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L’Ulisse di Joyce: un’Odissea editoriale

Il paradosso fondamentale che avvolge l’Ulisse risiede nell’impossibilità di rintracciare un antenato unico, ovvero un manoscritto di riferimento definitivo di cui l’autore abbia mai potuto dire con certezza: «Questo è il mio Ulisse, andate e stampatelo». A differenza di molti altri capisaldi della letteratura, il capolavoro di Joyce non è mai esistito come un oggetto statico o conchiuso fin dalla sua origine.

Ulisse-Joyce

La natura stessa del testo sfida il concetto di stabilità editoriale: per Joyce, l’attività letteraria non era una semplice registrazione, ma un processo continuo in cui gli eventi venivano ricreati dall’artista. Questa fluidità creativa si è tradotta in un vero e proprio labirinto di varianti testuali, poiché Joyce continuava a riempire i margini delle bozze finali con nuovi pensieri e immagini, rendendo le correzioni una parte essenziale del processo di gestazione dell’opera.

 

L’Era Parigina: Nascita di un mito tra pirateria e censura (1922-1930)

 

Il destino editoriale dell’Ulisse trovò la sua svolta decisiva a Parigi quando, di fronte ai rifiuti degli editori americani e inglesi intimoriti dalla censura, la libraia americana Sylvia Beach offrì impulsivamente a Joyce di pubblicare l’opera sotto il marchio della sua libreria, Shakespeare and Company. La prima edizione vide la luce il 2 febbraio 1922, giorno del quarantesimo compleanno dell’autore, in una tiratura limitata di 1.000 copie stampate a Digione da Maurice Darantiere. Caratterizzata dall’iconica copertina azzurro-greco con lettere bianche, questa edizione è passata alla storia come un “miracolo editoriale” funestato però da innumerevoli refusi. Poiché i tipografi francesi non conoscevano l’inglese, il testo risultò infatti pieno di errori tipografici, tanto che l’editrice dovette inserire una nota chiedendo l’indulgenza dei lettori per le circostanze eccezionali della stampa. Nonostante ciò, questa versione del 1922 rimane oggi per molti studiosi il “percorso più breve” per comprendere le intenzioni originali di Joyce.

Mentre l’opera iniziava a circolare in Francia, l’editrice inglese Harriet Shaw Weaver cercò di portarla nel Regno Unito attraverso la sua Egoist Press. Non riuscendo a trovare tipografi inglesi disposti a rischiare il carcere per la pubblicazione di materiale “osceno”, la Weaver utilizzò le matrici parigine per stampare 2.000 copie affidate a John Rodker a Parigi. Tuttavia, il bando britannico fu inflessibile: nel gennaio 1923, circa 500 copie furono sequestrate e bruciate dalle autorità doganali a Folkestone. La condanna ufficiale arrivò dal procuratore Sir Archibald Bodkin, il quale definì il libro “indecente” e “ripugnante”, proibendone di fatto l’ingresso nel Paese. Paradossalmente, proprio mentre il libro veniva bandito per proteggere la sensibilità femminile, esso doveva la sua stessa esistenza alla determinazione di donne come Beach, Weaver, Margaret Anderson e Jane Heap.

Tra il 1922 e il 1930, la Shakespeare and Company realizzò un totale di undici ristampe. Di particolare rilievo fu l’ottava ristampa del 1926, per la quale il testo venne completamente resettato, introducendo nuove correzioni ma anche nuovi errori. La notorietà del libro e l’impossibilità di proteggerlo legalmente negli Stati Uniti a causa della censura attirarono l’attenzione dei pirati editoriali. Il caso più eclatante fu quello di Samuel Roth, che iniziò a pubblicare a puntate una versione mutilata dell’Ulisse sulla sua rivista Two Worlds, arrivando poi a stamparne un’edizione non autorizzata in volume nel 1929. Sebbene Roth utilizzasse una carta di qualità superiore rispetto a quella delle edizioni parigine, Joyce non ricevette alcun compenso per queste vendite, che Roth giustificava come un modo per rendere accessibile un’opera altrimenti introvabile. Per rispondere allo sciacallaggio di Roth, Joyce organizzò una Protesta Internazionale datata simbolicamente 2 febbraio 1927. Il manifesto, scritto da Ludwig Lewisohn e Archibald MacLeish, fu firmato da 167 intellettuali di fama mondiale, tra cui spiccano i nomi di Albert Einstein, Benedetto Croce, Thomas Mann, T.S. Eliot e Ernest Hemingway. La protesta faceva appello all’opinione pubblica americana contro la mutilazione dell’opera e la violazione dei diritti dell’autore, definendo il comportamento di Roth un’offesa all’arte stessa. Sebbene la causa legale contro Roth si sarebbe trascinata ancora per anni, questa mobilitazione globale consacrò definitivamente l’Ulisse come il caso letterario e morale più significativo del decennio.

 

Legalizzazione e Standardizzazione (1932-1961)

 

Nel 1932, mentre l’opera era ancora ufficialmente bandita nei paesi anglosassoni, la Odyssey Press di Amburgo pubblicò un’edizione in due volumi curata dallo studioso e traduttore inglese Stuart Gilbert su esplicita richiesta di Joyce. Questa versione, che fu anche la prima edizione ufficiale rilegata in copertina rigida, venne considerata per decenni la più accurata e libera da errori, rimanendo lo standard di riferimento fino agli anni ’80.

La vera svolta verso la legalità avvenne negli Stati Uniti grazie all’editore della Random House, Bennett Cerf, e all’avvocato Morris Ernst. Per forzare la mano alla censura, Ernst organizzò l’importazione illegale di una copia da Parigi per farla sequestrare intenzionalmente dalla dogana nel maggio 1932. Il caso, noto come United States v. One Book Entitled Ulysses, si concluse il 6 dicembre 1933 con la storica sentenza del giudice John M. Woolsey, il quale stabilì che l’opera, pur essendo a tratti “emetica” per la sua crudezza, non aveva intenti afrodisiaci e non era quindi oscena. La decisione fu confermata in appello nell’agosto del 1934, sancendo la fine definitiva del bando americano.

Sulla scia della vittoria legale, la Random House pubblicò la prima edizione americana autorizzata nel gennaio del 1934. Il volume si distingueva per una raffinata copertina in stile Art Déco nei colori nero, bianco e rosso. Tuttavia, a causa di un errore editoriale, il testo fu composto basandosi sulla corrotta edizione “pirata” di Samuel Roth del 1929, finendo per ereditarne e propagare i numerosi refusi. Nonostante questi difetti testuali, la versione Random House rimase lo standard negli USA per quasi trent’anni. In Inghilterra, la legalizzazione seguì a breve distanza quella americana. Nel 1936, la casa editrice Bodley Head pubblicò la prima edizione britannica ufficiale, segnando la fine delle confische doganali. Questa edizione è passata alla storia per l’iconico design della copertina con l’arco omerico in oro, realizzato dall’artista Eric Gill.

Il processo di standardizzazione dell’opera si concluse tra il 1960 e il 1961. La Bodley Head (1960) e la Random House (1961) pubblicarono versioni completamente resettate e ampiamente corrette che eliminarono gran parte dei refusi accumulati nelle stampe precedenti. Il testo del 1960, in particolare, divenne la base per quasi tutte le ristampe popolari successive, definendo l’esperienza di lettura dell’Ulisse per intere generazioni prima dell’avvento delle edizioni critiche moderne.

 

La Rivoluzione Gabler e lo “Scandalo” (1984-1988)

 

Verso la fine degli anni ’70, uno studioso e critico tedesco di nome Hans Walter Gabler intraprese l’ambizioso compito di preparare un “testo corretto” dell’Ulisse. Pubblicata infine nel 1984, questa edizione critica e sinottica si presentava come una ricostruzione monumentale volta a ripulire il capolavoro di Joyce dai presunti 5.000 errori testuali accumulati in decenni di stampe difettose. Gabler scelse di basare il suo lavoro non sulla prima edizione del 1922, ma su un’analisi incrociata dei caotici manoscritti originali di Joyce, dichiarando di voler restituire al mondo le intenzioni autentiche dell’autore. L’opera fu inizialmente accolta con unanime acclamazione, tanto che nel 1986 il testo di Gabler divenne lo standard adottato dai principali colossi editoriali come Penguin, Random House e Vintage. Il prestigio dell’edizione Gabler fu però bruscamente scosso dall’intervento di uno studioso americano, John Kidd, che divenne presto la nemesi del collega tedesco. Nel giugno del 1988, Kidd pubblicò sulla New York Review of Books un attacco frontale intitolato “The Scandal of Ulysses”, innescando una delle più feroci dispute accademiche della storia letteraria. Kidd accusò Gabler di aver prodotto un testo che non era affatto “definitivo”, ma una semplice variazione funestata da errori grossolani. La critica di Kidd mise in luce come Gabler, nel tentativo di emendare il testo, avesse introdotto inesattezze storiche: lo studioso tedesco aveva infatti alterato i nomi di persone reali che comparivano nei giornali di Dublino proprio il 16 giugno 1904, il giorno in cui è ambientato il romanzo. La disputa riguardò anche interpretazioni testuali cruciali dai manoscritti originali; un esempio emblematico fu il testo del telegramma ricevuto a Parigi da Stephen Dedalus che annunciava la madre morente a Dublino: «Nother dying come home father», laddove tutte le edizioni precedenti riportavano la parola “mother” («madre») al posto di “nother”, cambiando radicalmente il senso della comunicazione. Questo scontro portò a una profonda spaccatura nel mondo accademico tra le teorie testuali inglesi e tedesche, screditando per molti studiosi l’affidabilità del “testo corretto” di Gabler e riaffermando l’idea che l’Ulisse sia un’opera priva di un antenato unico, destinata a rimanere un labirinto di varianti.

 

Il Panorama Contemporaneo e il Centenario (1990-2022)

 

A partire dagli anni Novanta, in parte come reazione alle dispute accademiche sollevate dall’edizione Gabler, si è assistito a un rinnovato interesse per il testo della prima edizione del 1922. Nonostante i numerosi refusi e le “sviste di stampa” joyciane, questa versione è oggi considerata da molti studiosi come il “percorso più breve” verso le intenzioni originali dell’autore. In questo solco si inserisce l’edizione della Oxford World’s Classics (1993), che riproduce fedelmente il testo del 1922 arricchendolo di apparati critici. Altre operazioni simili sono state condotte da Orchises Press (1998) e Dover Publications (2009), che hanno riproposto il capolavoro nella sua veste parigina originaria.

Un momento di forte rottura nel panorama editoriale è stato segnato dalla pubblicazione, nel 1997, della “Reader’s Edition” curata da Danis Rose. Rose ha tentato un’operazione di editing radicale sul testo, modificando la punteggiatura e la sintassi joyciana con l’obiettivo dichiarato di rendere l’opera più accessibile e leggibile per un pubblico non specialistico. Tuttavia, questa versione ha suscitato aspre polemiche nel mondo accademico, venendo accusata di aver alterato eccessivamente lo stile unico e sperimentale di Joyce.

L’ultimo decennio ha visto nascere edizioni volte a recuperare fasi specifiche della gestazione dell’opera. Nel 2015, la Yale University Press ha pubblicato The Little Review Ulysses, un’edizione che ricostruisce il testo così come apparve originariamente a puntate sulla rivista americana tra il 1918 e il 1920. Infine, per celebrare i cento anni dalla nascita del mito, nel 2022 è stata rilasciata la Cambridge Centenary Ulysses. Questa edizione celebrativa, basata ancora una volta sul testo del 1922, integra saggi e note critiche contemporanee, consolidando definitivamente la prima edizione come il punto di riferimento imprescindibile per i lettori del ventunesimo secolo.

In conclusione, la complessa odissea editoriale dell’Ulisse suggerisce che l’instabilità del testo non sia un limite, ma una sua caratteristica intrinseca, specchio della fluidità della coscienza che Joyce intendeva ritrarre. Dalla fragile edizione parigina del 1922 alle feroci controversie accademiche sull’edizione Gabler, ogni versione ha aggiunto un tassello a un’opera che, per sua natura, rifiuta una chiusura definitiva. In questo labirinto di varianti, assume un significato profondo la celebre frase che Joyce affida a Stephen Dedalus nell’episodio di Scilla e Cariddi: «Un uomo di genio non commette errori. I suoi errori sono volontari e sono i portali della scoperta». Per il lettore moderno, dunque, i numerosi refusi storici e le discrepanze testuali non sono semplici ostacoli, ma diventano varchi necessari per esplorare il processo creativo di un autore che ha trasformato il caos individuale in un capolavoro universale.

 

 

About Andrea Carloni

Nato a Roma nel 1977, vive e lavora in Veneto come amministrativo. Ha pubblicato una raccolta di racconti premiati nei concorsi letterari nazionali Chi mai in qualche dove (Caravaggio, 2019), il romanzo Lissy è stata qui (Leonida, 2022), la traduzione in forma poetica della silloge Musica da camera di James Joyce con postfazione di Enrico Terrinoni (Castelvecchi, 2022) e la raccolta epistolare James Joyce & Italo Svevo. Le lettere 1909-1928 (Amazon, 2023). Conduce il canale podcast Ritratto di Ulisse con letture, approfondimenti e video interviste a esperti e appassionati di Joyce. Si occupa di poesia con il podcast Universi Precari e con il concorso letterario La Parola Vista all'interno del progetto culturale Sisifo Felice . È redattore per Laboratori Poesia (Samuele Editore). Pubblica articoli, interviste, traduzioni, poesie e racconti su riviste online come Nazione Indiana, Atelier Poesia, Limina, Poetarum Silva, Clandestino, Culturificio e Fogli Bianchi

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