Virginia Woolf: la forza dirompente della parola e la sottile arte con cui è riuscita a coniugare la sua malattia mentale e il desiderio incessante di dare forma al suo essere

E. M. Forster dirà di non aver mai conosciuto una creatura al mondo che amasse tanto scrivere quanto lei. In questa affermazione può essere condensata l’intima essenza di Virginia Woolf. Personalità anticonformista e tenace, artista eclettica e sagace, indefessa pioniera della letteratura moderna. Con la finezza della sua penna ha saputo rappresentare degnamente i travagli e le inquietudini del suo tempo ed affrontare irreprensibilmente i drammi di un’epoca in disuso. Una vita votata interamente alla letteratura e alla lotta contro le oppressioni e le disuguaglianze sociali. Il suo rifiuto alla vita rappresenta la risposta tragica a quel tramonto dei valori verso cui la civiltà della prima metà novecento stava avviandosi irrimediabilmente.

Quando si tenta di tracciare una direttiva che compendi l’intera esistenza di un artista, le strade sembrano diventare quanto mai anguste e prive di sbocchi. E se davanti abbiamo una donna della stazza culturale di Virginia Woolf si rimane persino attoniti: incerti se procedere o ripiegare. È arduo descrivere le impressioni contrastanti che una scrittrice del genere suscita in noi. Virginia Woolf è poetessa visionaria, saggista schietta, romanziera raffinata, critica intransigente, moglie e donna. È tutto questo: eppure nessun universo potrà mai accoglierne l’essenza viscerale e le prismatiche idiosincrasie. In lei la contrapposizione perenne tra perfetto e imperfetto, tra insignificante e imprescindibile trascinano il lettore in uno stato di forte turbamento, di lotta mentale senza tregua. La ragione per la quale siamo abbacinati dalla sua fulgida capacità espressiva e dalla sua grazia nel rendere poetico suono tutto ciò che scrive, fa del suo lavoro un immenso crogiuolo entro il quale calettare la mente facendola riemergere con una consapevolezza nuova. La forza dirompente che imprime in ogni parola e la sottile arte con cui riesce a coniugare la sua malattia mentale e il desiderio incessante di dare forma al suo essere, sono i tratti che la contraddistinguono dai suoi coevi.

Possiamo immaginarla attraversare le vie di Londra alla ricerca di un particolare libro, o accucciata sulla sedia nello scantinato di Monk’s House a registrare avvenimenti e impressioni sul suo diario o a fumare una sigaretta in compagnia di Vanessa, disquisendo sulle sorti della letteratura. Virginia Woolf fu data alla luce il 25 gennaio del 1882 a Londra, da Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Jakson. L’ambiente culturale, entro cui fu precocemente introdotta dal padre, favorì a sviluppare in lei quell’amore per la letteratura che durerà per tutta la vita. Leslie Stephen, scrittore e filosofo di fama internazionale, fu il primo a riconoscerle questa capacità, il primo a cogliere il tratto essenziale del suo carattere: dirà di lei “la mia Ginny sarà sicuramente un autore”. Farà da bambina la conoscenza di personaggi del calibro di Henry James, George Henry Lewes e Julia Margaret Cameron, fonderà un giornalino domestico insieme al fratellino Toby e avrà libero accesso ad ogni scaffale della biblioteca paterna sulla quale fonderà tutta la sua istruzione.

È da tener presente infatti, che alle donne, in quel frangente storico non era concesso né di frequentare le scuole né le università, e tutte le iniziative della Woolf, ossia imparare il greco, il russo, studiare filosofia e la botanica sono tutte iniziative personali, che costituiscono la prova inequivocabile di quell’ardore, di quella autentica pulsione per il sapere, che le farà raggiungere la vetta più alta della prosa inglese. Ella seguì la propria inclinazione letteraria, nonostante la condizione di inferiorità che la società britannica le imputò per nascita, sfidando le rigide imposizioni del canone vittoriano, lottando con gran fervore e attivismo per i diritti e la posizione sociale delle donne. Non a caso, si autodefinì una “outsider”.

I ricordi più vividi e più felici, come lei stessa afferma, furono quelli trascorsi in Talland House, la residenza estiva dei genitori, prospiciente sulla Baia di Porthminster ed è da questi ricordi uniti a quelli tragici della morte della madre quando lei aveva solo tredici anni, causa del suo primo crollo nervoso, che trarrà ispirazione per uno dei suoi lavori più splendidi e di ardua interpretazione: Al Faro. Nei diari si legge:

“Fino a quarant’anni e oltre fui ossessionata dalla presenza di mia madre… Poi un giorno, mentre attraversavo Tavistock Square, pensai Al faro: con grande, involontaria urgenza. Una cosa ne suscitava un’altra… Che cosa aveva mosso quell’effervescenza? Non ne ho idea. Ma scrissi il libro molto rapidamente, e quando l’ebbi scritto, l’ossessione cessò. Adesso non la sento più la voce di mia madre. Non la vedo. Probabilmente feci da sola quello che gli psicoanalisti fanno ai pazienti. Diedi espressione a qualche emozione antica e profonda”.

Questi saranno gli stessi anni in cui sarà vittima di abusi sessuali da parte dei fratellastri, atto che contribuirà ad accrescere quello stato di depressione che l’accompagnerà in tutta la sua travagliata esistenza. Il 1904 rappresenta un punto di cesura nella vita di Virginia: si assiste al tramonto dell’età vittoriana e ai suoi antichi retaggi; il padre muore lasciando un vuoto incolmabile, e lei, insieme alla sorella Vanessa, si trasferirà in un appartamento a Bloomsbury, un quartiere abbiente di Londra che ogni giovedì sera aprirà le porte ai personaggi più illustri del panorama intellettuale del ‘900, dando vita al Bloomsbury’s Group. E. M. Forster, Lytton Strachey, Clive Bell, sono solo alcune delle personalità che vi fecero parte. In una di quella serate, in cui la libertà intellettuale primeggiava sopra ogni cosa – dove dibattiti accesi su arte, letteratura e politica erano elementi imprescindibili – Virginia Woolf incontrerà il suo futuro marito: Leonard Woolf un giornalista e teorico politico. L’anno successivo comincerà a scrivere per i giornali diretti precedentemente del padre. Il suo ruolo all’interno del circolo letterario rivestirà un’importanza decisiva per la crescita culturale e spirituale del paese. In concomitanza col suo attivismo solerte in movimenti femministi, i suoi studi, incentrati sulla letteratura e sulla critica sociale dell’epoca – in particolare Una stanza tutta per sé e Le Tre Ghinee– saranno i pilastri che sorreggeranno le opere degli scrittori avvenire.

Virginia Woolf è persuasa che la letteratura debba trovare nuove forme di espressione, consone al proprio andamento; che necessita di una trasformazione radicale che sia concorde con la realtà trasformata del suo tempo: la scrittura deve in qualche modo rappresentare la vita nelle forme in cui essa si presenta agli abitatori di quel secolo e coglierne le peculiarità. Essa è stanca dell’usitato magistero della trama tradizionale. E cosi, si mette alla ricerca di una via di fuga da quella che è la prigione del romanzo ottocentesco, oramai obsoleto. L’esistenza ha acquisito un andamento diverso, più consapevole del proprio cambiamento, scandito dai ritmi frenetici delle grandi città, delle metropolitane, degli aeroplani che sorvolano le cittadine. In un saggio scriveva “la razza umana è cambiata”, si è appropriata di una sua particolare consapevolezza, per cui è evidente che non è più possibile adottare il linguaggio precedente. Dal suo lavoro emerge quella voglia innervante di rinnovarsi continuamente, di sperimentare, di superare i limiti inibitori dell’età vittoriana e avversare la staticità creativa in cui la letteratura del suo secolo si era inabissata. Il romanzo può farsi carico dell’emozioni nuove che pervadono il mondo? Può fissare e descrivere quegli aspetti anodini della vita che sfuggono ad uno scrittore prosaico, e che ne costituiscono l’essenza? Le descrizioni dunque non sono semplici espressioni artistiche ma diventano realtà che si manifestano pienamente all’uomo.
Tutto in lei è epifania. Tutto in lei è intuizione improvvisa dell’attimo che sta per dissolversi.

Ho l’idea che dovrò inventare un nuovo nome per i miei libri, con cui sostituire ‘romanzo’. Un nuovo… di Virginia Woolf. Un nuovo che cosa? Elegia? 

E’ con queste parole che in una lettera Virginia Woolf parla del suo lavoro Al Faro. L’opera, fortemente autobiografica segnerà un punto di svolta nell’attività letteraria della scrittrice, imponendo in Inghilterra quel modello stilistico di narrazione che Joyce impose in Irlanda, Proust in Francia e Svevo in Italia, conosciuto come “flusso di coscienza”, in cui la trama tradizionale è abbandonata per dare rilevanza all’introspezione psicologica dei personaggi, e in cui la percezione del tempo interiore assume un ruolo preponderante. Se in La Crociera, Notte e Giorno e La Stanza di Jacob, siamo lontani dalla sperimentazione che magnificherà la Woolf, in La signora Dalloway, testo dalla lirica profonda e travolgente, si possono rintracciare quegli spunti che deflagreranno poi in Le onde, dove la sperimentazione woolfiana raggiunge il suo apogeo e la musicalità delle parole sublima in un profluvio incessante di poesia:

“Non mi ascolti. Stai creando frasi su Byron. E mentre gesticoli col mantello e il bastone da passeggio, io cerco di rivelare un segreto non ancora detto a nessuno; ti sto chiedendo (con la mia schiena contro di te) di prendere nelle tue mani la mia vita e dirmi se sono condannato per sempre a provocare repulsione in coloro che amo”.

Il suo rapporto con le parole è travagliato, irrequieto. Virginia Woolf usa la scrittura per cicatrizzare le sue ferite, per uccidere il fantasma di un passato che si trascina ancora dietro a fatica. Bisogna tenere presente che la Woolf prima di tutto è un’accanita lettrice: ama, più di qualunque altra cosa al mondo leggere, ed è quest’amore incondizionato per la lettura che le permetterà di avere uno sguardo critico sulla letteratura e di essere tra i più brillanti recensori del ‘900. Nei suoi scritti troviamo traccia di quella sua lucidità di giudizio, di quell’acume e ironia sorprendente con cui riesce a parlare liberamente degli artisti e degli argomenti più disparati. La scrittura è per lei vita e morte, gioia e dolore; ma la vita, come la morte, è costante male d’essere: porta con sé innumerevoli tribolazioni da affrontare. E lei, per amor della vita stessa le affronterà con tenacia e perseveranza. Ne La signora Dalloway, scriverà:

Ma che importava allora, si domandò procedendo verso Bond Street, che importava che ella dovesse ineluttabilmente e completamente cessare di esistere; tanto il fervore di vita sarebbe continuato senza di lei; e se ne risentiva forse? O non era piuttosto consolante la certezza che la morte poneva fine a tutto?”

L’abilità stilistica, l’ineffabile senso di urgenza che pervade la sua prosa, la dissoluta irrequietezza dell’anima sua che fluisce prepotente attraverso il pennino bagnato d’inchiostro tracciando sotto la spinta spasmodica della sua mano, ampie volute sul foglio bianco comperato ore prima in una cartolibreria nei pressi di Tavistok Square, dove amava tanto passeggiare, sono il risultato di una padronanza di tecnica narrativa ineguagliabile. La scrittura è inoltre per Virginia Woolf un mezzo per raggiungere una sacralità universale che abbatta le barriere etniche, religiose, politiche e sociali.

“…quando scrivo non sono che una sensibilità. A volte mi piace essere Virginia, ma solo quando sono sparsa, varia e gregaria.”

Insieme al marito subito dopo le nozze, compreranno un torchio tipografico, fondando alcuni anni dopo la casa editrice Hogarth Press, la quale oltre a svolgere un ruolo terapeutico per Virginia Woolf che in quegli anni la depressione stava consumando voracemente, diventa il mezzo efficace per veicolare le idee del gruppo e per stampare in patria i nuovi autori provenienti al di là della Manica, oltre che i suoi lavori. Dopo vari traslochi e innumerevoli viaggi per il mondo, per garantirle un condizione di stabilità e tranquillità, Virginia fu allontanata dal clima caotico e altisonante della capitale per approdare a una dimensione più placida e serafica giù nel Sussex, nella pacifica cittadina di Rodmell. Leonard Woolf assume in questo periodo un ruolo centrale nella vita di Virginia, la quale gli sarà eternamente grata di non averla internata, della costante gentilezza con cui si prende cura di lei, della squisita bontà d’animo con la quale la accudisce e la conforta. Più che un marito assunse sempre più le sembianze di un amico fedele, di un consigliere fidato che l’avrebbe sostenuta sempre in qualunque scelta lei avesse presa.

Ai vari esercizi di scrittura si aggiunge la stesura costante di un diario: un luogo non sottoposto alla rigida severità della sua critica e di quella di recensori famelici, uno spazio aperto dove poter dare voce piena ai suoi sentimenti, a quelle parole che mai avrebbe pronunciate in presenza di nessun essere umano, un luogo idillico in cui rifugiarsi, in cui farsi forza nei momenti peggiori e di congratularsi per i successi, in cui parlare delle gestazioni dei suoi romanzi e delle insicurezze che la attanagliavano, insicurezze così forti da far passare al vaglio costante di Leonard qualunque suo lavoro. Più volte nei diari, ammetterà infatti, di come essa dipendesse totalmente dal suo giudizio. Inoltre confesserà le relazioni avute con alcune donne come Vita Sackville-West e Ethel Smyth, che influenzarono profondamente la sua vita e le sue opere letterarie. Da queste pagine, oltre che alla tenacia, all’estrema vitalità e all’immensa energia rivitalizzante testimone di quanto fosse pervasa la sua infaticabile mente, emerge anche il suo disturbo bipolare, il terribile aspetto della psicosi che tanto la affliggeva, e la sensibilità acuta con la quale ne veniva a contatto.

La malattia è per Virginia Woolf un modo per osservare la realtà con occhi nuovi: paradossalmente, possiamo dire che la sua pazzia alimentava in un certo modo la sua arte. Da essa trae linfa vitale per i suoi scritti. Come se la condizione di instabilità mentale, la sua convivenza con essa, la predisponesse a scandagliare l’abisso senza fondo della sua anima per poi risalire in superficie con una prospettiva differente e una forza corroborante. Del resto, è ciò che accade ad una creatura terribilmente sensibile come lei. Le crisi depressive negli ultimi anni della sua vita si intensificarono e divennero sempre più frequenti. Si fa fatica a proseguire la lettura delle ultime pagine del diario: è dilaniante la certezza che di lì a poco la sua esistenza stia per terminare:

Carissimo. Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita. So che senza di me potresti lavorare e lo farai, lo so… Vedi non riesco neanche a scrivere degnamente queste righe… Voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita. Sei stato infinitamente paziente con me. E incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonata tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinare la tua vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi”.

Eppure, non sapremo mai i reali motivi che la spinsero a un gesto cosi disperato: forse le prospettive di una seconda guerra mondiale, l’avvento del Nazismo, la malattia che non le avrebbe permesso di dare un contributo artistico e letterario soddisfacente, una certa consapevolezza di aver già scritto tutto e non avere più ispirazione, il pensiero fisso della morte e la sua contemplazione. Possiamo immaginarla uscire dalla casa a Rodmell, la fredda mattina del 28 marzo del ‘41, e dopo aver scritto la toccante lettera al marito, avviarsi verso il boschetto; possiamo ascoltare l’eco sommesso del calpestio e lo scricchiolare delle foglie d’erba sotto i passi incessanti e peritosi. Possiamo osservare un volto avvizzito, provato dal tempo: dai lineamenti duri, spigolosi, le guance scarne, il naso adunco e occhi incavati, ebbri di una stanchezza insostenibile e inenarrabile. Una mano smunta stringe un bastone da passeggio mentre il suo incedere, risoluto aumenta progressivamente ad ogni passo. Cosa pensasse in quel terribile frangente, quali sensazioni albergassero in Virginia Woolf, non ci è dato sapere. Eppure, l’osserviamo dirigersi verso il fiume Ouse, mettere delle pietre nelle tasche del soprabito, immergersi nelle acque profonde e rivolgendo un ultimo intenso addio al mondo, lasciarsi annegare dolcemente.

Ho sognato talvolta che all’alba del Giorno del Giudizio, quando i grandi conquistatori e uomini di legge e di Stato torneranno per ricevere la loro ricompensa – corone, allori, nomi indelebili scolpiti sul marmo imperituro -, l’Onnipotente si rivolgerà a Pietro e dirà, non senza una punta d’invidia, vedendoci arrivare con i nostri libri sottobraccio: «Vedi, questi non hanno bisogno di ricompense. Non abbiamo niente da dare loro. Amavano leggere».

“Ulisse”: l’epica rovesciata di James Joyce

James Joyce  inizia a sviluppare l’idea per il suo Ulisse ( pubblicato nel 1922) nel 1914. Inizialmente l’Ulisse venne concepito come una novella da aggiungere alle quattordici scelte per il volume Gente di Dublino, il testo fu considerato, infatti,  “una novella non scritta”. La storia è quella dell’incontro di un gruppo di persone che avviene nell’arco di una giornata (precisamente dalle otto del mattino alle 2 di notte del 16 Aprile 1904) e che, da quel momento in poi, vedranno le loro vite intersecarsi.  Tra i  protagonisti : Leopold Bloom, uomo medio, eroe che sbaglia (la sua storia è in sostanza quella dell’eroe dell’ Odissea), incapace ad instaurare rapporti umani,  Stephen Dedalus,   più idealista e alla ricerca di valori spirituali  ma che, come Bloom, non riesce a raggiungere i suoi obiettivi ed, infine,  Molly,  la rappresentazione della natura femminile in tutta la sua essenza. I primi due, nella loro ansiosa ricerca,  non sono altro che incubo, mentre Molly, al contrario, emerge come la figura più risolutiva, colei che trasforma l’incubo in estasi.  Le esperienze di questi personaggi ci arrivano attraverso i loro monologhi interiori,  o meglio quello che è definito, in letteratura,  flusso di coscienza che in realtà è stato inventato da Tolstoj con Anna Karenina.

Joyce sceglie Dublino perché rappresenta la città in cui  la morale cattolica si è ormai cristallizzata, gli stessi abitanti sono fermi, non conducono una vita autentica e sono letteralmente oppressi dalla religione e dal nazionalismo. Joyce respinge tutto ciò, scelta che, come vedremo, lo condurrà a trascorrere molti dei suoi anni in  esilio.

Ulisse, nel romanzo di Joyce è l’eroe che sbaglia, non ha patria e si tiene lontano da certe sovrastrutture. Proprio come Ulisse che peregrina per terre e mari lontani, così l’ eroe che viene fuori da questo romanzo trascorre le sue intere giornate per le strade ed i bar della città. Attraverso la lettura di questo romanzo,  potremmo azzardare un’analisi della figura umana, oltre che delle dinamiche e dei riti quotidiani che, nello specifico, la riguardano. La ricerca del padre, la ricerca del figlio e l’esilio sono alla base di una ricerca più grande che investe l’uomo nella sua integrità fisica e, per questo, temi inevitabilmente ricorrenti. Potremmo azzardare che dietro ogni personaggio, si celi  l’autore stesso che,  diventato più maturo, riesce a vedere se stesso da lontano, come un ‘estraneo’.

Joyce adotta uno stile schematico, rivisitato più volte. Quello che ci è giunto prevede una disposizione ternaria  e schematica ( lo Schema Linati).  Tecnicamente,  l’autore divide il libro in 18 episodi cercando di seguire l’ordine delle avventure che compaiono nell’Odissea. Questa varietà di tecniche narrative, la continua parodia e la confusione degli stili adottati, la percezione che ha l’autore dell’umanità rendono questo romanzo “vitale”, “contemporaneo” e, sicuramente, una delle opere più rivoluzionarie della letteratura mondiale.

Si è provato a recensire questo libro straordinariamente ipnotico, ma l’Ulisse non è un romanzo, piuttosto un’opera letteraria a sé e sarebbe velleitario cercare di trovare il pelo nell’uovo quando in realtà non si è capito nulla della letteratura/ non letteratura di Joyce, troppo facile dire: “non fa capire nulla”, “è contorto”, “è noioso” e via dicendo…Semmai si potrebbe e dovrebbe ragionare di più sul perché lo scrittore irlandese attua questo rovesciamento, perché fa la parodia della letteratura stessa (oltre che la religione), giocando con le parole e mettendo in atto tutti i tipi di scrittura possibili. Ha voluto dimostrare  deliberatamente che la letteratura moderna è questo oppure l’ Ulisse è lo specchio della sua nevrosi, dando quindi inizio alla rivoluzione che è contemporaneamente stilistica, paesaggistica ( sono percepibili i sospiri della sua Irlanda, come se Joyce avesse piazzato una webcam su quel microcosmo) linguistica, ottica ( il tempo che impieghiamo a leggere il libro è più lento rispetto all’azione della narrazione stessa, a differenza di altri romanzi, compreso Anna Karenina), inconsapevolmente., ma come se fosse un invito all’accettazione del disordine. Se fosse un film sarebbe sicuramente diretto da Robert Altman.

Imperdibile ma non immediato.

“La coscienza di Zeno”: la malattia come punto di forza?

<<Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che potesse avere importanza. Ecco che ho registrata l’origine della sozza abitudine e (chissà?) forse ne sono già guarito. Perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta e forse la getterò via subito, disgustato>>. Il romanzo “La coscienza di Zeno” di Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, pubblicato nel 1923 a Trieste dall’editore Cappelli di Bologna, assurge il romanzo italiano a concezioni e dimensioni europee. La coscienza di Zeno segna l’esordio della psicoanalisi, quella dottrina filosofica (clinica e teraupetica) che più influenzerà il Novecento nella narrativa italiana.

Il diario si compone di tre parti contrassegnate dalle date di tre giorni distinti negli anni di guerra 1915-1916. Nella prefazione del libro il sedicente psicoanalista Dottor S. dichiara di voler pubblicare “per vendetta” alcune memorie, redatte in forma autobiografica di un suo paziente, Zeno Cosini (rivoltosi a lui per guarire dal vizio del fumo e facilitare il processo di guarigione), che in realtà si è sottratto alla cura. Gli appunti dell’ex-paziente costituiscono il contenuto del libro, dunque l’unica voce narrante.

Nel preambolo Zeno spiega la sua difficoltà nel “vedere” la propria infanzia e ogni volta che prova ad abbandonarsi alla memoria, cade in un sonno profondo. La narrazione non offre la cronologica, lineare successione degli avvenimenti, ma segue il filo della memoria. Oltre l’inettitudine, vizio che caratterizza il personaggio, l’altro problema su cui ha effettivamente inizio il romanzo è appunto il vizio del fumo. Egli  rievoca le prime esperienze con i sigari lasciati per casa dal padre e i vari tentativi messi in atto (falliti) per liberarsene, non facendo altro che confermare quanto in realtà sia accanito per la sua “ultima sigaretta”, dimostrandosi a tratti addirittura nevrotico. Attraverso i ricordi, si giunge poi ad un delicato tema: il rapporto conflittuale col padre, basato su incomprensioni e silenzi.

Altri temi motivo di analisi ne La coscienza di Zeno sono: il suo matrimonio con Augusta Malfenti (in realtà inizialmente innamorato della sorella Ada, che sposerà invece il suo nemico Guido Speier); il conflittuale rapporto con la sfera femminile, la sua sindrome Edipica e la ricerca per l’amante, come Carla Gerco (giovane pianista realmente innamorata di Zeno che non vuole mettere però a repentaglio la sua storia coniugale); e infine il rapporto con Guido Speier con cui collabora per mettere in piedi un’azienda, ma in realtà è solo un’occasione per dimostrare la sua superiorità nei confronti del rivale d’amore che ha sposato Ada. Nelle riflessioni finali Zeno si sente guarito, riuscendo ormai a prendere coscienza della sua personalità ed accettare i propri limiti, fino a sfociare in amare considerazioni sull’umanità.

I fatti della vita del protagonista de La coscienza di Zeno sono giudicati dallo stesso, secondo prospettive, modificazioni e ripensamenti che variano nel tempo. Dominano l’introspezione e l’analisi psicologica, mentre la soggettività e l’interiorità prevalgono sull’oggettività. Nel monologo interiore condotto da Zeno si avverte l’influenza della narrativa di James Joyce e del suo “flusso di coscienza”. Svevo, d’altronde, conobbe personalmente a Trieste lo scrittore irlandese.

Lo scrittore fa sì che la sola voce che il lettore immagini di ascoltare sia solo quella di Zeno attraverso le sue confessione, delle quali però non ci si può  fidare.

 Per quanto riguarda la cronologia, i fatti non secondo uno schema lineare e odinato: molto spessp  il passato si confonde con il presente formando un unico tempo che non si puà dividere. Il risultato, che rappresenta una novità letteraria, è  definito da Svevo «tempo misto».

 Zeno, come Nitti e Brentani è scisso, scontento, arrendevole, ma sembra essere più maturo e consapevole. La sua forza rispetto a quelli che non lo sono, è proprio quella di non vivere nella certezza  che potrebbe crollare da un momento all’altro, ma di mettersi sempre in discussione, grazie alla nevrosi. Questo fa la differenza, secondo Svevo, tra i “sani” e i “malati”.

Naturalmente, oltre agli echi della teoria darwiniana applicata alla società e della noluntas di Schopenhauer, si avvertono nel romanzo gli influssi delle teorie di Sigmund Freud e della sua psicoanalisi, che proprio nella Trieste del tempo di Svevo conobbe un terreno di coltura favorevole.

La prosa risulta tutt’altro che accattivante per il lettore, tanto da far definire alcuni“La coscienza di Zeno” un libro noioso ma che induce a riflettere, e numerosi sono i richiami alla lingua tedesca, oltre a termini tecnici e burocratici.

Ma la riflessione che viene da porci in riferimento a La coscienza di Zeno è la seguente: davvero la malattia, il disagio, la nevrosi, possono rappresentare un punto di forza, una nuova occasione, un modo di essere intellettualmente diversi dagli altri? In un certo senso la malattia mentale, pur facendoci soffrire, ci fa sentire cose che da “sani” non sentiremmo, ci rende più sensibili, e più profondi?

Fa riflettere anche il finale, terribilmente vero ed inquietante ma forse non così tragico come potrebbe sembrare.

James Joyce: sperimentatore introspettivo

James Joyce (nome completo James Augustine Aloysius Joyce) nasce a Dublino nel 1882, in una numerosa quanto conformista famiglia benestante, caratterizzata da un cattolicesimo imperante e da un rapido, ineluttabile declino economico.

Nonostante le sopraggiunte difficoltà monetarie e l’alcolismo del padre, al giovane Joyce non manca mai (anche per suoi meriti accademici) la possibilità di ricevere un’educazione e un’istruzione di altissimo livello.

Bambino prodigio, ad appena 9 anni James Joyce compone il suo primo pamphlet, invettiva decisa e ispirata (probabilmente dalle idee politiche del padre) nei confronti di un noto leader nazionalista, accusato di aver abbandonato la causa in un momento di forte difficoltà.

Durante gli anni universitari (nei quali si dedica soprattutto allo studio delle lingue, in particolare francese, italiano e inglese), Joyce sviluppa un deciso anticonformismo e un fermo anticlericalismo (in risposta all’ambiente familiare), oltre a radicalizzare una profonda ostilità verso il provincialismo (soprattutto culturale) di un’Irlanda comunque costantemente presente nei suoi scritti, seppur sovente in tono di polemica e disappunto.

L’esordio nella scrittura è considerato Chamber music (1907), raccolta di poesie dalla quale si evince una spiccata sensibilità musicale che gli procurerà l’apprezzamento di Ezra Poud.

Pur non essendo particolarmente copiosa, la sua produzione artistica influenzerà la cultura dell’epoca e ancor più quella futura, crescendo di pari passo con lo sviluppo delle nascenti tecniche psicanalitiche (complice la schizofrenia galoppante di sua figlia Lucia e il conseguente incontro con C. J. Jung).

James Joyce cerca la forma espressiva più confacente all’anelito di rinnovamento che si respira in quegli anni di rivalsa culturale, e sente di dover scandagliare l’animo umano alla ricerca di un diverso tenore d’analisi, improntato a processi mentali prima inesplorati. Aderisce sempre più alla corrente modernista (forse la inizia, certamente la rafforza), ne condivide l’esigenza intimista, talvolta oscura ma anche per questo seduttiva. Le tecniche espressive si modificano, performandosi alle esigenze narrative e diventando sempre più fluide e descrittive. Il flusso di coscienza vive di flash back, si nutre di metafore e similitudini, si genera in storie incastonate in altre storie, ripropone un divenire di idee, pensieri, ricordi ed emozioni avulse dal rispetto di un ordine grammaticale, sintattico e interpuntivo precostituito e rispettato. Tutto è caos nella memoria umana, e resta tale nel racconto di questo flusso inarrestabile.

Gente di Dublino (1914) è una raccolta di quindici brevi racconti (il primo, “The sisters”, precedentemente pubblicato sotto lo pseudonimo di Stephen Daedalus) che costituisce un realistico spaccato della realtà dublinese dalla quale Joyce non riesce a staccarsi mai del tutto. Lavora adesso come insegnante d’inglese a Trieste, ed è appena diventato padre, versando in condizioni economiche ancor più critiche; nonostante ciò, alla richiesta dell’editore londinese di operare tagli e modifiche sull’opera per scongiurare il rischio di censura, risponde con il ritiro immediato del manoscritto, ritenendolo evidentemente destinato ad altri tempi. C’è nei racconti una Dublino immobile, statica, quasi quiescente, che incatena i suoi abitanti a una serie di retropensieri da cui non tutti hanno la forza di liberarsi. Quasi nessuno, in verità. Unica speranza per farlo è la fuga. E qui compaiono i primi tratti caratteristici dell’autore dell’intimo, e si affacciano alla sua mente quelle epifanie che contraddistingueranno la sua scrittura successiva. Fulminee rivelazioni, questi espedienti narrativi focalizzano l’attenzione su una consapevolezza spirituale acquisita per caso, attraverso la pratica di un gesto in apparenza privo di significato ma praticato in un momento di grande crisi emotiva. Tutti i protagonisti del romanzo vivono l’epifania e dunque la consapevolezza della propria condizione, ma nessuno riesce a staccarsene e il fallimento delle interconnessioni umane diviene inevitabile. Le cose cambiano, irrimediabilmente, e il soggetto riesce a vedere la realtà con una lente d’ingrandimento prima preclusa al suo sguardo. Il flusso di coscienza è quasi predittivo, e si concretizza nell’uso del discorso indiretto libero, sempre più estremizzato (quasi esasperato), fin quasi a rendere difficoltosa la lettura di alcuni passi. Il narratore non s’intromette mai, e il registro linguistico ben si confà a età, condizione sociale e grado culturale dei parlanti.

Ritratto dell’artista da giovane (noto come Dedalus in alcune traduzioni italiane – pregevole quella di Cesare Pavese – del 1916) ed Esuli (suo unico dramma, che risale al 1917) rappresentano delle manifestazioni “primitive” ma longeve dell’ardimento letterario di Joyce e dei suoi profondi moti di ribellione attraverso l’uso dei conflitti. Il personaggio dell’autobiografico Ritratto, Stephen Dedalus, verrà per esempio riesumato nell’Ulisse.

Ed eccolo l’Ulisse (pubblicato nel 1922), scritto quando lo James Joyce ha già raggiunto una maturità espressiva e contenutistica fuori dal comune. Il testo consta di 18 capitoli, ciascun capitolo destinato al racconto di un particolare periodo della giornata, cui si associano anche un colore, una scienza e una parte del corpo. Ambientato nella sua Dublino, è il racconto di una vita intera cristallizzato in una sola giornata. Nonostante la lunga gestazione creativa (quasi un decennio) il romanzo registra una sola giornata di vita (sceglie una data a lui cara: il 16 giugno, giorno in cui conosce la moglie Nora) di un uomo comune, l’eroe moderno Leopold Bloom. Il parallelismo con l’epicità anche strutturale dell’Odissea omerica si ritrova nell’apparente normalità di un uomo che con pacato, eroico coraggio affronta la sua quotidianità in una metropoli moderna, ricca di insidie e imprevisti capaci di consumare, silenziosamente, un uomo che neanche nella propria intimità casalinga è certo di trovare un porto sicuro. L’inquietudine e le perplessità del protagonista e degli altri personaggi vengono raccontati come da un nastro registrato, senza l’aggiunta di alcuna spiegazione accessoria. Joyce è autore silenzioso, equidistante, oggettivo. Senza la sua compartecipazione emotiva i pensieri scorrono liberamente e il lettore diventa spettatore di un’intimità nella storia dei protagonisti che si dipana senza sosta, e di cui inevitabilmente si entra a far parte. Segni particolari sono la successione spesso illogica o sconnessa delle frasi, la ridondanza (assenza di fantasia lessicale realistica nel suo essere istintiva, tipica di un parlato immediato) di alcune frasi o espressioni,  la notevole carenza di punteggiatura. Il monologo interiore non risparmia che pochi corpuscoli di vita; per il resto, le caleidoscopiche visioni delle coscienze che attraversano le strade di una interscambiabile Dublino raccontano delle lesioni di una quotidianità perturbante.

Finnegans wake (“Frammenti scelti”, 1939) è il suo ultimo romanzo, definito dallo stesso autore “L’ultimo delirio della letteratura prima della sua estinzione”. Disintegrato il romanzo tradizionale, resta ritmo e musicalità in quest’opera non sempre accessibile dal punto di vista della comprensibilità, a causa dell’avvicendamento di elementi onirici, mitologici, fantastici, religiosi, simbolici e umani, associati da leggi soggettive e personali che non rispondono ad alcuna logica precostituita.

Nel 1947 viene pubblicata postuma un’opera profondamente autobiografica ma ritenuta poco interessante dagli editori. Data alle fiamme, verrà parzialmente salvata dalla moglie, cosa che ne consentirà la pubblicazione col titolo Stephen Hero.

Dopo aver decretato la morte del romanzo tradizionalmente inteso sarà James Joyce stesso a morire, quasi cieco, nel 1941. Lascerà però al mondo una nuova identità letteraria, eredità impagabile e preziosa di un uomo che ha ricostruito una mentalità.

James Joyce è come il suo Leopold Bloom, maniacale, sfuggente ed ambiguo, sperimentatore introspettivo, lontano dai fatti e dalla politica del suo tempo, come dal  cattolicesimo,la cui dottrina è inconciliabile con la natura dello scrittore:

«Quando un’anima nasce, le vengono gettate delle reti per impedire che fugga. Tu mi parli di religione, lingua e nazionalità: io cercherò di fuggire da quelle reti. »

Tuttavia il moderno Joyce  pur opponendosi ai dettami della Chiesa cattolica, dentro di se ha sempre rivendicato l’appartenenza a quella tradizione.

 

 

Il portale-rivista ‘900 letterario

Perché dedicare un sito di letteratura proprio al secolo del Novecento? Si potrebbe pensare alla vicinanza temporale, quindi,  ad un maggiore riconoscimento e conoscenza di questo periodo in quanto pone l’accento  sulla crisi esistenziale dell’uomo, ma sarebbe riduttivo. Specialmente il romanzo del Novecento rappresenta un genere totalmente nuovo, dove la parola d’ordine è sperimentazione atta a rappresentare al meglio la scissione, i tormenti, la sensibilità e le inquietudini dell’uomo moderno attraverso i vari personaggi-uomo dei romanzi che si definiscono in base alla loro mutevolezza, ai loro pensieri e sensazioni. E qui entra in gioco anche un altro importantissimo elemento, il tempo: i fatti non sono più raccontati secondo il loro ordine cronologico ma secondo il cosiddetto “flusso di coscienza” come direbbe James Joyce, ovvero quando si alternano continuamente presente e passato, ricordi, pensieri (secondo il francese Butor“il romanzo è una risposta ad una certa situazione della coscienza”). Nasce “Il tempo interiore”, “il monologo interiore”  tanto ambiguo e misterioso che coinvolge non solo i personaggi del romanzo ma la Storia stessa che si interseca con quella personale; è il tempo teorizzato dal filosofo Henry Bergson, dove gli istanti si dilatano o restringono a seconda della volontà del soggetto. Lo spazio non è più autonomo, la ragione del suo esistere è in funzione del personaggio che lo guarda, quindi anche dell’io-narrante che adotta la restrizione di campo: il lettore conosce i fatti solo attraverso le percezioni dei protagonisti.

Non si può prescindere naturalmente da un’analisi storico-culturale che da sempre ha influito sulla produzione letteraria, nel Novecento si raggiunge una maggiore consapevolezza dei limiti della scienza, e si fa molto affidamento alla psicologia, all’esplorazione della propria identità e la loro crisi, non a caso la maggior parte dei romanzi sono scritti in forma autobiografica, si pensi a Svevo, Pirandello, Mann, Kafka, Proust.

In questo senso, avendo parlato di sperimentazione, il Novecento è un secolo affascinante perché rischia di più, mette in discussione la tradizione e la parola per poi recuperarla, perché è sempre da li che si parte per innovare; per conferire alla letteratura una efficace valenza conoscitiva utilizzando il montaggio di un insieme di unità a scapito dell’azione che invece era fondamentale del romanzo dell’Ottocento.

I temi, già accennati, di questo secolo ci sono ben noti: l’inspiegabilità del male, il senso dell’assurdo e quello di colpa,lo smarrimento, acuiti dall’esperienza della guerra e che gli scrittori di questo periodo tentano di rendere universali come Italo Calvino. Le guerre e questi sentimenti ci sono sempre stati, spesso erroneamente, si crede che la letteratura muta perché mutano gli eventi  e le sensazioni ma in realtà cambia il modo di prendere coscienza di tali eventi e sentimenti, cambia il modo di rappresentarli, nel Novecento vi si imprime un afflato collettivo e un piglio sociale, impegnato, basta citare alcuni  intellettuali della prima metà del Novecento come Albert Camus, George Orwell, Ignazio Silone, Elio Vittorini. Negli anni Cinquanta si fa largo l’esigenza di evadere, di scappare dai vicoli del realismo verso una deformazione visionaria, ci riescono benissimo Carlo Emilio Gadda, Alberto Arbasino e Pier Paolo Pasolini. Negli anni Settanta prende forma la letteratura come strumento di indagine e di analisi critica, volta alla ricerca di un nuovo metodo; diventa poi una forma di spettacolo alla fine degli anni Settanta con George Perec ed Umberto Eco per una ridefinizione del racconto abbracciando la filosofia e la ricostruzione storica.

Si giunge al postmodernismo, di cui il maggior esponente è l’argentino Borges con le sue parodie e giochi tecnici per fare delle letteratura, ancora una volta, uno strumento conoscitivo; al modernismo di Pessoa e a scrittori internazionali che sono l’emblema del passaggio da una cultura all’altra come il praghese Kundera, francesizzato e il russo Nabokov, divenuto americano.

Di grande glamour risultano anche i romanzi gialli, molto popolari nelle loro diverse accezioni, dal thriller al noir, dal poliziesco al serial killer. Leonardo Sciascia che si è cimentato nel giallo, sull’esempio di Borges , disse che questo genere  non è altro che “l’avventura della ragione alla ricerca della verità”.

‘900 letterario non è solo una rivista, ma anche un portale che invita i propri visitatori alla scoperta e alla riscoperta dei romanzi più significativi ed importanti del Novecento, i cui protagonisti sono cosi intriganti perché sfuggono dalle mani dei loro autori, esteticamente sono anche poco piacenti (Federigo Tozzi infligge ai suoi personaggi la bruttezza fisica) come ha giustamente notato il grande critico Giacomo Debenedetti che non esita a definire il romanzo novecentesco con la suggestiva espressione rubata a Proust “una grande intermittenza di un succedersi di intermittenze” ovvero momenti privilegiati che rimandano a cose passate. Ma non solo; il portale oltre ad occuparsi delle recensioni dei romanzi più belli e significativi del Novecento, dedica delle sezioni a giovani scrittori emergenti e non, dando spazio anche agli autori più contemporanei di maggior successo nelle categorie “Autori emergenti”, ai “Best seller”,  agli “Eventi letterari” come il Salone del libro e ai vari Premi istituiti con i relativi vincitori oltre alla “Poesia”e alla “Classifica” dei libri più letti.” Vi è poi uno spazio riservato alla riflessione sulle sorti della critica letteraria e quindi anche della letteratura stessa: “Critica” e uno spazio dedicato agli approfondimenti, a tematiche e ad aspetti più specifici: “Focus”. Vi sono inoltre due rubriche dedicate al cinema, alla politica, all’attualità e alla musica.

Il romanzo del Novecento e solo questo genere di narrativa in prosa, ha disoccultato la realtà, ha portato alla luce il conflitto tra IO-ES e SUPER IO per dirla alla Freud, relazionandosi con le  grandi discipline del nostro tempo: sociologia, antropologia, psicoanalisi, arte che a loro volta offrono una valida chiave di lettura per la letteratura.

BUONA NAVIGAZIONE.