Maurizio Bianucci: “Il cinema è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità’

Maurizio Bianucci, romano, classe 1969, è un attore e cantante il cui nome a molti non dirà nulla, ma la sua passione per il teatro e per il cinema, genuina e supportata da una cultura della materia non indifferente, dalla curiosità, e dall’umiltà. Lo si capisce dal modo in cui Bianucci parla e considera il pubblico, dal rispetto che ha per i grandi maestri del passato e anche del presente, e in virtù della tanta gavetta fatta senza scendere a compromessi con la sua idea di Arte senza però esonerare il pubblico, lo spettatore, spesso indolente, dal suo importante ruolo in questo settore, ora in sofferenza più che mai data l’emergenza Covid.

Bianucci ha iniziato la sua formazione presso la Scuola Internazionale di Teatro “Circo a Vapore” di Roma diretta da E. G. Lavalleè e la Scuola di recitazione “La Ribalte” di Enzo Garinei per poi seguire un Seminario sul Metodo Strasberg con Dominic De Fazio (Actor Studio). Ha proseguito con gli Studi di Commedia dell’arte con Contin e Merisi, quelli di Canto con M° Caio Bascerano e Patrizia Troiani  fino agli Studi di teatro al DAMS di ROMA TRE. Ha insegnato recitazione presso gli Ist. Sup. Statali Q. Sella e G. Romano e nei corsi di teatro integrato per poi approdare agli spot pubblicitari e a ruoli in film e serie TV di successo quali “L’Aquila – Grandi Speranze” RAI 1 – Idea Cinema – regia Marco Risi,  “La Compagnia del Cigno” RAI 1, “Aldo Moro – Il Professore“ RAI 1 – Aurora TV – regia F. Miccichè, “Suburra – la serie” Netflix/RAI 2 – Cattleya 2017 (stag. 1)– regia Placido-Molaioli- Capotondi. Per il cinema ha preso parte al film “Fuorigioco” con Toni Garrani per la regia Benso – RioFilm 2015 selezionato per il David di Donatello 2016, “Il ritorno di Grosjean” corto – 2014 regia F. Longo – RioFilm
selezionato anch0esso per il David di Donatello 2015; è in uscita al cinema con “L’amore a Domicilio” con Miriam Leone per la regia Corapi – Prod. WorldVideoProduction.

Molto ricca la sua attività in teatro per il quale segnaliamo: “Ti hanno portato via all’alba” regia F. Giuffrè 2010 “Emigranti” regia C. Benso 2008/2009 “Memorie” regia F. Giuffrè con Jinny Steffan – tratto da Lo Zoo di Vetro – 2006 “Storia di Beatrice” regia R. Petrone – 2003 “Attore… per quel po’ che si guadagna” Varietà di e con M. Bianucci – 2003 “La Scoperta de l’America”, musiche di M. Bianucci – regia P. Bonini – 2001.

Da buon estimatore di Chaplin, Bianucci, vincitore del Premio Crocitti riservato ad attori sconosciuti ma di talento, non può non essere poeticamente nostalgico del cinema che fu, per il quale “è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità,” che tuttavia, anche oggi gli offre molti stimoli per continuare a lavorare con questa grande passione, puntando sulla qualità, sullo studio, e sulle ispirazioni del passato e perché no anche dagli spot pubblicitari che entrano prepotentemente nelle nostre case cui Bianucci ha preso parte con eleganza e rispetto, come ad esempio a quelli della Bauli, Vodafone, Mediolanum, lavorando sempre con professionisti.

 

1 Cinema, teatro, spot pubblicitari, musica, in quale ambito si sente più a suo agio?
Ho lavorato in tutti questi settori, ma il teatro e la musica mi mettono più a mio agio degli altri, suppongo perché ho iniziato da bambino. Avevo 12 anni, ero in una filodrammatica di ragazzini e portavamo in scena i testi di Shakespeare, Cecov, Cervantes e il livello di formazione era davvero alto. Sono stato educato con queste discipline artistiche che hanno si accresciuto il mio talento, ma soprattutto mi hanno formato come persona. Sul palco mi sono sempre sentito a mio agio, come a casa mia, il pubblico è il mio ospite a cui non si fa mancare nulla.
Mi diverto molto anche con le pubblicità, ne ho girate tante, mi hanno permesso di lavorare con grandi professionisti del settore, sono set dove si respira una grande professionalità.
Il cinema infine è per me una seduzione, mi affascina, è un punto di arrivo, seppur mi mette ansia e questo non so come spiegarlo. Nonostante la mia prima esperienza sul set risalga al 1991, ho sempre con me un po’ di ansia quando devo girare, non mi è mai passata. Ovviamente tutte le paure spariscono al primo ciak, ma prima e dopo il ciak per me sono momenti difficili e qualche notte insonne.
Per concludere, posso dirti che considero il teatro mia madre e il cinema la mia amante. Così credo sia chiaro il mio rapporto con loro.

2 Prova nostalgia per il cinema italiano degli anni d’oro?
Io sono nostalgico per indole, anche se crescendo sto abbandonando questa debolezza. I film del passato, italiani o stranieri, mi sembrano sempre più belli degli attuali. Inoltre se per cinema degli anni d’oro intendi quello strettamente legato al boom economico italiano, dal dopoguerra in poi, direi proprio di si.
Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Risi, Lattuada, Germi, Antonioni e altri, più o meno blasonati, sono la spina dorsale del nostro cinema, che con i loro film hanno offerto grandi spunti di riflessione sulla nostra società, alle volte nascosti anche in una risata. Sono artisti che dal Neorealismo, con la volontà di staccarsi dal genere dei “telefoni bianchi”, hanno accompagnato la cinematografia italiana a livelli altissimi e hanno preparato la strada per quei giovani registi che si stavano affacciando proprio in quegli anni. Ad esempio Bertolucci o Bellocchio che porteranno a loro volta un nuovo cambiamento, uno stile più coerente a loro stessi e una nuova era lucente del nostro cinema.
E’ difficile quindi contrassegnare gli anni d’oro in un solo momento specifico. Quando c’è fermento, il seme gettato a terra dà di certo frutti, che a loro volta ne daranno altri. Pensa che solo nel 1960 nelle sale c’erano film come Rocco e i suoi fratelli, La dolce vita, La Ciociara, L’avventura, ma anche il Mattatore e Signori si nasce. Un anno dopo è il turno di Accattone di Pasolini e poco dopo Bertolucci con Prima della rivoluzione.
Come non essere nostalgico allora? La fatidica frase “ma che fanno al cinema oggi?” in quel periodo trovava facilmente una risposta e ampia scelta.

3 Cosa pensa del cinema italiano di oggi?
Devo necessariamente collegarmi alla risposta precedente. Gli stimoli che hanno dato vita ai grandi periodi storici del nostro cinema, venivano da una fame culturale, da un enorme curiosità, dalla capacità di osservare da vicino la realtà e dalla incessante voglia di cambiamento. In questo ultimo ventennio ne vedo pochi di questi esempi. Non posso non citare Garrone, Sorrentino o Virzì tra quelli che mi piacciono molto e hanno queste caratteristiche, oppure Ivano De Matteo con la sua grande capacità scarna di osservare e filtrare la realtà. Vedo però nuove leve farsi strada e questo mi fa ben sperare. Inoltre quando si parla di cinema si parla di tutto un sistema produttivo enorme, pesantissimo, aggrovigliato tra burocrazia e arte, che non facilita di certo la realizzazione di un film. Credo che il sistema produttivo debba alleggerirsi, debba in futuro essere più dinamico e svincolarsi in parte dalle logiche in cui si è bloccato, lasciando più libertà all’artista. Ecco, manca un po’ di coraggio, siamo stretti in meccanismi viziati e astringenti, che alla fine non fanno che ridursi nel produrre film molto simili tra loro.

4 Chi sono i suoi punti di riferimento culturali?
Tanti, del resto i riferimenti culturali di ognuno sono mutevoli, cambiano nel tempo secondo il nostro livello e la nostra età. Alcuni però non li perdi mai, non li dimentichi. I miei primi riferimenti giovanili sono legati alla cultura di Roma e allo spettacolo popolare in genere, passando per la Commedia dell’Arte fino al Musical. Sono un cultore di Petrolini, dei poeti romaneschi, del Varietà Italiano, a cui tra l’altro ho dedicato più di uno spettacolo. Parallelamente però, mentre leggevo Maupassant e mi incuriosivo di Caravaggio e Matisse, avevo già portato in scena, con la compagnia di filodrammatica, i testi di Shakespeare e approcciavo alla letteratura Russa, partendo da Cecov per arrivare a Gogol e finire con lo scoprire Stanislavskij. Alla fine, neanche a farlo apposta, dopo i Russi sono arrivati gli Americani con Strasberg. Per gli attori Strasberg e Stanislavskij sono un punto di riferimento per la tecnica moderna di recitazione, ma anche un modo con cui riempirsi la bocca al solo suono di “Metodo Stanislvskji – Starsberg”. Allora, la mia passione per la Commedia dell’Arte è rigurgitata fortemente, intesa non solo come tecnica, ma come conoscenza di quell’affascinante mondo della vita delle compagnie di giro dal 1500 in poi. Ho riferimenti confusi come vedi, ma credo sia naturale, un artista ha bisogno di tutto, deve nutrirsi e digerire ogni cosa.

5 Cosa significa per lei aver vinto il Premio Crocitti?
Che bel momento mi fai ricordare! Quel premio è stato uno stimolo a non fermarsi, chiudeva un periodo fruttuoso per me – avendo da poco lavorato per Netflix in Suburra la prima serie e per la Rai ne La Compagnia del Cigno, L’Aquila grandi speranza e altre fiction – e ne apriva un altro. Infatti poco dopo è uscito nelle sale il film L’amore a Domicilio con Simone Liberati e Miriam Leone, per la regia di Corapi. Vincenzo Crocitti, che vinse il David Di Donatello e i Nastri D’Argento per la sua interpretazione ne Un Borghese piccolo piccolo, ha una lunghissima carriera cinematografica televisiva e teatrale alle spalle e chi lo ha conosciuto personalmente ne parla come una persona di grande umiltà. Il senso del premio Crocitti è proprio questo, premiare anche gli attori poco conosciuti ma che si sono distinti, a giudizio del Comitato e del Direttore Artistico Francesco Fiumarella, per umiltà talento e lunga gavetta. Li ringrazio ancora per aver riconosciuto in me queste caratteristiche. Ho ricevuto il premio il 7 dicembre 2019 insieme ad altri bravi artisti e sono stati assegnati 2 premi alla carriera, a Paolo Bonacelli e Francesco Nuti.

6 Cosa rende secondo lei un film un capolavoro?
Non credo si possa dare una definizione assoluta. Posso dirti che per me il capolavoro è qualcosa che spiazza le tue sicurezze, che ti parla dentro, che ti scava, trova un posto nella tua anima e non va più via. Non basta che un’opera d’arte sia tecnicamente perfetta se non ti parla dentro, per essere un capolavoro deve averti sconvolto. Per farti un esempio, personalmente il mio capolavoro cinematografico è Ultimo tango a Parigi. Mi distrugge ogni volta che lo rivedo e penso che non ci sia nulla di simile in tutta la cinematografia.

7 Chi sono stati i suoi “maestri” e cosa le hanno insegnato maggiormente?
I “maestri” sono stati tanti, ma sono quelli che purtroppo non ho potuto incontrare. Charlie Chaplin, Petrolini e Walter Chiari mi hanno insegnato tanto. Mi soffermo solo su Chaplin di cui ho divorato l’intera sua cinematografia; per un anno di seguito, tutti i giorni, non facevo altro che guardare i suoi film e leggere libri su di lui, sperando di poter rubare un pizzico della sua tecnica, ma soprattutto della sua anima. Da lui ho appreso la potenza di un gesto, non vuoto, un gesto pieno di verità, non un gesto qualunque. Chaplin mi ha insegnato che un solo gesto, se correttamente motivato, racconta tutta un’azione e può raccontare anche un intero personaggio. Poi ho avuto tanti bravi insegnanti, già dalla mia infanzia fino alle scuole di teatro che ho frequentato col passare degli anni. Sono stato fortunato, ho incontrato persone che ne sapevano di pedagogia e che amavano insegnare. Porto con me tutto quello che mi hanno dato e che ho potuto donare a mia volta, quando ho insegnato recitazione nelle scuole superiori e nei laboratori di teatro integrato.

Suburra, la serie

8 “Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce”, diceva Cocteau, la pensa anche lei allo stesso modo?
Se lo diceva Cocteau non posso che trovarmi d’accordo. Non ho la capacità di formulare una immagine così poetica, ma ti racconto questa cosa. Molti anni fa ero alla Libreria del Cinema di Roma, un luogo meraviglioso oramai chiuso, in cui ho passato anni a leggere libri, vedere film, conoscere artisti e bere vino. Quel giorno stavano girando un piccolo documentario ad uso interno della libreria, mi ci trovai in mezzo e mi chiesero di rispondere a questa domanda: ”Che cosa è il cinema?”. Io d’impatto risposi “…è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità”. A farmi la domanda era il regista Antonello Grimaldi che, dopo aver sentito la mia risposta e aver dato lo stop alla macchina da presa, mi fissò qualche lungo istante. Ecco, ora che ci penso di nuovo, forse il cinema è li, tra la mia risposta e il lungo silenzio del regista.

9 Quali lavori le hanno procurato maggior emozione e allo stesso tempo grande agio nella parte che doveva interpretare?
In teatro ho sempre lavorato in spettacoli molto ben fatti, ma nel cuore ho Emigranti di Slamovir Mrozek, uno spettacolo con un grande successo di critica e pubblico, regia di Carlo Benso. Due uomini, di diversa estrazione e pensiero, vivono da emigrati in uno scantinato lontano dalle famiglie. L’inevitabile scontro fra le due personalità sfocerà in liti, scherzi crudeli, confessioni, sogni e delusioni di entrambi. E’ la notte di Capodanno e sono soli con le loro frustrazioni, a fargli compagnia solo i rumori fuori della festa e gli scarichi dei tubi. E’ stato duro affrontare il mio personaggio, un intellettuale che è scappato dalla propria terra per poter scrivere la sua grande opera letteraria che mai completerà, è stata una sfida con me stesso oltre che una prova d’attore non da poco. Dopo i primi mesi di prove e un continuo scontrarmi con il mio personaggio ho cominciato ad intravedere che in me c’era molto di lui, allora mi sono lasciato andare ed il resto è venuto da se.

1o C’è polemica intorno al film di Vanzina, Lockdown all’italiana. Cosa ne pensa di tale polemica e come sta vivendo lei e il mondo dello spettacolo e della cultura questo difficile momento?
Non sono uno spettatore di Vanzina, ho visto solo pochi minuti della sua intera cinematografia, quindi glisso su eventuali giudizi sulle sue opere o su polemiche intorno al suo film. Il mondo dello spettacolo, da sempre in sofferenza, ora più che mai avrebbe bisogno di essere ripensato sia dai politici che dagli addetti ai lavori. Non dovrebbe essere lasciato così in agonia perché, quando questo momento difficile per tutti sarà finito, ho timore che quello che si sarà spento durante, avrà bisogno di anni per riaccendersi. Non mi fermerei a ragionare sulla situazione attuale, che oggettivamente non permette di lavorare con la serenità di prima, ma bisogna fin da ora progettare il dopo, affinché il settore della cultura non sia sempre un fanalino di coda nella nostra economia. Ci vuole un’apertura mentale maggiore da parte di tutti, anche dello spettatore, e molta lungimiranza per una rinascita più ampia del cinema, del teatro e di tutto il mondo della cultura. In questo senso ci vengono incontro le nuove realtà distributive come Netflix o Amazon, dove si trovano film o serial molto interessanti, coraggiosi, dove puoi vedere opere che non hanno trovato spazio con la distribuzione classica. Intendiamoci, un film è meraviglioso visto nella sala cinematografica, ma le cose sono cambiate e anche le sale, che non devono chiudere, devono trovare un nuovo modo per riprendersi l’attenzione del pubblico.

Sul set del film “L’amore a domicilio”

11 Progetti in cantiere?
Certo, anche se è preferibile non parlare di cose che non esistono ancora, ho alcuni progetti e si tornerà nella mischia appena questo momento sarà finito e saremo tutti più sereni. Uno posso svelartelo; un progetto in particolare è quello di portare in scena l’opera teatrale “Gocce d’acqua su pietre roventi” di Fassbinder, da lui mai realizzata. E’ un testo molto duro, messo in scena raramente, ed è diventato un bellissimo film nelle mani di Ozon. Ho una mia visione particolare del testo ma ho bisogno di sostegno, di un produttore e un teatro che accolga uno spettacolo così.

Il teatro in Italia nel primo ‘900: da Marinetti a Chiariello

In Italia le forme ottocentesche del Teatro verista, il Teatro dialettale e il dramma borghese agli inizi del novecento, vengono messe in discussione e soppiantate da altri generi teatrali. I primi ad operare in questo contesto sono gli avanguardisti del movimento futurista di Filippo Tommaso Marinetti.
Tre sono i manifesti dedicati al teatro.

Tre sono i manifesti che i futuristi hanno dedicato al teatro. Il primo approccio alle questioni teatrali è costituito dal Manifesto dei drammaturghi futuristi del 1911, nel quale l’intero sistema del “mercato culturale” dell’epoca viene criticato per aver trasformato il prodotto artistico in merce. Un’arte che per essere venduta, si basa su luoghi comuni, lusingando e accrescendo la pigrizia del pubblico.
Il manifesto, al contrario, teorizza un teatro che induce a riflettere e ad avere un atteggiamento critico nei confronti di ciò che viene rappresentato. I procedimenti stilistici impiegati sono la deformazione, lo straniamento e la gestualità esagerata con lo scopo di stimolare reazioni ed impedire l’adesione passiva degli spettatori. I futuristi, in particolare, propugnano il disprezzo del pubblico: i fruitori non devono essere accontentati ma scossi con proposte estreme. Il manifesto arriva ad ostentare la voluttà di essere fischiati, perché nulla più dell’insuccesso garantisce la riuscita della provocazione.

Famose in questo senso sono le “serate futuriste” in cui i membri del movimento espongono testi poetici, declamano manifesti, presentano brani musicali e quadri futuristi. Le serate, per il loro intento provocatorio spesso si concludevano con diverbi, scontri fisici e risse tra i partecipanti e gli avanguardisti.

L’innovazione più grande consiste nel proporre una scrittura drammaturgica originale che riflettesse la vita moderna, «esasperata dalle velocità terrestri, marine ed aeree e dominata dal vapore e dall’elettricità» lontana dunque dall’esaltazione di eroi, dagli stereotipi come le storie d’amore travagliate, l’adulterio e racconti pietosi e commoventi tipici delle forme teatrali passate.

Con il manifesto Il Teatro di varietà del 1913 Marinetti individua nel Teatro di varietà la forma di spettacolo più vicina alle tendenze futuriste, ritenendolo «il più igienico fra tutti gli spettacoli, pel suo dinamismo di forma e di colore (movimento simultaneo di giocolieri, ballerine, ginnasti, cavallerizzi multicolori, cicloni spiralici di danzatori trottolanti sulle punte dei piedi). Col suo ritmo di danza celere e trascinante, trae per forza le anime più lente dal loro torpore e impone loro di correre e di saltare».

Due anni dopo nel 1915 esce l’altro manifesto Teatro futurista sintetico in cui si propone una forma di teatro «sintetico», «atecnico» (al contrario della scrittura drammatica del teatro borghese, naturalista e tecnica), «dinamico» e «simultaneo» («cioè nato dall’improvvisazione, dalla fulminea intuizione, dall’attualità suggestionante e rivelatrice»), «autonomo», cioè svincolato dalla tradizione, «alogico» e «irreale». Nascondo così le sintesi futuriste: azioni teatrali sintetiche cioè brevi <<stringere in pochi minuti, in poche parole e in pochi gesti innumerevoli situazioni, sensibilità, idee, sensazioni, fatti e simboli>>.

Il Teatro grottesco

L’altra tipologia di teatro nata in opposizione al dramma borghese e alle forme teatrali tradizionali è il Teatro del grottesco. Di poco successivo al teatro futurista, si sviluppa nel periodo della prima guerra mondiale fino agli anni venti. Il termine grottesco appare per la prima volta nel 1916 come sottotitolo del dramma la Maschera e il volto di Luigi Chiariello. Il dramma avvia una tendenza tutta nuova e da l’impulso per quello che sarà poi definito teatro del grottesco. Il tema centrale di questo genere è il costante conflitto tra l’apparire ed l’essere: tra quello che siamo o crediamo di essere e come invece appariamo agli altri e le innumerevoli maschere che l’uomo deve indossare per essere accettato dalla società.

Molti esponenti della letteratura novecentesca aderiscono al teatro grottesco. Il più noto è senza dubbio Luigi Pirandello con i testi Così è (se vi pare) (1917), Il piacere dell’onestà (1917), La patente (1918), Il giuoco delle parti (1918). Altro nome di rilievo è Pier Maria Rosso San Secondo. Siciliano e amico di Pirandello che porta in scena innumerevoli opere grottesche Marionette che passione, Tre vestiti che ballano, La bella addormentata.

L’esperienza del grottesco coinvolge anche Massimo Bontempelli con il capolavoro Minnie la Candida. Questi drammi sono accomunati dalle stesse tematiche: vengono rappresentate, discusse, parodiate la bassezza e l’inautentica dei rapporti sociali.

Tutte queste nuove forme teatrali non solo hanno disgregato le strutture teatrali tradizionali, ma hanno gettato le premesse su cui si fonderanno gli sperimentalismi della seconda metà del novecento, grazie ai quali il teatro conoscerà un periodo davvero fortunato.

Fonti: Luperini: La scrittura e l’interpretazione
Baldi-Giusso: La letteratura

 

Valerio Bruner: “la musica e il teatro mi hanno salvato la vita”

Valerio Bruner è un cantautore, autore di teatro e uno scrittore napoletano. Amante dei viaggi, dopo un soggiorno londinese, grossa fonte di ispirazione per la sua carriera artistica, ritorna a Napoli, la sua città natale.

Nel 2013 esce il suo testo teatrale “La Ballata del Drago e del Leone. Alba Gu Brath” edito da OXP Orientexpress. Nel 2014 si laurea in Letterature e Culture Comparate. L’anno successivo scrive e porta in scena, insieme alla compagnia teatrale Te.Co. Teatro di Contrabbando, lo spettacolo autobiografico “Nonsense a Nord del Tamigi”, curandone anche la composizione musicale e l’esecuzione dal vivo. Lo spettacolo vince la rassegna nazionale Stazioni d’Emergenza indetta dal Teatro d’Innovazione Galleria Toledo di Napoli e si classifica come finalista al festival Crash Test Collisioni di Teatro Contemporaneo di Valdagno.

Il 2015 è un anno molto prolifico per Valerio: porta infatti in scena “Malammò o della Madonna puttana”, un monologo in lingua napoletana sulla figura di Maria Maddalena e cura le musiche e l’esecuzione dal vivo de “Il Baciamano” di Manlio Santanelli che poi sarà adattato e portato in scena con Teatro di Contrabbando. Nel 2016 pubblica “None But The Brave, un viaggio immaginario nell’America di Bruce Springsteen”, un’antologia di racconti che Valerio porta in diversi club e in vari teatri, a Napoli e nella provincia. Nel 2017 vede la luce il suo primo album “Down the River”, “cinque canzoni ambientate lungo un fiume immaginario, storie di peccato e redenzione, tristezza e gioia, sogni e rimpianti” come lui stesso afferma. L’album viene insignito del premio Anna Maria Ortese per il suo “linguaggio unico di musica e parole” e nel mese di febbraio il premio Talentum 2019. Nel 2018 Valerio si cimenta nell’esperienza della regia con il corto teatrale “La parabola della rete”, di cui è anche autore.

 

 

Cosa rappresentano per Lei il Teatro e la musica?

Devo tutto al teatro, è da lì che ho iniziato, come devo tutto alla musica. Sono due energie che ti scavano dentro e portano alla luce la tua essenza, chi sei veramente. Posso dire, senza mezzi termini, che la musica e il teatro mi hanno salvato la vita o, quantomeno, hanno fatto in modo che non la sprecassi.

Com’è iniziata la Sua passione per il Teatro e quando si è aggiunta quella per la Musica?

Quello che più mi affascina del teatro è il qui ed ora. Amo il cinema e sono un divoratore di film, ma il teatro ha quella forza in più che si gioca nel presente, in quel sacro vincolo che si crea tra l’attore e il pubblico nel momento in cui si accendono le luci, così come avviene per la musica. Le storie che portiamo in scena e le canzoni che cantiamo sono vive e sempre in evoluzione, si prendono la nostra anima e la mescolano a quella del pubblico per creare qualcosa di nuovo laddove prima non c’era niente. È per questo motivo che ho deciso di fare quello che faccio.

Chi è per lei Bruce Springsteen?

Bruce Springsteen è il mio compagno di viaggio più fidato e le sue canzoni mi hanno tracciato la rotta che sto seguendo.

Il Suo primo album “Down the River” contiene brani interamente in lingua inglese. Come mai questa scelta? E soprattutto non crede che questo possa rappresentare un limite per la diffusione del disco tra la vecchia generazione?

Non so dirti se è stata o meno una scelta, nel senso che, quando ho preso la chitarra e ho buttato giù i primi versi, mi sono reso conto che la mia lingua sarebbe stata l’inglese. Sono un figlio del rock e della sua musicalità, è stato a tutti gli effetti un parto naturale. I personaggi dei miei testi teatrali parlano l’italiano e il napoletano dei vasci, quelli delle mie canzoni camminano in scarpe diverse. Per quanto riguarda la vecchia generazione ti confesso che non ho mai trovato difficoltà a farle arrivare la mia musica, anzi, dovresti vedere quanti rockettari ci sono lì in mezzo.

Quali sono i Suoi riferimenti musicali?

Ascolto ogni genere musicale, dalla classica al pop 3.0, così come spazio dal panorama italiano a quello più internazionale. Non mi impongo limiti e mi piace scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo. Il rock, il blues e il folk restano la mia santa trinità: si va dai fondamenti, Bob Dylan, Johnny Cash, i Rolling Stones, i Doors per citarne alcuni, passando per Bruce Springsteen, Janis Joplin, Patti Smith, i Clash, Lou Reed, Tom Waits, fino ad arrivare ai più recenti Pearl Jam, Nirvana, Lenny Kravitz, Brian Fallon.

Cosa ne pensa del panorama musicale italiano attuale e dei Talent show?

Conosco tanti giovani artisti come me che stanno creando qualcosa di bello e di autentico, ognuno con le proprie forze e ognuno attraverso la lingua e la musicalità che gli scorrono dentro. Oggi che l’artista è chiamato a rivestire tutti i ruoli, dal produttore al manager di se
stesso, non è affatto scontato, quindi chapeau. Non seguo i talent, mi piace andare ad ascoltare la musica live sorseggiando un buon whisky oppure perdermi nelle folle oceaniche dei grandi concerti.

Quali sono le Sue aspettative future?

Portare la mia musica il più lontano possibile.

Addio a Dario Fo, capopopolo e ‘giullare’ di corte dell’ultrasinistra

Dario Fo si è spento ieri 13 ottobre, all’età di 90 anni a Milano, tre anni dopo la morte della sua amatissima compagna di vita Franca Rame. Negli ultimi anni aveva dato pubblicamente il suo appoggio al M5S, ravvisando nel Movimento fondato dal suo amico Beppe Grillo, alcuni valori propri della sinistra che, disilluso, non riscontrava più nel partito.

Dario Fo, la cultura popolare e l’ideologia manichea

Dario Fo è stato un importante attore di teatro, regista, autore, sceneggiatore, pittore. Sarcastico e umorista, si è aggiudicato il Premio Nobel per la Letteratura nel 1997, e ha inventato con il grammelot, una nuova lingua volgare, che racchiudeva i dialetti di tutta Italia. Dario Fo è stato un giullare che ha trasformato in giullare a sua volta anche Francesco d’Assisi, raccontando la vita del santo più amato in Italia in maniera  efficace e divertente. La sua opera più conosciuta è senza dubbio Mistero Buffo, del 1969, costituita da un insieme di monologhi che descrivono alcuni episodi di argomento biblico, ispirati ad alcuni brani dei vangeli apocrifi o a racconti popolari sulla vita di Gesù.

L’opinione pubblica e molti addetti ai lavori reputano Dario Fo, secondo il quale la cultura popolare e la sua architettura collettiva (non quella ufficiale) è il vero cardine della storia del teatro e di tutte le arti, un character che si è contraddistinto per il diverso uso del corpo e delle potenzialità sceniche dell’attore: ogni suono, parola o canto uniti alla gestualità danno vita ad un insieme semantico indivisibile, di cui il racconto degli eventi è un canovaccio, accompagnato da un nonsense linguistico, da uno stile irriverente, buffonesco e parossistico, atto a dileggiare il potere, che si richiama alle rappresentazioni medioevali eseguite dai giullari e dai cantastorie. A ben osservare, Dario Fo non sembra proprio che si sia battuto per restituire dignità agli oppressi, indipendentemente dalla sua volontà, sulla quale non possiamo aprire un dibattito, ma sembra piuttosto che il nostro “giullare” abbia spalleggiato un certo tipo di potere, passando da ribelle a conformista; e il potere, come ci insegna il teatro elisabettiano, è sempre uguale a se stesso e non è né positivo, né negativo. Dario Fo è stato propugnatore di un’ideologia manichea, i cui ipse dixit sono ben lontani dal fulgore e dalla saggezza dei fools elisabettiani, delle gesta epiche dei plays di Shakespeare che raccontano la natura umana.

Dario Fo, tra teatro e politica

Figlio di un ferroviere e di una casalinga, Dario Fo crebbe in un paesino del lago Maggiore, in un ambito familiare intellettualmente molto vivace. La prima esperienza artistica fu presso l’Accademia di Brera, poi ci furono la guerra e la divisa della Repubblica di Salò, la radio con Franco Paraenti e Dyrano al Piccolo di Milano con Il dito nell’occhio; nonché il cinema con Lo sviato di Carlo Lizzani e soprattuto l’amore con l’attrice e drammaturga Franca Rame, con la quale firma Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare, sino a diventare uno dei maggiori protagonisti del teatro italiano ed europeo e dell’intellighentia nostrana. Ma per ricordare in maniera giusta Dario Fo, bisogna menzionare anche misfatti non solo glorie, altrimenti si scade nell’apologia, scalfendo la memoria.

Dario Fo fu tra i giovani balilla che aderirono alla Repubblica di Salò, per combattare per la Patria perduta. E fin qui la cosa non deve sorprendere, dato che la maggior parte dei ragazzini cresciuti sotto il regime fascista, sotto il segno del Duce, presero parte alla Repubblica Sociale Italiana nata in seguito alla destituzione di Benito Mussolini. Dario Fo, allora diciassettenne andò a combattere volontario tra i parà della RSI, nel Raggruppamento A.P.A.R. di Tradate. Ancora nulla da obiettare, sarebbe troppo facile sentenziare allegramente sul passato di una persona, processare la sua storia, ma ciò che infastidisce a molti del Dario Fo “politico” sono le omissioni e i cambi di bandiera durante la sua vecchiaia, o come avrebbe preferito dire lui, l’anzianità, perché i vecchi sono ottusi e nostalgici, a differenza degli anziani. L’autore del Mistero buffo, non ha mai parlato del suo passato da repubblichino di sua sponte, e quando lo ha fatto incalzato da qualcuno ha spiegato che andò volontario tra i parà dell’esercito della RSI per far cadere le accuse di antifascismo che pendevano su suo padre, temendo una rappresaglia fascista. Sono parole che lasciano esterrefatti.

Sono motivazioni labili quelle di Dario Fo, “paracule”, inaccettabili soprattutto se si pensa ad un’altra figura di rilievo del nostro teatro che ha condiviso gli stessi ideali adolescenziali di Fo, quella di Giorgio Albertazzi, anche lui giovanissimo combattente nelle fila dei repubblichini. Ma a differenza del suo collega non lo ha mai negato e rinnegato. Fo è stato un intellettuale della sinistra non di sinistra, sinistra che in questi giorni si stanno sperticando in stucchevoli encomi e retorici panegirici verso “il grande artista e uomo libero” che è stato Dario Fo. Si usano sempre gli stessi termini quando ci lascia un intellettuale o uomo di cultura, magari sopravvalutato, come probabilmente è stato il Nobel per la Letteratura assegnato a Fo (premio che in realtà è un martello politico, più che un riconoscimento ad un vero e serio risultato letterario), se si pensa che scrittori come Gesualdo Bufalino, tanto per fare un nome, non hanno mai avuto l’onore di vedersi consegnare un meritato premio Nobel. Ma Dario Fo è stato un “poeta di corte dell’ultrasinistra”, come soleva dire Indro Montanelli, (il quale riservò a Fo una pungente battuta: “Ha la statura del suo nome”), un intoccabile, e se alcuni suoi show televisivi sono falliti, è perchè gran parte dell’opinione pubblica ha attribuito i suoi flop a censure o a cospirazioni (non si capisce bene da parte di chi e perché), non perchè non funzionavano.

Per ricordare in toto Dario Fo, non possiamo non dimenticarci della sua difesa degli assassini del rogo di Primavalle nel 1973 e della vergognosa firma della condanna del commissario Calabresi. Così come non possiamo dimeticare l’invettiva di Fo contro gli intellettuali italiani, rei di essere asserviti al pensiero unico:

“Abbiamo oggi una classe d’intellettuali che in gran parte ha perso il tamburo, un formidabile strumento per svegliare i bambini imbambolati. Tacciono in molti: non hanno dignità e quindi non s’indignano. Ecco cos’è terribile e incredibile: la mancanza di indignazione. Molti pensano: ma chi me lo fa fare di espormi? Un giorno magari avrò bisogno di qualcosa, di un favore, di un aiuto da chi ora sto criticando. Tutto è giocato sui ricatti, sulla possibilità di avere un vantaggio. Chi fa informazione o opinione ha capito una cosa: bisogna stare al gioco”.

Un intellettuale però non dovrebbe nemmeno rinnegare il proprio passato e fare il “paraculo”. Ma siamo certi che Dario Fo non ce ne avrebbe voluto, proprio in virtù della sua giusta invettiva contro i seguaci del pensiero unico, lo stesso che vuole i non estimatori dell’artista e dell’uomo Fo, ignoranti, fascisti o schiavi del potere. Surreale. Che la terra ti sia lieve signor Fo e che i suoi seguaci non siano troppo snob e sprezzanti con chi non è riuscito a farsi sedurre dalla sua rivoluzione linguistica, che ha trovato il suo Mistero non buffo ma noioso. In fondo siamo liberi di disfarci del senso di colpa che ci induce a farci intimidire dal rango di un artista, a non comprendere delle opere soprattutto quando queste non vogliono farsi comprendere da tutti noi.

 

Adele Perna: fascino da diva, talento e tanta gavetta

Sguardo intenso e magnetico che ricorda Sophia Loren, quello dell’attrice siciliana che sognava di diventare psicologa Adele Perna che, a dispetto di tante “attrici” monoespressive e di dubbio talento, si distingue per un fascino da diva d’altri tempi, volontà di migliorarsi e di apprendere quanto più possibile da questo mestiere, serietà e talento. Infatti Adele Perna non ha mai smesso di fare gavetta e sa bene che spesso le dinamiche sulle scelte per un ruolo importante in un film o in una fiction a volte non sono proprio meritocratiche.

Adele Perna inizia la sua carriera studiando presso l’Accademia di Pino e Claudio Insegno, Accademia che a quei tempi si chiamava “Tutti in scena” e collaborando con la regista Rodigina Josiana Pizzardo con la quale viaggia in tutta Italia facendo parte di una compagnia di Musical e operette. Recita  accanto ad attori come Sergio Fiorentini compianto doppiatore, interpretando una ragazza disabile in “Passato di pomodoro” e Lando Buzzanca con il Don Giovanni di Molière. Nel 2008 l’attrice si sposta a Torino dove lavora con Ivan Fabio Perna e la compagnia teatrale Louis and Clark con la quale porta in scena il giallo Sei personaggi in cerca di un cadavere; negli stessi anni inizia a lavorare con il cinema indipendente e la pubblicità. Da circa otto anni Adele Perna lavora insieme alla drammaturga e regista Maria Elena Masetti Zanini con la quale porta in scena spettacoli di nuova drammaturgia.

Il 16 settembre prossimo Adele Perna sarà in scena a Castellammare del Golfo con la tragedia Eroideide, mentre ad ottobre usicrà nelle sale uno degli ultimi film che l’attrice ha girato l’anno scorso: Fratelli di sangue, diretto da Pietro Tamaro e scritto da Francesco Rizzi. Sempre in autunno riprenderanno le repliche del fortunato spettacolo interattivo Le dissolute assolte che la vedono protagonista. Ma Adele Perna è molto attiva non solo nell’ambito dello spettacolo: in questi anni infatti ha anche approfondito una delle sue più grandi passioni, la cucina )anch’essa un’arta, del resto), e sta lavorando per mettere su una società di private chef.

 

1.Cosa vuol dire per una ragazzina del sud sognare il mondo dello spettacolo, della recitazione?

È una cosa molto strana perché io in realtà non ho mai sognato il mondo dello spettacolo, mi sono ritrovata a collaborare e con una compagnia teatrale quasi non volendolo, perché è andata così: ero stata chiamata solamente per cantare una serenata all’inizio dello spettacolo e a conclusione, ma quando arrivai alla sala prove mi innamorai di quel mondo e pensai che mi sarebbe piaciuto molto far parte del loro gruppo, poi casualmente la ragazza che doveva interpretare il ruolo della protagonista il giovane si ammalò poco prima del debutto e il regista chiese a me se avessi avuto il piacere di interpretare quel ruolo. Io ovviamente risposi di sì e iniziai così a lavorare insieme a loro. Girai l’italia con la filodrammatica per circa quattro anni e quando poi arrivai a Roma io volevo semplicemente studiare quello che era fino a quel momento solamente una grande passione per imparare le tecniche e poter farlo diventare un lavoro ma realmente non ho mai sognato il mondo dello spettacolo per me.

2.Recitare per te è anche un modo di analizzarti conoscerti meglio, visto che sognavi di fare la psicologa?

Sì; ecco quella forse è la vera motivazione per cui continuo ancora a fare questo lavoro e mi piace sempre tantissimo, perché poter essere tante persone contemporaneamente mi dà l’opportunità di esplorare i mille aspetti del mio essere che altrimenti difficilmente potrai analizzare. Sono anche una bravissima osservatrice quindi analizzo e faccio mie anche le sfaccettature caratteriali delle persone che mi circondano e cerco poi di utilizzarle nei lavori che porto in scena.

3.Quanto metti di tuo nei personaggi che interpreti e quanto invece prendi dai tuoi ruoli?

Quando ero bambina e vedevo i film, perché mia madre e mio padre andavano molto al cinema e mi portavano con loro, io vedevo quelle immagini e pensavo. Pensavo che quei personaggi potessero esistere solamente grazie al volto che avevano sul grande schermo ti faccio un esempio, tu immagineresti mai Rossella O’Hara di via col vento con un viso diverso da quello di vivien Leigh? è praticamente impossibile! oggi facendo l’attrice mi rendo conto che io presto al personaggio tantissimo di me ed è proprio quello che rende speciale un personaggio teatrale o cinematografico, che quel ruolo se hai fatto un buon lavoro potrà essere interpretato solamente da te. Poi è vero ci sono caratteri che sono scritti talmente bene dei quali ti resta un po’ ti resta un po’ della loro tristezza, della loro caparbietà! E’ vero, se i personaggi sono scritti bene ti regalano delle armi per continuare a vivere meglio, come quando leggi un bel libro.

 

Adele Perna

4.Che ricordi hai della tua esperienza romana presso l’Accademia di Pino e Paolo Insegno?

L’esperienza formativa in accademia da Claudio e Pino insegno è stata molto importante perché era un’accademia di Musical, si studiava danza, canto e avevamo degli insegnanti molto bravi e molto qualificati, ho studiato dizione con il maestro Diotaiuti che è in assoluto il migliore in Italia, canto con Tosca Donati che tutti quanti conosciamo essere una bravissima interprete e danza con Raffaele Paganini. Avevo il top dell’insegnanti in Italia einsegnanti di recitazione molto bravi quali Adalberto Maria Merli e lo stesso Claudio Insegno che insegnava recitazione due o tre volte, il quale mi ha anche fornito le armi per gestire la voce. Devo dire che ho un ottimo ricordo anche della classe: sono tutti ragazzi con i quali ancora mi sento e che ho incontrato nel mio percorso lavorativo dopo quegli anni, ragazzi a cui voglio bene e che come me faticano tanto per fare questo lavoro al meglio.

5.E di quella torinese con la compagnia teatrale “Louis e Clark”?

Con la “Louis and Clark” ho lavorato per due anni ho un ricordo meraviglioso di tutti quanti: persone fantastiche, ragazzi che si impegnano quotidianamente per far crescere la città dal punto di vista culturale. Il regista casualmente mio omonimo Ivan Fabio Perna gestisce un piccolo teatro, l’ho fatto diventare un gioiellino e anche gli altri ragazzi della compagnia sono tutti bravissimi, attori con la A. In un piccolo centro avere una compagnia teatrale che lavora insieme in modo compatto e continuativo è molto più semplice, a volte rimpiango di essere tornata a Roma perché lì mi sentivo veramente a casa qui invece quest’opportunità non c’è.

 

Adele Perna

6.Ti senti più a tuo agio a cinema o a teatro?

Sono due mondi completamente diversi e in qualche modo inparagonabili fra di loro anche se appartengono alla stessa matrice: il teatro è un’emozione continua nel momento in cui vai in scena il pubblico ti risponde, senti il suo calore continuamente, dagli applausi, dalle risate dalle lacrime a volte e questo ti riempie il cuore di gioia e ti fa continuare ad andare avanti, ti dà la spinta per andare avanti nelle repliche; invece il cinema è molto più interessante. Per quanto riguarda la creazione del personaggio, vedi, in teatro fai tante prove, un mese più o meno di prove prima di andare in scena, in cinema no, a volte fai delle prove,quando il regista è disponibile ma perlopiù crei il personaggio da solo, soprattutto nel cinema indipendente che al momento è l’unico cinema che ho fatto io, ma durante i ciak si crea come una magia difficile da spiegare: passo dopo passo diventi davvero il personaggio che stai interpretando, soprattutto se la concentrazione è buona. In questi mesi sto studiando al Duse International di Francesca De Sapio il metodo Stanislawsky e sto imparando a gestire tanto di me, del mio carattere, della mia impulsività in funzione del personaggio e sul set fa la differenza.

7.Quanto è stata fondamentale la gavetta per te in un ambiente, anzi in un mondo, dove spesso si vuole ottenere tutto e subito, contando magari su un colpo di fortuna?

La gavetta è assolutamente fondamentale, soprattutto perché io non ho ancora smesso di farla. Non ho mai partecipato ad una fiction importante con un bel ruolo, tantomeno ad un film cinema con un bel ruolo perché le dinamiche sulle scelte a volte non sono proprio meritocratiche quindi continuo a fare la mia gavetta nella speranza di diventare talmente tanto brava che i casting o i registi non possono non scegliermi per un ruolo.

8.Parlaci dello spettacolo “Eroideide”che andrà in scena il 16 settembre prossimo a Castellammare del Golfo.

“Eroideide” è una tragedia, racconta la leggenda di come nacque il paese di Castellammare del Golfo, i personaggi sono storici e mitici Dei ed eroi, da Giunone a Creusa, Segesta Egesta Agesilao fino ad arrivare allo scrittore di questa tragedia che è proprio Eroide, interpretato da Edoardo Siravo il mio ruolo è un po’ avulso dalla storia che raccontiamo perché io interpreto la voce del tempo ed è molto interessante per me sviluppare un personaggio che non ha corporeità.

9.A ottobre uscirà anche un film che hai girato l’anno scorso “Fratelli di sangue” diretto da Pietro Tamaro e scritto da Francesco Rizzi. Che ruolo interpreti?

Sì ad ottobre uscirà nelle sale “fratelli di sangue” diretto da Pietro Tamaro e scritto e interpretato da Francesco Rizzi. Il mio ruolo è molto divertente sono una ex ladra, Mara la strega, che ritorna a colpire soltanto per un ultimo per un’ultima volta insieme a una banda che Antonio il camaleonte, il personaggio interpretato da Francesco Rizzi raduna per ultimo colpo. E’ un personaggio molto divertente, è stato bello interpretarlo perché è vero che è una malvivente, ma adesso ha un figlio di 8 anni, ha cambiato vita, vorrebbe cambiare definitivamente vita per regalare al figlio un mondo migliore; però a volte come spesso capita anche nella realtà, i personaggi che hanno avuto un passato discutibile difficilmente riescono a uscirne completamente. quello che intuiamo nel film è anche che lei in qualche modo è stata innamorata di Antonio, il camaleonte, quindi vorrebbe preservarlo da tutte le cose negative che potrebbero venir fuori dopo questo ultimo colpo che vogliono con commettere, dunque è anche dolce e’ anche delicata in alcuni dei suoi aspetti.

10.Cosa pensi del cinema italiano?

Sul cinema italiano ho le idee un po’ confuse e forse non le posso esprimere nemmeno troppo liberamente. Credo che ci siano dei registi molto bravi che stimo immensamente primo fra tutti Emanuele Crialese o il mio conterraneo Giuseppe Tornatore (ho vissuto 10 anni a Bagheria); anche matteo Garrone è un ottimo regista, Paolo Virzi e alcuni nuovi come Piero Messina mi piacciono tanto e mi fanno ben sperare sul futuro del nostro cinema, ovviamente non vedo i cinepanettoni, non saprei nemmeno farti nomi di attori e registi che ne hanno girato e anche molte commediole non le guardo perché non mi interessano, però credo che il cinema italiano di questi anni sia nella giusta direzione.

11.Quali attori e attrici ammiri di più, e con quali ti piacerebbe lavorare?

Di attori italiani veramente bravi, quegli italiani che hanno reso grande il cinema italiano penso siano tutti morti e lo dico con un po’ di rimpianto, fra gli attori viventi mi piacciono tanto Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi per le donne, e fra gli uomini Valerio Mastrandrea e Kim Rossi Stuart, non lo so, credo che la mia lista si fermi qui, ma certamente ci sono anche tantissimi bravi attori di cui non conosco il nome.

12.Hai in cantiere anche un progetto legato alla gastronomia. Vuoi parlarcene? E come è nata questa passione per l’arte culinaria?

La mia passione per la cucina nasce quando ero bambina, da sempre direi, mia madre tutti pomeriggi cucinava qualcosa di speciale o per il pomeriggio o per cena, faceva i biscotti, le pizze e io facevo i miei biscotti, le mie pizze sempre, tutte le volte che lei preparava qualcosa di speciale, io preparavo qualcosa di speciale insieme a lei. Ho sempre saputo cucinare e da ragazzina invitavo le mie amichette a cena e cucinavo io per loro. Poi nel 2010 decisi che volevo imparare le tecniche di ristorazione allora feci una scuola per chef a Roma che durò un paio d’anni comprensivo di stages formativo e devo dire che sono stata molto fortunata perché ho fatto lo stages formativo in un ristorante meraviglioso dei Parioli di cui però non posso fare il nome e da loro ho imparato veramente tanto, poi vivendo a Los Angeles, ho lavorato presso uno dei più importanti ristoranti italiani della California e anche lì ho imparato molto di quello che conosco oggi. Il mio progetto di cucina però non è di ristorazione, io sto mettendo su un progetto di private chef quindi uno chef che viene direttamente a casa e prepara la sua cena live. Ovviamente il progetto sarà dedicato agli stranieri in vacanza Roma o ad un target di persone che possono concedersi il lusso di invitare uno chef a casa propria. In questi giorni sto creando il sito internet, nel mio sito si potrà anche usufruire di un sommeliers di un bartender, di un musicista di un fotografo e di un video maker per la serata. E col tempo ho intenzione di allargarmi, mi piacerebbe tanto che gli chef di tutta Italia avessero il piacere di registrarsi sul mio sito e creare lo stesso movimento nelle altre città italiane.

 

Adele Perna n una scena dello spettacolo “Le dissolute assolte”

13.Riprenderà anche lo spettacolo interattivo “Le dissolute assolte”. Che sensazioni si provano quando si ripete più volte lo stesso spettacolo, riesci a trovare sempre nuove motivazioni ed emozioni?

Lo spettacolo “Le dissolute assolte” e’ quanto di più divertente abbia mai fatto e come dicevi, è uno spettacolo interattivo: il pubblico segue Leporello attraverso le stanze, lui accompagna gli spettatori presso le ragazze che interpretano il loro personaggio, l’atmosfera è magica, sembra di stare nei cunicoli nascosti delle ville settecentesche dove si concludevano i peccati più nascosti e le persone vengono ammaliate da questo pensiero. È proprio il pubblico che ti dà la carica e la voglia di ripetere le repliche sempre, a volte facciamo anche due repliche a sera perché lo spettacolo dura un’ora quindi spesso ci ritroviamo ad avere il doppio turno ma, nonostante questo, è sempre un’esperienza meravigliosa. Il gruppo è compatto, siamo tutte amiche, ci vogliamo tutte bene, non c’è rivalità, non ci sono conflitti si sta bene insieme, viva le dissolute!!!

14.Il teatro è quel luogo “dove tutto è finto ma niente è falso”, come disse una volta Gigi Proietti?

Proprio così, non c’è niente di falso, assolutamente nulla, tutte le emozioni che vengono provate sulle assi del palcoscenico sono reali se piangi piangi davvero, se ridi stai ridendo davvero, è così, è strano non è finzione, in quel momento lo stai provando realmente! Quando poi finisce lo spettacolo ritorni alla tua vita portandoti dietro un pezzetto dell’anima del tuo personaggio.

15.Quale personaggio ti piacerebbe interpretare a teatro o al cinema?

Ce ne sono così tanti forse quello che maggiormente mi piacerebbe interpretare in teatro è Ofelia dell’Amleto, o Nina del Gabbiano di Cechov, ma nella scrittura contemporanea ci sono personaggi molto interessanti che richiamano caratteri immortali delle opere classiche che tutti conosciamo. Al cinema invece non saprei; mi piacciono i personaggi complessi mi piacciono i cattivi forse perché con la faccia che mi ritrovo mi verrebbe bene un cattivo, non c’ho mai pensato. Se posso dirti invece un personaggio che hanno già interpretato e che mi piacerebbe rifare, beh allora forse Annie Sullivan, l’educatrice di Anna dei miracoli, quello si che è un personaggio che adorerei interpretare, non è cattiva, anche se lo sembra per tutto il film; in realtà è una donna molto buona che ha sofferto moltissimo, un po’ come me, forse!

Eduardo De Filippo, tra palco e realtà

(Napoli, 24 maggio 1900 – Roma, 31 ottobre 1984)

Trent’anni fa ci lasciava Eduardo De Filippo, un gigante del teatro contemporaneo e tra i massimi rappresentanti della drammaturgia popolare. La sua sottile ironia e la sua grande umanità hanno smesso di incantare il pubblico il 31 ottobre 1984. 

Prima di affrontare, anche solo in maniera sommaria, un autore prolifico e personaggio cardine della cultura italiana di fine secolo come Eduardo De Filippo bisogna innanzitutto avere ben presente un aspetto: prima c’è Napoli e poi il suo teatro. Eh già perché Napoli è l’unica città del mondo ad avere un “senso scenico” così incredibilmente sviluppato e così profondamente intrinseco al suo stesso essere. Ma “senso scenico” è un termine da non confondere con “teatralità”, sono due aggettivi ben distinti. La “teatralità” comunemente intesa, è semplicemente il gusto per l’eccesso, per l’innaturalezza e per il piacere di stupire; il “senso scenico”  invece è la tendenza alla rappresentazione scenica della vita in tutti i suoi aspetti, sia belli che brutti, al fine di esorcizzarla, capirla, renderla più sopportabile ed, al limite, riderci sopra. La fame, i figli, i sogni, la malavita, la famiglia, i vicoli, l’arte di arrangiarsi: sono queste le tematiche cardine del teatro napoletano e non i tormenti dell’alta borghesia tipici della produzione ibseniana, i tarli psicologici dei testi pirandelliani o le tensioni spirituali e morali tipiche del teatro russo. Argomenti all’apparenza semplici, banali ma difficili da universalizzare, generalizzare, che richiedono un vissuto profondo, anche drammatico per poterli eviscerare e trasmettere con la giusta efficacia. È necessaria una contestualizzazione molto forte dei soggetti e dei personaggi con il luogo da cui provengono per poter mettere lo spettatore nella condizione di comprendere il vissuto che la finzione scenica rappresenta. Napoli, con le sue contraddizioni, portentose ricchezze e indicibili miserie rappresenta lo sfondo ideale per questa sorta di “teatro della realtà”.

“Napule è ‘nu paese curioso: è ‘nu teatro antico, sempre apierto. Ce nasce gente ca senza cuncierto, scenne p’ ‘e strate e sape recita’”

È Napoli l’indiscussa protagonista del suo teatro, una Napoli che può essere all’occorrenza “milionaria”, oppure miserabile, tristissima o felicissima, ma sempre e comunque presente come una grande madre che abbraccia, coccola, sgrida o punisce i suoi figli. Dalle farse pulcinellesche alle commedie di Scarpetta, dagli scugnizzi di Viviani alle sceneggiate basate sulla famosa triade “isso, essa e ‘o malament’”, fino all’Assunta Spina di Salvatore Di Giacomo ed ai moderni testi di Eduardo, Napoli è sempre stata il palcoscenico ideale, croce e delizia, per il fiorire di una tradizione teatrale che si perde nella notte dei tempi. Testimonianza di questo indissolubile legame sta nel fatto che tutto il teatro napoletano è scritto e rappresentato in dialetto; sarebbe impossibile anche solo concepirlo in altro modo. Nonostante gli evidenti limiti linguistici battute come “ ‘a dda passa’ ‘a nuttata” o “Te piac’ ‘o presep’?” sono diventate di uso comune travalicando confini cittadini e regionali a testimonianza di una forza e di un’immediatezza non comune. In questo contesto si inserisce il teatro di Eduardo che assorbe e rielabora la tradizione teatrale napoletana, occupando in parte anche un’inquietante zona novecentesca, che appartiene soprattutto ad autori come Pirandello e Beckett, fino a trovarne un minimo comun denominatore che la renda universale e collettiva. Questo minimo comun denominatore sta nell’illusione intesa come pulsione ancestrale che muove le azioni umane. L’illusione di un domani migliore in Napoli Milionaria, l’illusione in un “mondo meno rotondo e un po più quadrato” in Il Sindaco Del Rione Sanità, l’illusione del colpo di fortuna in Non Ti Pago, l’illusione della famiglia in Natale In Casa Cupiello, Sabato, Domenica e Lunedì, Mia Famiglia, un’illusione che puntualmente viene disattesa lasciando il più delle volte l’amaro in bocca o al limite un grosso punto interrogativo. Il teatro del maestro napoletano vuole servire a qualcosa, esso denuncia le piaghe nella società e nei singoli individui, e solo la ‘lingua’ napoletana riesce a rendere al meglio la riflessione sull’ambiguità delle intenzioni nei rapporti umani e le illusioni (La lingua per Eduardo è molto importante perché è espressione della realtà che vuole raccontare, ma soprattutto è memoria).

“Voglio dire che tutto ha inizio, sempre da uno stimolo emotivo: reazione a una ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia ed altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi”

Ma da dove nasce tale illusione? Nel caso di Eduardo da una condizione esistenziale obiettivamente disagiata che ha caratterizzato la sua vita fin dalla prima infanzia. Nato a Napoli il 24 maggio del 1900, secondogenito di Luisa De Filippo e di Eduardo Scarpetta (i suoi fratelli erano Titina e Peppino), ha sempre mal sopportato il suo status di figlio illegittimo. Il padre, infatti, ufficialmente coniugato con un’altra donna, non ha mai voluto riconoscere i tre fratelli De Filippo, rifiutandosi di dargli il cognome. È vero che il maestro Scarpetta ha sempre mantenuto, date le sue ingenti possibilità economiche, tutti i suoi numerosissimi figli ma è pur vero che la sua assenza come padre ha causato numerosi problemi alla prole. Sebbene a quel tempo, in una città come Napoli, fosse una cosa abbastanza normale essere figli di secondo letto (Totò ad esempio versava nella stessa condizione), Eduardo ha vissuto questa situazione in maniera non pacifica arrivando a sviluppare una corazza fatta di, disincanto e durezza caratteriale. La capacità di illudersi, o meglio, la voglia di illudersi gli è rimasta trovando nelle tavole del palcoscenico il mezzo ideale per metterla in atto. Spinto a recitare fin da bambino nella compagnia del padre e dei fratelli, ha sviluppato negli anni una padronanza assoluta del teatro come mezzo di comunicazione e come mezzo di illusione. La Grande Magia, (che occupa quella zona “inquieta” novecentesca), recita il titolo di una delle sue commedie più famose al cui centro si trova l’utopia dell’amor fedele, ma cos’è la magia se non inganno, stupore, finzione alla fine della quale si torna alla realtà con la consapevolezza che è tutto un trucco, un sortilegio destinato a finire? Un’illusione appunto: il Professor Otto Marvuglia fa “sparire” durante uno spettacolo di magia la moglie di Calogero di Spelta per consentirle di fuggire con l’amante, e fa poi credere al marito che potrà ritrovarla solo se aprirà la scatola in cui sostiene sia rinchiusa. Alla fine la donna ritorna pentita, ma il marito si rifiuta di riconoscerla, preferendo restare ancorato all’illusione di una moglie fedele custodita nell’inseparabile scatola.

Eduardo, che si è sempre definito un “illitterato” ma ha vissuto delle contraddizioni come quella che rappresentata dalla presentazione di un uomo disagiato che ha smarrito il senso dell realtà. riflette su quanto nel teatro si “viva sul serio quello che gli altri recitano male nella vita”, ossia su quante siano le convenzioni e le sovrastrutture che dettano la nostra vita quotidiana: attribuzioni di senso condivise che rendono “reale” ciò che altro non è che frutto di un tacito accordo tra individui che credono nella stessa illusione. E in questo modo ognuno nella vita, come nella scena, si trova a recitare il proprio ruolo e ad avere fede in ciò che più ritiene opportuno nella cieca illusione di detenere la verità a differenza di quanto accade in teatro dove, può sembrare un paradosso, si è più consapevoli dell’assurdità di questa presunzione. In quanti potrebbero riconoscersi in questa geniale opera senza tempo che ci consegna un Eduardo cinico e disincantato, ritrattista di un’Italia statica, prigioniera di circostanze immutabili; un Paese che attua l’autoinganno. Cosa è cambiato oggi?

La magia è bella però, fa sognare, come sognano l’Alberto Saporito de Le Voci Di Dentro, il ladruncolo di De Pretore Vincenzo, la protagonista di Filumena Marturano, il Libero Incoronato di Le Bugie Con Le Gambe Lunghe, il don Gennaro di Gennariniello o il Pasquale Lojacono di Questi Fantasmi!, salvo poi scontrarsi con la dura realtà di un tradimento, della menzogna, della povertà e del bisogno. E’ proprio questa sua capacità di mettere in scena l’illusione, il sogno in forte contrasto con i piccoli eventi quotidiani a fare di Eduardo uno tra i più grandi commediografi moderni. Nonostante la staticità scenica e l’uso del dialetto, Eduardo riesce a catturare l’attenzione dello spettatore per tre atti, grazie ad una forte caratterizzazione dei personaggi, ad una straordinaria mimica facciale e a una maniacale attenzione per l’uso dei vocaboli. Pochi attori in scena, scenografie elementari, trame semplici, ma una straordinaria dialettica che rende ogni dialogo avvincente e costruito su misura per il personaggio. Le parole prendono vita, suscitando ilarità, tensione, commozione, mentre gli attori restano fermi. Il finale di Napoli Milionaria è esemplare in questo senso: i due protagonisti seduti ad un tavolo danno vita ad un finale tragico e commovente.

Gennaro– “Teh… Pigliate nu surzo ‘e cafè…” (Le offre la tazzina)
Amalia accetta volentieri e guarda il marito con occhi interrogativi nei quali si legge una domanda angosciosa: “Come ci risaneremo? Come potremo ritornare quelli di una volta? Quando?”. Gennaro intuisce e risponde con il suo tono di pronta saggezza.
Gennaro– “S’ha da aspetta’, Ama’. A’ dda passa’ ‘a nuttata”. (Da Napoli Milionaria-Atto III)

Parole, gesti, sogni, illusioni il teatro di Eduardo è tutto questo. Rappresenta il superamento del teatro napoletano classico ed il suo sdoganamento presso le platee internazionali ma nonostante il successo, i premi, i riconoscimenti, Eduardo non ha mai dimenticato da dove veniva, quell’intreccio di vicoli e stradine che costituisce il cuore della vecchia Napoli. Non ha mai dimenticato la sua gente, la sua musica, il sole, il mare ed il profumo di Napoli che ha sempre riproposto anche nei lavori della maturità. Non ha mai ambientato commedie in un posto che non fosse la sua città natale; non ha mai usato un altro linguaggio né usato altri personaggi, a dimostrazione di un cordone ombelicale invisibile ed indissolubile con una città che, nel bene e nel male, è stata attrice e spettatrice del suo teatro e della sua stessa vita. Eduardo è immortale; il suo teatro, fatto con onestà e per il quale il maestro ha sacrificato la sua vita, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, è immortale. Eduardo è un esempio di dedizione e passione per il proprio mestiere, bel lontano dalla bramosia del successo facile.

“Ho fatto l’attore perché la mia famiglia era una famiglia di attori. La recitazione che vedevo sui palcoscenici di allora non mi piaceva, la trovavo esagerata, finta. Con la presunzione dei bambini ho pensato che avrei fatto molto meglio io, e che Il stavano sbagliando tutto. Per tutta la vita ho sempre voluto fare meglio degli altri, essere più vero, osservare più attentamente la realtà, raccontare meglio di tutti la vita” (E. De Filippo)

Luigi Pirandello: precursore del modernismo

“Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni”. (Luigi Pirandello)

Forse è questo ciò che accade quando, nelle nostre certezze, entra una frase, una parola, un concetto o un’idea di quell’uomo che, ancora oggi, resta con le sue opere famoso in tutto il mondo.

Pirandelliano, pirandellismo, termini che derivano da uno dei più grandi scrittori del ‘900 per indicare un avvenimento o una situazione paradossali. Un autore, un uomo, uno scrittore che, elabora e costituisce la poetica dell’umorismo respingendo l’armonia classica e il mito romantico.

Tre furono gli ambienti che influenzarono la formazione psicologica e culturale del grande drammaturgo e narratore sicliano premio Nobel per la letteratura che risponde al nome di Luigi Pirandello: quello siciliano, quello tedesco e quello romano. In Sicilia Pirandello visse dalla nascita, avvenuta ad Agrigento il 28 giugno 1867, fino al 1887, anno in cui si trasferì a Roma per continuare gli studi universitari, conseguendo a Bonn, in Germania, la laurea in filologia romanza.

I primi passi furono mossi all’interno della scuola siciliana, portando l’autore ad una visione relativistica della vita e del mondo. Fu però il teatro a dare quella fama più che meritata. Lo scrittore siciliano mette in scena attraverso relativismo, surrealismo ed espressionismo, le diverse fasi di uno stile di vita volto ad affrontare la realtà attraverso quell’umorismo, quel paradosso, che l’hanno reso uno dei pochi scrittori famoso in tutto il mondo. Per i primi anni, successivamente a conseguimento della laurea, si dedicò all’attività poetica  (“Mal giocondo”, 1889; “Pasqua di Gea”, 1891), testimoniata in seguito da poche altre opere (“Elegie renane”, 1895; “Zampogna”, 1901; “Fuori di chiave”, 1912). Giunto a Roma nel 1893, fu introdotto negli ambienti giornalistici e letterari, dedicandosi ad un’intensa attività pubblicistica e creativa. Fu a partire dal 1915, successivamente ad una serie di problemi familiari che colpirono il padre e la moglie dell’autore siciliano, che si legò al teatro, anche nella regia, affrontando una serie di spostamenti all’estero. Diresse il Teatro d’Arte di Roma (1925-28) creando una propria compagnia, chiamandovi come prima attrice la giovane Marta  Abba, alla quale rimase legato da profonda passione fino alla morte. Nel 1934 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura.

E, attraverso gli echi della sua vita, di quella giovinezza che lo ha condotto a divenire un drammaturgo mai dimenticato, ancora in grado di stupire chi si accinge per la prima volta ad avvicinarsi alle sue opere, ci avviciniamo a quei romanzi, “L’esclusa”- “Il turno” (1901-1902), in cui, come già accennato, si delinea una visione angosciosamente relativistica della vita.

“La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.” 

Pirandello con Eduardo, Peppino e Titina De Filippo

Ma sono nelle vicende e nei personaggi le discordanze tra l’essere e l’apparire, il pare, ciò che realmente si ritrova nelle sue grandi opere, ciò che appassiona, ciò che trascina in una lettura senza tempo. E così  Luigi  Pirandello interviene nel racconto con ironia, sarcasmo, umorismo. Queste le caratteristiche che ritroviamo in quello che viene, ancora oggi, considerato il suo  capolavoro , “Il Fu Mattia Pascal”(1904). Ma queste caratteristiche sono proprie anche delle successive raccolte di novelle (Erma bifronte, 1906; La vita nuda, 1910; Terzetti, 1912; Le due maschere, 1914, poi intitolata Tu ridi, 1920; La trappola, 1915; Erba del nostro orto, 1915; E domani, lunedì…, 1917;Un cavallo nella luna, 1918; Berecche e la guerra, 1919; Il carnevale dei morti, 1919) e dei romanzi posti nel mezzo o che seguono la “grande opera” (Suo marito, 1911, più tardi in parte rifatto col tit. Giustino Roncella nato Boggiolo, post., 1941; I vecchi e i giovani, 2 voll., 1913; Si gira…, 1916, tit. poi mutato in Quaderni di Serafino Gubbio operatore, 1925; Uno, nessuno e centomila, 1926). E nonostante quell’elemento realistico rimanga sempre in Luigi Pirandello, i modi della narrativa verista appaiono ora capovolti. Sullo sfondo provinciale e borghese di quella narrativa, e nel bel mezzo dei temi che le sono proprî (gelosie, adulterî, terzetti matrimoniali, pazzie, vendette), prende rilievo un’inquietudine nuova, per la quale il nome di Luigi Pirandello è stato accostato a quello dei maggiori esponenti del decadentismo italiano ed europeo: l’ansia dell’uomo che invano cerca di ribellarsi agli schemi della vita per essere soltanto sé stesso e inutilmente si sforza di comporre il dissidio tra forma (maschera) e vita (autenticità). Ai personaggi della narrativa verista, “vinti” ma non privi di una loro grandezza epica, succedono così figure di medî o piccoli borghesi, di impiegati, professionisti, pensionati, rappresentanti di una società priva d’ideali e condannati proprio per la loro realtà, per la loro condizione, per quella differenza sostanziale tra l’essere e l’apparire; e la narrazione si fa aggrovigliata, intesa, seguendo le tortuosità del pensiero e a creando intorno ai personaggi e alle loro vicende un’aria allucinata, di caos.

Il teatro di Luigi Pirandello, così come la narrativa, si muove prima sugli schemi della commedia borghese (“Lumie di Sicilia”, 1910; “Pensaci Giacomino!”,1916; “Liolà”, 1916, scritta originariamente in dialetto siciliano; “Così è (se vi pare”), 1917; “Il piacere dell’onestà”, 1917; “La patente”, 1918; “Ma non è una cosa seria”, 1918; “Il berretto a sonagli”, 1918; “Il giuoco delle parti”, 1918; “Tutto per bene”, 1920; “Come prima, meglio di prima”, 1920; “La signora Morli, una e due”, 1920); schemi abbandonati per giungere in un clima di dramma e tragedia(“Sei personaggi in cerca d’autore”, 1921, l’opera scenicamente rivoluzionaria che, insieme con “Ciascuno a suo modo”, 1924, e “Questa sera si recita a soggetto”, 1930, costituisce la cosiddetta trilogia del “teatro nel teatro”; “Enrico IV”, 1922; “Vestire gli ignud”i, 1922; “L’uomo dal fiore in bocca”, 1923; “La vita che ti diedi”, 1923; “Diana e la Tuda”, 1927; “Come tu mi vuoi”, 1930; “Quando si è qualcuno”, 1933; “Non si sa come”, 1935). Tutto questo è il teatro della maturità, il teatro di un secondo momento, un secondo approccio, ma che in realtà approfondisce il primo momento pirandelliano. Opere fuori dal tempo, fuori dallo spazio. Restò incompiuta la sua ultima opera,” I giganti della montagna”.  L’autore stesso provvide a riordinare editorialmente la sua produzione drammaturgica.  Mentre segue a Cinecittà la realizzazione di un film tratto da “Il Fu Mattia Pascal” e lavorando alla conclusione dei “Giganti della montagna” e all’ultimo volume delle “Novelle per un anno”, viene colto da una polmonite. Luigi Pirandello Lascerà questo mondo che l’ha amato e lo ama ancora a Roma, nel dicembre 1936. Non ci furono onoranze pubbliche né funerali di Stato; le sue ceneri furono traslate ad Agrigento, e una “rozza pietra”, come egli voleva, fu posta per memoria ai piedi di un pino nella contrada del Caos, dove lo scrittore era nato sessantanove anni prima.