Chun Kwang Young. Aggregazioni di Vita

Un ricordo d’infanzia può diventare una parte importante di un’opera d’arte? A quanto pare per l’artista sudcoreano classe 1944 che vive e lavora a Seul, Chun Kwang Young, tra i più interessanti e quotati del momento, la risposta è più che affermativa. Nel suo caso il ricordo d’infanzia è rappresentato da carta Mulberry che, tinta col tè o con altri pigmenti naturali, gli consente di unire pittura e scultura in superfici animate da miriadi di pacchettini di questa carta di gelso coreana. Quello che a prima vista si percepisce guardando un’opera di Kwang Chun sono grandi e complesse sculture generate dalla tessitura di migliaia di minuscoli pacchetti triangolari colorati che ricordano le immagini della superficie lunare, come se l’arte di Kwang Chun fosse un qualcosa che ancora pochissimi hanno scoperto, capito e apprezzato.

L’universo dell’artista sudcoreano mette in scena opposti (ricchi e poveri, oriente e occidente, tradizione e modernità) che lottano per il predominio fino a ricomporsi in un’armonia cosmica che diviene anche storica e sociale. L’assemblaggio espressionista di Chun Kwang Young, che si ispira ad artisti come Pollock, Beuys, Rothko e altri, è intriso di riferimenti alla cultura sudcoreana e alla filosofia del Confucianesimo, la quale prevede la sacralizzazione del secolare, aspetto che emerge dalle opere di Kwang Young che si fanno mondo per raffigurare organicamente le relazioni intra-umane, espressioni del trascendente e di conseguenza della natura morale dell’uomo.

Chun-Kwang-Young-Aggregation-14-NV054-Dream-19-2014-Mixed-media-with-Korean-mulberry-paper-163-x

Grazie all’abilità di Chun di integrare i materiali tradizionali e soprattutto il confucianesimo nel contesto contemporaneo internazionale, questo artista che vede armonia anche in questo mondo così frenetico, è presente con le sue opere-evento in numerose collezioni pubbliche, tra cui The Rockefeller Foundation e le Nazioni Unite (New York), il Woodrow Wilson International Center for Scholars (Washington, D.C.), il Philadelphia Society Building (Pennsylvania), il Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Seoul) e il Museo d’Arte di Seoul, la National Gallery of Australia, (Canberra), il Victoria and Albert Museum e il British Museum di Londra e il Museo Nazionale delle Belle Arti di Malta, in collezioni di prestigiose università americane come la Yale University Art Gallery e la Columbia University of Law.

Come e quando hai iniziato a interessarti all’arte?
Chun Kwang Young: Mentre studiavo negli Stati Uniti tra i 20 e i 30 anni nel 1970-82 e mi sono integrato in quella società, ho sentito un senso di differenza in quasi tutto, inclusa la mia cultura, le mie esperienze e il valore della vita. Quindi, piuttosto che fare un nuovo lavoro creativo, ho capito che se non parlavo di qualcosa di mio, non avrebbe avuto senso e volli tornare in Corea e condividere i miei pensieri. Penso che la mia sia un’arte vera e non importa se tutti lo capiscano, io comprendo il valore della mia esistenza quando mi dicono che faccio qualcosa di “unico”.

Come definirebbe artisticamente il momento storico che stiamo vivendo?
K. Y.: Un’epoca piena di caos. Prima di discutere di arte in questo modo, abbiamo la sensazione di essere fuori dalla categoria in cui dobbiamo preoccuparci. L’arte dovrebbe sedurci, essere stimolante, irritante e persino infantile.

Quali artisti hanno influenzato di più la sua produzione creativa?
K. Y.: Joseph Beuys, Jackson Pollock, Gerhard Richter, Nam June Paik, Mark Rothko.

Com’è lo stato di salute dell’arte sudcoreana?
K. Y.: Anche se eravamo un paese piccolo e povero circa 100 anni fa, c’erano opere d’arte che sono oggi ammirate nei musei d’arte di tutto il mondo per la loro straordinaria cultura, permeata di pensieri confuciani e spirito accademico. Durante il periodo coloniale e la grande guerra, i valori di questa cultura sono stati distrutti e di conseguenza la cultura e le arti sono state a lungo trascurate, mentre l’economia si è sviluppata notevolmente. Ci sarebbe piaciuto avere il mecenatismo dei Medici. Tuttavia, sono grato e orgoglioso che una manciata di artisti che stimo stia ancora ricevendo attenzione in tutto il mondo, e credo che il futuro sarà luminoso.

Cosa ne pensa dell’arte europea e in particolare dell’arte italiana?
K. Y.: Ci sono stati numerosi artisti meravigliosi soprattutto grazie allo sviluppo del Cristianesimo e alle commissioni religiose, e come prova di questo, ci sono molte tracce d’arte che il mondo oggi invidia; adesso che la forma e il metodo sono cambiati, io vorrei proseguire un nuovo valore della bellezza all’avanguardia.

Cosa disprezza o la infastidisce di più dell’arte contemporanea?
K. Y.: “Ascesa e caduta”. Ogni volta che c’è un momento di prosperità, come un periodo di declino, ognuno si vanta dell’arte del passato. Il passato è passato e ora viviamo in un mondo caotico e in un’epoca di declino. La dignità del valore originario dell’arte scompare, dovrebbe essere sensazionale e stimolante far vedere le nostre condotte malsane, il nostro brutto sulla scena dell’arte, giustificandolo schermando il tempo del cambiamento come se fosse la cosa giusta, e renderlo un argomento di discussione. Come artista, mi sento scettico riguardo la mia vita selettiva.

Aggregation17-FE016, 2017-mixed media and hanij paper, 184x156cm

Il mondo è per lei una sorta di collisione di informazioni che crea confusione e instabilità?
K. Y.: Lavoro nella speranza di poter trasmettere i miei pensieri che rimarranno in conflitto anche nel futuro, in quanto posso andare per la mia strada senza essere spazzato via dalla situazione attuale anche se le mie azioni non dovessero ricevere attenzione.

Sente un senso di pace quando rappresenta il ​​caos sulle sue tele o forse il caos non esiste?
K. Y.: Cerco di non lasciare tracce di confusione nel mio lavoro. Pertanto, sono sempre felice quando lavoro per la mia arte. Pertanto, mi sento libero e in pace mentre lavoro, e sono grato e felice che Dio mi abbia sempre dato un mondo di espressioni uniche nelle mie opere.

Perché ha scelto l’espressionismo astratto per i suoi lavori?
K. Y.: Sono nato nel mondo, e non sento il bisogno di metterlo su tela in un oggetto che avrebbe le stesse qualità di tutti oggetti naturali del mondo. Chiunque può godersi la natura aprendo la finestra, così lascio tracce dei miei pensieri nelle mie forme. Proprio come uno chef cucina meravigliosamente piante naturali colte dal campo e le mette sul tavolo, io registro il mio mondo raffinando tutti i pensieri che avevo sperimentato e pensato a modo mio.

Per essere un grande artista, pensa che si debba sempre indagare oltre i confini del conosciuto?
K. Y.: Non credo che sia così. Sono interessato a com’è il mondo di un bambino perché in me vedo le tracce delle sensibilità di un bambino di 6 o 7 anni. L’artista deve avere un modo chiaro di spiegare il proprio mondo agli altri ed essere fedele alle proprie visioni.

La mostra più bella che ricorda?
K. Y.: Le mie mostre del cuore sono: una personale all’Aldrich Contemporary Art Museum (Connecticut, USA) quella al Brooklyn Museum (New York, USA) e, naturalmente, ci sono state molte altre belle mostre che mi hanno toccato il cuore, tra cui Joseph Beuys, Jean Michel Basquiat e Mark Rothko, Egon Schiele, Vincent Van Gogh. Penso che gli artisti che ho menzionato abbiano trasmesso la loro arte in modo unico.

Prossimi impegni?
K. Y.: Sono ancora in buona forma, quindi continuerò sempre a lavorare su nuove opere con gioia e felicità come ho sempre fatto.

Gonnelli Casa d’Aste di Firenze. Stampe, Disegni e Dipinti – Libri, Manoscritti e Autografi, dal 1 al 3 dicembre

Dal 1° al 3 dicembre 2020 appuntamento con la Gonnelli Casa d’aste di Firenze con un’asta online dedicata a libri e grafica antica e moderna. Nelle tre giornate d’asta saranno posti all’incanto oltre 1000 lotti suddivisi in tre sessioni d’asta.

 

Stampe, disegni e dipinti antichi e moderni all’asta Gonnelli

Gli oltre 200 lotti che comprendono questa sezione saranno messi all’incanto martedì 1° dicembre dalle ore 10.00.

Tra questi segnaliamo vari fogli di Albrecht Dürer, tra i quali Cristo si congeda dalla madre, xilografia dall’edizione del 1511 con il testo latino, de La Vita della Vergine (base d’asta 900 euro), la Cattura di Cristo da La grande passione su legno, in un’ottima impressione della variante Meder b (base d’asta euro 1200). Un album contenente 9 dei Paesaggi con la Fama di Ercole Bazzicaluva (base d’asta euro 1500). Ancora fogli di Rembrandt quali Il ritorno del figliuol prodigo (base d’asta euro 1200) e Re David in preghiera (base d’asta euro 1000).

Da segnalare anche un rarissimo esemplare del frontespizio delle Carceri piranesiane in I stato, dalla I tiratura della I edizione (base d’asta euro 3000). Di Francisco Goya sono presenti un bel foglio dalla II edizione di Los Caprichos (base d’asta euro 480), una tavola della Tauromachia (base d’asta euro 400) e la serie completa e omogenea di Los Proverbios nella II edizione su 9, stampata nella Calcografia per la Real Academia nel 1875 (base d’asta euro 5000).

Tra i disegni un foglio attribuito a Giovan Battista Tiepolo per le Tentazioni di Sant’Antonio (base d’asta euro 1200), un altro per la Vergine col Bambino sulle nuvole riferito a Giandomenico (base d’asta euro 380) e un album giovanile di Francesco Baratta (base d’sta euro 800).

Tra i dipinti antichi una piccola Crocefissione su rame di Marcello Venusti (base d’asta euro 800) e, tra i dipinti moderni, una Madonna, raro saggio giovanile di Silvestro Lega risalente al periodo purista (base d’asta euro 1200), opere di Mariano Fortuny y Madrazo e Domenico Induno (Vecchia paesana e sua figlia, base d’asta euro 3800). Inoltre tre preziosi dipinti su vetro di fattura sartoriana ispirati a La morte del cervo di D’Annunzio (base d’asta 1500 euro).

Lotto 54, Giovanni Battista Piranesi, invenzioni capric di carceri all acqua forte datte in luce da Giovani Buzard in Roma Mercante al Corso, 1749-50

 

Stampe e disegni moderni

 Nel pomeriggio di martedì 1° dicembre, dalle 14, spazio agli oltre 300 lotti che compongono la sezione dedicata a Stampe e Disegni Moderni.

Tra questi segnaliamo incisioni di autori italiani come Umberto Brunelleschi, Felice Casorati, Fortunato Depero, Giovanni Fattori, Renato Guttuso, Gino Severini, Adolfo Wildt e molti altri. Tra le opere grafiche di artisti stranieri spiccano la cartella completa Katarsis di Magdalena Abakanowicz (base d’asta euro 2000), Il bacio di Peter Behrens (base d’asta euro 1000), Eva, il diavolo e il peccato di Otto Greiner (base d’asta euro 1200), una rara puntasecca erotica di Frantisek Kupka (base d’asta 1200 euro) e l’Odissea di Sigmund Lipinsky (base d’asta euro 2200). Di quest’ultimo sono presentate anche varie incisioni singole, tra cui la ricercatissima Calma marina, in esemplare unico di primo stato (base d’asta euro 1300).

Nella sezione disegni si segnalano una composizione di Fortunato Depero (base d’asta 4800 euro) e un sensazionale pastello, Sorriso infernale del 1919, di Alberto Martini (base d’asta euro 4000).

 

Manoscritti – Autografi – Fotografie – Documenti musicali

La giornata di mercoledì 1° dicembre sarà dedicata interamente ai 240 lotti che compongono questa sezione.

Tra i manoscritti segnaliamo una eccezionale pergamena, lunga oltre 7 metri, relativa alle vertenze tra alcuni monasteri benedettini in Umbria e Marche (datata 1330). Top lot della sezione uno splendido libro d’ore del XV secolo realizzato a Cremona miniato nella Firenze rinascimentale (base d’asta 18.000).

La sezione autografi comprende oltre 100 lotti con importanti nomi italiani e stranieri: Napoleone I, Paul Valéry, Hermann Hesse, Prampolini, Mino Maccari (con disegni), Victor Hugo, Alessandro Manzoni, ecc.

Una corposa parte è dedicata a Gabriele D’Annunzio, all’impresa di Fiume e al volo su Vienna (con lettere, manifesti, fotografie ecc.) E a documenti della dittatura nazista e fascista (lettere autografe di Mussolini, Hitler, Rommel ed esponenti di spicco di quegli anni).

La sezione fotografica contiene, tra l’altro, nudi di Wilhem von Gloeden (basi d’aste 300-400 euro), alcuni celebri scatti realizzati da August Alfred Noack raffiguranti zone della Liguria, una interessante raccolta di fotografie di moda degli anni ʼ20-ʼ40 (basi d’aste 100-500 euro), una raccolta di fotografie della Grande Guerra, un album di fotografie di Dresda di inizio ‘900, fotografie di Napoli di fine XIX secolo ecc.

La sezione musicale comprende una raccolta di arie manoscritte del XVII secolo, la maggior parte delle quali sconosciuti, un documento con firma autografa di Atto Melani (uno dei più celebri castrati del ‘600 e spia alla corte di Luigi XVI. La sua vita avventurosa ha ispirato molti romanzi).

 

Libri dal XV al XX secolo, Scienze tecniche e matematiche, Libri d’artista

 La sezione include oltre 300 lotti che verranno messi all’incanto nella giornata di giovedì 3 dicembre.

Tra i top lot una splendida copia in coloritura dell’Atlas coelestis del 1742 di Doppelmayr (base d’asta euro 15000), le prime tre parti (relative alle popolazioni native americane) delle Collectiones Peregrinationum in Indiam Orientalem et Indiam Occidentalem di Theodor De Bry (base d’asta euro 13000) e una raccolta di oltre 200 vedute delle piazze, fontane e territori di Roma eseguita da Giovanni Battista Falda, Marco Saedeler, Giovanni Maggi e Francesco Villamena (base d’asta euro 6500).

Si segnalano inoltre la prima, rarissima edizione con dedica autografa di Montale di Ossi di seppia, uno dei più importanti libri del Novecento italiano (base d’asta euro 2800), una bella edizione del 1749 dell’Histoire naturelle di Buffon in legatura coeva (base d’asta euro 4500) e la prima edizione italiana del 1548 della Geografia tascabile di Tolomeo (base d’asta euro 6000).

Top lot della sezione Scienze tecniche e matematiche la più importante opera di Daniel Bernoulli, Hydrodynamica del 1738 (base d’asta euro 1600), considerato il padre della moderna idrodinamica e Méchanique analitique di Joseph Louis Lagrande del 1788 (base d’asta euro 2000), entrambe in prima edizione.

Inoltre il curioso Théorie de la double réfraction de la lumière dans les substances cristallisées di Etienne Louis Malus (base d’asta euro 2400).

La sezione Libri d’artista accoglie riviste d’arte (Derriere Le Miroir, xxe Siècle) arricchite da litografie e illustrazioni originali di Miró, Tal-Coat, Palazuelo, Giacometti, Chagall, Kandinsky, Braque.

Tra i top lot numerose opere illustrate da Salvador Dalì: i 24 temi del surrealismo, con splendide illustrazioni originali (base d’asta euro 3000); una Biblia del 1967 con 105 tavole (base d’asta euro 4600) e la celebre Divina Commedia del 1964, qui proposta sia nella versione in tre volumi con la legatura sbalzata (base d’asta euro 2200) che in sei volumi e brossura (due copie, cadauna euro 1600). Ancora L’Odyssée illustrata da André Masson (base d’asta euro 1000) e lo splendido Souvenirs et portaits d’artiste per Mourlot, con le illustrazioni dei più importanti artisti del XX secolo: Picasso, Miró, Cocteau, Chagall, Buffet solo per citarne alcuni (base d’asta euro 480).

 

 

‘Il peccato’ di Giovanni Boine: la necessità di peccare per immergersi nella Vita e arrivare alla purezza

Il peccato (1913) è il romanzo d’esordio dello scrittore italiano Giovanni Boine, morto di tisi a soli 30 anni, che tratta un amore peccaminoso nella provincia ligure: lui artista, lei novizia in procinto di prendere i voti. L’amore è visto da Boine come spaesamento, conflitto interiore, peccato.

Struttura e tematiche del Peccato

Micro-romanzo di formazione diviso in tre parti – «Il limbo», «La qualunque avventura», «Il tormento» -, Il peccato è il racconto del processo di umanizzazione del protagonista, B., intellettuale ventiseienne che, attraverso l’amore per una giovane novizia – il peccato appunto -, distrugge le catene dell’astrattezza, che lo tenevano legato, vincolato a una dimensione asettica, sterile, gelida, iperuranica dell’esistenza, e assume consistenza fisica, carnale, sanguigna, passionale, immergendosi finalmente nel tumulto della vita. Il peccato si configura così come una sorta di esortazione alla vita, ma la vita vera, disinquinata dalle categorie aristoteliche e dai tradizionali lacci morali, riportata alla sua dimensione originaria, primordiale e barbarica quasi, che affonda le radici, tra gli altri, nel Nietzsche più puro e autentico – non il Nietzsche ridicolo e semplicistico, dozzinale feticcio, di D’Annunzio -, in cui è possibile ravvisare numerose analogie con alcuni degli esiti filosofico-letterari più importanti dell’epoca, dalla Persuasione e la rettorica di Michelstaedter al Mio Carso di Slataper.

Oltre ai temi, ciò che colpisce leggendo Il peccato è il modo in cui essi sono espressi. La scrittura di Boine è un vero e proprio fenomeno letterario: franta, spaccata, lacerata, spericolatamente funambolica, riproduce con incisività le spaccature, le lacerazioni e le acrobazie interiori del soggetto, rinunciando a qualunque mediazione – la punteggiatura stessa viene spesso abolita – e imponendosi così come uno degli esiti migliori di quel fenomeno raro che è l’espressionismo letterario italiano.

Boine non ricerca il bello stile, non ricerca la pulizia, la compostezza, la placida fluidità, l’artificiosa scorrevolezza. Boine ricerca l’efficacia e lascia che la personalità del protagonista – la sua personalità, vista l’indiscutibile portata autobiografica del racconto – e la vita irrompano sulla pagina liberamente, inondandola e travolgendola.

L’alterità

All’inizio del Peccato Boine evidenzia subito lo stato di alterità – condizione tipica dell’artista nella modernità, da Baudelaire in poi, rappresentata con grande efficacia, restando sempre nell’ambito della letteratura italiana alternativa del primo Novecento, da Campana e Sbarbaro – in cui si trova il protagonista all’interno della piccola e gretta realtà paesana, nella quale è rientrato al termine degli studi universitari, senza un lavoro stabile, comodo «nell’agio noncurante e discreto di una famiglia di patrizi antichi». Del giovane B. la gente del paese ha «un certo diffidente rispetto come per uno che è d’altra razza che noi», i politicanti del consiglio comunale lo giudicano un «originale».

Né socialista né anti-socialista, oppure entrambe le cose, non prende parte alle conversazioni nei caffè, non gioca, non ha una donna: le «compagnie allegre», composte da quei «giovanotti che capiscon la vita e come si deve […] se la godono», lo hanno «in concetto tra di “prete” e babbeo». Per quanto riguarda le amicizie, B. si circonda di originali come lui, individui più o meno emarginati estranei alla beghina e angusta logica paesana: «ragazzi di diciassette diciotto anni senza un soldo, ragazzi di liceo smilzi a passeggio con sotto il braccio un libro; un giovane capitano di mare che chissà perché aveva piantato il mestiere d’un tratto, specie di matto solitario tutto il giorno a leggere libri […], tutto il giorno in un canto al sole a legger pallido, torvo i suoi libri in disparte…

B. se ne sta in disparte, «come non degnandosi», e per questo suo atteggiamento di distacco, d’indifferenza e per le sue amicizie originali è vittima della «grettezza maligna di una città di provincia e contrasti grotteschi».

In realtà il degnarsi non c’entra, il protagonista non è «di quelli che fanno i “puah!” schifiltosi ad ogni cosa fuori di regola»; partecipa alle questioni cittadine, ai dibattiti, si esprime attraverso i giornali, ma l’incomprensione dei concittadini – «ma con chi è? ma cos’è dunque lui per suo conto?» si domandano questi ultimi perplessi leggendolo, proclamando un giorno la sua fede socialista, il giorno dopo rinnegandola – lo porta alla conclusione «ch’era meglio star zitti in disparte.

Non c’era presa, non c’era glutine fra lui e questi altri d’intorno. E forse che in ultimo il torto era suo. Chi lo sa? Affondata così com’era nella sua torbidità elementare chissà che questa gente non avesse un suo più sicuro senso di vita, un suo fiuto a condurla diritta, che non lui maculato d’astratto e di poesie sebbene poi a parole sdegnasse la poesia e l’astratto».

Come tutti i giovani B. è «assoluto», agogna la perfezione, «ma le cose del mondo son di loro natura imperfette e perciò non andate d’accordo». L’«idealità» giovanile non è frutto dell’esperienza, ma «presa fatta e come artificialmente aggiunta sulla iniziale coscienza morale loro. Non ci son giunti vivendo, togliendo, aggiungendo, vivendo. Non l’han fatta in loro, l’han di colpo affermata». Per questo motivo, perché priva della prova fondamentale della vita, l’«idealità» dei giovani è astratta e inconcludente, nient’altro che un cliché. Essi «ipostatizzano l’istinto morale, ne traggon l’essenza assoluta e la fan metro del mondo». Vogliono l’eroismo e detestano qualunque forma di compromesso.

Peccare per giungere alla Vita

B. dice di odiare l’astrattezza, la poesia, esorta se stesso e gli altri a mescolarsi «alla vita degli uomini così come viene», «ma in verità gli piaceva il guardarla come da una specola alta dal mezzo di questo suo cenacolo […] di strambi scontenti e di giudicarla inattivo e da lontano invece che farla, viverla tormentosamente ogni giorno».

In questi passi, in questa aspra critica – e autocritica – della giovinezza è racchiuso il senso del racconto di Boine, il senso della vicenda del suo protagonista ovvero il passaggio, attraverso il peccato – definito tale perché definito e giudicato tale dalla morale pubblica, incatenata a vecchi e stantii pregiudizi che l’autore esorta a scardinare -, dalla «purità della morte» alla «purità della vita», l’emancipazione dall’astrattezza, dall’«idealità», l’uscita dal limbo in favore della vita, del fare la vita, vivendola «tormentosamente ogni giorno».

Dimostrazione di quanto l’astrattezza sia radicata in B., rappresentando la sua condizione esistenziale, è la scelta di tornare, terminati gli studi universitari, nella casa natale, che ama nel profondo, con tutto se stesso, e che rappresenta il rifugio ideale nel quale invecchiare tranquillamente, placidamente – invecchiare è il pensiero del protagonista ad appena ventisei anni, non gioire, non soffrire, non odiare, non temere, vivere insomma, ma invecchiare -, immerso nel silenzio, nel vuoto, nella sottile malinconia antica, decadente. Ma ecco che giunge l’«avventura», subdola, insinuante a stravolgere completamente i suoi piani:

«[…] amava la sua casa tranquilla, lo zittire dormiente della sua grande casa dove fin da bimbo era cresciuto su solitario (penombra per tutto, eco di vuoto, sottile odore di antico ed anche fuori, chiassuoli deserti nella calda quiete del sole); amava i suoi libri ordinati ed anche questo qualcosa di triste come un dolore sotterrato, affondato negli anni, nel pur placido e semplice viso della madre affettuosa. Amava starsene in pace qui e chissà? anche lui distillare pian piano qualche discreta dissertazione, qualche commentario alla maniera dei mistici tutto polposo, tutto buono di vita modestamente profonda e disperderlo anche lui come il nonno, qui, fra i testamenti e gli atti a far meditare e sognare qualche lontano nipote…

La conoscenza di Suor Maria

B. riesce finalmente a conoscere Suor Maria, alta, «gli occhi nel viso ovale grandi, maravigliati neri, ridenti». I due parlano, mentre addobbano l’altare con fiori freschi, odorosi, il parroco accaldato assopito in un angolo, ed è come se si conoscessero da un pezzo. La donna racconta di sé: è in convento da tre anni, ne ha ventuno ed è novizia da un anno; vi è entrata dopo la morte del padre – non le resta che una zia, badessa nell’Ordine, che l’ha convinta a farsi suora.

Durante il racconto della donna è «come se quel che di stilizzato disumano e lontano ch’è in una figura ammantata dall’abito sacro, si disciogliesse pian piano, si rimpolpasse di buona vita vicina, si rifacesse comprensibile e vivo». Della sua conoscenza con Suor Maria B. non parla con nessuno: «Fu, ch’egli, senza volere, s’era dentro creata come una nicchia di segreto romantico dove ci stava in un religioso ondeggiamento d’armonium una figura di giovane monaca da nessuno conosciuta e solo da lui».

Insomma, è come se la conoscenza della novizia, e la novizia stessa, fossero un frutto della sua immaginazione, una piacevolissima fantasia, o meglio, un piacevolissimo sogno nel quale rifugiarsi a occhi aperti, tra una riflessione e l’altra. Il narratore stesso sottolinea l’aspetto sognante, onirico dell’avventura: «la cosa, un po’ strana, gli pigliò dentro l’aspetto vago di un sogno a cui egli cedesse nel torpore della estiva calura». Tra i due giovani intanto si sviluppa una «curiosa amicizia», «amicizia tutta riguardose delicatezze quasi fanciullesche, fatta di cento cosette tollerate-proibite, ma infine ingenua ed onesta».

B. scivola così, giorno dopo giorno, in un perenne stato di ebbrezza in cui tutto vibra di vita, tutto vive, ogni singolo oggetto inanimato, morto, acquisendo un significato misterioso, come un geroglifico: «era come in una sconfinante ricchezza, come in un gorgogliante abbondare di sentimento su ad invadergli la netta intelligenza, a parlargli di vita gli oggetti e le più consuete cose». L’armonium di Suor Maria, ascoltato – precipitasse il mondo – quotidianamente, agisce sul protagonista come una droga, come hashish, come oppio, eccitandolo, fumigandogli la fantasia, mentre il mondo s’arricchisce, tripudia «abbondante e più vasto al di là della geometricità definita».

Il Peccato: due prese di coscienza

La prima parte del Peccato si conclude con la presa di coscienza, da parte di B. e della novizia, del sentimento profondo – troppo profondo -, passionale – troppo passionale, per entrambi, aspiranti asceti – sbocciatogli dentro, inesorabilmente, dopo un lento processo interiore lungo un intero anno, e l’ultima esecuzione di Suor Maria all’armonium risuona angosciante e disperata, lacerante come «un grido, un grido umano d’aiuto», seguito dal tonfo sordo dello sgabello rovesciato e dal rumore dei passi della donna «precipitosi in fuga». Qualcosa in entrambi si è strappato per sempre.

Boine cattura sulla pagina quel «vario tumultuare dell’universale vita», da lui percepito violentemente in tutta la sua caotica fluidità, che si allinea all’ampiezza disomogenea e totalizzante dello spirito. Quanto più la distinzione tra interno ed esterno si potenzia, tanto più i confini tra le due parti si assottigliano fino a scomparire nel risultato artistico: c’è nel suo mondo, che mostra sincronicamente «cento miliardi di variissime vite armonicamente viventi», anche il foglio stesso impiegato da Boine e la sua idea concepita nell’atto della scrittura. Il suo mondo è una ‘vallata chiusa’, come quella in cui si svolge la vicenda del signor B. e di Suor Maria, una cavità in cui gli echi interiori e quelli della realtà si intrecciano sonoramente: «la mia vita è amalgama, è pienezza aggrovigliata e commossa di pensiero e d’immagine».

Allo scrittore non interessa raccontare una storia, ma denunciare il dramma della sua anima, colma di contrasti insanabili. La necessità di compiere il peccato, per immergersi nella vita, è denunciata alla quarta pagina del romanzo, quando ancora la storia non è iniziata e lo scrittore è impegnato a presentare la scenografia: i giovani, dice, «non sanno il peccato: hanno la purità della morte, non la purità della vita».Boine è consapevole che arriva alla «purità sostanziosa» soltanto chi ha molto peccato: fare, vivere, salire, provarsi e risolversi – «dobbiamo fare»– rappresentano le tappe di un percorso evolutivo che è negato a chi non si concede di affondare le mani nel fango della vita e decide di permanere nel ‘limbo’ della realtà, vergine e reso forte dalle illusorie sicurezze che consentono una severità giudicante.

Giovanni Boine, «Il peccato»: dalla «purità della morte» alla «purità della vita». Introduzione e prima parte

Matteo Lucca. L’opera d’arte come rivelazione

Pane, nutrimento, accoglienza, Terra, Uomo, sono queste le parole chiave della ricerca artistica di Matteo Lucca, nato a Forlì nel 1980 e laureato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua ricerca, che mira a stabilire un dialogo tra Uomo e Terra, si esprime attraverso diversi materiali, ma negli ultimi anni l’artista si è concentrato sull’uso del pane, realizzando sculture e installazioni per diversi contesti tra i quali: 2016 l’installazione “uomini di pane” nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi; 2017 presso Isorropia Home Gallery, Milano e Magazzeno Art Gallery di Ravenna; 2018 un ciclo di mostre presso i musei diocesani.

L’arte di Matteo Lucca è sacrale e rituale, e in tal senso l’opera finita va letta come una parte della Terra che abitiamo e di cui ci nutriamo: noi siamo pane, nutrimento per gli altri ma anche esseri umani piccolissimi di fronte alla maestosità e potenza della Natura, la cui voce si perde tra le nostre frenesie, ossessioni ed egoismi. Lucca si pone con delicatezza nei confronti della Terra e della sua opera da realizzare, perché sa di trovarsi a casa sua e sa che nella Natura c’è tutta la poesia di cui ha bisogno per sentirsi ispirato.

Le sculture di pane, ceramica, creta e terracotta ci ricordano che la Terra può essere anche un luogo da abbandonare e in cui perdersi, un vaso non perfettamente plasmato per noi umani che ci sentiamo padroni del mondo. Per Matteo Lucca invece la Terra è una casa accogliente da preservare senza lasciarsi troppo trascinare dagli slogan ecologisti e ambientalisti. La sua è un’arte primitiva e ancestrale che trasmette calore, da toccare con mano per riscoprire quanto il pane, anche se mangiato tutti i giorni, non stanca mai perché è sempre nuovo e ci riporta indietro nel tempo, all’origine di ogni cosa, ai primi due chicchi di grano che si sono abbracciati per formare il primo pane, il nostro cibo, la nostra rivelazione di fronte alla quale possiamo scoprirci fragili e impreparati; la cifra dell’essere umano.

Matteo Lucca

Lei realizza corpi umani con il pane. Come è nata quest’idea? Pensa che luomo sia così fragile o è solo una trovata artistica?
Il mio lavoro sul pane nasce come un naturale processo di ricerca che sento profondamente legato al mio vissuto personale. La necessità è stata quella rispondere alla domanda: come posso essere nutrimento per l’altro? Questo mi ha portato alla terra, al pane e all’uomo. Per diversi aspetti mi ha condotto verso un’origine simbolica e archetipica legata ai materiali, ai significati, e verso riflessioni sull’essere umano e sul corpo. Dal punto di vista pratico ho realizzato un mio calco in terracotta, ho costruito un forno a legna e lì dentro ho iniziato a cucinare le mie figure di pane. Inizialmente volevo fossero cotte bene perché dovevano essere opere da mangiare (e così è stato) ma non è sempre facile riuscire in questo intento in quanto il mio forno, fatto di bidoni, mattoni e lamiere, insieme al fuoco ingestibile, ha reso le cose difficili. Così, fin dalle prime volte ne sono uscite alcune figure troppo cotte. L’incidente si è fatto rivelatore di qualcosa che ha ampliato le prospettive e le riflessioni fin dall’inizio. Il mio approccio in questo lavoro è quello di essere una guida che interviene il minimo indispensabile: la mia funzione è quella di creare le condizioni affinché si inneschi un processo creativo e pormi piuttosto come accompagnatore di quell’evoluzione che è tendenzialmente autonoma. Il pane dentro allo stampo lievita e si cuoce, dove incontra la forma del corpo la calca, dove trova spazio fuoriesce e cresce liberamente seguendo un suo naturale processo di lievitazione. Il fuoco è l’elemento principale che dà vita a tutto questo. Il mio incontro con l’opera corrisponde alla rivelazione di qualcosa di sempre nuovo e sconosciuto, ma che mi è anche familiare e mi pone domande. A volte quell’incontro è profumato, mi porta in casa ed è denso di vita; altre volte mi porta a dover incontrare e accogliere il qualcosa che mi turba. Penso che questo turbamento abbia a che fare con la fragilità. Sì, penso che l’uomo sia fragile ed è una ricchezza immensa. È quando la fragilità si manifesta che la bellezza si svela o trova la via per esprimersi. È in relazione alla fragilità e al senso di finitezza delle cose che cerchiamo di evolvere. Negare la fragilità significherebbe perdere una parte di noi che ci rende capaci di emozionarci e amare. Significherebbe negare una verità che ci rende autentici e umani.  Quella fragilità vive nelle mie opere perché parlano di vita. Sta nelle crepe, nelle bruciature e nelle parti chiare, sta nelle parti mancanti e prese a morsi o consumate, nelle parti commestibili e non commestibili. Ritengo di avere grande rispetto per l’arte e l’essere umano, e di aver sempre mosso la mia ricerca artistica per soddisfare qualcosa di profondo. La trovata artistica la lascio ad altri con altri bisogni e con un altro senso etico.

Preferisce lavorare il pane o la ceramica?
Attualmente non so fare una scelta tra i due, li sento entrambi necessari, sia per gli aspetti simbolici sia per il diverso rapporto che stabiliscono con il corpo.  Nel pane il corpo è rappresentato ed è veicolo di contenuti. Nel lavoro con il pane, la terracotta è a servizio dell’opera, ma centrale nel processo. Diversamente quando utilizzo l’argilla come media principale, allora la rappresentazione del corpo scompare e diventa centrale l’azione e la relazione diretta del mio corpo sull’argilla. Sento che entrambi i materiali hanno un forte legame tra loro e con me, ma il pane non potrebbe esserci senza la terra.

Bread woman 2017

In un certo senso lei cuoce lessere umano nei forni. Cosa non le piace dellUomo?
È tutt’altro che così. Se si perde di vista il simbolo perdiamo il senso di ciò che realmente accade e si rischia di interpretare male. Nel forno non si cuoce l’essere umano ma vi prende vita. Il forno è simbolicamente inteso come ventre materno dentro il quale si genera la vita. Tutto il processo di panificazione è legato al tema della maternità e del femminile, tanto che anticamente in certe società solo le donne potevano fare il pane perché solo loro hanno confidenza col dare la vita e con l’atto di nutrire. Nonostante le mie opere risultino spesso scomode o inquietanti, tutto il mio lavoro parte dalla vita ed è inevitabile che, ricercando una verità, si presenti nel lavoro che faccio anche la morte perché entrambe parte della stessa cosa.

Qual è il valore sociale della sua arte?
Il valore sta nel tentativo di essere il più onesto e autentico possibile in ciò che faccio, l’arte non è che lo specchio di questo. Cercare di essere veri con sé stessi e di conseguenza con la propria arte è già un valore importante che si consegna alla società.

Cosa significa per lei offrire il proprio corpo come nutrimento per gli altri, quando per molti il corpo è solo un accessorio da portare in giro, da spettacolarizzare, da mercificare?
Per me è una direzione non facile, ma che guida le mie scelte. Essere nutrimento significa esserci per l’altro. Ciò mi mette spesso in contrasto tra il mio tentativo di voler riuscire nell’intento e il non riuscire perché in conflitto con i miei limiti e demoni. La differenza la fa il: “nonostante tutto esserci”.  Una riflessione che a volte ho fatto sul mio lavoro è stata proprio questa: le mie sculture, nonostante le loro parti non commestibili, le loro spaccature e spesso il loro aspetto poco invitante, sono fatte di pane e la loro condizione di esistenza è quella di essere cibo. Esserci, nonostante tutto come nutrimento. Questo aspetto mi fa pensare molto alle relazioni e a come costantemente ci inducono a fare i conti con noi stessi.  Quando il corpo diventa accessorio, spettacolarizzazione e merce perdono il valore di quell’esserci e di vivere quell’incontro. Forse anche questo è una risposta alla fragilità. A volte però è una scelta inevitabile o qualcosa di imposto, allora si apre un altro capitolo di riflessione.

Come ha vissuto e sta vivendo lemergenza Covid-19? Come pensa debba riorganizzarsi anche il sistema arte?
Come per tutti non è stato semplice vivere quel periodo. Non rientro nella categoria degli artisti che hanno avuto bisogno di produrre. Piuttosto è stato per me un momento per fare spazio e raccogliere. Ritengo che da questo punto di vista sia stato utile per me riuscire a fare questo, ci sono stati anche momenti belli e ricchi di intuizioni.  Riguardo il sistema dell’arte non saprei come si dovrebbe riorganizzare. In questo momento si vive il tentativo di rimanere aggrappati “al come è sempre stato” e al timore di muovere passi verso qualcosa di nuovo che rappresenta l’incognita e la paura di fallire. Sicuramente si dovranno riconsiderare i valori di base su cui si poggia la cultura e muoversi in funzione di quelli. Chi avrà il coraggio di fare scelte di senso e contenuti sarà ripagato in futuro, almeno, è ciò che auguro.

Mani, scultura in pane

Quale mostra le ha dato maggiori soddisfazioni?
Premesso che ogni mostra è per me una grande soddisfazione, forse la prima in classifica è quella che ha segnato l’inizio della mia stagione del pane. È stata nel 2016 nel cuore delle Foreste Casentinesi in un altopiano del parco chiamato San Paolo in Alpe. In quell’area avevo collocato 12 opere immerse nella natura. L’unico modo per arrivare era percorrere per mezz’ora un sentiero in mezzo al bosco per poi trovarsi in quello scenario nel quale si trovano ruderi di vecchie abitazioni contadine e di una chiesa. Era molto forte la relazione tra le mie figure, i ruderi ed il paesaggio. Senza parlare dell’odore del pane di quando si stava sotto vento. A quel primo evento ne sono seguiti altri, fra cui la prima mostra fatta con Isorropia Homegallery che ha rappresentato un altro momento decisivo della mia crescita.

Progetti in cantiere?
Per ora due mostre in Cina, per le quali spedirò a breve le opere, e un progetto teatrale nel quale sarà in scena un mio lavoro.

Si sente per certi versi un artista ambientalista?
Mi piacerebbe, ed esserlo di più. Diciamo che rappresenta un obiettivo e che ancora non mi sento di definirmi tale. Ma se osservo alcuni aspetti del mio lavoro nei materiali e nei contenuti allora posso essere tra gli ambientalisti. Non in una maniera diretta come potrebbe fare un attivista, ma in un modo in cui la riflessione che faccio sull’uomo va in una direzione naturale in cerca di un’autenticità della vita.

Racconti brevi della scrittrice Valeria Serofilli

UNA GRASSA RISATA
Ride l’americana di colore in sovrappeso sotto al mio balcone.
Una risata sana, grassa come lei, orgasmica, che dire? Il primo passo verso la felicità. Di fronte a lei un’altra americana, altrettanto grossa ma bionda. Risate che suonano anacronistiche in questo periodo di pandemia ma che è come se salissero al cielo, lame di luce a penetrare le nubi per poi ricadere salvifiche su reparti asettici, o almeno dovrebbero, di ospedali, e a rischiarare il grigiore dell’asfalto di strade semivuote.Ride l’americana di colore in sovrappeso, forse incurante della situazione o forse, proprio di quella ride.

Valeria Serofilli

31 ottobre 2020

LA GABBIA

Deliziava i pranzi e le cene dei commensali. Una voce celestiale, potente,  per quella gabbietta dieci centimetri per cinque o forse lo era proprio per quella gabbietta. Lei apprezzava il canto senza chiedersi da dove provenisse, senza domandarsi quale ne fosse lo strumento.

E si stupì molto quando quel giorno il padrone del locale le parlò del merlo, portandola a vedere la gabbia appesa al muro: si stupiva che un piccolo essere così nero, così esile, dalle ali untuose ormai atrofizzate, potesse produrre suoni che toccavano le corde più intime del cuore.
Poi un giorno non lo senti più e ai suoi pranzi, nonostante avesse accanto l’amore della sua vita, da quel momento mancò qualcosa.

NON PORTO FIORI

Correva felice Luisella, sulla sua piccola bicicletta rossa. Ma l’impeto con cui pedalava aveva qualcosa di strano o almeno così appariva ai miei occhi, quasi una sorta di sfogo, un accanimento. – Mamma perché ha le labbra viola?- Si è affaticata troppo – mi rispondeva lei sottovoce. Numerose volte mi ero recata nella piccola corte a giocare con Luisella. Poi un giorno mi dissero che era andata a Milano perché si doveva operare. Ricordo che l’appuntamento successivo fu direttamente in quello spazio cimiteriale con cui, prima o poi, tutti ci dobbiamo confrontare. Non vedendo Luisella, rivolsi a mia madre la domanda più ingenua, scontata e senz’altro la più tremenda, che solo una bambina può concepire – Dov’è Luisella? – È là – mi rispondeva sottovoce – Là dentro?!! –  Iniziai a piangere terrorizzata.Ricordo che l’avrei voluta accarezzare ancora una volta, vederla pedalare con le treccine al vento ancora una volta. Forse è iniziato  allora il mio difficile rapporto con i cimiteri. Scusa mamma se adesso non ti porto fiori.

Copyright Valeria Serofilli
Tutti i diritti riservati
Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

Maurizio Bianucci: “Il cinema è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità’

Maurizio Bianucci, romano, classe 1969, è un attore e cantante il cui nome a molti non dirà nulla, ma la sua passione per il teatro e per il cinema, genuina e supportata da una cultura della materia non indifferente, dalla curiosità, e dall’umiltà. Lo si capisce dal modo in cui Bianucci parla e considera il pubblico, dal rispetto che ha per i grandi maestri del passato e anche del presente, e in virtù della tanta gavetta fatta senza scendere a compromessi con la sua idea di Arte senza però esonerare il pubblico, lo spettatore, spesso indolente, dal suo importante ruolo in questo settore, ora in sofferenza più che mai data l’emergenza Covid.

Bianucci ha iniziato la sua formazione presso la Scuola Internazionale di Teatro “Circo a Vapore” di Roma diretta da E. G. Lavalleè e la Scuola di recitazione “La Ribalte” di Enzo Garinei per poi seguire un Seminario sul Metodo Strasberg con Dominic De Fazio (Actor Studio). Ha proseguito con gli Studi di Commedia dell’arte con Contin e Merisi, quelli di Canto con M° Caio Bascerano e Patrizia Troiani  fino agli Studi di teatro al DAMS di ROMA TRE. Ha insegnato recitazione presso gli Ist. Sup. Statali Q. Sella e G. Romano e nei corsi di teatro integrato per poi approdare agli spot pubblicitari e a ruoli in film e serie TV di successo quali “L’Aquila – Grandi Speranze” RAI 1 – Idea Cinema – regia Marco Risi,  “La Compagnia del Cigno” RAI 1, “Aldo Moro – Il Professore“ RAI 1 – Aurora TV – regia F. Miccichè, “Suburra – la serie” Netflix/RAI 2 – Cattleya 2017 (stag. 1)– regia Placido-Molaioli- Capotondi. Per il cinema ha preso parte al film “Fuorigioco” con Toni Garrani per la regia Benso – RioFilm 2015 selezionato per il David di Donatello 2016, “Il ritorno di Grosjean” corto – 2014 regia F. Longo – RioFilm
selezionato anch0esso per il David di Donatello 2015; è in uscita al cinema con “L’amore a Domicilio” con Miriam Leone per la regia Corapi – Prod. WorldVideoProduction.

Molto ricca la sua attività in teatro per il quale segnaliamo: “Ti hanno portato via all’alba” regia F. Giuffrè 2010 “Emigranti” regia C. Benso 2008/2009 “Memorie” regia F. Giuffrè con Jinny Steffan – tratto da Lo Zoo di Vetro – 2006 “Storia di Beatrice” regia R. Petrone – 2003 “Attore… per quel po’ che si guadagna” Varietà di e con M. Bianucci – 2003 “La Scoperta de l’America”, musiche di M. Bianucci – regia P. Bonini – 2001.

Da buon estimatore di Chaplin, Bianucci, vincitore del Premio Crocitti riservato ad attori sconosciuti ma di talento, non può non essere poeticamente nostalgico del cinema che fu, per il quale “è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità,” che tuttavia, anche oggi gli offre molti stimoli per continuare a lavorare con questa grande passione, puntando sulla qualità, sullo studio, e sulle ispirazioni del passato e perché no anche dagli spot pubblicitari che entrano prepotentemente nelle nostre case cui Bianucci ha preso parte con eleganza e rispetto, come ad esempio a quelli della Bauli, Vodafone, Mediolanum, lavorando sempre con professionisti.

 

1 Cinema, teatro, spot pubblicitari, musica, in quale ambito si sente più a suo agio?
Ho lavorato in tutti questi settori, ma il teatro e la musica mi mettono più a mio agio degli altri, suppongo perché ho iniziato da bambino. Avevo 12 anni, ero in una filodrammatica di ragazzini e portavamo in scena i testi di Shakespeare, Cecov, Cervantes e il livello di formazione era davvero alto. Sono stato educato con queste discipline artistiche che hanno si accresciuto il mio talento, ma soprattutto mi hanno formato come persona. Sul palco mi sono sempre sentito a mio agio, come a casa mia, il pubblico è il mio ospite a cui non si fa mancare nulla.
Mi diverto molto anche con le pubblicità, ne ho girate tante, mi hanno permesso di lavorare con grandi professionisti del settore, sono set dove si respira una grande professionalità.
Il cinema infine è per me una seduzione, mi affascina, è un punto di arrivo, seppur mi mette ansia e questo non so come spiegarlo. Nonostante la mia prima esperienza sul set risalga al 1991, ho sempre con me un po’ di ansia quando devo girare, non mi è mai passata. Ovviamente tutte le paure spariscono al primo ciak, ma prima e dopo il ciak per me sono momenti difficili e qualche notte insonne.
Per concludere, posso dirti che considero il teatro mia madre e il cinema la mia amante. Così credo sia chiaro il mio rapporto con loro.

2 Prova nostalgia per il cinema italiano degli anni d’oro?
Io sono nostalgico per indole, anche se crescendo sto abbandonando questa debolezza. I film del passato, italiani o stranieri, mi sembrano sempre più belli degli attuali. Inoltre se per cinema degli anni d’oro intendi quello strettamente legato al boom economico italiano, dal dopoguerra in poi, direi proprio di si.
Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Risi, Lattuada, Germi, Antonioni e altri, più o meno blasonati, sono la spina dorsale del nostro cinema, che con i loro film hanno offerto grandi spunti di riflessione sulla nostra società, alle volte nascosti anche in una risata. Sono artisti che dal Neorealismo, con la volontà di staccarsi dal genere dei “telefoni bianchi”, hanno accompagnato la cinematografia italiana a livelli altissimi e hanno preparato la strada per quei giovani registi che si stavano affacciando proprio in quegli anni. Ad esempio Bertolucci o Bellocchio che porteranno a loro volta un nuovo cambiamento, uno stile più coerente a loro stessi e una nuova era lucente del nostro cinema.
E’ difficile quindi contrassegnare gli anni d’oro in un solo momento specifico. Quando c’è fermento, il seme gettato a terra dà di certo frutti, che a loro volta ne daranno altri. Pensa che solo nel 1960 nelle sale c’erano film come Rocco e i suoi fratelli, La dolce vita, La Ciociara, L’avventura, ma anche il Mattatore e Signori si nasce. Un anno dopo è il turno di Accattone di Pasolini e poco dopo Bertolucci con Prima della rivoluzione.
Come non essere nostalgico allora? La fatidica frase “ma che fanno al cinema oggi?” in quel periodo trovava facilmente una risposta e ampia scelta.

3 Cosa pensa del cinema italiano di oggi?
Devo necessariamente collegarmi alla risposta precedente. Gli stimoli che hanno dato vita ai grandi periodi storici del nostro cinema, venivano da una fame culturale, da un enorme curiosità, dalla capacità di osservare da vicino la realtà e dalla incessante voglia di cambiamento. In questo ultimo ventennio ne vedo pochi di questi esempi. Non posso non citare Garrone, Sorrentino o Virzì tra quelli che mi piacciono molto e hanno queste caratteristiche, oppure Ivano De Matteo con la sua grande capacità scarna di osservare e filtrare la realtà. Vedo però nuove leve farsi strada e questo mi fa ben sperare. Inoltre quando si parla di cinema si parla di tutto un sistema produttivo enorme, pesantissimo, aggrovigliato tra burocrazia e arte, che non facilita di certo la realizzazione di un film. Credo che il sistema produttivo debba alleggerirsi, debba in futuro essere più dinamico e svincolarsi in parte dalle logiche in cui si è bloccato, lasciando più libertà all’artista. Ecco, manca un po’ di coraggio, siamo stretti in meccanismi viziati e astringenti, che alla fine non fanno che ridursi nel produrre film molto simili tra loro.

4 Chi sono i suoi punti di riferimento culturali?
Tanti, del resto i riferimenti culturali di ognuno sono mutevoli, cambiano nel tempo secondo il nostro livello e la nostra età. Alcuni però non li perdi mai, non li dimentichi. I miei primi riferimenti giovanili sono legati alla cultura di Roma e allo spettacolo popolare in genere, passando per la Commedia dell’Arte fino al Musical. Sono un cultore di Petrolini, dei poeti romaneschi, del Varietà Italiano, a cui tra l’altro ho dedicato più di uno spettacolo. Parallelamente però, mentre leggevo Maupassant e mi incuriosivo di Caravaggio e Matisse, avevo già portato in scena, con la compagnia di filodrammatica, i testi di Shakespeare e approcciavo alla letteratura Russa, partendo da Cecov per arrivare a Gogol e finire con lo scoprire Stanislavskij. Alla fine, neanche a farlo apposta, dopo i Russi sono arrivati gli Americani con Strasberg. Per gli attori Strasberg e Stanislavskij sono un punto di riferimento per la tecnica moderna di recitazione, ma anche un modo con cui riempirsi la bocca al solo suono di “Metodo Stanislvskji – Starsberg”. Allora, la mia passione per la Commedia dell’Arte è rigurgitata fortemente, intesa non solo come tecnica, ma come conoscenza di quell’affascinante mondo della vita delle compagnie di giro dal 1500 in poi. Ho riferimenti confusi come vedi, ma credo sia naturale, un artista ha bisogno di tutto, deve nutrirsi e digerire ogni cosa.

5 Cosa significa per lei aver vinto il Premio Crocitti?
Che bel momento mi fai ricordare! Quel premio è stato uno stimolo a non fermarsi, chiudeva un periodo fruttuoso per me – avendo da poco lavorato per Netflix in Suburra la prima serie e per la Rai ne La Compagnia del Cigno, L’Aquila grandi speranza e altre fiction – e ne apriva un altro. Infatti poco dopo è uscito nelle sale il film L’amore a Domicilio con Simone Liberati e Miriam Leone, per la regia di Corapi. Vincenzo Crocitti, che vinse il David Di Donatello e i Nastri D’Argento per la sua interpretazione ne Un Borghese piccolo piccolo, ha una lunghissima carriera cinematografica televisiva e teatrale alle spalle e chi lo ha conosciuto personalmente ne parla come una persona di grande umiltà. Il senso del premio Crocitti è proprio questo, premiare anche gli attori poco conosciuti ma che si sono distinti, a giudizio del Comitato e del Direttore Artistico Francesco Fiumarella, per umiltà talento e lunga gavetta. Li ringrazio ancora per aver riconosciuto in me queste caratteristiche. Ho ricevuto il premio il 7 dicembre 2019 insieme ad altri bravi artisti e sono stati assegnati 2 premi alla carriera, a Paolo Bonacelli e Francesco Nuti.

6 Cosa rende secondo lei un film un capolavoro?
Non credo si possa dare una definizione assoluta. Posso dirti che per me il capolavoro è qualcosa che spiazza le tue sicurezze, che ti parla dentro, che ti scava, trova un posto nella tua anima e non va più via. Non basta che un’opera d’arte sia tecnicamente perfetta se non ti parla dentro, per essere un capolavoro deve averti sconvolto. Per farti un esempio, personalmente il mio capolavoro cinematografico è Ultimo tango a Parigi. Mi distrugge ogni volta che lo rivedo e penso che non ci sia nulla di simile in tutta la cinematografia.

7 Chi sono stati i suoi “maestri” e cosa le hanno insegnato maggiormente?
I “maestri” sono stati tanti, ma sono quelli che purtroppo non ho potuto incontrare. Charlie Chaplin, Petrolini e Walter Chiari mi hanno insegnato tanto. Mi soffermo solo su Chaplin di cui ho divorato l’intera sua cinematografia; per un anno di seguito, tutti i giorni, non facevo altro che guardare i suoi film e leggere libri su di lui, sperando di poter rubare un pizzico della sua tecnica, ma soprattutto della sua anima. Da lui ho appreso la potenza di un gesto, non vuoto, un gesto pieno di verità, non un gesto qualunque. Chaplin mi ha insegnato che un solo gesto, se correttamente motivato, racconta tutta un’azione e può raccontare anche un intero personaggio. Poi ho avuto tanti bravi insegnanti, già dalla mia infanzia fino alle scuole di teatro che ho frequentato col passare degli anni. Sono stato fortunato, ho incontrato persone che ne sapevano di pedagogia e che amavano insegnare. Porto con me tutto quello che mi hanno dato e che ho potuto donare a mia volta, quando ho insegnato recitazione nelle scuole superiori e nei laboratori di teatro integrato.

Suburra, la serie

8 “Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce”, diceva Cocteau, la pensa anche lei allo stesso modo?
Se lo diceva Cocteau non posso che trovarmi d’accordo. Non ho la capacità di formulare una immagine così poetica, ma ti racconto questa cosa. Molti anni fa ero alla Libreria del Cinema di Roma, un luogo meraviglioso oramai chiuso, in cui ho passato anni a leggere libri, vedere film, conoscere artisti e bere vino. Quel giorno stavano girando un piccolo documentario ad uso interno della libreria, mi ci trovai in mezzo e mi chiesero di rispondere a questa domanda: ”Che cosa è il cinema?”. Io d’impatto risposi “…è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità”. A farmi la domanda era il regista Antonello Grimaldi che, dopo aver sentito la mia risposta e aver dato lo stop alla macchina da presa, mi fissò qualche lungo istante. Ecco, ora che ci penso di nuovo, forse il cinema è li, tra la mia risposta e il lungo silenzio del regista.

9 Quali lavori le hanno procurato maggior emozione e allo stesso tempo grande agio nella parte che doveva interpretare?
In teatro ho sempre lavorato in spettacoli molto ben fatti, ma nel cuore ho Emigranti di Slamovir Mrozek, uno spettacolo con un grande successo di critica e pubblico, regia di Carlo Benso. Due uomini, di diversa estrazione e pensiero, vivono da emigrati in uno scantinato lontano dalle famiglie. L’inevitabile scontro fra le due personalità sfocerà in liti, scherzi crudeli, confessioni, sogni e delusioni di entrambi. E’ la notte di Capodanno e sono soli con le loro frustrazioni, a fargli compagnia solo i rumori fuori della festa e gli scarichi dei tubi. E’ stato duro affrontare il mio personaggio, un intellettuale che è scappato dalla propria terra per poter scrivere la sua grande opera letteraria che mai completerà, è stata una sfida con me stesso oltre che una prova d’attore non da poco. Dopo i primi mesi di prove e un continuo scontrarmi con il mio personaggio ho cominciato ad intravedere che in me c’era molto di lui, allora mi sono lasciato andare ed il resto è venuto da se.

1o C’è polemica intorno al film di Vanzina, Lockdown all’italiana. Cosa ne pensa di tale polemica e come sta vivendo lei e il mondo dello spettacolo e della cultura questo difficile momento?
Non sono uno spettatore di Vanzina, ho visto solo pochi minuti della sua intera cinematografia, quindi glisso su eventuali giudizi sulle sue opere o su polemiche intorno al suo film. Il mondo dello spettacolo, da sempre in sofferenza, ora più che mai avrebbe bisogno di essere ripensato sia dai politici che dagli addetti ai lavori. Non dovrebbe essere lasciato così in agonia perché, quando questo momento difficile per tutti sarà finito, ho timore che quello che si sarà spento durante, avrà bisogno di anni per riaccendersi. Non mi fermerei a ragionare sulla situazione attuale, che oggettivamente non permette di lavorare con la serenità di prima, ma bisogna fin da ora progettare il dopo, affinché il settore della cultura non sia sempre un fanalino di coda nella nostra economia. Ci vuole un’apertura mentale maggiore da parte di tutti, anche dello spettatore, e molta lungimiranza per una rinascita più ampia del cinema, del teatro e di tutto il mondo della cultura. In questo senso ci vengono incontro le nuove realtà distributive come Netflix o Amazon, dove si trovano film o serial molto interessanti, coraggiosi, dove puoi vedere opere che non hanno trovato spazio con la distribuzione classica. Intendiamoci, un film è meraviglioso visto nella sala cinematografica, ma le cose sono cambiate e anche le sale, che non devono chiudere, devono trovare un nuovo modo per riprendersi l’attenzione del pubblico.

Sul set del film “L’amore a domicilio”

11 Progetti in cantiere?
Certo, anche se è preferibile non parlare di cose che non esistono ancora, ho alcuni progetti e si tornerà nella mischia appena questo momento sarà finito e saremo tutti più sereni. Uno posso svelartelo; un progetto in particolare è quello di portare in scena l’opera teatrale “Gocce d’acqua su pietre roventi” di Fassbinder, da lui mai realizzata. E’ un testo molto duro, messo in scena raramente, ed è diventato un bellissimo film nelle mani di Ozon. Ho una mia visione particolare del testo ma ho bisogno di sostegno, di un produttore e un teatro che accolga uno spettacolo così.

Book Pride Link dal 22 al 25 ottobre: torna la Fiera dell’editoria indipendente

Book Pride torna nel 2020 con una veste nuova: Book Pride Link. La Fiera Nazionale dell’editoria indipendente con la direzione editoriale di Giorgio Vasta, promossa da ADEI, Associazione degli editori indipendenti, si presenta con un’edizione speciale che vede uniti editori e librai indipendenti in una grande iniziativa di promozione della lettura.
Il tema scelto per questa edizione è Leggere i Venti, con un programma che ha il suo epicentro nelle giornate del 22, 23, 24 e 25 ottobre.

Book Pride approda per la prima volta al digitale, con un format innovativo, offrendo a tutta l’editoria indipendente un’occasione di incontro con il largo pubblico oltre i confini fisici, senza rinunciare alla possibilità di vendita del libro prevista comunemente nelle fiere.
Dal 22 al 25 ottobre una piattaforma interattiva metterà insieme circa 70 editori e oltre 100 librerie indipendenti sull’intero territorio nazionale, con uno speciale catalogo Book Pride.

Ogni editore allestirà all’interno della piattaforma un proprio stand virtuale in cui il lettore potrà scoprire le ultime novità e il catalogo, approfondire contenuti inediti, interagire con le redazioni e con gli autori. Gli stand saranno dotati di una sala virtuale in cui saranno proposti eventi e presentazioni pensati appositamente per la manifestazione intorno al tema Leggere i Venti.

Appuntamenti in diretta streaming e contributi video realizzati ad hoc saranno trasmessi sulla piattaforma. Nelle stesse date si svolgeranno anche eventi in presenza grazie alla collaborazione tra gli espositori e i librai aderenti alla manifestazione, che li ospiteranno all’interno dei loro spazi, nelle diverse regioni italiane. L’organizzazione degli eventi fisici dipenderà dall’evolversi dell’emergenza sanitaria, saranno comunque realizzati in conformità alla normativa vigente o in streaming.

Il nutrito programma di Book Pride Link si articolerà in dialoghi, reading, tavole rotonde con scrittori, fumettisti, editori, intellettuali, artisti e studiosi.

Tra gli ospiti coinvolti: Pierdomenico Baccalario (Emons), Giorgio Ballario con Luca Crovi (Edizioni del Capricorno); il cantautore Francesco Bianconi con il fumettista Igort; Sarah Blau (Carbonio); Alessandro Bonaccorsi con Guido Scarabottolo (Terre di mezzo editore); Laura Bosio (Enrico Damiani Editore); Marta Canfield (Le Lettere) con Attila Scarpellini e Marco Benacci; Valeria Della Valle e Giuseppe Patota (Treccani Libri) con Giordano Meacci; Nino De Vita (Le Lettere) con Francesco Targhetta, Roberta Durante e Diego Bertelli; Renato De Rosa (Carbonio Editore) con Marco Malvaldi; il musicista Davide Boosta Dileo con Veronica Raimo; Paolo Di Paolo; Daniela Gambaro (Nutrimenti); ecc…

Book Pride dedica alcuni appuntamenti, a cura di Alessandro Gazoia, alle emergenze che coinvolgono il pianeta, dal clima alla pandemia.
In programma una lectio di Emanuele Coccia e tre dialoghi.
In un momento in cui la società e il settore dell’editoria si trovano ad affrontare uno scenario complesso, la cultura assume un ruolo fondamentale. Per questa ragione Book Pride Link ha costruito una rete di collaborazioni con alcune realtà italiane e internazionali: manifestazioni e festival culturali, Istituti italiani di Cultura all’estero e biblioteche, nella convinzione di dover dare spazio alle diverse frontiere culturali nel mondo.

Book Pride Link ospiterà quattro incontri per la serie Le parole delle canzoni, in collaborazione con il festival Piazza della Enciclopedia di Treccani. “Le parole valgono” è uno spazio di riflessione nato sui social Treccani dedicato all’uso innovativo della lingua italiana nella nostra musica pop, indie, rap e trap. Dialoghi a tema socio-linguistico che coinvolgono musicisti, scrittori e fumettisti, tra cui: il cantautore Francesco Bianconi; il musicista Boosta, pseudonimo di Davide Dileo, insieme alla scrittrice Veronica Raimo; il cantautore Giovanni Truppi con la scrittrice Nadia Terranova e infine Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina del duo La Rappresentante di Lista con la sociolinguista Vera Gheno.

Nelle giornate di Book Pride Link ricorre la XX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, una delle più importanti iniziative di celebrazione della lingua italiana promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Book Pride, attraverso la collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Tokyo, Melbourne e Sidney, si fa strumento per favorire la conoscenza della produzione letteraria indipendente italiana all’estero. Propone una selezione di 12 titoli significativi di autori italiani – dieci opere di narrativa e due graphic novel – pubblicati o riediti negli ultimi dieci anni da case editrici che hanno partecipato almeno una volta a Book Pride. Gli Istituti veicoleranno questa selezione ad agenti e case editrici estere per ottenere eventuale pubblicazione delle opere proposte.

Gli Istituti di Cultura parteciperanno inoltre alla fiera con un proprio stand e con un programma di iniziative, tra cui l’incontro Salvi imprevisti e il graphic novel italiano dell’Istituto di Tokyo con Lorena Canottiere in dialogo con Uno Takanori, e Fumetto e Storytelling con Lorena Canottiere, Manuele Fior e Thomas Campi, coordinato dagli istituti australiani.

 

 

‘Cambiare l’acqua ai fiori’ di Valerie Perrin, il caso letterario del momento: un libro costruito a regola d’arte

Vincitore nel 2018 del Prix Maison de la Presse, presieduto da Michel Bussi, con la seguente motivazione: “un romanzo sensibile, un libro che vi porta dalle lacrime alle risate con personaggi divertenti e commoventi”, Cambiare l’acqua ai fiori, della francese Valerie Perrin (edizioni e/o) è divenuto un fenomeno virale grazie al passaparola tra lettori, romanzo la cui forza dell’empatia che l’autrice ha conferito ai suoi personaggi, soprattutto alla sua protagonista di Cambiare l’acqua ai fiori, Violette Toussaint (in italiano significa Ognissanti) che ricorda la protagonista de L’eleganza del riccio, la quale ha avuto un’infanzia difficile, dapprima in orfanotrofio e poi, durante l’adolescenza, sballottata da una famiglia affidataria all’altra. Violette nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una vita piena di misteri.

Tuttavia, nonostante le difficoltà, Violette cresce bene. “Mi tengo dritta, è una mia peculiarità. Non mi sono mai piegata, neanche nei periodi di maggior dolore. Spesso mi chiedono se abbia fatto danza classica. Rispondo di no, che è stata la quotidianità a darmi una disciplina, a farmi allenare ogni giorno alla sbarra e sulle punte”, dice. Conosce un ragazzo, Philippe Toussaint, un nullafacente, nel bar, dove saltuariamente fa la cameriera, e se ne innamora. O forse, vuole dare il nome di amore a qualcosa di diverso, perché l’amore lei non lo ha mai conosciuto, almeno fino a quando, da quello strano rapporto, nasce sua figlia, Leonine.

Ma il destino avrà in serbo per lei altre avversità, perché “la vita non è che una lunga perdita di tutto ciò che si ama”. E solo come custode in un piccolo cimitero di una cittadina della Borgogna, Violette troverà un po’ di quiete. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale. Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto.

Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime, che parevano nere, si rivelano luminose. Attraverso incontri, racconti, flashback, diari e corrispondenze, la storia personale di Violette si intreccia con mille altre storie personali in un caleidoscopio di esistenze che vanno dal drammatico al comico, dall’ordinario all’eccentrico, dal grigio a tutti i colori dell’arcobaleno. La vita di Violette non è certo stata una passeggiata, è stata anzi un percorso irto di difficoltà e contrassegnato da tragedie, eppure nel suo modo di approcciare le cose quel che prevale sempre è l’ottimismo e la meraviglia che si prova guardando un fiore o una semplice goccia di rugiada su un filo d’erba.

Consolando gli altri, Violette capisce che “c’è qualcosa di più forte della morte, ed è la presenza degli assenti nella memoria dei vivi … perché la sepoltura più bella è la memoria degli uomini”.

Di questo libro, osannato anche dalla critica nostrana, si è usata un’espressione abbastanza banale, ovvero “entra nel cuore del lettore”che si adopera quando si ha poco da dire su un libro che piace ma che non ha sale e per scrivere un buon libro non basta una buona storia qual è quella di Come dare l’acqua ai fiori.

Una storia che prende certamente quella della Perrin in cui ognuno di noi può immedesimarsi, complice la scorrevolezza della lettura: la trama è un susseguirsi di tragedie, piccole letizie, ricadute, frasi scontate sul concetto di morte, frasi confezionate ad hoc per i social. La struttura del libro è fatta a regola d’arte, una alternanza tra la narrazione del presente e quella del passato, con l’inserimento di diari privati, trascrizioni di dialoghi, lettere e ricordi nostalgici, quasi tutto in prima persona, una mossa editoriale vincente. Come l’incipit:

“I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mangiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità. (…) I miei vicini sono morti”. 

 

Come libro da ombrellone, il delicato Cambiare l’acqua ai fiori è l’ideale, alla fine però non resta granché. Nulla che possa davvero scuotere o indurre a rileggere i punti salienti. Se ne esce illesi, dopo essersi chiesti all’inizio del libro chi fossero i responsabili del dolore della protagonista e naturalmente come andrà a finire la vicenda.