‘Inno all’Italia della guarigione’ di Valeria Serofilli, perché andrà tutto bene!

In questo momento difficile per il nostro Paese, data l’emergenza sanitaria Covid19, invitiamo le persone a stare a casa e a leggere poesie che infondono ottimismo e sano spirito patriottico come ‘Inno all’Italia della guarigione’, che porta la firma della poetessa toscana Valeria Serofilli. La silloge si ispira alla simbologia greca che associa il bastone di Asclepio, un serpente (simbolo di rinascita e fertilità) attorcigliato intorno ad una verga, alla medicina.

 

“Inno all’Italia della guarigione”

E un giorno ecco la serpe/ nel verde giardino
iniettare il suo sibilo/ nella mela respiro.

Ma andrà tutto bene:

che la voce si erga/ di regione in regione
a rendere tangibile un nemico invisibile
che questo ė l’inno/ della guarigione

Andrà tutto bene:

che la voce si erga contro il male
a infrangerne l’involucro
col suo potente stivale!

Valeria Serofilli

Copyright Valeria Serofilli
13/03/2020
Tutti i diritti riservati
Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

Il ‘Cristo deriso’ di Cimabue, pomo della discordia tra Usa e Francia

Un grande conflitto diplomatico e culturale si sta creando in questi giorni, andando ad infittirsi sempre più. Infatti, benché sia già stato venduto a privati, la Francia ha vietato l’esportazione di un dipinto appena scoperto: il Cristo Deriso di Cimabue e intende conservarlo nelle sue collezioni nazionali.

Il ministero ha annunciato il rifiuto a rilasciare il certificato «in seguito al parere della Commissione consultiva dei tesori nazionali», lasciando nella trepidazione l’intera comunità degli intenditori d’arte.

Tutto ha avuto inizio nella cucina di un’anziana signora di Compiègne, piccolo comune a nord di Parigi. Su una parete era appesa una tavola in legno di pioppo, dipinta a tempera d’uovo su fondo oro. La donna riteneva si trattasse di un’icona religiosa greca. In occasione di un trasloco l’ha fatta stimare ed ecco il verdetto: l’esperto d’arte antica Eric Tarquin ha garantito che l’opera è proprio di Cimabue, quel Cenni di Pepo fiorentino, vissuto tra il 1240 e il 1320, che fu maestro di Giotto.

Non si era sbagliata di molto quindi la vecchia proprietaria di Compiègne se si considera che il grande artista operò in una corrente pittorica ancora legata al classicismo bizantino, pur elaborando un suo personale linguaggio rispetto alle rappresentazioni sacre, con uno stile più realistico di cui il suo discepolo darà splendidi frutti.

Il Vasari lo cita come colui che nacque “per dar i primi lumi all’arte della pittura”. Prima di lui ne scrive Dante, collocandolo nella Divina Commedia assieme a Giotto. È Cimabue in persona questa volta ad essere coinvolto nella giostra impazzita del mondo della Cultura, fra aste da capogiro, ricchi collezionisti e Stati ingordi di opere d’arte.

La piccola tavola andata all’asta per “Atéon” il 27 ottobre scorso è stata aggiudicata per la vertiginosa somma di 24.180.000 euro, quattro volte la stima iniziale dunque, compresa tra i 4 e i 6 milioni di euro. Ma la Francia si oppone: il quadro di Cimabue è patrimonio nazionale e non può lasciare il Paese.

Il ministro della cultura Franck Riester non ha firmato il certificato di esportazione in attesa di vedere l’opera collocata al Louvre, insieme alla “Maestà” dello stesso maestro e in compagnia di molti altri dipinti Italiani.

Considerato uno dei grandi innovatori nella storia dell’arte, Cimabue è noto per aver eseguito solo una decina di opere su legno, nessuna firmata: il “Cristo Deriso” sarebbe un elemento di un polittico del 1280 con scene della Flagellazione di Cristo, opera piccola ma assai significativa, un prezioso tesoro per qualunque degna collezione.

Ma la domanda ad ora resta aperta: sarà un’opera pubblica o privata?
La battaglia vede in campo da una parte i nuovi proprietari, una coppia di collezionisti cileni residenti negli Stati Uniti, esperti di arte italiana Rinascimentale, dall’altra lo Stato francese che ha ottenuto per il “Cristo deriso” lo status di tesoro nazionale, ossia 30 mesi nei quali l’opera resterà in Francia e si potranno raccogliere i fondi per comprarla. Il codice del patrimonio stabilisce altrimenti la possibilità di una conciliazione.

Ma ad infoltire la trama di questo groviglio si aggiunge la dipartita dell’anziana ex proprietaria di Compiègne: gli eredi sono costretti a pagare un’imposta di successione dell’ammontare di 9 milioni di euro. Un gioco forza tutto questo dove la derisione sembra scivolare dalla pittura all’attualità, mentre misericordia ed umiltà restano ben salde sulla tavola dipinta.

Ora il quesito è: sul grande palcoscenico di domanda e offerta come si pone la Patria del maestro Cimabue?

Per il momento la Francia è la più agguerrita delle parti; e Franck Riester ministro francese della cultura afferma ottimista, in seguito all’ottenimento del blocco, che:

Grazie ai tempi concessi da questa misura, potranno essere effettuati tutti gli sforzi affinché quest’opera eccezionale possa arricchire le collezioni nazionali.

 

https://www.lintellettualedissidente.it/cartucce/cimabue-cristo-deriso-francia-usa-italia/

L’Italia negli occhi dei grandi stranieri, da Cioran, Goethe, Borges a Pasolini, passando per Churchill

La storia patria abbonda di italiani antitaliani e di italiani arcitaliani; di esaltatori del genio trascurato e innocente, come di finissimi castigatori del malcostume. Ci sono due modi per conoscere un paese: visitarlo di persona o studiarlo sui testi. Se il paese in questione è il proprio la prima opzione si depenna da sé. Studiare la storia del proprio paese e sviscerare tutto quanto sia stato realizzato dai più acuti osservatori è la sola strada da battere. Molti di questi concordano con l’icastica affermazione cambiare tutto per non cambiare niente (a voler fare i filologi, la frase originale è “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”) e si sa, l’Italia è sempre stata vista come un paese di voltagabbana, di impudenti scanzafatiche, di cittadini machiavellici quanto basta, per il resto guicciardiniani, nel senso che ciascuno bada al proprio particulare e del resto poco importa. La storia patria abbonda di italiani antitaliani e di italiani arcitaliani, di esaltatori del genio trascurato e innocente che da sempre ci distingue, come di austeri e finissimi castigatori del malcostume che da sempre, anch’esso, ci distingue. Chi avrà ragione? Ci chiediamo sempre cosa ne sarà dell’Italia e gli internazionali à la page ci accusano di provincialismo (forse a ragione, anche Cioran sosteneva che una nazione che passa il tempo a riflettere su se stessa non ha futuro), per una volta allora si lasci perdere il proprio ombelico e ci si lasci guidare da illustri penne straniere che in passato hanno solcato l’Italia, che l’hanno vissuta e fedelmente raccontata.

Diciamo subito le cose come sono: l’Italia la si ama o la si odia, tertium non datur. Gli unici che hanno il diritto di amarla e oltraggiarla al contempo sono gli italiani stessi. Gli stranieri hanno sempre visto l’Italia come una terra in bianco e nero, gonfi di pregiudizi positivi o negativi che fossero, mentre l’italiano vive nel grigio di sentimenti contrastanti: a volte si pensa all’Italia come al paese più bello del mondo, altre volte si sogna un bombardamento al napalm dal Brennero a Pachino. Curiosamente – ma non ci sorprende – l’opinione dell’Italia e degli italiani nel passato era ben diversa dall’immagine dei Berlusconi pizza e mandolino che ci viene spiattellata in faccia ogni volta che varchiamo i confini. Oggi si ha la sensazione che molti stranieri ritengano l’Italia un paese meraviglioso e ricco di un patrimonio che non ha eguali nel mondo, peccato però per la gente che vi abita, rozza, inconcludente e ritardataria. Sarà pur vero, saranno le esigenze del tardo capitalismo, ma la flemma che ci ha da sempre caratterizzati veniva additata come il pregio di un popolo in grado di vivere senza affanni.

Goethe, felicissimo di scoprire il Belpaese, scrisse un Viaggio in Italia colmo d’estasi e di ammirazione, in cui annota che

tutto induce a credere che una terra felice come questa, dove ogni bisogno è copiosamente soddisfatto, produca anche gente d’indole felice, capace d’aspettare flemmaticamente dall’indomani ciò che le ha portato l’oggi e di vivere, quindi, senza pensieri. Appagamento istantaneo, moderato godimento, lieta sopportazione d’effimeri mali!

A meno di improbabili accessi calvinistici, sembra un bel modo di vivere, anche se non si è più nel 1787 e l’Italia non è certo quella di allora. Ma ancora Goethe batte sul chiodo del binomio flemma contro fatica, che oggi è il binomio nord Europa contro Europa mediterranea, riscontrando negli italiani un’industriosità sommamente viva e accorta, al fine non già di arricchirsi ma di vivere senza affanni. Non è tutta una questione di Pil, diremmo oggi, ma di saper vivere bene pur mancando di sfarzo e avanguardie. Con una punta di orgoglio nazionale, per chiudere sul binomio di cui sopra, è lecito compiacersi del fatto che un ultratedesco come Goethe appunti:

cupa è l’idea che ci si fa in Italia del mondo oltramontano, anche a me tutto ciò che sta al di là delle Alpi appare tetro.

Bruciante passione di Goethe in Italia fu l’ammirazione della classicità, le vestigia di Roma e la gloria antica. Non fu certo il solo a subirla. Jorge Luis Borges, ancora negli anni Settanta, riteneva l’Italia l’Impero Romano e Roma, volente o nolente, la caput mundi che fu. Dopotutto la cultura che Roma produsse ed esportò, prendendo anche a prestito quella greca, si trasferì intrisa di cristianità al Medioevo europeo e di lì agli stati nazione che ne sorsero, fino alle Americhe. Questa fascinazione per l’Italia come unica superstite tangibile della Roma antica, culla della civiltà europea, è una costante nella storia. Dai primi viaggiatori del Cinquecento alle frotte di turisti che visitano Pompei e il Colosseo, in questo senso, poco è cambiato.

Di certo i visitatori odierni difficilmente sono come Goethe o Borges. Oggi si frequenta un posto da turisti, non da viaggiatori. Goethe sognò l’Italia fin da bambino e vi arrivò solo in età adulta, soggiornandovi per quasi un anno quando già conosceva lingua, storia, opere d’arte, culti, riti e miti. Era venuto a vedere tutto ciò con i pochi occhi, ad ascoltare la viva voce di un popolo che già frequentava su carta. Viaggi del genere in pochissimi potevano permetterseli. Oggi la necessaria democratizzazione del turismo permette spostamenti rapidi e fugaci ed è forse un bene ma, per dirla con Giorgio Gaber, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia. A proposito di turismo di massa, Stendhal scrisse che Firenze è solo un museo pieno di stranieri: essi vi trasportano i loro costumi. Era il 1817.

Molti credono che l’Italia altro non sia che un immenso museo a cielo aperto; che oggi il frutto del genio italiano può solo essere osservato e rimpianto, mentre in tempi andati esso era attivo e figliava con tanto godimento. Un fondo di verità si trova in questa teoria: c’era senz’altro un’alta società capace di farsi ammirare da illustri visitatori stranieri, erano attivi teatri che inscenavano opere oggi consideriate classici imprescindibili, la società letteraria si movimentava ed esponeva, i prodotti della fantasia e dell’industria giravano il mondo forgiando il mito del made in Italy. Si fatica a ritrovare qualcosa di simile. Tuttavia alcune leggende andrebbero sfatate: già Stendhal, in Roma, Napoli e Firenze – visitò molte altre città –, notava con stupore che in Italia i nobili leggono pochissimo, figuriamoci i borghesi e i lavoratori comuni.

Quando Pasolini pose la lapide sulla società italiana come il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa – sia detto con un sorriso amaro – non aveva scoperto nulla: è sempre stato così. Ancora Stendhal testimonia che qui un uomo che fosse stato intelligente e capace lo avrebbe mostrato nei fatti, con i commerci, le tresche politiche e quelle amorose, non con la fantasia. La scrittura è sospetta tanto quanto è pericoloso pensare; pericoloso in tutti i sensi: all’epoca gli autori di saggi, tragedie, commedie (di romanzi neppure l’ombra) finivano in galera come niente fosse, accusati di eversione o spionaggio. I Berlusconi e i Briatore che si vantano di non aver mai letto alcunché non sono eccezioni nate ieri, duecento anni fa li avremmo trovati tali e quali. Così come avremmo trovati artisti squattrinati e talenti in disperazione. Si parla di proletariato intellettuale e di artisti sottopagati ma tali sono sempre stati, quando non lavoravano alla corte del principe o per il partito. La storia si ripete.

Cambiamo versante, nel peregrinare tra luoghi e tempi, tra i crinali delle virtù e le valli del vizio. Un’altra tirata comune è la mancanza di orgoglio nazionale e di senso del dovere, fatta eccezione per quando gioca l’Italia del pallone. Già Winston Churchill se la rideva, tra una boccata d’avana e un calice di champagne, motteggiando che gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. Peccato che a Churchill stesso capitò una disavventura in quanto a onor di patria. Andò a visitare un quartiere di Londra distrutto, il giorno che venne bombardato dai tedeschi, e vi trovò un barbiere aperto tra le macerie sulla cui vetrina un cartello recitava business as usual, lo slogan coniato da Churchill stesso. Fiero e orgoglioso, il primo ministro mostrò il barbiere alla folla prendendolo ad esempio per l’intera nazione. Nessuno ebbe il coraggio di dirglielo, ma quel barbiere era Pasquale Esposito, napoletano.

Esposito viveva a Londra dal 1915 perché, barbiere su una nave da crociera inglese, scese al primo porto dopo la dichiarazione di guerra italiana, per paura di essere chiamato alle armi. Chi è l’eroe e chi il vigliacco? Chi il furbo e chi il fesso? In Italia, da sempre, sono la stessa persona. Quanto al senso del dovere, per rispettarlo bisogna che un dovere ci sia, dunque che vi siano valori condivisi, moralità salda e Stato forte. Non è facile incontrarli nella storia nazionale degli ultimi secoli, non a caso Stendhal ci racconta che

su centocinquanta azioni (…) il milanese fa centoventi volte ciò che gli piace proprio in quel momento. Il dovere, sanzionato dall’infelicità che tien dietro al suo mancato rispetto, e opposto alla propria inclinazione attuale, a lui appare appena trenta volte su centocinquanta azioni.

Ma non è affare esclusivamente lombardo, ecco il fondo del carattere nazionale di questa estremità d’Italia: una puerilità appassionata. Questa gente conduce una vita dolcissima; mai l’idea del dovere si affaccia loro in mente. Si dirà che era il 1817, che tutto è mutato, ma la storia – non ci stanchiamo di ribadirlo – si ripete.

Manca il senso del dovere e forse non è un dramma, manca l’orgoglio nazionale e forse ce ne sarebbe un po’ bisogno. Una cosa che certo non manca è il patriottismo d’anticamera: guai a chiunque tocchi la propria regione o la propria città! Sempre Stendhal ci illumina definitivamente, sancendo che

questo popolo non è compatto. (…) Ogni città esecra le sue vicine e ne viene ricambiata con odio mortale. I sovrani ottengono dunque senza fatica il divide et impera.

La politica è sempre stata una disgrazia in Italia, non si è mai trovata coesione e unità d’intenti a livello nazionale dalla caduta dell’Impero Romano, qui il governo è sempre stato visto come un delinquente che ruba dai quindici ai venti milioni l’anno; sarebbe totalmente squalificato chi pretendesse di difendere i suoi provvedimenti; sarebbe atteggiamento ridicolissimo, e che nessuno capirebbe.

Non si fa che parlare di antipolitica e di populismo, forse sarebbe meglio rendersi conto che solo il Novecento è stato il secolo delle ideologie e della politica di massa, una piccola parentesi nella millenaria storia di questo paese. Il malcostume politico si riversa anche nell’economia: a quante vessazioni non è esposto un proprietario! Per essere proprietario in questo paese occorre avere un titolo e un grande nome. È sempre Stendhal che parla, due secoli fa. Non serve neppure commentare l’attualità delle sue considerazioni.

Proprio uno strano paese, il nostro. Ricco di arte quanto di malcostume, glorioso quanto meschino, superbo e goffamente tronfio. Qualcuno, non ricordo chi, disse che l’Italia è un paese ancora in piedi perché non saprebbe da che parte cadere. Forse proprio questa ne è la forza, rimanere a ondeggiare come una bellissima bandiera issata sul pennone dell’inconcludenza, sempre viva e splendente ma assolutamente inutile. Non si può sfuggire al proprio destino, l’Italia è radicalmente mutata rispetto a quella di due secoli e mezzo fa, eppure Goethe sembra andare a spasso per le nostre strade non più di ieri, quando scrive che

tutto ciò che mi circonda è pieno di nobiltà, è l’opera grande e rispettabile d’una forza umana concorde, il monumento magnifico non già d’un principe sovrano, ma d’un popolo. E se pur (…) il commercio langue e la potenza della Repubblica declina, nondimeno la sua grandiosa struttura e il suo carattere non cesseranno un istante di apparire all’osservatore degni di venerazione. Come tutto ciò che è provvisto di esistenza sensibile, anch’essa soggiace al tempo.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

New Italian Epic: la narrativa metastorica

Logo  di Wu Ming

New Italian Epic- la Nuova Epica Italianache si configura come una sorta di nuova  narrativa  metastorica allegorica, viene pubblicato da Wu Ming (precisamente da Wu Ming 1. dato che così amano firmarsi gli autori) nel 2008 ed è accompagnato da un saggio  sul raccontare  di Wu Ming 2. In questo testo, che è un memorandum sulla letteratura (uno studio condotto sui diversi fenomeni letterari del periodo molto presenti in Italia e non solo, come i Giovani Cannibali con Isabella Santacroce o il movimento  cyberpunk e fluxus), viene analizzato un determinato periodo storico, diviso in tre lustri: quello che va dal crollo della Prima Repubblica, si ferma agli anni del G8 a Genova (e Wu Ming si è interrogato molto sulle responsabilità avute a riguardo, dato che alcune letture pare abbiano influenzato, non poco, il pensiero di alcuni anarchici insurrezionalisti attivi nei centri sociali, ma non solo il loro), fino poi ad arrivare agli anni del bagno di sangue della Sinistra e della crisi del berlusconismo.

Da quest’analisi è emerso un vuoto vero e proprio della critica letteraria, un’assenza di critici, un buco da riempire  (e qui si serve dell’idea dello sfondamento), come se i romanzi si somigliassero tutti (nei temi, nel linguaggio e nello stile) e come se il lettore fosse diventato un succube, schiavo, come l’autore, delle logiche trainanti del mercato e delle case editrici.  Per questo motivo, in New Italian Epic, ci viene proposta l’immagine del lettore  esigente, intendendo, con questo termine, un lettore informato ed in grado di cogliere certi messaggi e meccanismi (quasi d’ elite) ; ma, allo stesso tempo, anche vicino al linguaggio e allo stile popolare, tutto ciò attraverso il difficile  compromesso tra narrazione e pubblico, tra produttore e fruitore del prodotto estetico.

In riferimento ad una postilla al Il  Nome della Rosa, di Umberto Eco (sul loro sito, gli autori, tra l’altro, ci tengono a spiegare  come siano onorati dall’associazione fatta continuamente con questo autore ma ricordano, tra le loro fonti ispiratrici American Tabloid di James Ellroy e, per giunta, smentiscono ogni voce per ciò che riguarda l’eventuale partecipazione di Eco al loro collettivo e alle loro opere), testo che in Italia viene fatto coincidere con l’inizio della Post-Modernità (anni ’50) insieme a Se una notte di inverno un viaggiatore di Calvino; viene problematizzata la difficoltà dell’autore post-moderno di distaccarsi da alcune convinzioni tradizionaliste e storiche e, allo stesso tempo, quella di riscattarsi  aderendo a nuovi codici e dogmi che non sono altro che quelli della modernità. Quindi, in questo senso, per W.M., la citazione è qualcosa che va oltre e non si limita alla mera emulazione e parodia. Ecco che l’autore (l’uomo) si perde in quel conflitto che c’è tra realtà e fiction, perdendo di vista quella che è la sua realtà e che porta poi alla dissimulazione e all’evasione.

Questa scossa che deriva, nella coscienza di ognuno,  ci consente di ricorrere al mito (che non è tra quelli sfatati da Luther Blissett sulla ragione,  la storia,  il sé), visto come una possibilità, come collante sociale e soprattutto necessario all’essere umano per vivere. Mito che ora non è più meta-racconto (come quello illuminista o marxista) ma micro-racconto suddiviso e frammentato, come lo è l’animo dell’uomo post-moderno. Una narrazione, quindi, che non sia più destinata al fallimento come la nevrosi scaturita dallo scontro di reale e razionale, ma anamnesi, altra cosa.

Umberto Eco

In realtà, W.M., è considerato come un eroe anti-postmoderno che si schiera contro la logica del disimpegno, in quanto vuole allontanarsi da un certo manierismo, tipico degli ultimi anni novanta, che aveva ormai caratterizzato post-moderno e post-modernismo e liberarsi dal concetto di ”avanguardia”. Quindi, è come se denunciasse la mancanza di originalità ed il fatto che una certa letteratura non avesse, alla fine, uno scopo.

W.M., inoltre, si differenzia da Eco  poiché  vuole lasciare un messaggio che sia messa in discussione dell’io e della realtà che lo circonda prima, e strumento poi; per una letteratura destinata ai vinti, a chi non ha voce, agli eroi di oggi; che si servono dei miti e della storia per non asservirsi al potere alienandosi (iconoclasti di ieri e di oggi) in un circolo vizioso malato che non porterebbe a nulla, ma per immaginare il futuro.

Forse, con ”etica interna”, intende proprio questo: Il nuovo impegno morale dello scrittore.