‘Se questo è amore’ di Eddy Lovaglio: una storia d’amore dagli anni ’80 fino ai tempi del Coronavirus

Se questo è amore, edito da Mondadori, è l’ultimo romanzo di Eddy Lovaglio.

Eddy Lovaglio è una giornalista e scrittrice. Al 2002 risale la sua prima biografia italiana sul tenore italo-americano Mario Lanza, Mario Lanza, una voce un artista (edito da Azzali Editori), per la quale è stata ospite in diversi programmi Rai, oltre a Sky canale 906, BBC e Cultural Channel della TV Nazionale Russa.

Il 28 ottobre 2006, a Roma, riceve il Premio Athanòr per la Saggistica. Nel 2007 esce la biografia sul tenore Rinaldo Pelizzoni (edito da Azzali editori) e nel febbraio 2008 il libro su Renata Tebaldi (edito da Azzali Editori). Nel 2009 pubblica per il Comune di Parma il libro Valerio Zurlini, protagonista discreto, dedicato al noto regista scomparso.

Diversi sono i suoi scritti inclusi in libri di altri autori, sia di saggistica e sia di poesia. Dal 2009 ed ancora tuttora è co-direttore di due testate editoriali e si dedicata a saggi sulla voce lirica.

 

Se questo è amore: Sinossi

Se questo è amore è uscito nelle librerie il 14 Maggio. Il libro è attualmente disponibile in formato ebook ma, nei prossimi giorni, sarà reperibile anche in quello cartaceo.

All’ epoca Sara non poteva sapere che quella telefonata avrebbe cambiato il corso della sua esistenza.

Erano le prime ore del pomeriggio quando una voce dalla timbrica baritonale, austera e autoritaria ma, al tempo stesso, estremamente cortese e rassicurante, dall’altro capo del filo chiese di lei. A rispondere fu proprio Sara ed ebbe l’impressione che non si trattasse di uno dei soliti spasimanti, o millantatori, che cercavano di strapparle un appuntamento, come spesso avveniva. La telefonata fu piuttosto telegrafica. Anzi, forse fu proprio la sua brevità a non permettere a Sara di riflettere e fu così che senza rendersene conto accettò di incontrare uno sconosciuto. Era la prima volta.

Si tratta di un appuntamento di lavoro, pensò. Sembrava un approccio come tanti altri, poteva essere vero, poteva essere falso. Ma aveva la strana sensazione che qualcosa di inspiegabile faceva la differenza.

Il tono della voce dall’altra parte del filo era asettico e professionale, quasi disinteressato. Un avventuriero, un regista, un produttore, un talent scout, un semplice millantatore?

Ogni sorta di ipotesi affollava la mente di Sara durante le ore che la separavano da quell’incontro, si rese conto che aveva accettato l’appuntamento per il giorno seguente ancor prima di aver capito bene il nome dello sconosciuto.

Erano le due del pomeriggio di un giorno qualunque di ottobre e Sara aveva appena compiuto ventuno anni. All’angolo di una chiesa situata nei pressi della piazza principale della città, Sara, sempre puntuale agli appuntamenti, attendeva.

L’aria era fredda e umida, indossava un giaccone bianco di pelle foderato di pelliccia all’interno, una gonna bianca e blu ed un basco blu che lasciava scoperti due occhi smarriti che tradivano l’insicurezza di trovarsi lì. Prima ancora di riuscire a mettere ordine tra l’altalena dei suoi pensieri, un’auto si fermò proprio di fianco a lei. Il conducente, senza nemmeno scendere dall’auto, le fece cenno di salire.

Questo signore non brilla certo in galanteria, ma Sara salì ugualmente.

Seduta di fianco a lui, d’un tratto le prese il panico. Era abituata alle passerelle di Pitti e di Milano, abituata a professionisti e spasimanti d’ogni sorta, ma ora si sentiva come un canarino caduto nelle grinfie di un gatto affamato.

Di fianco a lei c’era un essere impenetrabile, che non riusciva bene a decifrare, trincerato dietro barriere più tortuose delle sue, un orso in trasferta, pensò.

 

Qual è il segreto della felicità? Non vorreste scoprire anche voi come fare della vostra vita un’opera d’arte?, “Quel desiderio – come scrisse Calvinoche spinge una rosa ad essere una rosa”. Sara, la protagonista di questo romanzo, ha un incontro fortuito col destino: si chiama Marcello. La sua vita improvvisamente subisce un radicale cambiamento, Sara distruggerà e ricostruirà la sua vita e la sua personalità. La tensione corre sul filo in un gioco di specchi tra intelletto e sentimenti. La lettura è intesa in chiave metaforica.

Se questo è amore è un romanzo psicologico che punta sull’interiorità dei due personaggi, attratti entrambi dalla mente umana e dai suoi straordinari meccanismi. Narra di una storia d’amore che potrebbe sembrare tossica e ossessiva, poiché la protagonista non riesce ad elaborare un pensiero critico e distaccato da quello che le sta accadendo e vive in bilico tra il razionale e l’irrazionale, tra l’introspezione e la ricerca del se.

Ma poi qualcosa accade. Sara vive una vita al di fuori di schemi preordinati e ciò le consente di comprendere l’ordine mondiale degli eventi e di capire il senso della vita stessa. Ambientato nel Nord Italia, il romanzo narra delle vicissitudini singolari di una vita trascorsa tra l’affascinante mondo delle top model e del cinema, dagli anni Ottanta ai giorni nostri, fino al tempo del Coronavirus

L’autrice, Eddy Lovaglio, ha pubblicato soprattutto biografie perché ama l’altrui vissuto dal quale si può imparare molto. Pertanto anche i suoi romanzi rispecchiano questa caratteristica e cioè la narrazione di una vita.

Sara, la protagonista di  Se questo è amore, vive una vita al di fuori di schemi preordinati e ciò le consente di comprendere l’ordine mondiale degli eventi e di capire il senso della vita stessa, soprattutto in un momento storico come questo dove siamo più distanzi fisicamente ma possiamo essere più uniti idealmente e spiritualmente.

 

https://www.mondadoristore.it/Se-questo-e-amore-Eddy-Lovaglio/eai978883166966/

 

I migliori editori della storia dell’editoria italiana e il grande agente letterario Linder

Editori protagonisti. Così li definisce Gian Carlo Ferretti che al mondo dell’editoria ha dedicato tanti libri: editori protagonisti. Sono di cultura ed estrazione diversissima, ma tutti capaci «di imprimere un’identità editorial-letteraria alla propria impresa al fine di costruire un proprio pubblico. Si tratta degli editori che hanno fondato le loro grandi imprese proprio a cavallo della seconda guerra mondiale. Ad ogni casa editrice, Ferretti affianca una etichetta caratterizzante: la Mondadori è un’istituzione, la Rizzoli un impero, Bompiani un club, l’ Einaudi un laboratorio. La loro presenza nel panorama culturale italiano nasce dal  «rapporto consapevole tra l’editore, il suo progetto, i suoi funzionari e consulenti, i suoi redattori, la sua macchina, e si realizza nella politica d’autore, di collana e di prodotto».
Gli editori protagonisti erano titani dalla forte personalità (e dalle grandi contraddizioni), caratterizzati spesso da gusto per il libro ben fatto, senso pratico e grande fiuto; i quali costruivano veri e propri rapporti continuativi, tra armonie e conflitti reciproci fecondi, con gli scrittori. Ne abbiamo individuati cinque, che vediamo qui negli anni fondativi, seguiti da una figura eccentrica, il “padre” degli agenti letterari italiani.

Arnoldo Mondadori
La casa editrice viene fondata a Ostiglia nel 1907 dalla collaborazione di Arnoldo Mondadori (nato nel 1889) con Tomaso Monicelli (il padre del futuro regista Mario). Arnoldo non ha neppure finito le scuole elementari, ha lavorato giovanissimo come garzone, come venditore e poi come tipografo ed è soprannominato “incantabiss”, “incantaserpenti” per la sua voce seducente. La novella casa editrice pubblica i primi testi (la collana “La lampada” per l’infanzia) nel 1912; poi si trasferisce a Milano specializzandosi in riviste popolari (“Il Milione”, “Il secolo illustrato”). Nel 1933 vara la prestigiosissima collana di colore verde “La Medusa”, dedicata alla letteratura straniera; il primo volume fu Il grande amico di Alain-Fournier tradotto da Enrico Piceni. Limitata dalla censura fascista tra il ’38 e il ’42, contribuì subito dopo a diffondere la cultura americana.
Per evitare i bombardamenti nel 1942 la sede e le redazioni si trasferiscono sul lago Maggiore, dove dopo l’8 settembre 1943 vengono però requisite dal governo della Repubblica Sociale Italiana. La gestione viene commissariata e la famiglia Mondadori si rifugia in Svizzera.
Dopo la guerra Arnoldo Mondadori riprende possesso dell’azienda e ne avvia la ricostruzione con il recupero delle macchine di stampa trafugate dai nazisti e con l’acquisto, grazie anche ai contributi del Piano Marshall, delle nuove rotative americane necessarie per lo sviluppo dell’attività nei periodici.

Fiducioso nel suo intuito, Arnoldo si rivolge al pubblico femminile con Bolero Film e Confidenze, lancia nuove collane di alto livello letterario, tra cui i Classici contemporanei italiani (1946) e i Classici contemporanei stranieri (1947), rilancia i generi bloccati dal fascismo riprendendo nel 1946 i Libri gialli che raggiungono in breve le centomila copie al mese, e Topolino (che era stato introdotto in Italia dall’editore fiorentino Nerbini nel 1932).
La filosofia editoriale di Arnaldo poggiava sullo scambio epistolare tra autore ed editore: ne sono testimonianza i carteggi conservati presso la fondazione Mondadori accessibili on line.
Arnoldo fu affiancato per un primo periodo dal figlio maggiore Alberto, corrispondente di guerra, fondatore di riviste importanti come il Tempo ed Epoca, che poi si separerà dal padre per contrasti fondando la casa editrice il Saggiatore.

Angelo Rizzoli
Nato – come Mondadori – nel 1889, cresciuto nel Collegio dei Martinitt a Milano, figlio di un ciabattino analfabeta che morì prima che lui nascesse, Angelo Rizzoli conobbe la più cruda povertà e imparò il mestiere di tipografo proprio in orfanotrofio. A vent’anni iniziò la sua carriera di imprenditore nel campo dell’editoria in una piccola sede tipografica a piazza Carlo Erba e, subito dopo la guerra, vicino al parco Lambro, in un moderno stabilimento.
Nel 1927 acquistò dalla Mondadori il bisettimanale Novella sul quale, al tempo, venivano pubblicati racconti di D’Annunzio e Luigi Pirandello; nel 1930 Novella divenne un periodico femminile, raggiungendo la tiratura di 130.000 copie.
A Novella seguirono Annabella, Bertoldo, Candido, Omnibus, Oggi e L’Europeo.

Dopo i periodici, Rizzoli iniziò nel 1949 a pubblicare anche libri scegliendo con lungimiranza una politica editoriale “economica” con i libri della collana BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), 4 libri classici a prezzi popolari: i famosi volumetti “grigi”, formato 10,5 per 15,7 centimetri, prezzo 50 lire, che dal 1949 hanno offerto alle classi meno abbienti l’opportunità di avvicinarsi alla lettura. Erano stati i consulenti Paolo Lecaldano e Luigi Rusca a convincere l’editore a dare vita a una collana di classici a prezzo molto contenuto destinata al grande pubblico, ispirata al sistema modulare dell’editore tedesco Reclam. Primo titolo pubblicato i Promessi Sposi, quindi Teresa Raquin di Zola e Il fantasma di Canterville di Wilde. La tiratura iniziale era 10.000 copie, ma il successo fu talmente grande, parallelo alla voglia di cultura di un’Italia uscita dalla guerra, che pochi mesi dopo lo standard salì a 20.000 copie, poi a 30.000, quando la tiratura media in Italia allora si attestava attorno alle 3000 copie. Un successo considerato di tale portata che l’Unesco nel 1952 attribuisce alla Bur il titolo di “iniziativa di importanza e interesse mondiale”.

Giulio Einaudi
La casa editrice Einaudi viene fondata nel 1933 da un gruppo di amici, allievi del liceo classico D’Azeglio di Torino e, seppure in anni e in classi diverse, tutti allievi del professore Augusto Monti, che li aveva educati ai valori della cultura, della libertà e dell’impegno civile. Intorno al più giovane di loro, Giulio Einaudi (nato nel 1912, da Luigi, che sarà il primo presidente della Repubblica Italiana dal 1948 al 1955), si erano raccolti Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, affiancati successivamente da altre figure come Natalia Ginzburg (moglie di Leone) e Giaime Pintor. Il progetto editoriale che ne nasce intende intervenire nel campo della storia, della critica letteraria e della scienza «con l’apporto di tutte le scuole valide, non appiattite dal prevalere della politica sulla cultura». La conduzione è collegiale e i collaboratori sono amici e sodali.
Una cura particolare è dedicata alla fattura dei libri: la carta, la legatura, le copertine (le prime furono dipinte da Guttuso, Ajmone, Peverelli, Menzio) e anche la grafica, per la quale l’Einaudi sarà all’avanguardia grazie alla collaborazione di maestri come Albe Steiner e Max Huber e poi Bruno Munari.

Giulio Einaudi e soprattutto i suoi più stretti collaboratori devono fare i conti con arresti, condanne al confino, ma l’attività editoriale si interrompe solo con l’8 settembre 1943. La lotta di resistenza disperde tutti. Leone Ginzburg e Giaime Pintor muoiono tragicamente. Giulio Einaudi si rifugia in Svizzera, poi rientra in Italia unendosi alle brigate garibaldine in Val d’Aosta, e nel 1944 a Roma incontra Palmiro Togliatti; è l’inizio di una serie di contatti dai quali scaturirà, fra il 1947 e il 1951, la pubblicazione di Lettere dal carcere e dei Quaderni di Antonio Gramsci.
Dopo la guerra il lavoro editoriale sarà affidato ad intellettuali e scrittori di spessore come Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, Luciano Foà, Giulio Bollati, oltre a Cesare Pavese. Nel 1946 comincia a gravitare attorno alla casa editrice Einaudi Italo Calvino vendendo libri a rate. Passato dagli studi di Agraria a quelli di Lettere, si dedica alla stesura del suo primo romanzo che conclude negli ultimi giorni di dicembre, Il sentiero dei nidi di ragno, con il quale partecipa a un concorso promosso dalla Mondadori. Il romanzo non vinse, ma Cesare Pavese lo propose a Giulio Einaudi, che accettò di pubblicarlo, dando così inizio a un rapporto con Calvino che sarebbe proseguito per gran parte della sua vita, in veste di autore, di consulente, di redattore e direttore di collane.

Valentino Bompiani
Proveniente da una famiglia ricca e aristocratica, di tradizioni militari, si avvicinò all’editoria con un apprendistato di circa cinque anni presso la Mondadori, prima come segretario di Arnoldo e poi come segretario generale, e nel 1928 fece una breve esperienza presso la casa editrice Unitas (specializzata in testi scolastici e periodici), che a breve subirà il fallimento per aver pubblicato senza permesso una parodia dei Promessi Sposi di Guido da Verona. Valentino Bompiani fondò la sua casa editrice (non comprensiva di tipografia, come invece erano Mondadori e Rizzoli) nel 1929 a Milano.

Nel ’39 Bompiani conferì a Vittorini l’incarico di dirigere la collana “Corona” e di curare l’antologia di scrittori americani Americana che, a causa della censura fascista, venne pubblicata solamente nel 1942 e con tutte le note dell’autore soppresse (l’edizione integrale uscì nel 1968). Vittorini pubblicò per Bompiani il suo romanzo Uomini e no (1945) e lavorò per lui tra il 1938 e il 1943. La Capria ricorda l’elegante formato “gotico” in cui uscirono Cronin, Caldwell e Steinbeck, ma anche Alvaro, Moravia, Brancati, Vittorini: «la gente si accorgeva che esistevano anche romanzi italiani che potevano ben reggere il confronto con gli stranieri».

Tra il gennaio del 1943 e la Liberazione la censura blocca la stampa della Dickinson e di Conrad, ordina il sequestro di Il Volga nasce in Europa di Curzio Malaparte e tra le opere della collana “Corona” non concede il nulla osta a Gide, a Proust, a Cocteau.. La stampa di Salò non manca di attaccare l’attività della Bompiani. Si legga l’ironico commento su “Il Fascio” del 22 ottobre 1943:

«Quale magnifica prova di coerenza continuano a dare gli editori e i librai italiani, almeno quelli di Milano. Certo in prima fila sta l’editore Bompiani – l’editore di quell’incrocio di giudeo e di slavo Alberto Moravia (…) – l’editore Valentino Bompiani che subito accolse nella sua casa l’ebreo avvocato Falco allorché questi, per le leggi razziali, non poteva più esercitare la professione forense, e che scelse pure come proprio braccio destro quell’ ‘americanista’ Elio Vittorini di cui parlammo nel numero scorso»

Tra il 1945 e il 1950 con un lavoro immane (in casa editrice l’opera era soprannominata “L’arca di Noè”) fu completato il Dizionario letterario delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, in tredici volumi, a cura di Celestino Capasso, Paolo De Benedetti e la revisione filologica di Carlo Cordiè, ideato già dal ’38 con lo scopo di «mettere in salvo, con la memoria e lo studio di chi conosceva direttamente le opere, tutto ciò che l’uomo ha pensato e scritto nei millenni, dalle origini ad oggi».

Aldo Garzanti
Forlivese, figlio di un maestro elementare ex-garibaldino e quindi allevato agli ideali risorgimentali, allievo all’università di Bologna di Giovanni Pascoli, Aldo Garzanti fu all’inizio insegnante e poi imprenditore chimico, finché nel ’39 non rilevò la prestigiosa Fratelli Treves, la casa editrice di D’Annunzio, Verga, de Amicis e Pirandello – costretta a chiudere per le leggi razziali – continuandone la linea editoriale. La nuova sede di Forlì riesce a conquistare un buon numero di lettori con Il mulino del Po, romanzo di Riccardo Bacchelli, uscito nel 1940, che nel giro di tre anni raggiunge le 100.000 copie vendute.
In una lettera del 24 marzo 1942 Aldo Garzanti rispondeva alla lettura di un breve testo (Essi pensano ad altro) arrivato da Reggio Emilia a firma Silvio D’Arzo. Garzanti ammetteva di trovarsi preso in una «martellante e ossessionante allucinazione» dove il lettore, necessariamente coinvolto nel gioco, doveva «[…] per molte e molte pagine aspettare, attendere, sperare». Ma infine Garzanti ne rifiutò la pubblicazione, così come già Bompiani, nella persona di Emilio Cecchi ed Einaudi, attraverso Pavese e la Ginzburg, avevano rifiutato Casa d’altri (che uscì poi per Vallecchi).
Dopo i pesanti danni subiti nel 1943 per i bombardamenti, che distrussero anche gli archivi, Aldo Garzanti avvia un piano di ricostruzione: nel ’44 affida a Gio Ponti la costruzione del palazzo Garzanti in via della Spiga a Milano (la sede che poi negli anni ottanta sarà affrescata da Tullio Pericoli); si dedica poi alla Fondazione Garzanti a Forlì, affidando la casa editrice milanese al figlio Livio che l’ha diretta dal ’52. E’ lui, Livio Garzanti, che per personalità può entrare nella “cinquina” degli “editori protagonisti”.

La figura dell’agente letterario

Quella dell’agente letterario è una professione ormai stabile dell’editoria: l’industrializzazione del mercato del libro, il conseguente aumento delle dimensioni di alcune case editrici, la diversificazione delle attività al loro interno lo richiedono. Inizialmente, in Italia l’agente letterario si occupava soltanto dei diritti dei titoli stranieri che venivano “importati”. È con Erich Linder che l’agente letterario acquisisce nuove funzioni editoriali; egli viene definito “il padre di tutti gli agenti letterari italiani”.

Nato in Galizia nel 1925 da madre polacca e padre rumeno, fu tra le più autorevoli e influenti figure dell’editoria mondiale, rappresentando 10.000 autori tra i quali Pound, Mann, Joyce, Kafka, Roth, Brecht, Salinger, e i più importanti in Italia.
Immigrato in Italia prima della seconda guerra mondiale, colpito con la sua famiglia dalle discriminazioni razziali, frequentò la scuola ebraica romana. Durante la guerra riuscì con avventure rocambolesche a sfuggire ai tedeschi, per poi raggiungere l’esercito alleato con cui rimase sino alla fine della guerra. Conosceva perfettamente cinque lingue. Augusto e Luciano Foà lo coinvolsero a collaborare all’impresa delle nuove Edizioni Ivrea di Adriano Olivetti e in seguito, per la sua competenza di traduttore, con la casa editrice Bompiani. Nel 1951 assunse la guida della Agenzia Letteraria Internazionale, ALI, fondata nel 1898 da Augusto Foà e lasciata da Luciano che era stato chiamato da Einaudi a sostituire Cesare Pavese dopo il suicidio. L’ALI sotto la guida di Linder divenne tra le più importanti agenzie letterarie al mondo, e forse la più importante in Europa.
Alla domanda «Chi è un agente letterario?» Linder stesso rispondeva:
«Un agente letterario è un amministratore di autori. Non c’è nessuna ragione perché si debbano avere dei commercialisti, degli avvocati e perché invece gli autori non debbano far gestire i loro affari da qualcuno che conosca il mestiere: gli autori dovrebbero scrivere libri»
In un convegno internazionale a lui dedicato, Inge Feltrinelli ricorda:

«Era un uomo molto rispettato e anche un po’ temuto. Incuteva una certa soggezione: perdere la sua simpatia poteva significare perdere anche la possibilità di pubblicare autori cui si teneva molto. Abituati a fare da soli, sia nella fase di scouting sia in quella, più delicata, delle trattative contrattuali, gli editori italiani nel dopoguerra dovettero fare i conti con Linder e accettarlo come interlocutore. (…) Linder aveva una grande idea del proprio ruolo, consapevole che con i suoi sì o i suoi no finiva con il dar forma ai programmi letterari del mondo librario italiano.»

E Leonardo Sciascia: «Stando con lui, al fatto economico, alla sicurezza di ricevere diritti e compensi, si accompagnava la possibilità di comunicare con gli editori, e specialmente con gli editori stranieri, il farsi sentire, l’avere – per così dire – voce in capitolo»

 

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Emilio Radius, Piero Nardi, Corrado Alvaro, Filippo Sacchi: maestri di scrittura spesso dimenticati, ma che invece faremmo bene a riscoprire e rileggere

Vi sono almeno quattro nomi che in questo periodo ci preme preservare alla memoria: Emilio Radius, Piero Nardi, Corrado Alvaro, Filippo Sacchi. Sono stati uomini di scrittura capaci di segnare con opere proprie e un infaticabile esempio di disponibilità personale il loro Novecento che è diventato anche il nostro nella modesta azione di seguirne la eminente produttività leggendone solo in parte pagine comunque destinate a restare.

L’approccio con Radius è avvenuto fortuitamente attraverso Guido Piovene in un volumetto di ritratti indimenticabili nel quale spiccava un vibratile tratto dedicato a Maria Callas che aveva conosciuto come pochi partendo dalla sua voce, dal suo corpo ardente come una torcia da palcoscenico tutto proteso verso la libertà totale – come scriveva Radius – in direzione di una progressiva agilità che la scaldava lentamente. Timido e riservato quanto alacre, Radius ha diretto La lettura già condotta da Giacosa e Simoni in uno dei momenti alti della cultura borghese italiana. Era uomo di lettere ma anche di macchina, di giornali, di titoli, di lettori di qualsiasi età, come ricorderanno gli ormai antichi lettori del Corriere dei piccoli. Sodale di Buzzati con il quale era capace di rendere commestibili e digeribili le veline del regime, Radius ha lavorato tra gli altri con Filippo Sacchi, uno dei critici cinematografici più intelligenti della stampa italiana (basterebbe rileggere Al cinema con il lapis, un’agile ma pregnante raccolta di un biennio di recensioni dei primi cinquanta del novecento per rimanere stupiti del livello di scavo psicologico di un cronista che fu pure romanziere, poco ricordato peraltro).
La squadra dell’Europeo salpato nel novembre 1945 deve molto a Radius, alle sue intuizioni, come del resto in seguito Oggi, Il Mondo, ma la casa sua fu il Corriere già negli anni venti in una scuola di giornalismo dove si fece ossa ancor più robuste dopo il fugace esordio alla Tribuna-Idea Nazionale. Nelle pagine provinciali in coppia con Buzzati cresceva una professionalità che diventava amicizia (il ricordo di Radius sopra Buzzati è magistrale quanto affettuosamente discreto, una discrezione calorosa e competente appare la cifra dell’autore che brilla per misura, chiarezza, energia contagiosa).

Una cinquantina di libri accompagnano un vitalismo calibrato: saggi, romanzi, migliaia di pezzi propri e corretti ad hoc per altri, prefigurano una persona d’eccezione, ben al di là del giornalista scrittore, capace persino di dedicarsi a una enciclopedia della musica a più mani in quattro volumi. Un manzoniano doc fu Radius (Paura di che?, Vita di Manzoni, sono i titoli per il commento dei Promessi Sposi e della biografia) che fa ancora testo e che rappresenta al meglio una divulgazione di qualità, con pagine compulsate da illustri critici manzoniani. Una storia della donna poi attraversa il secolo scorso e costituisce una delle migliori letture per finezza espositiva e tatto, gusto letterario calato nella concreta vicenda umana e storica, così ricco di sottigliezze in grado di descrivere segnatamente il cambiamento di un ethos con levità rispettosa e ironica.

Così come l’affresco di fine ottocento di una Roma narrata sino all’avvento del regime fascista rimane un vero viaggio conoscitivo da riproporre senza indugio. Ma Radius non si privò dell’esperienza del romanzo (Nati per vivere, Raffaella e Vittoria, Giorni e peccati), senza dimenticare Amici di mezzanotte che nel 1933 venne lodato da Cardarelli, un godibile viaggio tra autori nell’incontro notturno e giovanile della lettura (Robinson Crusoe, Don Rodrigo, Faust e Mefistofele, D’Artagnan, Pinocchio, Aladino, Giulietta, Don Giovanni). I ricordi di un giornalista ci hanno donato anche una storia della professione lungo i suoi primi cinquanta anni, ancor prima della sua istituzionalizzazione più tradizionale e anche qui lo sguardo dell’autore è nitido, calzante, indispensabile per tracciare la storia di stanze, ambienti, luoghi ma soprattutto caratteri pronti a edificare una prima forma di opinione pubblica consolidata. Emilio Radius fu davvero un maestro di giornalismo e scrittura, appare doveroso tenerne vivo il ricordo aprendo i suoi libri, reperibili attraverso la rete in misura copiosa quanto fu il suo impegno e la sua dedizione a una vocazione mai tradita.

Piero Nardi

Nell’ambito dello spettro biografico Piero Nardi costituisce una delle punte di diamante degli studiosi capaci di scrivere biografie critiche di straordinario fascino anche per il lettore odierno. Uno studioso che si presta magnificamente alla comprensione di un’intera epoca, nella meticolosa ed avvincente ricostruzione degli stati d’animo, nelle differenti temperie. Se nel 1924 il saggio dedicato alla Scapigliatura suscitò notevole interesse, appaiono ancora di ampio apprezzamento gli affreschi dedicati a Boito, al Giacosa di cui fu intimo amico, a Fogazzaro, ma soprattutto le due formidabili e diverse edizioni (1947 e 1971) atte a rivivere la parabola di D. H. Lawrence, un autore dall’esistenza tarantolata non solo nell’opera che il Nardi riesce a documentare e ad evocare rifondando a distanza di tempo una amplissima indagine pioneristica e valutata benevolmente anche all’estero.
Nato a Vicenza il 6 agosto 1891 studiò a fondo Ariosto, Tasso, Goldoni, Verga ai quali si dedicò con intento di finissimo mediatore in particolar modo per il mondo scolastico grazie alla fruttuosa collaborazione con la casa editrice di Arnoldo Mondadori. Uomo di gusto e di rara profondità psicologica trovò il tempo di coordinare l’attività editoriale della Fondazione Cini alla quale donò un oscuro lavoro di magistero presso una delle migliori istituzioni italiane con l’ausilio di un nutrito numero di allievi. Leggendo la biografia che interessa la figura di Arrigo Boito si rimane attoniti a fronte della ricchezza che animava la cosiddetta Italietta o almeno quel circolo culturale ristretto ma fino a un certo punto capace di sembrare quasi brulicante di fremiti culturali. Nardi fa rivivere ambienti, luoghi, diverse personalità (si pensi solo a Verdi, Giacosa, Verga, la Duse, Ricordi…) ma al di là della stupefacente raccolta dei fatti e dell’intensità psicologica delle citazioni e delle interpretazioni si rimane abbagliati dalla curatela delle opere, organica e fluviale. Solo per David Herbert Lawrence si tratta tra biografia, poesie, romanzi, racconti, libri e pagine di viaggio (tra cui il bellissimo Mare e Sardegna), teatro, opere filosofiche, critica e epistolario di ben quattordici volumi alla quale si aggiunge la monumentale biografia in seconda versione del 1971 di ben 1251 pagine, rispetto alle già rutilanti 898 della princeps.

Corrado Alvaro

Corrado Alvaro è tra gli scrittori più importanti del novecento italiano forse il meno in evidenza, eppure la sua densità di scrittura, la sua riflessione profonda e prolifica offrono una così variegata opportunità di scelta in grado di non scontentare ogni palato. Tra romanzi, racconti e novelle, una sostanziosa qualità di saggi, il teatro, sceneggiature cinematografiche, traduzioni, ci si può muovere come raramente capita nel tempo odierno. La solidità di Alvaro è una garanzia che sorprese anche il lettore statunitense nel romanzo L’uomo è forte, un testo che trovò una diffusione importante grazie ad un editore di peso, ma l’incontro con Alvaro per noi è giunto tramite Lorenzo Giusso, per via filosofica saggistica, fedele sodale in quel di Napoli. E certo Quasi una vita, Il nostro tempo e la speranza, Roma vestita di nuovo, secondo volume dei tre preziosi costituenti Itinerario italiano, sono tutte pagine di una palestra che ci pare adatta a un primo approccio all’autore, esemplare pure in una mirabile cronaca sulle bonifiche pontine, un pezzo di vero giornalismo documentario.
Ma il Corrado Alvaro saggista dispiega con vigore quella tensione introspettiva in grado di sciogliere il pensiero più recondito e sorprendente anche nell’appunto più innocente e breve. Quasi una vita, Giornale di uno scrittore (1950) in questo senso è un florilegio di frammenti più o meno estesi che ricordano la forma dell’arabesco compiuto caro ai romantici tedeschi. Tra il 1927 e il 1947 Alvaro detta a se stesso come fosse un sismografo di eccezionale sensibilità sensazioni, percezioni, minime scosse di un’esistenza a scopo d’officina interna, un giornale di viaggio, dove a bordo della memoria sale qualsiasi parola possa tramutarsi nel viluppo elaborato di un rovello da estendere in un secondo tempo. Un non disperdere assoluto, rigoroso, ordinato. Quasi una vita. E così ben congegnata che da appunto diventa qualcosa di proponibile nella compattezza possibile e ritrovata, della vita in forma di libro.

Il nostro tempo e la speranza, Saggi di vita contemporanea (1952) potrebbero essere letti oggi con la medesima freschezza di allora, perché sono intrisi di un’umanità eterna, circonstanziata, toccano il centro delle cose, la vita nella sua tensione più accesa, nello spazio-tempo, nel cronotopo, dove il sangue scorre nelle vene, mentre l’adrenalina muove il senso e il significato attraverso il corpo e l’attrito trova un avversario degno. Conflitto con il padre, Cos’è la felicità, La confusione dei sentimenti, Per nozze, Fatalità moderna, Il male e la sua ombra, sono solo alcuni titoli di saggi anche brevi ma così coscienziosi da risultare in ogni riga carichi di significato, di buon senso, cosa ben diversa dal senso comune. Vi è un profondo stare con i piedi per terra, un saper vivere che corrisponde ad un civile guardarsi attorno con educazione e cortesia, un rispetto attento a osservare ogni percettibile mossa della giovinezza e delle maturità più articolate a fronte di un’umanità mossa da una società frantumata.

Volume appena postumo (1957) ma disposto ancora dall’autore in vita, Roma vestita di nuovo occupa la seconda sezione dell’Itinerario italiano, un trittico che come pochi rammenta a chi vive in questa nazione il paesaggio umano, civile, lo spirito di un popolo e di un’umanità che Corrado Alvaro sa cogliere da più punti vista: con la penna ferma ma impreziosita da continuo scandaglio mai domo nel descrivere in aspetti spirituali e morali, consuetudini, evoluzioni di persone e luoghi resi in molteplici prospettive attraverso un tempo storico mosso. Il passo dello scrittore ha la padronanza ma anche il genio di chi si pone con tale umiltà a fronte della realtà da poterne osservare con attenzione speciale e con occhi sempre nuovi l’Italia d’anteguerra, della fase bellica, della ricostruzione. Sono pagine che compongono un quadro di straordinario valore ben al di là dell’esclusivo piano letterario.

Roma è il fulcro del volume, Milano, Venezia, Genova, Volterra, Nomadelfia, Ortona, Fiume e Pescara in pagine dannunziane eminenti che riportano il vate sulla terra fanno cornice a uno stile precipuo di scrittura ricchissimo di sfumature, folgoranti intuizioni, senza mai tralasciare il racconto, ciò che sfila come in uno speciale cinematografo ( e Alvaro ne scolpisce più volte i limiti e la misura non esaltante della nuova arte) d’ironia piena, dove la parola è sì ricca d’immagini ma sedimentate nella compattezza della mente di una memoria mobile e fantasiosa, personalissima. Sono pensieri critici, luminosi, argomentati. Prendiamo una battuta in apertura di Roma vestita di nuovo :

Sonetti e amore non hanno mai formato il pericolo d’una società. Cinema e reginette di bellezza, che ne sono l’equivalente moderno, neppure. È un fortunato incontro tra l’essenza sessuale protestante, cinematografica e fotografica, e l’essenza romanesca. Il loro paganesimo coincide stranamente. Hanno molta strada da percorrere insieme. Una civiltà di continuo fuggente da se stessa, è facile che cada al rango coloniale. Con la scienza moderna si può spiegare tutto, e si può rendere scientifico il mondo più esoterico e che di spiegazioni non avrebbe bisogno; che anzi sarebbe meglio non spiegare. Ma l’americanismo ha per base la pubblicità. La vita è in sostanza meno religiosa che mai; ma, disperata di tutti i poteri, scettica della stessa legittimità e stabilità di ogni potere, troverà nell’apparato religioso una vaga garanzia di stabilità, qualcosa che sarà vantaggioso non poter discutere.

Oppure osservazioni che riguardano la medesima arte con un taglio del tutto diverso, intrise di quell’umile umanità che è un tratto peculiare di Alvaro, che abbraccia realmente nella sua vastissima opera una amplissima varietà di ingegno:

Gli americani hanno lasciato a Roma, tra i loro atteggiamenti, quello di tenersi per mano, uomo e donna, camminando per la strada. Il cinema italiano ne ha introdotto un altro, quello di far coppia o gruppo tra ragazze, a braccetto o abbracciate. Ho veduto per qualche tempo, alla finestra due ragazze che parteciparono a uno dei film da cui nacque questo modo di fare gruppo. Poi la padrona della sartoria le licenziò, ed esse andarono a ricorrere dal regista di quel film, ignorando la memoria particolare che presiede al cinematografo e che è uno dei fenomeni curiosi del mondo moderno. Perché, autori e regista, regista e attori, lavorano insieme molte ore al giorno, finiscono col conoscersi da cima a fondo, ingegno, fantasia, cultura, tendenze, abitudini, linguaggio: terminato il lavoro, non si vedono più a volte per anni. I rapporti del regista con l’attrice sono pieni di una speciale tenerezza, quella di due persone che si creano a vicenda e il cui successo è legato scambievolmente; terminato il lavoro, è come un grande amore esaurito per stanchezza.

Filippo Sacchi

Filippo Sacchi fa parte ufficialmente della vasta schiera dei critici cinematografici ma in realtà è stato anche un romanziere, un divulgatore di alta qualità nel delicato campo dell’educazione civica, un conoscitore delle nostre città, lui veneto ma forse prima italiano (notevole tra le sue opere è persino Un’idea di Milano, un libro che non sfigura nemmeno di fronte a Roma moderna di Insolera). Fu collega di Radius al Corriere dove si distingueva per affabilità, competenza, utilizzo di un linguaggio scritto e parlato esatto, preciso, efficace, munito di una sottile ironia e una sensibilità istrionica nello studio delle psicologie più sofisticate. Era consapevole di tutto ciò ma non lo faceva certo pesare di fronte ai suoi interlocutori. Intelligenza acuta ma leggera la sua penna anche nello schizzo breve di un film, di una critica appena sufficiente a delineare un quadro di massima, era pungente, spiazzante, mai scontata. Informata quel tanto da sorprendere il lettore che quasi mai prevedeva dove si andava a parare senza seguire alla lettera il discorso. Non era certo temuto nei suoi giudizi ma contavano assai proprio perché dotati di un prestigio riconosciuto e stabile.

Leggendo la biografia di Caterina Boratto si può cogliere addirittura il pianto della stessa a fronte di una impuntatura del Sacchi che la coglieva in fallo. Inezie. Sta di fatto che anche Sacchi appartiene a quel genere di cronista specializzato capace però di possedere una cultura tale da passare tranquillamente a produrre un’edizione commentata della nostra Costituzione per Mondadori in grado di difendersi da sola ancora oggi, ma è solo un esempio. Vicentino di nascita ebbe una visione sempre liberale della società italiana a tal punto che nel 1941 una critica a Doris Duranti, compagna di Pavolini, lo portò alla esautorazione dal Corriere. Fu anche una colonna di Epoca dove scrisse a lungo come a La Stampa nel dopoguerra.
Un quadrivio di nomi, un quadrifoglio di ripescaggi possibili, una piccola operazione di archeologia letteraria che potrebbe riservare qualche sorpresa ulteriore.

 

L’intellettuale dissidente

Al via Milano Bookcity 2016

Anche quest’anno torna Milano Bookcity: la quinta edizione si terrà dal 17 al 20 novembre.
La manifestazione è promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e dall’Associazione BookCity Milano di cui fanno parte la Fondazione Corriere della Sera, la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e la Fondazione Umberto e Elisabetta Mauri. Un contributo particolare è dato anche dal Centro per il Libro e la Lettura, dall’ Associazione Italiana Editori, dall’ Associazione Italiana Biblioteche, dalla Associazione Librai Italiani e Librerie Indipendenti di Milano.

Ad inaugurare questa edizione ci sarà Eif Shafak, una delle più autorevoli voci della narrativa turca contemporanea; al Teatro dal Verme Shafak riceverà anche il Sigillo della Città.
Bookcity, come ogni anno, coinvolge editori grandi e piccoli, autori, librai, bibliotecari, traduttori, illustratori, lettori, scuole di scrittura, associazioni, scuole pubbliche e private e università. Per questa edizione tantissimi gli eventi, tra incontri, presentazioni di libri, letture ad alta voce, mostre fotografiche, spettacoli, seminari, interviste.

Lo scopo della manifestazione è sempre più quello di partire dal basso, per ascoltare e farsi carico delle istanze e dei bisogni dei lettori e per poter creare una sinergia sempre più costruttiva. Achille Mauri, Presidente di BookCity Milano 2016, sostiene che il segreto è proprio la capacità e la voglia di ascoltare e la voglia di raccontare. La principale novità di questa edizione sarà al Padiglione Visconti dove sarà proposta una maratona di lettura lunga una notte, un progetto a cura di Daniele Abbado intitolato Le voci della città sul tema de Le Città Invisibili di Italo Calvino. Al Teatro Franco Parenti Il Circolo dei lettori di Torino proporrà L’ora del sesso un reading con Francesco Piccolo ed Elena Stancanelli, un modo diretto per raccontare il sesso in sessanta minuti, senza freni e inibizioni. Ancora nella cornice delle Gallerie d’Italia di Piazza Scala Luis Sepúlveda affronterà il tema della condivisione, nell’ incontro dal titolo Lo stupore del racconto. Questi sono solo alcuni degli eventi e dei protagonisti che parteciperanno a quattro giorni dedicati  ai libri e non solo.

Per questa quinta edizione la manifestazione di Milano Bookcity si espande e, oltre al Castello Sforzesco, si aprono al pubblico quattro “punti cardinali”. In ogni punto si svolgerà programma costruito intorno a un tema centrale dell’attuale dibattito culturale. Ogni tema viene poi discusso in vari incontri con autori ed esperti di livello internazionale.

Il festival di Milano Bookcity si chiuderà domenica 20 novembre al Teatro Franco Parenti, con Clara Sánchez . La scrittrice spagnola e Marcello Fois parleranno del nuovo romanzo Lo stupore di una notte di luce atteso seguito de Il profumo delle foglie di limone a cui seguirà una lettura di brani interpretati dall’attrice Isabella Ragonese.

Anche quest’anno Milano sarà una grande vetrina per i libri, gli autori ed i lettori.

“La strada verso casa”, “l’attesissimo” romanzo del mediocre Fabio Volo

Nonostante il nome d’arte (all’anagrafe Bonetti), il nostro “NON SCRITTORE” Fabio Volo, come ama lui stesso definirsi, ha i piedi ben piantati per terra e non tre metri sopra il cielo. Ma a ben pensare in realtà, qualche caratteristica “mocciana” l’ha ereditata: sfornare un gran numero di romanzi in un tempo ristretto, romanzi che a detta sua descrivono la società, ottenendo un successo tale da battere anche Dan Brown… un vero fenomeno!

Inspiegabile, addirittura invidiato, Fabio Volo, il trentasettenne bergamasco ex panettiere, ex barista ed ex Iena partner di Simona Ventura, riesce ancora una volta a stupirci pubblicando un nuovo romanzo dal titolo “La strada verso casa” (Mondadori).

Si racconta la storia di un amore tormentato e  di due fratelli,  Andrea e Marco, caratterialmente diversi e lontani, ma che gli eventi costringono ad avvicinarsi, a capirsi di nuovo e a confrontarsi con un inconfessabile segreto di famiglia che li segue come un fantasma, per una narrazione che procede tra la retorica sentimentale e abbondanza di luoghi comuni e con l’intento di emozionare e commuovere il lettore, spingendo l’acceleratore sul ‘fattore nostalgia’.

Il tour promozionale di questa ultima fatica letteraria che porterà Fabio Volo in giro per l’Italia è già partito ed è possibile non solo prenotarlo in tutte le librerie, ma anche  in formato e-book. Grande fervore dunque per i suoi numerosissimi fansche alla notizia, in meno di dieci minuti sono riusciti a fargli raggiungere cinquemila “mi piace”(la nuova frontiera) al suo post di Facebook.

Nonostante la consapevolezza di essere distante anni luce dall’ Olimpo della letteratura, Volo riesce comunque a vendere milioni di copie, un continuo successo che può essere spiegato solo su base empirica.

Il giornalista e critico televisivo Aldo Grasso ha detto di lui che qualsiasi cosa faccia, “sente la vanga, la provincia che avanza”. Ma a Fabio Volo, dall’alto della sua torre d’avorio, quella definizione è piaciuta tantissimo, al punto da appenderla al muro in un quadretto. “L’ironia è fondamentale” ha sempre sostenuto  il non-scrittore , “la vita è stata fatta per essere semplice…” e ancora  “…da ragazzino non ho concluso mai nulla, anche se la lettura mi ha sempre aperto la mente, ma la mia metamorfosi può dirsi compiuta solo grazie ad una persona: Silvano Agosti… i suoi romanzi mi hanno cambiato la vita”.

Con semplicità e creatività Volo è andato avanti, col volto, lo stile e il talento di uno qualunque, e come spesso ha ripetuto “Chi va in mare, naviga. Chi sta a terra, giudica. Io navigo!” e volendo utilizzare termini leopardiani potremmo dire che “il naufragar gli è dolce in questo mare!”.