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Daria Kryukova: “Sogno una Russia che sia davvero una federazione, con regioni autonome, non satelliti del Cremlino”

L’attivista russa Daria Kryukova è nata e cresciuta a Dubna, città scientifica nella regione di Mosca, dove ha conseguito la laurea in sociologia, per poi costruire una carriera come product manager nel settore IT.

L’Italia l’aveva già nel cuore prima di arrivarci: ci era tornata molte volte come turista, attratta dalla cultura, dalla lingua, dalle persone. Nel 2022 si è trasferita qui definitivamente. Ha conseguito una laurea magistrale in Business Administration all’Università di Bologna e oggi vive e lavora a Milano.

Nel tempo libero ama viaggiare, fare trekking e hiking, andare in palestra, pedalare e guardare serie tv di qualità. Parla tre lingue — e conta di non fermarsi qui. Considera la libertà il valore più importante della vita — e la conoscenza delle lingue la ricchezza più grande che si possa avere.

Daria è molta attiva sui social che usa per informare sulla reale condizione di vita dei russi.

 

  1. Quando sei scappata dalla Russia per venire in Italia?

Sono partita dalla Russia il 7 marzo 2022 e sono arrivata in Italia l’8 marzo — Festa della donna, una data che non dimenticherò. All’inizio di marzo erano entrate in vigore le leggi sulla censura militare, e qualcuno mi aveva già denunciata alle autorità. Ho deciso di non aspettare.

Sono arrivata con venti euro in tasca — non perché fossi povera: in Russia avevo un buon lavoro nel settore IT e una vita stabile. Il problema era che le carte Visa e Mastercard russe avevano smesso di funzionare all’estero da un giorno all’altro. Cambiare i rubli in euro era impossibile: nelle prime settimane di guerra i russi avevano svuotato tutti i cambiavalute nel panico, e fisicamente non c’erano più euro disponibili. Ho racimolato quello che avevo.

C’è qualcosa di simbolico in quei venti euro. La guerra e le sanzioni hanno colpito simultaneamente — i cittadini russi comuni da un lato, e dall’altro le stesse persone che quella guerra non la volevano. Non ero una vittima del sistema occidentale: ero una vittima del mio stesso governo, rimasta intrappolata nelle conseguenze di decisioni che non avevo mai condiviso.

I primi tempi ho vissuto da amici straordinari — russi che avevano aperto la loro grande casa fuori Roma ai rifugiati ucraini, e anche a me. Poi ho fatto domanda all’università e mi sono trasferita a Rimini.

 

  1. Come hai reagito quando hai constatato che anche qui in Italia ci sono molti fan di Putin?

È stato uno shock, e in un certo senso lo è ancora. Quando sento qualcuno che, sapendo che sono russa, mi dice che Putin è un grande leader e che la Russia è una grande potenza — non so ancora bene come reagire. L’ho notato già nei primissimi giorni di guerra; col tempo i sostenitori di Putin hanno smesso persino di nascondersi.

Lo spiego con tre dinamiche. La prima è storica: italiani e russi si sono sempre sentiti vicini. In Russia, fin dai tempi sovietici, il cinema e la musica italiana fanno parte dell’immaginario collettivo. E gli italiani ricambiano — per ragioni culturali, turistiche, e qualcosa di più difficile da definire. L’ho vissuto sulla mia pelle: anche alla questura, nella primavera del 2022, vedendo il mio passaporto russo mi hanno trattata con gentilezza e simpatia. Altrove molti russi cercavano di nascondere le proprie origini per evitare ostilità. In Italia no. Ma questa stessa apertura ha un rovescio: si tende a confondere Putin con la Russia.

Ed è importante capire che questa confusione non è accidentale. È il risultato di decenni di lavoro deliberato del Cremlino. Putin ha costruito sistematicamente l’equazione: io sono la Russia, la Russia sono io. Criticare Putin significa — nella logica di questa narrativa — odiare la Russia e i russi. È una trappola retorica, e molti in buona fede ci cadono.

La seconda dinamica è la propaganda. Pochi paesi in Europa hanno permesso alla propaganda russa — incluso RT — di operare così iberamente, sia prima che dopo l’invasione.

La terza è ideologica: in Italia c’è una forte tradizione anti-americana e anti-NATO, e una parte della sinistra nutre ancora nostalgia per l’URSS. In questo contesto Putin viene percepito come un’alternativa al mainstream occidentale, paradossalmente persino come figura anti-imperialista — come se l’imperialismo fosse sinonimo esclusivo degli Stati Uniti. Ho capito una cosa: in Italia basta dire che “la Russia ha sconfitto e umiliato gli USA/NATO/UE” e il giorno dopo ti invitano in tutti i talk show come esperto.

 

 3 Qual è l’aspetto della propaganda russa più trascurato?

La propaganda russa funziona come ogni buona propaganda: prende un frammento di verità e ci costruisce attorno un edificio di menzogne. 

L’errore più comune è pensare che la propaganda russa funzioni convincendo. Non è così. Il suo obiettivo principale non è far credere qualcosa di specifico — è distruggere la capacità stessa di distinguere il vero dal falso. Quando tutto sembra propaganda, quando ogni fonte sembra di parte, le persone smettono di cercare la verità e si rifugiano in ciò che già credono. È lì che il Cremlino vince.

In questo senso, la cosa più trascurata non è un singolo messaggio, ma un’infrastruttura: quella della sfiducia sistematica. RT non esiste per informare i suoi spettatori — esiste per convincerli che non esiste informazione affidabile.

Il secondo aspetto sottovalutato riguarda i canali. La propaganda russa non raggiunge il suo pubblico in Italia attraverso i nazionalisti di destra — li raggiunge attraverso l’anti-americanismo della sinistra, attraverso un riflesso culturale profondo e legittimo che viene però strumentalizzato. È una judo ideologico: si usa la forza dell’avversario contro di lui.

C’è poi qualcosa di ancora più concreto e quasi invisibile: il reclutamento dei bambini. L’Anti-War Committee of Russia ha documentato come lo Stato russo organizzi campi estivi — anche per minori russi e stranieri — che sono in realtà strumenti di indottrinamento sistematico. Nessuno ne parla abbastanza.

E infine: la contro-narratzione occidentale ha contribuito al problema. Rispondere con “i russi sono tutti orchi, una civiltà perduta” non è analisi — è un altro tipo di propaganda. E in paesi come l’Italia, dove l’opinione pubblica è sensibile alla retorica della demonizzazione e ai russi, questo approccio non convince nessuno. Peggio: delegittima le voci russe critiche, quelle che potrebbero essere i veri alleati dell’Occidente in questa guerra.

 

4 Quali sono le maggiori difficoltà in Russia per una ragazza come te?

Prima della guerra, la difficoltà principale era l’impossibilità di partecipare alla vita politica — né come candidata, né come elettrice per chi avrei voluto. Chi governava la Russia non mi ha mai rappresentata.

L’annessione della Crimea nel 2014 fu uno shock. Ma uno shock ancora più grande fu la reazione di quasi tutte le persone che conoscevo: erano contente. Fu lì che cominciai a capire quanto fossi sola in quella visione del mondo.

La guerra ha diviso la mia vita in un prima e un dopo. Restare in Russia avrebbe significato firmare ogni giorno un compromesso con la propria coscienza. Tacere quando si vorrebbe urlare. In molti lo fanno — e li capisco. Ma per me sarebbe stato insopportabile.

Quello che voglio però sottolineare è che la mia storia non è eccezionale. È la storia di centinaia di migliaia di russi che hanno lasciato il paese nel 2022 — intellettuali, professionisti, giovani — non per opportunismo, ma per una scelta morale precisa. È una frattura generazionale che la Russia porterà con sé per decenni: il paese ha espulso, o costretto ad andarsene, esattamente le persone di cui avrebbe bisogno per ricostruirsi.

5 Come funziona il mercato del lavoro in Russia?

Prima della guerra, il mercato del lavoro russo — almeno a Mosca — assomigliava per certi versi a quello americano: dinamico, competitivo, con una mobilità reale. Sapevo che se avessi perso il lavoro, ne avrei trovato un altro in poco tempo. Quella certezza è sparita.

Dopo il febbraio 2022 il mercato ha attraversato tre fasi distinte. La prima è stata una scarsità improvvisa: circa un milione di russi sono emigrati, decine di migliaia sono andati al fronte — e continuano ad andarci. Il mercato del lavoro si è ritrovato letteralmente svuotato. Le imprese militari, inondate di commesse statali, hanno cominciato a offrire salari altissimi per attrarre manodopera, e i salari nominali sono cresciuti in tutti i settori.

Ma — ed è qui il punto cruciale — i redditi reali disponibili non sono cresciuti. Lo sappiamo da un dato semplice e brutale: la quota di spesa alimentare sul reddito delle famiglie russe è rimasta costante al 39%. Secondo la legge di Engel, quando i redditi reali aumentano, questa percentuale scende, perché le persone possono permettersi altro. Se è rimasta ferma o persino cresciuta, significa che la crescita salariale è stata interamente divorata dall’inflazione. I russi guadagnavano di più sulla carta e vivevano peggio nella realtà.

La seconda fase, nel 2025, è stata l’inversione. La domanda si è contratta, la produzione ha rallentato, e il mercato è passato da una scarsità a un eccesso di offerta. Ma in Russia questo non si manifesta nella disoccupazione ufficiale — si manifesta nel sottoccupato: settimane lavorative ridotte, orari tagliati, ferie forzate non retribuite. Lo stesso meccanismo usato durante il Covid. Secondo i dati della Banca Centrale russa, nel 2025 circa cinque milioni di lavoratori sono stati collocati in regime di occupazione parziale. Oggi, stando ai principali portali di lavoro, ci sono nove candidati per ogni posto vacante.

C’è poi una terza storia, parallela e più inquietante: la risposta dello Stato alla crisi demografica. La Russia è in una trappola demografica profonda — anni di bassa natalità, emigrazione di massa, perdite al fronte. E la risposta del governo non è investire nel capitale umano: è estrarne il più possibile, il prima possibile. Si abbassano le barriere all’ingresso nel mercato del lavoro per i minori: oggi si può assumere a quattordici anni senza il consenso dei genitori in alcuni casi, con norme ampliate sul lavoro nei weekend e nei giorni festivi. L’ombudsman per l’infanzia di Mosca ha recentemente proposto di abbassare ulteriormente l’età a dodici anni.

In parallelo, si scoraggia l’istruzione superiore: università ridotte, facoltà tagliate, rette aumentate, accesso ristretto. Il messaggio implicito è: nove anni di scuola, poi la formazione professionale, poi subito al lavoro. Per i medici è già obbligatorio un periodo di servizio assegnato dallo Stato dopo la laurea — anche per chi ha studiato a proprie spese. Si parla di estendere questo modello ad altre professioni.

Si incentivano i pensionati a restare attivi — le pensioni dei lavoratori anziani vengono ora indicizzate, cosa che prima non avveniva. E si importa manodopera, in particolare dall’India.

È la fotografia di un paese che non sta gestendo la propria economia: sta saccheggiando il proprio futuro demografico per sostenere una guerra nel presente.

6 Cosa sogni per la Russia?

Sogno una Russia libera. Non è una risposta retorica — è la risposta più concreta che esista, perché la libertà è esattamente ciò che manca e ciò attorno a cui tutto il resto dipende.

I sondaggi lo dicono da decenni: la libertà è il valore più importante per i russi. Eppure non ha mai definito il paese. C’è qualcosa di tragico in questo: una nazione che vuole la libertà e non riesce ad averla. Non perché i russi non siano capaci di democrazia — questa è una narrazione che respingo — ma perché ogni volta che si è aperto uno spazio, qualcuno lo ha chiuso.

Sogno una Russia che sia davvero una federazione — con regioni autonome, non satelliti del Cremlino. Un parlamento reale, con partiti reali. Un potere diviso e decentralizzato. Un paese dove il dissenso, la creatività, il pensiero critico non vengano puniti ma considerati una risorsa.

E sogno qualcosa di più semplice, e forse più difficile di tutto: che la Russia venga governata da persone che la amano davvero. Non che la usino, non che la temano, non che la considerino un patrimonio personale. Che la amino. Non accade da più di un secolo. È il sogno più lungo che abbiamo.

 

About Annalina Grasso

Giornalista, social media manager e blogger campana. Laureata in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con L'Identità, exlibris e Sharing TV

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