trattati, e perché no anche una certa passione verso l’arte.

Il libro, quindi, non offre soltanto un genuino divertimento al lettore, ma insegna allo stesso anche molte cose su questo mondo e sui traffici illeciti delle opere d’arte; un giallo dall’architettura solida, coerente dall’inizio alla fine; nella trama, avvincente ed efficace, eccellente appare la definizione dei “caratteri”, fatto essenziale in un tipo di narrazione come quella del thriller che deve certamente attrarre l’attenzione del lettore con una tensione continua ma far bene comprendere anche quali siano gli orientamenti, le meditazioni e le riflessioni dell’autrice, talvolta inseriti in maniera implicita, talaltra più esplicita.

La Bolzan non tralascia il lato emozionale, l’amore, infatti, è sempre tra parentesi, appena percepito sullo sfondo, con il suo gioco di attrazioni e con il suo ciclico rimando ai sentimenti e al tormento della protagonista. Le tele di Munch quasi ossessionano Agata, prendono vita tra vertigini e colpi di scena, che fanno della storia un lavoro esemplare di ordine e di equilibrio.

Barbara Bolzan nasce nel 1980 in provincia di Milano. Pur non abbandonando mai il suo primo amore per la recitazione, durante l’adolescenza si avvicina al mondo della scrittura e comincia a partecipare con successo a premi letterari nazionali e internazionali. Pubblica il primo volume di narrativa nel 2004, con la prefazione del Professor Ezio Raimondi (Accademico dei Lincei e docente di Italianistica all’Università di Bologna): un excursus medico-narrativo sulle problematiche adolescenziali associate all’epilessia (AICE, Bologna, 2004). Nel 2006, in seguito alla vittoria del Premio Internazionale Interrete, pubblica Il sasso nello stagno, un romanzo sul difficile rapporto padre-figlia, nel quale la narrativa procede parallelamente agli studi linguistici e filologici (Prospettiva Editrice, Roma, 2006).

Rya – La figlia di Temarin esce nel 2014 (Butterfly Edizioni, Correggio). Figlio della sua passione per la storia e per la manipolazione della realtà, questo romanzo storico-fantasy costituisce il primo volume della saga che prende il nome dalla sua protagonista (La saga di Rya). Di recente pubblicazione, L’età più bella (Butterfly Edizioni, Correggio, 2014) riprende in chiave nuova i temi già affrontati in Sulle Scale.
La scrittrice ha tenuto corsi di scrittura creativa nei licei e, attualmente, collabora come editor e illustratrice con diverse realtà editoriali.

H. P. Lovecraft, il fascino dell’occulto

Howard Phillips Lovecraft nasce a Providence nel 1890. Il padre viene rinchiuso in manicomio quando lo scrittore ha tre anni, e muore cinque anni dopo, senza essere riuscito a creare alcun rapporto affettivo con lui. La madre si spegne nel 1921, liberandolo dalla sua personalità asfissiante che lo ha influenzato negativamente, facendolo crescere in un’atmosfera familiare opprimente e isolata. La sfortuna, insomma, ha avuto la sua parte nell’esistenza di questo personaggio. Cresciuto nell’agiatezza economica fino alla soglia dell’adolescenza, in seguito non ha potuto goderne, in quanto le speculazioni sbagliate di uno zio dissolsero i risparmi familiari, gettandolo sul lastrico. Lovecraft viene cresciuto da due attempate zie e conduce una vita al limite della povertà, sfruttato per conto di scrittori meno dotati di lui, dei quali rimette in sesto i manoscritti.

Ogni tanto scrive un racconto che non viene nemmeno pubblicato, anche se per alcuni di essi riusce a trovare uno sbocco su <<Weird Tales>>, mensile di storie dell’orrido i cui compensi erano tra i più bassi d’America. Unica parentesi, all’ interno di questa quotidianità ciclica e monotona, è il matrimonio celebrato con una donna molto più grande di lui, che dura soltanto due anni. Questo periodo aggiunge l’incubo all’incubo, Lovecraft si trova infatti a New York, incapace di ottenere un lavoro ben retribuito e costretto a farsi mantenere dalla moglie (modista e aspirante scrittrice), è disgustato dalla sterminata bolgia di razze, ceti e traffici della metropoli.

Decide dunque di far ritorno dalle zie, concedendosi ogni tanto, come unica distrazione, qualche viaggio in autobus verso fascinose mete storiche negli Stati Uniti. A quarantasei anni esala l’ultimo respiro, dopo aver trascorso un periodo di lunga sofferenza fisica a causa di un cancro.

Un’esistenza scarna e vuota quella di Lovecraft che sembra non combaciare con la personalità di scrittore, creatore di storie in cui soggetti repulsivi sono i protagonisti. Questo strano autodidatta solo e sfortunato, infatti, si ritrova ad essere un punto di riferimento per moltissime persone, con le quali instaura una corrispondenza talmente vasta e fiorente –  quasi centomila missive – da non avere termini di paragone in letteratura. In queste lettere egli dimostra un’erudizione senza pari. Il fisico nucleare Jacques Bergier –  considerato ai tempi un mostro di intelligenza – ha affermato: “Mai nella mia vita mi era capitato di corrispondere con una creatura altrettanto onnisciente”. Lovecraft è stato d’ispirazione a molti romanzieri dell’epoca, che grazie ai suoi consigli sono riusciti a formare un’eccellente carriera letteraria, ma sopra ogni altra cosa “il solitario di Providence” ha dato nuovo corpo e sostanza al genere horror, ribaltandone il punto di vista in senso cosmico.

Al civico n. 194 di Angell Street si trova una bella villa in stile coloniale, qui vi risiedeva Whipple V. Philips, nonno materno di Lovecraft, che viveva di rendita dopo aver condotto diversi affari e viaggiato per il globo. La casa era grande e carica di mobili, ninnoli e quadri, raffiguranti soggetti insoliti, appesi alle pareti. Fra quelle stanze immerse nella penombra, il piccolo Lovecraft si aggirava da solo, costretto dalla madre a non uscire nemmeno per recarsi a scuola, essendo la sua educazione affidata a tutori privati. Emarginato e circondato da anziani, il ragazzino trovava comunque il modo di alimentare la sua fantasia e l’intelletto precoce, attraverso i libri presenti all’interno dell’immensa biblioteca situata al secondo piano della villa. Da subito si delineano le preferenze di Lovecraft in fatto di letteratura: il nonno gli apre la strada verso il Fantastico, la nonna, studiosa di astronomia, lo erudisce sulle meraviglie dei cieli.

In questo microcosmo personale, sospeso in un limbo indefinito tra ragione e follia, Lovecraft ha sviluppato una singolare spiritualità neo-pagana, in cui ben presto si è affacciato l’incubo. È lo stesso autore a raccontarlo: “Nel gennaio del 1896, la morte di mia nonna gettò la casa in un’atmosfera cupa, dalla quale non uscì mai più. Le vesti nere di mia madre e delle mie zie mi riuscivano paurose e ripugnanti …  fu allora che la mia vivacità naturale si spense. Cominciai ad avere gli incubi più odiosi, popolati di cose che chiamai Night Gaunts, con un’espressione inventata da me”.

Le esperienze avute durante la fanciullezza hanno segnato profondamente il carattere dello scrittore gotico. Giunto alla maturità egli si ritrova infatti completamente da solo, misantropo e senza alcun titolo di studio, nella sua mente gli eventi giornalieri si trasformano in situazioni inaffrontabili e angosciose.

Lovecraft decide quindi di esorcizzare, a modo suo, e con una nota d’originalità, l’inquietudine del proprio animo, dando a ognuno dei suoi incubi una veste simbolica e una collocazione ultraterrena. Le sue afflizioni e le sue debolezze creano un pantheon dell’orrore, in cui germinano entità deformi e ripugnanti.

“L’immaginazione è il grande rifugio”, probabilmente questa frase riassume non solo tutta la poetica di Lovecraft, ma esplica le ragioni del fascino della sua narrativa che oltrepassa e supera i limiti dell’espressione comune per radicarsi nel profondo, verso qualcosa di più sensoriale.

Autore di numerosi racconti stranianti, come Dagon, Il colore venuto dallo spazio, Il richiamo di Cthulhu, La tomba, Oltre il muro del sonno e L’orrore di Dunwich, e di romanzi, tra cui Il caso di Charles Dexter Ward, Le montagne della follia, La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath e La maschera di Innsmouth, oltre ad alcuni racconti in versi (L’avamposto, L’antico sentiero, Ricordi, Fantasmi, ecc..) Lovecraft, che in vita non ha goduto di grande fortuna soprattutto presso la critica, oggi è considerato tra i massimi esponenti della letteratura horror insieme ad Edgar Allan Poe, nonché precursore della fantascienza angloamericana, influenzando produzioni cinematografiche e musicali.

Le passioni che ci travolgono – ha teorizzato lo scrittore  – possono essere dominate se, con un supremo atto immaginativo, riusciamo ad esteriorizzarle, a contemplarle in tutta la loro grottesca vanità”.

 

 

“Grey”: un’occasione sprecata

Stessa spiaggia. Stesso sole. Stesso mare. Puntuale come la calura estiva, è arrivato in tutte le librerie del pianeta l’attesissimo Grey: Fifty Shades of Grey as told by Christian di E.L. James.  È un evento scontato. Dopo la portentosa risonanza ottenuta dalla trasposizione cinematografica di Cinquanta Sfumature di Grigio, la James non poteva esimersi dal deliziare i suoi followers proponendo la “riscrittura” di un libro, esempio lampante di una bieca strategia di mercato volta a raschiare il fondo del barile della trilogia  mommy-porn, con l’intento di continuare a infervorare la libido del genere femminile, almeno fino all’uscita nelle sale del secondo capitolo della sag(r)a del sesso: Fifty Shades of Dark, prevista per febbraio 2017.

Se nel primo volume ci si deve sciroppare i monologhi tra Anastasia e la sua Dea interiore, petulante e oltremodo fastidiosa, questa volta, con un fantasioso colpo di genio, la creatrice del sociopatico più desiderato sul globo ribalta la prospettiva e da voce ai pensieri più torbidi di Mr. Grey, intime riflessioni da cui scaturisce una psiche instabile e rasente alla schizofrenia: non vi è un solo istante in cui quest’individuo non litighi con se stesso guardandosi allo specchio o non parli di sé in terza persona. Christian è in preda a una tempesta ormonale degna di un adolescente, e quando non è impegnato a rimuginare su come legare, imbavagliare o fustigare Ana, tenta di lavorare. È qui nella descrizione della quotidianità del tenebroso dominatore che risiede tutta la mediocrità e la superficialità della trama, perché sostanzialmente l’esistenza di Mr. Grey è di una noia mortale; dalle video conferenze, alle riunioni con il suo staff, fino alle sessioni di palestra con il suo personal trainer, le giornate di tale individuo sono ripetitive in modo esasperante.

Peccato. Davvero. Un’occasione sprecata. La James si sarebbe potuta redimere davanti agli occhi dei critici più feroci, sviluppando meglio il passato di Mr. Grey, e fornendo una visione d’insieme più completa. A poco valgono, infatti, gli inserti che lasciano intravedere i drammatici trascorsi del protagonista, attraverso i  ricordi di un bambino dallo sguardo spaurito, se la banale conclusione a cui si giunge è che tutte le privazioni da lui subite, lo hanno reso l’uomo che è oggi. Non c’è nulla da fare, alla James piace giocare facile e camminare a braccetto con insulsi stereotipi.

Con questa riscrittura, la furba e priva di talento autrice britannica avrebbe potuto attrarre nella sua orbita coloro che si definiscono estimatori della letteratura BDSM, e invece, tralasciando qualche soliloquio inserito ad hoc al fine di chiarire al lettore medio il mainstream alla base dell’universo sadomasochista –  come la necessità del dolore misto al piacere, il bisogno del controllo assoluto o l’eccitazione irrefrenabile alla vista di alcuni atteggiamenti del partner (si veda l’incessante rosicchiamento del labbro), l’autrice opta per un esegetico e generoso copia e incolla dall’opera precedente, con tanto di dialoghi e mail esattamente uguali, non può di certo permettersi di sciupare l’identità del testo originale. Un abbecedario sulle sfumature dell’eros che a stento raggiunge la sufficienza e che elude e vanifica la complessità sociale presente all’interno del mondo del bondage.

Sorvolando sulla conferma che Christian sia un soggetto dissociato dalla realtà, con una forte avversione per il contatto fisico e assillato da svariate fisime, la pecca maggiore della James consiste nel non essere stata capace di mantenere una promessa nei confronti dei suoi fans: quella di realizzare e consacrare un punto di vista totalmente nuovo sulla vicenda, quella di sedurre chi legge attraverso la visione che il protagonista ha della timida e impacciata Miss Steele. Ebbene quest’ultima è assente, no nel senso che non c’è ma nel senso che non risulta partecipe dell’evoluzione narrativa. Tutto il romanzo è imperniato attorno ai vaneggiamenti di Christian, egocentrico e logorroico trascina un’ingessata e silenziosa  sottomessa tra le immobili paludi di una sessualità ciclica e tediosa, blandita da un canovaccio ridicolo e surreale.

La James sceglie di fermarsi prima, sulla soglia dell’ordinario, preferisce non mettere in crisi un modello ben congegnato e rassicurante, e a chi sperava di poter esplorare, senza censura, i meandri oscuri della mente di Mr. Grey non rimane che alzare gli occhi al cielo e attendere la prossima sculacciata.

 

 

L’elfo in Tolkien: genesi di uno stereotipo

Se la letteratura Fantasy è debitrice nei confronti di Lord Dunsany per la riscoperta della mitologia alla base di un universo fantastico e degli esseri che lo popolano, la consacrazione di suddette creature è opera del celeberrimo scrittore de Il Signore degli Anelli.

Tolkien, infatti, pone al centro della sua epica gli elfi, e ne affronta la genesi amalgamando alla perfezione due facciate della stessa medaglia: le tenebre e la luce. Se da un lato ne delinea la dimensione nobile,  riprendendone il concetto di regno magico e adiacente, dall’altro riesce a evidenziarne una natura oscura e completamente distante dall’uomo.

Probabilmente per l’autore sono proprio gli elfi i testimoni dell’origine del creato. Sono loro i protagonisti indiscussi dell’età dell’oro, della prima parte della storia del mondo, che terminerà con l’avvento dell’uomo, padrone del futuro e del libero arbitrio.

Il popolo elfico rappresenta il logos che da il nome alle cose e che conosce i misteri della creazione, possiede un legame profondo con la natura che lo circonda, gli uomini, invece, sono depositari del segreto della mortalità e unici destinatari, nella Terra di Mezzo, di un aldilà sconosciuto.

D’altronde lo stesso Tolkien ha più volte chiarito che elfi e uomini sono due aspetti diversi della razza umana. Se i due popoli sono  costituiti del medesimo amalgama, ciascuno si differenzia  per i suoi punti forti e le proprie debolezze. È ovvio che per Tolkien gli elfi raffigurino l’amore per l’arte, per tutto ciò che è bello esteticamente, e grazie a queste creature che la natura umana si eleva. Sono profondi osservatori del mondo fisico, tentano di osservarlo e di comprenderlo al fine di preservare non solo la propria incolumità, ma anche quella degli altri esseri con cui convivono pacificamente. In tal senso si distanziano dagli uomini o almeno da una parte di essi, gretti, meschini , fallaci,  che si avvicinano al mondo solo per acquisire potere da esso e usarlo malvagiamente.

Gli elfi sono immortali, non in eterno, ma all’interno del loro regno finché dura, se uccisi nella loro forma incarnata, continuano a vivere disincarnati, oppure rinascono. Tale immortalità finisce con il diventare un peso, mano a mano che le epoche si avvicendano,  il cambiamento viene recepito da essi in modo traumatico, il popolo elfico vuole vivere in un universo cristallizzato, dove a congelarsi non è solo l’aspetto fisico ma anche le emozioni. Da qui il ritratto nella letteratura Fantasy di esseri algidi e imperturbabili.

Per questo caddero in parte preda degli inganni di Sauron: desideravano il potere sulle cose come stavano, perché il loro desiderio di conservare diventasse realtà: per fermare il cambiamento e mantenere tutte le cose fresche e belle”. (J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, lettere 1914-1973. Rusconi 1990.

Gli elfi continuano ad avere un immenso potere evocativo, rimandano alla letteratura cortese e al contempo agli eroi omerici, sono stati gli spettatori dell’alba dei tempi, delle gesta gloriose dei prodi, della nascita dell’uomo, quello stesso uomo che lentamente si è affermato come successore e sovrano del mondo moderno, quello stesso uomo che ha deciso di relegare in un angolo recondito il potere del sogno, quello stesso uomo, ultimo testimone del tramonto del meraviglioso.

Fantasy: il tempo immobile del regno dei Faerie

Vivono all’interno di un mondo incantato, scandito dalle ore perenni di un tempo immobile, algide e imperturbabili, le creature del popolo dei Túatha Dé Danann, presente nella tradizione celtica, rappresentano il prototipo di elfo seguito prima da Lord Dunsany e in seguito dallo stesso Tolkien.

Come in ogni tradizione mitologica che si rispetti, i Danann, che raffigurano il principio positivo dell’origine della vita,  possiedono la loro nemesi: i Firbolg e i Fomori, razze ottuse e dai valori morali  decadenti e oscuri.

Leggenda e storia seguono confini sottili e si amalgamano nel racconto dell’arrivo di questo popolo, esperto in arti druidiche, presso i territori irlandesi. I Danann discendono dai Figli di Nemed, antichi invasori dell’Irlanda, costretti ad abbandonare l’isola dopo essere stati decimati dai Fomori.

In seguito alla sconfitta si rifugiano in Scandinavia, per poi riuscire a fare ritorno sul suolo irlandese e a imporre il proprio dominio per molti secoli.

Dal punto di vista del mythos, l’elfo, appartenente alla tradizione scandinava, è una figura ctonia, sotterranea, crepuscolare che spesso si relaziona nei confronti dell’uomo come un’ombra, una presenza inquietante. Vi sono infatti, molte fiabe scandinave che testimoniano come agli elfi piaccia scambiare i bambini umani con i propri, o altre ancora che narrano di tremende maledizioni o impareggiabili doni.

E’ innegabile che la letteratura sia sempre stata affascinata da questo universo fatato, si pensi a Sogno di una Notte di Mezza Estate di W. Shakespeare, nitida dimostrazione del legame indissolubile tra l’umano e il divino. Tuttavia all’inizio del ventesimo secolo comincia una lenta e inesorabile separazione tra il mondo terreno e quello dei Faerie. Quest’ultimo comincia a essere considerato dalla produzione letteraria come un regno “altro”, avulso da una dimensione iper – incantata e iper – distante. Le ragioni di tale allontanamento sono chiare: il reame fatato si configura come un rifugio per l’uomo moderno dalla caotica e stridente era industriale. Gli elfi vivono in armonia con la natura,  a dispetto dell’essere umano che, a causa della tecnologia, si è alienato da essa. Questo modo di intendere tali spazi alla stregua di realtà allegoriche in cui trovare riparo da un sistema sociale squallido e annichilente, costituirà un principio fondante, seguito da diversi autori fantasy contemporanei, come ad esempio Ursula K. Le Guinn, che con il romanzo La Soglia (1980), rievoca e celebra la riscoperta da parte dell’uomo  di tali luoghi incontaminati.

Dunsany, quindi, recupera il mito dei Danann celtici, e attraverso di esso Tolkien plasmerà quella creatura  immobile e cristallizzata tanto nota nel fantasy moderno: l’elfo.

Da Lord Dunsany in poi la terra degli elfi rappresenterà non solo la bellezza assoluta, ma anche la debole capacità degli esseri umani nel percepirla,  quell’attimo talmente perfetto ma fugace che alla fine si finisce con il dubitare di esso e della sua stessa esistenza.

L’elfland possiede un tempo immobile, raffigura il perenne passaggio tra la notte e il giorno, ed è lì che si cristallizza, si trasforma in un momento inesauribile. Questa dimensione del tempo deriva dalle tradizioni del nord Europa, nelle quali una notte nel mondo dei Faerie equivale a cent’anni del tempo mortale.

Da Dunsany in poi, tale considerazione declinerà in una doppia osservazione da parte della letteratura nell’affrontare questo universo: se da un lato la terra degli elfi è un mundus immoto in cui il bello è eterno e la natura incontaminata, dall’altro la stessa natura guarda con superiorità e distacco le vicende e le tribolazioni degli uomini; le emozioni delle creature che popolano tale regno non evolvono e il libero arbitrio si congela.

Il tempo degli elfi è il tempo degli alberi e della roccia, che osserva con pacato distacco l’illusoria arroganza della razza umana, che pensa di essere sovrana vanesia e immortale di un mondo caduco ed effimero.

L’impegno della produzione letteraria fantasy di cogliere e illustrare un magico luogo dove l’indefinito è perenne, ha generato la figura dell’elfo come la conosciamo oggi, e cioè quella creatura a ridosso dell’umana esperienza, che vive in un gelo emotivo in cui le passioni non fluiscono, ma rimangono immobili.

Lord Dunsany e la riscoperta degli Elfi

Lord Dunsany

Edward John Moreton Drax Plunkett, XVIII barone Dunsany (Dublino 1878 – 1957) è stato uno scrittore e drammaturgo, famoso per le sue opere fantastiche e dell’orrore pubblicate col nome di Lord Dunsany.
Dunsany è considerato, dopo William Morris, il primo autore all’inizio del novecento, ad aver ripreso e perpetuato la tradizione dell’ avventura fantastica racchiusa un mondo immaginario. Sembra sia stato ispirato, per la creazione delle sue opere, dalla commedia da lui vista nel 1903 The Darling of the Gods di David Belasco e John l’Long, ambientata ai confini di un Giappone surreale.

Diversamente da Tolkien, Dunsany considera l’esperienza di scrittore fantasy e la redazione dei suoi scritti, non come delle invenzioni generate dal proprio intelletto, bensì ritiene che il suo lavoro sia una semplice riscoperta di eventi sognati e ormai lontani e dimenticati. “Non scrivo mai di cose che ho visto ma solo di cose che ho sognato”, idea che probabilmente trovava le sue radici e s’inseriva nel filone letterario romantico dell’ottocento.
La maggior parte dei suoi romanzi, almeno fino agli anni ‘20, è pervasa dal sogno. Oniriche sono le ambientazioni, surreali i personaggi, a volte il racconto è basato sugli eventi rimandati dall’inconscio degli stessi protagonisti.

Sostanzialmente l’intento di Dunsany è quello di meravigliare il lettore, attraverso le descrizioni aliene e senza tempo di paesaggi mitici, un pantheon immaginario di dei ed eroi, un catalogo di animali fantastici, tutti elementi che a oggi sono considerati necessari ai fini delle sub-creazione nel fantasy moderno.

Se è vero che il fantasy contemporaneo è debitore nei confronti di questo autore irlandese, sussiste all’interno delle sua produzione letteraria una caratteristica che la contraddistingue, e cioè un rassegnato distacco. Dunsany mira a stupire il lettore, ma non impone allo stesso delle scelte difficili. Complice una poco marcata introspezione dei personaggi, l’autore non è capace di suscitare nei confronti delle sue creature dei sentimenti forti, quali l’odio, l’amore o la paura. Le gesta e gli eventi narrati sono incastonati in una cornice meravigliosa, ma nulla di più. Lungo tale cornice il lettore viene condotto attraverso l’esposizione di situazioni affascinanti e suggestive, oppure terribili, ma raramente corre il rischio di trovarsi coinvolto.
Bisogna sottolineare che Dunsany ha lasciato una straordinaria galleria di re e principesse, guerrieri e demoni, contenuta in più di 150 racconti : The Gods of Pegãna (1905), La spada di Welleran (1908), A Dreamer’s Tale (1910) Il libro delle meraviglie (1912) e tanti altri.
A tale cosmogonia minuziosa e particolareggiata, si sarebbe ispirato, qualche decennio dopo, H.P. Lovercraft.

Dunsany ha amalgamato la tradizione folklorica e la letteratura classica, ed è grazie alla realizzazione di un universo fantastico, generato da tale fusione, che è stata riportata in auge una delle figure più emblematiche e fondamentali della categoria: l’elfo.