‘La Notte’, l’autobiografia di Elie Wiesel per la giornata della memoria

E’ sempre un lavoro delicato e spinoso raccontare di un libro autobiografico sull’Olocausto, ma parlare del La Notte di Elie Wiesel risulta più arduo del previsto. Pubblicato da Giuntina nel 1958, appartenente alla collana Shulim Vogelmann. Il romanzo non racconta solo la storia di un bambino ebreo, ma introduce ad una testimonianza reale di sofferenze, dolore, cattiveria e brutalità circa la persecuzione ebraica degli anni trenta e quaranta del XX secolo.

Eliezer Wiesel nato il 30 settembre del 1928 a Sighet, in Transilvania, in una comunità di ebrei ortodossi, affronta in tenera età la deportazione nei capi di concentramento nel 1944, quando l’Ungheria fu invasa dai Tedeschi. Liberato nel 1945, visse gran parte della sua vita in Francia dove si formò alla Sorbona e in seguito, insegnò la lingua ebraica. Nel 1954 inizia a scrivere la sua autobiografia e, in collaborazione con Turkov, pubblicò il manoscritto in lingua yiddish. Non riscosse però molto successo. L’incontro con lo scrittore premio Nobel François Mauriac, autore della prefazione, fu determinante per la diffusione del libro in lingua francese, avvenuta nel 1958.

 

Ciò che risalta subito all’occhio attento del lettore è quanto l’autobiografia di Elie Wiesel mostri l’oscurità di quella pagina di storia che fu l’Olocausto: infatti La Notte è tra i tre libri più significativi sul genocidio del XX secolo, insieme con il Diario di Anna Frank e Se questo è un uomo di Primo Levi. Ambientato nel 1944, il racconto ripercorre i momenti più significativi vissuti prima, durante e dopo la deportazione nei campi di Birkenau, Auschwitz, Monowitz, Buchenwald.

In tutta la narrazione, di importanza fondamentale è il dialogo interiore e i riferimenti alla fede che il giovane riprende di continuo. Elie, ragazzo di 15 anni inizialmente sente forte il desiderio di conoscenza della parola di Dio, passa molto tempo in sinagoga, studia il Talmud e discute di Cabala. Con le prime restrizioni antisemite, la sua sete di risposte e domande aumenta e quando la notizia della possibile deportazione diventa concreta intraprende un vero e proprio dissidio interiore con Dio.

Con l’arrivo al campo e la visione di episodi disumani, la conflittualità si inasprisce, fino a quando, il giovane arriverà a domandarsi “Dio dov’è?”. Per quanto la sua fede abbia vacillato, essa resterà comunque presente. Questo punto importante, Elie sembra aver trovato nell’idea di Dio, un appiglio inconscio utile per restare in vita. Toccante è sicuramente l’episodio che racconta l’impiccagione del piccolo pipel, sottolineato come tra i momenti che meglio descrivono la conflittualità interna del giovane Elie.

Nel libro i momenti di interiorità sono alternati a passi narrati dove Wiesel è solito riportare alla luce personaggi per lui importanti con le loro azioni e pensieri. Uno in particolare risulterà essenziale: il padre. Descritto con un aspetto autorevole, è un punto di riferimento per la comunità ebrea di Sighet: è illustrato come colui che annuncia la chiusura dei ghetti e avverte tutti gli altri di prepararsi alla deportazione. Sarà unico sopravvissuto della famiglia Wiesel , dalla quale l’autore-narratore non si allontanerà mai.

Di grande impatto emotivo è il racconto che Elie fa di come il padre abbia sopportato botte, percosse e soprusi con grande dignità, suscitando la sua rabbia e la sua ammirazione per non aver reagito. Molto intenso è il ricordo doloroso della madre e della sorella più piccola , alla quale è poi dedicato il libro: le vede l’ultima volta allo smistamento ad Auschwitz e solo in seguito capirà che non le rincontrerà più. Altre figure menzionate sono: Moshè lo Shammas, custode della sinagoga di Sighet che cerca di avvisare la comunità invano; Juliek, Idek, l’operaia francese, Franek, Rabbi Eliau , altri deportati che condividono la prigionia e che ricreano quella parvenza lontana nucleo socio-comunitario ormai scomparso. I kapò , le SS e i capi del campo raccontati nella loro efferatezza, nei comportamenti e nei particolari che li differenziavano o li univano.

Non si può non accennare alla straziante descrizione sociale e umana che l’autore fa della vita nei lager: ricca di pathos e così vivida nei particolari, illustra come tanti esseri umani abbiano perso la razionalità e si siano abbandonati agli istinti. E’ l’intento vero nazista a prevalere nei campi ovvero ridurre gli ebrei, considerati inumani, a comportarsi come bestie. Per questi suoi contenuti così forti, prima della pubblicazione , il libro ebbe difficoltà a trovare un editore disposto a mandarlo in stampa: il manoscritto di circa 400 pagine era troppo morboso. Fu fatta dunque una scrematura che ne riducesse o eliminasse tratti considerati troppo forti per un lettore. In merito alla scrittura di questo libro, ancora aperta appare una controversia che stenta a stabilire se il libro sia interamente bibliografico o romanzato, in alcune parti. Questa questione viene sollevata con la pubblicazione de “La Notte” negli Stati Uniti.

Il libro ,uscito durante un periodo in cui le memorie erano accolte con molta titubanza, fu Rut Franklin a incentivare la sua diffusione e, a questo proposito, afferma che trattare di ricordi è sempre complicato e la verità in prosa, che segue una linea morale, non è sempre conforme alla verità della vita.

Nonostante tutto, il libro resta un vero capolavoro della memoria collettiva Ebrea negli anni della Shoah. La linea labile tra verità e romanzo, opportunamente presente, è ridotta al minimo. Eliezer Wiesel ha saputo in modo esemplare riportare le sue memorie con uno stile unico e inimitabile e, non a caso, per questo libro e per il suo impegno sociale e umanitario, fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1987.

Il libro per alcuni tratti ha ispirato anche il celebre film, vincitore del Premio Oscar 1998, La Vita è Bella di Roberto Benigni, nel quale protagonisti sono proprio un padre e un figlio deportati ad Auschwitz.

‘Un paio di scarpette rosse’ di Joyce Lussu, una poesia per non dimenticare

La poesia Un paio di scarpette rosse di Joyce Lussu, ruota attorno ad un paio di scarpe rosse numero ventiquattro nelle cui suole interne si vede ancora la marca di fabbrica “Schulze Monaco”. Un paio di scarpette normalmente utilizzate per i giorni di festa, ed ancora nuove, che un bambino di soli tre anni e mezzo calzava a Buchenwald, un campo di sterminio nazista, in Germania. Quelle scarpette erano in cima ad un mucchio di altre scarpette appartenenti a bambini che in quel luogo hanno trovato la morte. I nazisti facevano entrare genitori e bambini nelle camere a gas, con la scusa che li avrebbero sottoposti ad una doccia con successiva disinfestazioni per farli entrare in un campo-gioco. Invitarono per altro i genitori a far avvicinare i bambini ai bocchettoni, per farli lavare meglio, ma da quelle aperture non usciva acqua, ma solo gas. Prima però, i bambini venivano fatti spogliare e rasare. La poetessa italiana infatti scorge anche un mucchio di riccioli biondi, di ciocche nere e castane. Joyce Lussu cita poi un altro sistema di morte usato dai nazisti: l’utilizzo dei forni crematori, infatti dice che probabilmente non riusciremo ad immaginare di che colore erano gli occhi di quel bambino bruciati dal forno, ma che riusciremo ad immaginare il suo pianto; un pianto che nessuno riuscirebbe a sopportare, che nessuno vorrebbe sentire e che io spero di cuore che nessuno in futuro dovrà sentire mai. Questa poesia apparentemente dedicata ad un solo bambino è in realtà rivolta a tutti i bambini che furono gasati, lo conferma il fatto che quelle scarpette erano in cima ad un mucchio di altre scarpette.

Joyce Salvadori Lussu nasce a Firenze l’8 maggio 1912, dove cresce a stretto contatto con i genitori: Guglielmo Salvadori e Giacinta Galletti, intellettuali antifascisti, entrambi provenienti da famiglie marchigiane con origini inglesi. Nel 1924, dodicenne, in seguito alle minacce e all’aggressione subite dal padre ad opera degli squadristi fiorentini, lascia l’Italia insieme alla famiglia. Tra il 1930 e il 1932 studia filosofia ad Heidelberg, in Germania, dove vede nascere, con allarmata e critica vigilanza, i primi sintomi del nazismo. Nel corso degli anni, nonostante la vita clandestina, studierà Lettere alla Sorbona di Parigi e Filologia all’Università di Lisbona.
Nel 1932 rientra in Italia e si reca a Ponza a trovare il fratello Max, mandato al confino nell’isola con l’accusa di far parte del gruppo romano di “Giustizia e Libertà”. Lei stessa, più tardi, aderirà al movimento. A Joyce viene affidato un documento con le indicazioni per una possibile fuga dall’isola, da consegnare a Emilio Lussu, del quale ha letto sui giornali e sentito parlare dai suoi genitori, che lo avevano conosciuto. Il primo incontro avviene a Ginevra nella primavera del 1933.

Dopo essere stata in diverse zone dell’Africa, tra il 1934 e il 1938, rientra clandestinamente in Europa, raggiungendo Marsiglia priva di documenti, iscritta come tutta la sua famiglia nelle liste nere del regime fascista. Nel 1939 si lega a Emilio Lussu col quale vive a Parigi fino al giugno del 1940, quando la città viene occupata dalle truppe tedesche.
I due raggiungono successivamente Marsiglia dove danno vita ad un’organizzazione di espatrio clandestino, producendo documenti falsi e riuscendo a organizzare le partenze dalla Francia per centinaia di antifascisti di diverse nazionalità. Successivamente saranno in Portogallo e in Inghilterra, dove lei seguirà un corso di addestramento alla guerriglia in un campo militare, prima di far ritorno in Francia. In Fronti e Frontiere (1946) lei stessa racconterà, in forma autobiografica, le vicende di questo periodo. Rientrata in Italia nel luglio del 1943, dopo le dimissioni e l’arresto di Mussolini, Joyce partecipa alla Resistenza: nel 1961 le verrà conferita con cerimonia solenne la medaglia d’argento al valor militare.

Nel 1944 si reca per la prima volta in Sardegna e ad Armungia. Il suo incontro con l’isola verrà descritto in L’olivastro e l’innesto (1982).
Nel dopoguerra è promotrice dell’Unione Donne Italiane e milita per qualche tempo nel PSI, prima di tornare ad occuparsi di attività culturali e politiche autonome. Tra il 1958 e il 1960 sposta il suo orizzonte di riferimento nella direzione della lotta contro l’imperialismo. Sono gli anni del sostegno ai movimenti di liberazione anticolonialistici grazie ai quali, attraverso numerosi viaggi, entra in contatto con popoli e culture differenti. Si dedica così ad un intenso lavoro di traduzione e di introduzione in Italia ed Europa di poeti delle avanguardie africane ed asiatiche.
La sua produzione letteraria riflette il suo spirito laico, antimilitarista e femminista, teso verso l’impegno per la libertà e la democrazia, l’emancipazione dei popoli, la riscoperta delle tradizioni e della storia locale. Tra le sue numerose opere si ricordano Tradurre poesia (1967), Storia del Fermano (1969), Le inglesi in Italia (1970), Padre padrone padreterno (1976), L’acqua del 2000 (1977).
Muore a Roma il 4 novembre 1998.

 

 

Un paio di scarpette rosse

 

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica

“Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse

in cima a un mucchio di scarpette infantili

a Buckenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo

chi sa di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni

ma il suo pianto lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini li possiamo immaginare

scarpa numero ventiquattro

per l’ eternità

perché i piedini dei bambini morti non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse

a Buckenwald

quasi nuove

perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole.

 

Fonti: https://doc.studenti.it/appunti/letteratura/e-paio-scarpette-rosse-joyce-lussu.html,  https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/01/27/un-paio-di-scarpette-rosse/

Giorgio Perlasca: uno dei “Trentasei Giusti ” al mondo nel saggio di Deaglio

27 Gennaio, il tempo per un attimo si arresta e ritorna al 1945, quando Le Forze alleate riaprirono i cancelli di Auschuwiz, riportando alla luce l’infamia di Hitler e delle leggi razziali, che prima devastarono e poi consumarono un’intera popolazione di Ebrei. In questa data, ogni anno si celebra il Giorno della Memoria. Una memoria ricostruita soprattutto da uomini e donne che hanno vissuto da protagonisti l’orribile olocausto, mostrandoci un pezzo di storia che non dovrà mai più ripetersi.

Alcuni Testamenti importanti ci sono anche nella letteratura come il libro Se questo un uomo di Primo Levi o il Diario di Anna Frank, che attraverso i loro occhi ci fanno vivere l’incubo dello sterminio degli  ebrei.

Nel 1991 un giornalista, Enrico Deaglio, ha riportato un’ulteriore testimonianza, raccontando la storia di Giorgio Perlasca. Il titolo del saggio è La banalità del bene.                                                                         In questo saggio Deaglio tesse la trama del saggio seguendo due fili precisi: La prima parte del racconto viene riportata oralmente dallo stesso Perlasca che sta tenendo un’intervista con il giornalista. Nella seconda parte il lettore apprende le vicende attraverso le parole del diario che Perlasca scrisse durante quegli anni.

L’incredibile vicenda di un commerciante padovano

Perlasca nacque a Como da una famiglia cattolica. Dalla città natale è costretto a trasferirsi a Trieste, dove aderisce al fascismo. L’ammirazione di Perlasca per D’Annunzio fu l’oggetto di uno screzio con un professore e che gli costò l’espulsione per un anno da tutte le scuole. Deaglio riporta testualmente le sue parole: “A dire il vero non sono il tipo da sgobbone, non finii  l’istituto tecnico. Ero uno a cui piaceva divertirsi, stare con gli amici e giocare a Pallone”. Nel 1936 andò come volontario, prima in Abissinia poi in Spagna. Da veterano, venne richiamato alle armi. Erano gli anni del “Manifesto della razza” e delle leggi razziali: gli ebrei cominciavano ad essere considerati una razza inferiore. Al giovane Perlasca, la realtà delle leggi razziali stava stretta: le considerava inique.

Questo suo essere “fuori dalla linee”, spinse i suoi superiori a spedirlo in licenza agricola. Quando scoppiò la guerra Perlasca aveva trent’anni e lavorava nella SAIB (Società Anonima Importazione Bovini), fu inviato a Budapest come diplomatico. In quel periodo i nazisti ungheresi avevano ormai occupato la città, imprigionando tutti i diplomatici del posto. Grazie ad un permesso per una visita medica, Perlasca riuscì a fuggire, trovando rifugio da alcuni conoscenti. Il servizio militare prestato in Spagna, qualche anno prima agevolò la sua entrata nell’ambasciata Spagnola, dove ottene un passaporto spagnolo. Da allora il suo nome sarebbe stato Jorge Perlasca. Da quel momento sarebbe cambiata la sua vita.

Perlasca: gli anni della sua formidabile impresa

Nel frattempo la guerra dilagava e ben presto tutti gli ebrei ungheresi “parassiti e contagiosi bacilli della tubercolosi”, come li definiva Hitler, andavano sterminati.

L’ambasciata da quel momento diventò il campo base per un operazione rischiosa: Jorge insieme ad un gruppo di persone, cominciò a rilasciare salvacondotti falsi, che impedirono alle SS di catturare gli ebrei, perché protetti da un paese neutrale, la Spagna. Gli Ebrei strappati dai vagoni merce venivano protetti e ospitati in otto case rifugio, istituite preventivamente da Perlasca e il suo seguito. Mentre la guerra, inesorabile, continuava a seminare morte e terrore, l’ambasciatore spagnolo Sanz Briz scappò. Il governo lo accusò di essere fuggito. Perlasca approfittò della situazione e si autonominò ambasciatore spagnolo. Consegnò un documento al ministro degli Esteri dove si leggeva che l’ambasciatore si è trasferito per svolgere al meglio le sue funzione e che esisteva una precisa nota di Sanz Briz che nominava Perlasca suo sostituto per il periodo della sua assenza” come riporta lo stesso Deaglio.

Quel magnifico “impostore”, in compagnia di un gendarme che issava il vessillo spagnolo, girando per le strade riuscì a portare in salvo più 5000 Ebrei Ungheresi.

La fine della guerra e il ritorno a casa

La guerra stava volgendo ormai a termine, l’Armata Rossa entrò a Budapest, Perlasca venne imprigionato per un breve periodo. Dopo poco ritornò nella sua casa padovana dove condusse una vita normalissima. Nessuno seppe mai delle imprese eroiche di cui fece promotore.

Negli anni Ottanta, un gruppo di donne riuscì a rintracciarlo per rendergli un meritato omaggio, e così la storia di Perlasca cominciò ad essere raccontata. Giorgio Perlasca fu insignito del titolo “uomo giusto” e dichiarato eroe in molti paesi europei

L’intento didascalico del saggio

Il Saggio inizia con una domanda che Perlasca pone a Deaglio: “Che cosa avrebbe fatto al posto mio, vedendo massacrare delle persone innocenti?”. Stava svolgendo il suo lavoro da diplomatico eppure non riuscì ad essere indifferente alla barbarie che si consumavano sotto gli occhi distratti del mondo. Tutti sapevano ma nessuno mosse un dito per cercare di evitare un genocidio innocente. Si comportò come se l’altruismo, il coraggio e la solidarietà fossero delle qualità innate, insite in ogni uomo. Come se fosse una cosa semplice, banale e che tutti avrebbero dovuto fare. Una banalità nel fare del Bene appunto.

Il titolo è come un déjà vu: nel lettore riecheggia  immediatamente il libro di Hannah Arendt, la banalità del male. La scelta non è causale. Deaglio lo utilizza volutamente per riportare una storia completamente opposta. Alla banalità del male di Eichmann, descritta dalla Arendt oppone la banalità del bene di Perlasca.

Nonostante la sua impresa fosse stata grande, Perlasca non si è mai sentito un eroe, anzi come riporta Deaglio nel suo saggio “Per far parte dei modelli vigenti dell’eroismo, gli mancavano molte qualità. Troppa modestia e poca attitudine a scalare il palcoscenico”.

Perlasca accettò di raccontare la storia, per far comprendere alle generazioni future che,non basta guardare ma è necessario vedere ed agire, invitando tutti a non aver paura di pronunciare quel monosillabo così breve ma così carico di coraggio, NO e che il più delle ci dà la possibilità di arrestare violenze e soprusi.

Alfredo Oriani, schietto ritrattista di anime inquiete

Alfredo Oriani (Faenza, 1852 – Casola Valsenio, 1909) è stato uno scrittore autentico, profondo, sensibile; uomo fiero e solitario, complicato, non avvezzo alla mondanità, ma soprattutto è stato un autore dimenticato, che ha passato la sua esistenza tra l’incomprensione della maggior parte dei critici e l’indifferenza del pubblico.

Rivalutato nientemeno che da Benito Mussolini, da poco salito al potere, finalmente Alfredo Oriani conosce un periodo glorioso post-mortem grazie alla pubblicazione da parte del Duce dell’opera omnia, in trenta volumi, dal 1923 al 1933.

Alfredo Oriani: la forza emotiva dei suoi romanzi

Alfredo Oriani ha scritto perlomeno due romanzi molto belli: Olocausto e Vortice; ha avuto un buon riconoscimento da Benedetto Croce in uno dei saggi della Letteratura della nuova Italia. Tuttavia la sorte ha riservato ad Alfredo Oriani un destino infausto. Secondo Renato Serra, il romanziere non arriva a un soliloquio intimo in cui l’uomo sia per se stesso materia e spettacolo per lo scrittore; egli infatti non è fatto per sdoppiarsi nemmeno quando parla di se. Ma le prospettive e le esigenze dei punti di vista cambiano e in questo senso sarebbe molto interessante riprendere alcuni romanzi di Alfredo Oriani che vanno dalla fine dell’800 all’inizio del ‘900: Gelosia (1894), La disfatta (1896), Vortice (1899) e Olocausto (1902), per vedere cosa potremmo trovarci dalla nostra prospettiva mutata.

Queste opere sono pervase da una forza schietta e indefinibile che vince il giudizio e il gusto per lasciare solo l’inquietudine delle anime. Si sente solo il dramma degli uomini e Alfredo Oriani mostra le loro anime nude e misere come fanno Zola e Tolstoj. Se prendiamo in esame il romanzo Gelosia, noteremo come questo libro, pur presentando dei difetti, sia ricco di qualità e virtù che pur mancano, Verga escluso, a tutti i romanzi che spuntano in Italia durante la stagione verista; e i limiti di Oriani si trovano dove egli viene meno al canone dell’impersonalità.

I romanzi di Alfredo Oriani, soprattutto La Disfatta, sono drammatici resoconti  di fallimenti, rovine e disastri , ma non rientrano in un certo “dover essere”, in una certa poetica della narrativa. I romanzi di Oriani rientrano nell’atmosfera che contraddistingue il materiale narrativo e lo stile del romanzo naturalista; tuttavia emergono però l’indipendenza di Alfredo Oriani dai modelli, soprattutto francesi. Senza dubbio La Disfatta è il romanzo più compiuto di Oriani per un lettore comune, ma è stato concepito meno schiettamente rispetto agli altri, in cui vi trapelano ambizione e volgarità. Alcuni critici, come il già citato Serra, ritengono che la qualità dei sentimenti personali di Oriani sia discutibile, se non addirittura bassa e che l’autore dia fastidio quando interviene troppo spesso di persona se descrive un paesaggio o un monumento; insomma secondo alcuni Oriani trova sempre il modo per infilare se stesso tra le pagine di un romanzo. E ancora: anche nel romanzo novecentesco Olocausto, Alfredo Oriani, secondo i critici Ambrosini e Serra, ha commesso un grave errore, quello di non fermarsi subito dopo la morte della piccola Tina, la protagonista, quando la madre, che l’ha prostituita, va a letto sola e sente sotto il suo corpo, nel materasso, “la buca della morta”. Secondo i critici dunque, Oriani non era contento nelle sue immaginazioni.

Ma nonostante diversi giudizi negativi, non si può non affermare che i romanzi di Oriani hanno in sé una grande forza emotiva e artistica e riescono a cogliere nel segno proprio perché derivano dall’identificazione tra i fallimenti e le sofferenze dell’autore e i disastri toccati ai suoi personaggi. Identificazione strettamente e visibilmente autobiografica, identificazione che di certo non deriva dall’essere informati sulla vita e sul privato di Oriani (soprattutto la sua presunta misoginia), altrimenti si scadrebbe solo nel pettegolezzo, anche perché l’autore emiliano era gelosissimo della sua infelicità personale che non potremmo mai assimilare alle vicissitudini da lui narrate. In lui l’intrusione autobiografica e il tentativo di catarsi allo stato di sfogo è divenuto lievito di poesia.

I critici di Alfredo Oriani sono tali in quanto essi hanno come modello di romanzo solo quello verista, essendo Oriani uno scrittore che ha vissuto perlopiù l’800; bisognerebbe mostrare, invece, quanto egli sia anche molto “novecentesco”, come i suoi personaggi, con i quali è stato reciso il cordone ombelicale, siano effettivamente dei personaggi-uomo, i quali patiscono le offese dell’autore, e che diventano sentimenti universali della vita.

‘Conforme alla gloria’ di Paolin: il marchio del male

Conforme alla gloria (Voland, 2016) è l’ultimo romanzo di Demetrio Paolin (Il mio nome è Legione, La seconda persona, Non fate troppi pettegolezzi). Paolin è stato fra i dodici finalisti per il Premio Strega di quest’anno.

Conforme alla gloria. Ma quale gloria?

Tre sono i protagonisti di questo difficile romanzo, tre le storie che si intrecciano in un arco temporale narrativo di circa quarant’anni. Le storie vengono narrate nelle prime tre parti del testo quasi fossero tre distinti racconti orbitanti intorno allo stesso tema; solo nell’ultima, opportunamente chiamata “L’insieme risulta inconoscibile”, trovano una congiunzione e una realizzazione finale.

La prima riguarda Rudolf Wollmer, che nel 1985 riceve in eredità dal padre Heinrich, gerarca nazista di stanza a Mauthausen, la villa con tutti i beni. Rudolf, che niente vuole spartire col padre (fa parte di quella generazione successiva al crollo del Terzo Reich che tanto ha combattuto per far dimenticare al mondo l’orrore del nazismo e dell’Olocausto), decide di vendere la casa ma, durante lo svuotamento, s’imbatte in un’opera a dir poco grottesca: La gloria, ossia un “dipinto” altamente simbolico che risulta essere composto di pelle umana. L’uomo, spiazzato e torturato da questo quadro, perde di vista tutto ciò che d’importante ha (la moglie, il figlio, il lavoro) e, in una scelta ultima, decide di dedicare gli anni successivi a far sapere al mondo la verità sull’opera, e indirettamente sul padre e sull’orrore della Germania nazista. La sua vita finisce in una spirale di distruzione che lo porta a perdere tutti gli affetti, e questo perché «il quadro significa che nessuno è salvo»; che davanti all’orrore del nazismo, davanti all’evidenza di ciò che l’essere umano può fare, «nessuno di noi è salvo veramente». E dunque bisogna comportarsi in modo conforme alla gloria.

La seconda storia di Conforme alla gloria si concentra su Enea Fergnani, il quale sopravvive al campo di concentramento di Mauthausen perché, preso sotto l’ala “protettrice” di Heinrich Wollmer che gli commissiona dei disegni, arriva infine a tatuare sulla pelle di una deportata proprio quella che diviene La gloria. Nel dopoguerra Enea si trasferisce a Torino e diventa tatuatore finché, negli ultimi anni della sua vita, decide di dedicarsi a una forma molto estrema di arte performativa. Il suo intento è ricordare, o meglio mostrare al mondo ciò che è successo nei campi di concentramento: e lo fa sfruttando esseri umani nelle sue opere (prima Ana, protagonista della terza storia, poi se stesso), ma deumanizzandoli, reificandoli, rendendoli mere “cose” allo stesso modo in cui nei lager le persone erano strumenti (si pensi, appunto, alla ragazza trasformata in tela). Enea vive dunque tormentato dal ricordo del campo e trova nell’arte una via di fuga che, però, non funziona completamente: la sua esistenza è comunque segnata fino alla fine dal senso di colpa di chi è sopravvissuto:

«Cosa abbiamo fatto […] per meritarci questo brandello di vita in più? Ci è semplicemente bastato sopravvivere a qualcosa di tremendo, ma poi? Abbiamo dovuto venire a patti, decidere cosa fare di questo eccesso di vita. Perché noi dovevamo morire nel freddo dell’inverno e non starci di fronte come ora. La nostra esistenza sarà il ricordo costante che gli altri sono morti e noi viviamo e guadagniamo soldi, mangiamo pranzi e cene in nome loro. Li abbiamo usurpati del loro spazio fisico, ameremo donne e uomini che loro avrebbero dovuto amare. Diventeremo simulacri vuoti e chiunque, se ci guarderà bene, vedrà il fumo della vanità».

Conforme alla gloria si conclude con la storia di Ana, all’anagrafe Loredana Di Cascio, ragazza e poi donna segnata da un unico, enorme avvenimento: l’anoressia (elemento su cui forse Paolin gioca inserendolo già nel nome: An[oressi]a; ma “ana” è anche il termine usato per definire la malattia stessa, tant’è che sul web ci si divide fra “pro ana” e “contro ana”). Ana rifiuta tutto di se stessa tranne la propria pelle, l’unica parte del suo corpo che riesce a tollerare, anzi addirittura ad amare. La sua pelle, bianca, perfetta e totalmente aderente alle sue ossa, trova poi il compimento nell’opera di Enea. Proprio come fatto alla ragazza senza nome nel campo di Mauthausen, il tatuatore sceglie Ana e la sua bianca pelle come tela per la sua creazione: il corpo di Ana (tranne il volto) viene riempito di tatuaggi. La donna diviene la tela anonima (e anche qui c’è forse un gioco di parole: An[onim]a), la “cosa” su cui si proietta l’opera d’arte. La donna trova il proprio compimento nella sua pelle; ed è proprio la sua pelle al centro dell’attenzione nella prima esibizione performativa di Enea, I’ll Be Your Mirror, in cui la donna viene mostrata appesa a un gancio, come un qualsiasi pezzo di carne. E pensa: «La pelle è bella come quella delle bestie scuoiate, e nel ricordarle appese ad asciugarsi al sole della sua terra, Ana si commuove».

Nella quarta parte le tre storie, come anticipato, si intersecano. Accade che, dopo tanti anni, Rudolf viene a sapere dell’opera di Enea sul corpo di Ana: e il quadro, il cui ricordo è sopito ma mai dimenticato, torna in scena. Dopo lunghe ricerche Rudolf entra in contatto con Ana e le rivela, in un atto di pura malvagità in cui si mostra la vittoria finale di Heinrich, l’orrore che si cela dietro il quadro e dietro la sua pelle tatuata.

Conforme alla pelle

La storia di Conforme alla gloria, iniziata nel 1985 (ma coi flashback si risale fino al 1943), si conclude nel 2009-10 con la disfatta dei tre personaggi. Dalla quarta di copertina intuiamo già che non troveremo redenzione e salvezza alcune in questo bel romanzo: non c’è via di fuga dal male, e per ben due motivi.

Il primo è che il male si presenta nella forma peggiore, ossia quando si concentra sulla spersonalizzazione degli esseri umani; quando li si abbassa al livello delle cose. Bellissimo il paragone fra la disumanizzazione dei campi di concentramento e il processo di reificazione che avviene in un animale con la marchiatura: «Rudolf lo fissa [fissa il toro] negli occhi. L’impeto di prima è svanito: c’era qualcosa e ora non c’è più. Tutta la vita dell’animale si è dissolta nel profumo acre del manto e della pelle bruciati dal marchio. Ora questa bestia non appartiene più agli esseri viventi ma alle cose».

“Perché esiste il male? Come è stato possibile l’olocausto? Come è possibile non provare pietà per i propri simili?” Queste le domande poste in Conforme alla gloria, e la risposta è sempre la stessa: tramite il processo di spersonalizzazione/strumentalizzazione. Una volta ridotto un essere umano da “persona con emozioni e affetti, con un passato vissuto e un futuro di obiettivi e sogni” a “cosa”, è facilissimo non provare empatia e, dunque, fare di quell’essere umano quel che si vuole. Perché di fatto non è più simile a noi di quanto lo sia un vestito da buttare quando si è logorato.

È proprio questo che Enea vuole insegnare al mondo con le sue opere: quel processo di spersonalizzazione avvenuto nei campi è l’elemento che maggiormente ha contraddistinto l’olocausto. Ed è proprio per questo che Enea non riesce a stabilire un contatto vero con Ana: perché essenzialmente la donna non è donna, bensì cosa (lei stessa si considera solo una tela).

Il secondo motivo è che il male non può essere dimenticato quando entra nella vita delle persone. Rudolf ed Enea (quest’ultimo risulta essere anello di congiunzione fra passato e presente, fra Germania e Italia, fra Rudolf e Ana) sono ossessionati dal male: il primo perché, pur non avendolo vissuto, vi è geneticamente e biologicamente legato; il secondo perché, avendolo vissuto ed “esportato”, vive nel senso di colpa perenne raccontato anche da autori come Primo Levi (“fisicamente” presente nel romanzo come personaggio). Il male dunque sedimenta negli animi e lì resta fino alla fine dei giorni. Nell’impossibilità dell’oblio (anche come obiettivo che si pongono i superstiti dei campi, impersonati qui da Enea Fergnani) risulta la vittoria del nazismo. Nell’impossibilità dell’oblio risulta la vittoria del male: «Dio manda il male nel mondo non perché è crudele ma perché è impotente, e perché l’uomo sappia di quale agonia è martire». E se il male sfugge persino a Dio, una teodicea è destinata a fallire.

La pelle, infine. La pelle è, insieme al male, il vero protagonista di Conforme alla gloria: la troviamo sul quadro; la troviamo sui corpi dei deportati (è tutto ciò che resta di loro prima che vengano bruciati); la troviamo sulle persone tatuate da Enea (e anche nel nome dello studio: “La pelle del latte”); la troviamo in Ana (lei è la sua pelle); ma la troviamo anche nei personaggi secondari come quando, all’inizio della storia, il figlio di Rudolf si concentra sulla pelle della sua ragazza Christine.

Perché la pelle? Perché essa è il confine visibile fra ciò che siamo e ciò che non siamo, fra il nostro dentro e il nostro fuori. La pelle è ciò che gli altri di noi vedono, il nostro più importante segno. Per Paolin la pelle diventa così essenziale da farne quasi un credo, da sostituirsi a un Dio che spesso è assente (e che di sicuro non c’era ad Auschwitz, come insegna Primo Levi):

«Niente era vero all’infuori della sua pelle.
Non avrai altra pelle all’infuori della tua pelle.
Ricordati di santificare la pelle.
Onora la tua pelle più di tuo padre e di tua madre.
Non uccidere la tua pelle».

Così ci dice Paolin in Conforme alla gloria.

J.Teege: “Amon – mio nonno mi avrebbe ucciso”

“Amon. Mio nonno mi avrebbe ucciso”, è il titolo del libro-testimonianza che Jennifer ha scritto con grande dolore e senso di liberazione per una storia drammaticamente ingombrante. L’esordiente scrittrice è figlia di una tedesca e di un nigeriano, e ha scoperto a 38 anni di essere la nipote di un assassino nazista. Suo nonno infatti era Amon Göth, uno dei boia di Hitler, fra i principali responsabili dell’Olocausto.

Olocausto, uno dei temi più delicati e difficili da trattare, in qualsiasi formato esso venga presentato: ci sono libri e film passati alla storia, indelebili nella memoria, e che portano con sé l’obbligo morale di diffonderli, farli conoscere, perché se capire è impossibile, conoscere è necessario. Olocausto, un tema che si può provare ad affrontare solo facendosi un esame di coscienza, solo dopo aver riflettuto sul valore della vita, sulla storia che si ripete, solo dopo aver tempestato e messo in crisi l’io, perché non si può avere la certezza di sapere chi saremmo stati o cosa avremmo fatto, se alle scuole elementari fossimo stati nutriti di ideologia nazista. Olocausto, un tema che sfidiamo, senza mai essere pronti .

Senza dubbio si tratta di un argomento che ha mille diverse sfaccettature, non tutte conosciute, perché mentre la scuola giustamente insegna la storia, mostra i dati dell’incredibile numero di vittime e, talvolta con scarsi risultati, insegna il rispetto della diversità, pochi sono gli studenti che si trovano a riflettere su un lato di questo atroce periodo storico, che ha messo in crisi una generazione specifica, o meglio due: i figli delle vittime, con un misto di odio, rancore ed incredulità, ma non solo.

Pochi riflettono sull’ombra che i genitori, o i nonni, nazisti hanno proiettato e continuano a proiettare, sulla propria discendenza. Figli e nipoti segnati da un’oscura presenza, da una lotta lunga ed intrinseca, nel definire la propria posizione nei confronti di persone che un bambino per natura è portato ad amare, ma che la società dipinge come mostri, non meritevoli di tale amore, che agli occhi esterni è sbagliato, crudele.

La storia dei figli e dei nipoti dei grandi generali nazisti passa troppo spesso inosservata, vittima del pensiero comune che le vittime sono solo da un lato, o è bianco o è nero, i buoni e i cattivi, la ragione ed il torto. La violenza, le atrocità non sono messe in dubbio, ma è necessario andare più a fondo e capire le conseguenze di una mentalità atroce ed errata, per scoprire che le radici sono ancora radicate sotto terra, ed hanno grande influenza sui frutti, che pur cadendo il più lontano possibile dall’albero originario, avvertono dentro di sé un lato che deve rimanere nascosto, perché portarlo a galla è impensabile. Questa è la storia di persone come Monika Goth, figlia di Amon Goth, non un semplice padre, ma l’uomo passato alla storia in Schlinder’s List, per la sua abitudine di svegliarsi fucilando dal terrazzo gli ebrei del campo di Plaszow, il suo campo di divertimento.

Pochi si documentano sulla generazione di Hitler, vissuta nell’ombra. Neanche Jennifer Teege sapeva molto di loro, pur essendo una persona attenta e curiosa, pur avendo vissuto in Israele, pur essendo tedesca. Una tedesca particolare, dalla pelle ambrata, figlia di madre tedesca e padre nigeriano, un mix quantomeno inusuale quando Jennifer nacque, l’unica bambina nera della sua scuola. Da un lato, una vita assolutamente normale, quella di Jennifer, una volta entrata nella famiglia Teege, che la adottò dopo un periodo di affidamento. Normale, finché, a 38 anni, un libro tra tanti le cambia la vita, un libro sulla sua famiglia, quella biologica. E Jennifer si scopre nipote di Amon Goth, uno dei più crudeli capi nazisti della storia. Proprio lei, che porta in sé sangue nigeriano, proprio lei che ha vissuto per anni in Israele, creando forti legami con le persone che vi vivono, lei che crede nel rispetto e nella dignità, lei, nipote di Amon Goth. Una sola conclusione è possibile: suo nonno la avrebbe sicuramente uccisa.

Dopo il periodo di depressione, dopo i viaggi per Plaszow ed alla casa di Amon, dopo essere riuscita ad affrontare la propria famiglia adottiva e la madre biologica, dopo aver trovato il coraggio di parlare nuovamente con i vecchi amici di Israele, Jennifer Teege ha scritto il suo libro, la sua cura, forse, in cui descrive al mondo cosa significa scoprire la propria identità.