Anemone Ledger torna in libreria con ‘Il sorpasso dell’irrealtà’ ovvero cos’è davvero l’horror?

Ritorna in libreria, dopo tre anni di assenza, Anemone Ledger, autrice conosciuta soprattutto dal popolo del web appassionato del genere, con la rinnovata raccolta di racconti noir e horror dal titolo Il Sorpasso dell’ Irrealtà, edito dalla casa editrice napoletana Homo Scrivens. Anemone Ledger, giovanissima scrittrice campana, vive tra Roma e Caserta.

Già autrice del romanzo horror fiction “L’insana improvvisazione di Elia Vettorel”, pubblicato nel 2017, Anemone ha partecipato negli anni a diverse manifestazioni ed eventi regionali e nazionali, riscuotendo ampie approvazioni soprattutto tra i giovanissimi. Se pur ventunenne, annovera presenze al “TOHorror Film Fest’ di Torino nel 2016, di Ruggero Deodato e Davide Toffolo e fa parte dello staff della fiera partenopea “Ricomincio dai libri.

Nel 2019 Anemone ha presentato numerosi artisti al “Napoli Horror Festival”, come Sergio Stivaletti. L’autrice si appassiona al genere Horror e Noir in giovanissima età , a soli 8 anni, collezionando classici di Edgar Allan Poe, Lovecraft e Stephen King. Attratta dalle immagini forti e ambientazioni cupe, utilizza la scrittura come mezzo per esorcizzare le sue paure più profonde. I sogni più inquieti e le emozioni più terrificanti sono il principale materiale per i suoi racconti. Ama definire la sua scrittura “Horror essenziale perché capace di produrre una catarsi in chi legge piuttosto che spaventare. Per quanto abbia fatto tentativi nel cimentarmi in altri generi, cercando di distanziarmi da questo, con i mie scritti, inevitabilmente e inconsciamente ci ritorno.”

Il nuovo lavoro Il Sorpasso dell’Irrealtà è essenzialmente il rifacimento di una primissima raccolta già pubblicata nel 2016. E’ il frutto, per l’autrice, di un percorso letterario evolutivo durato ben cinque anni, nei quali è riuscita a raggiungere una miglior consapevolezza stilistica e letteraria.

Sinossi

“Cos’è davvero la realtà? E quanto ci nasconde? L’Horror è la terra di una realtà altra, in cui la paura dei personaggi è affrontata attraverso pensieri mistici e eventi stranianti. In nove stralci di irrealtà – così l’autrice definisce i propri racconti – Anemone Ledger mette in crisi la psiche umana e ci mostra, con corredo di illustrazioni horror e contaminazioni noir come l’irrealtà possa alterare la vita quotidiana e realizzare un sorpasso sulla realtà effettiva delle cose, provocando lo stravolgimento completo di qualsiasi situazione stabile.”

La pubblicazione del romanzo è avvenuta il 2 Luglio 2020 e la presentazione ufficiale è stata fatta il 10 dello stesso mese, al cospetto dell’ editore napoletano nonché mentore dell’autrice, Aldo Putignano. Anemone è riuscita ad elaborare e modificare “stralci” già presenti, conferendo agli scritti maggiore maturità. Ad avvalorare i nove racconti, le 13 immagini prodotte da ben 12 illustratori ed artisti, si alternano all’interno del libro. Accattivante è sicuramente il disegno riportato sulla copertina , frutto dell’artista Francesca Terrieri, la quale è riuscita a rappresentare in un’immagine, le paure che Anemone Ledger utilizza e descrive nei suoi racconti.

La raccolta , dunque, rappresenta il primo traguardo importante nella carriera della giovane scrittrice, che si dice intenzionata a continuare e migliorare il suo personale percorso esplorativo nel mondo editoriale, prefiggendosi come obiettivo di entrare in contatto con i più grandi esponenti contemporanei di noir e horror. L’artificio narrativo – che gode di illustri precedenti letterari e cinematografici, primo tra tutti quello della Divina Commedia – di descrivere la follia anche nei bambini, comunemente considerati i “puri” e “buoni” incide positivamente sull’originalità della raccolta.

‘Parasite’: la guerra totale tra ricchi e poveri secondo il sudcoreano Bong Joon-ho che fa ridere amaro

Il Joker e il ParasiteParassita, attenti a noi. Perfettamente in sintonia con il recente cult hollywoodiano, “Parasite” è ambientato a Seul, ma la metropoli asiatica funziona come un gigantesco specchio in cui ci è dato l’amaro privilegio di vedere cosa sta per succedere nel mondo. O forse ciò che è già successo.

La guerra totale tra poveri e ricchi come evento ineluttabile non è, peraltro, l’unico argomento del film premiato con la Palma d’oro a Cannes perché nel corso del suo imprevedibile percorso emerge una metafora raramente diramata al cinema con altrettanto cinico determinismo: i derelitti e gli svantaggiati non sono affatto “buoni”, non sono guidati da nobili ideali o consunti manuali ideologici, non hanno la faccetta corrucciata di Greta o di Carola, vogliono godere anch’essi dei beni consumistici, sono furbi, notturni, coriacei, duri a morire anche se –annota a margine il cinquantenne regista e sceneggiatore Joon-ho– non possono togliersi di dosso il tanfo emanato dalla loro condizione di perdenti.

Da un tetro seminterrato la famiglia dei Ki-taek riesce a trasferirsi, grazie a una serie di raggiri, nella villa da sogno della famiglia dell’archistar Park dando il via a una spericolata variazione di generi che passerà col giusto dosaggio di ritmi e toni dalla commedia sociale al thrilling psicologico (“Il servo” di Losey), dall’horror (“L’invasione degli ultracorpi”) al catastrofico, dal grottesco della commedia all’italiana (“Brutti, sporchi e cattivi”) al surrealismo bunueliano all’acido muriatico.

In Parasite La full immersion nella lotta per la sopravvivenza in cui ciascuno si tramuta in parassita di un altro procede, così, a base di allarmanti carrellate nell’appartamento (il principale “personaggio” dell’apologo), strategici tagli di luce, recitazioni strepitose di attori sempre sull’orlo del collasso: se la tragedia del divario sempre più abnorme scavato tra derelitti e benestanti ci riguarda tutti, il film non indulge alle solite artificiose indignazioni, non elargisce morali pret-à-porter, non recapita messaggi di speranza all’annichilito spettatore.

Quella che spiazza e avvince, insomma, è una questione di topografia sociale, le strettoie, le stratificazioni e i doppi, tripli fondi di una mappa prim’ancora fisiologica che umana in cui l’altissimo sovrasta l’alto, l’alto schiaccia il basso e l’ancora più basso è adibito a funzionare esattamente come funziona una cloaca.

La chance degli spazi perlustrati dall’occhio della cinepresa viene, dunque, utilizzata per scatenare una brutale sarabanda; una spirale satirica che via via costringe i contendenti a protestare, ringhiare, contorcersi, strisciare, rosicchiare, mimetizzarsi, rintanarsi; un’apnea emotiva sconsigliata a chi ama fare il tifo per una sola delle parti in gara; un gioco al massacro in cui la sinistra risata della governante licenziata sembra raccogliere e amplificare quella del grande Joaquin Phoenix che ancora trabocca dalle sale.

PARASITE
THRILLER/GROTTESCO, COREA DEL SUD 2019
Regia di Bong Joon-ho. Con: Song Kang-ho, Jo Yeo-jeong, Park So-dam, ChoiWoo-sik, Lee Sun-kyun

 

Parasite

Cannes 2019: vince il thriller coreano ‘Parasite’ di Bong Joon-Ho

Cala il sipario sull’edizione 72 del Festival del Cinema di Cannes che anche quest’anno ha presentato pellicole variegate e di elevatissima qualità. A trionfare è stato il coreano Bong Joon-Ho, con la pellicola Parasite. un thriller crudelissimo dai risvolti horror. La storia è quella di una famiglia di disoccupati, i Ki-taek, ossessionati dalla ricca famiglia Park al punto da invadere la loro vita quotidiana. Bong Joon-Ho, già regista di Snowpiercer, era stato a Cannes nel 2017, quando aveva presentato Okja, il primo film Netflix proiettato in Concorso nell’unico anno in cui il colosso streaming veniva accolto nella selezione ufficiale del Festival sulla Croisette. Quel film era stato bocciato in partenza, in maniera simbolica dalla giuria di Pedro Almodóvar che all’epoca dichiarò: “non possiamo certamente dare la Palma d’oro a un film che non arriverà nei cinema”. Adesso il regista coreano vive il momento di trionfo: il suo film ha recentemente trovato una distribuzione in Italia. Sarà infatti Academy Two a lanciarlo nelle sale italiane.

Bong Joon-ho ha costruito una carriera sulla distorsione del fantastico ma in questo film non ci sono creature, né immersioni nel soprannaturale: solo due famiglie, due case, e la brutale dissezione di una disuguaglianza di classe nella società tanto coreana quanto globale.

Parasite è un’eccellente lettura del suo tempo, che Bong riposiziona nel verticale delle stratificazioni domestiche dopo averlo disteso sull’orizzontalità del treno in Snowpiercer. Alla fotografia, vivida e fluida nello sfruttare i volumi architettonici, c’è Hong Kyung-po, reduce dal fenomenale lavoro su Burning, che della lotta di classe faceva uno sfondo elegante laddove Parasite la erge ad allegoria principale.

A Cannes 72 rimangono a bocca asciutta l’Italia rappresentata da Bellocchio e Favino con Il traditore, ottimo film sul pentito di mafia più famoso di tutti i tempi, che rievoca Rosi e Coppola, e Quentin Tarantino e il suo C’era una volta a Hollywood. Il film monumento agli anni d’oro della fabbrica del cinema non ha vinto nessun premio nonostante la presenza del regista alla cerimonia di chiusura del Festival.

 

Tutti i vincitori

 

PALMA D’ORO
Parasite, di Bong Joon-ho

GRAND PRIX
Atlantique, di Mati Diop

PREMIO DELLA GIURIA
Les Misérables, Ladj Ly

Ex aequo con

Bacurau, di Juliano Dornelles e Kleber Mendonça Filho

PREMIO ALLA REGIA
Jean-Pierre e Luc Dardenne – Young Ahmed

MIGLIORE ATTORE
Antonio Banderas – Dolor y Gloria

MIGLIORE ATTRICE
Emily Beecham – Little Joe

MIGLIORE SCENEGGIATURA
Céline Sciamma – Portrait of a Lady on Fire

MENZIONE SPECIALE
It Must Be Heaven, di Elia Suleiman

PALMA D’ORO AL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
La distance entre le ciel et nous, di Vasilis Kekatos

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA – CORTOMETRAGGIO
Monstruo Dios, di Agustina San Martin

CAMERA D’OR ALLA MIGLIORE OPERA PRIMA
Nuestras Madres, di César Diaz

 

Fonte: Film.it

In morte di George A. Romero, Il più estremo maestro dell’horror contemporaneo

Gli zombi siamo noi. Anche in Italia, senza attendere il via libera dei “Cahiers du cinéma” che sarebbe arrivato da lì a poco, i sessantottini cinéfili ne colsero subito l’essenza e se la scambiarono come un passaparola. “La notte dei morti viventi”, un horror americano costato la miseria di 114.000 dollari (ma ne incasserà circa trenta milioni nel mondo), 96 minuti in bianco e nero, senza attori noti e denso di polemici riferimenti all’attualità senza, però, ricorrere alle prediche del cinema etico-politico, divulga così il nome di George A. Romero, uno dei registi chiave della New Hollywood morto ieri per una grave malattia a Toronto. Nato nel febbraio 1940 a New York da padre cubano, Romero si trasferisce a Pittsburgh e insieme ad alcuni amici si occupa di spot e documentari prima di fondare la casa di produzione Image Ten il cui primo titolo sarà proprio “Night of the Living Dead” uscito nell’ottobre 1968. Sia pure ricco di precedenti nobili, come il cult di Val Lewton “Ho camminato con uno zombi”, il film di Romero ispirato a un racconto del maestro di un’intera generazione di cineasti indipendenti Richard Matheson sviluppa in maniera geniale il tema (anche western) dell’assedio adattandolo a quello distopico dell’epidemia distruttrice: una volta contagiati da un virus procurato dai maneggi del potere, gli uomini non diventano mostri o vampiri, bensì “morti viventi” avidi della carne dei sopravvissuti.

Scetticismo sarcastico rispetto alle battaglie per l’integrazione (l’eroe è un nero, ma di lieto fine neppure l’ombra), suggestioni splatter e disprezzo dei valori familiari, nessuna fiducia nell’ordine naturale e casomai certezza dell’odio che cova sotto la pelle di una società lobotomizzata diventano i temi romeriani per eccellenza. Il più estremo maestro dell’horror contemporaneo e il più coerente esorcista del killer che vive dentro di noi non è peraltro destinato a diventare un brand commerciale né un autore da festival e la sua filmografia sembra oggi un giro di montagne russe tra il compiaciuto auto-esilio nel B-movie e la lotta a viso aperto contro l’impero delle Majors.

L’anarchismo senza ideologie a carico di Romero colpisce meno duro in “La città verrà distrutta all’alba” o “La stagione della strega” e tocca, invece, vertici di tossica crudeltà nel sottovalutato “Wampyr”, ma il ritorno ai temi prediletti con “Zombi” (1978), apocalittico attacco dei non-morti al paradiso terrestre di un centro commerciale, grazie anche agli effetti speciali del mitico Tom Savini lo ritrova in splendida forma e più cinico che mai. Inevitabile, ma sin troppo modulato sui toni del grottesco, appare il connubio con Stephen King (“Creepshow”, ’82), ma per noi il vero capolavoro è il cattivista “Monkey Shines” dell’88 in cui la violenza primordiale della scimmia si contrappone a quella evoluta del giovane tetraplegico protagonista. In coppia con Dario Argento che lo ha sempre venerato, dirige l’imperfetto ma sentito omaggio a Edgar Allan Poe “Due occhi diabolici” prima di ritirarsi a lungo, flirtare col fumetto e i videogiochi e riemergere a sorpresa con “La terra dei morti viventi” nel 2005 che, nonostante il più alto budget mai avuto a disposizione, alterna intuizioni di grandiosa cupezza a qualche cedimento retorico “a favore” delle sue creature, gli ormai troppo umanizzati zombi. A Venezia, nel 2009, Romero presenta “L’isola dei sopravvissuti” e si conferma personalità singolare e acuta, mai incline al narcisismo tipico dei colleghi habitué del cerchio magico degli autori. Un artigiano intellettuale per cui l’unica mostruosità del nostro tempo è l’omologazione e i veri zombi siamo sempre e solo noi.

 

In morte di George A. Romero

Alessandro Petrelli, autore di “Oltre la finestra”

Alessandro Petrelli, 25enne di Lecce è appassionato di libri e film horror, passione che lo ha portato a scrivere un romanzo proprio di questo genere: Oltre la finestra, edito da Lettere Animate, ambientato in un paesino sulla costa Salentina e che ha come protagonista Davide, un ragazzo rimasto orfano, che comincia a ricevere delle minacce da uno sconosciuto il quale gli lascia però dei piccoli indizi. Gli scrittori preferiti da Alessandro Petrelli, che si nutre di soli horror e thriller, sono King, Dan Brown e Dorn.

 

Alessandro Petrelli è l’autore del libro Oltre la finestra

 1. Oltre la finestra è un romanzo che parla di morte e che sfiora il genere horror-thriller…sei d’accordo con questa definizione?

Per quanto sia schietta sì, sono d’accordo. Per essere più precisi, è un thriller che in alcuni tratti sfiora l’horror.

2. A un certo punto, nella storia, si instaura una scena, quella della riunione attorno al tavolo di Laura, Davide e i due amici, che più o meno fa pensare alla riunione di Jumanji (1995) in cui Robin Williams, apparso dopo 30 anni di assenza, intrappolato in un lungo futuro della giungla, torna e convince i ragazzi a proseguire il loro percorso e terminare il gioco. Il tuo libro risente di questa suggestione o presenta altre influenze cinematografiche nascoste? Cosa torna dal passato, o meglio, dalla finestra?

Non ne risente. Non ci sono collegamenti al film Jumanji. Se qualcosa torna dal passato? Certo, riemerge una storia terrificante e mai risolta. Una vicenda che implica dei tragici avvenimenti manifestatisi a distanza di anni l’un l’altro. Il vecchio irrompe dalla finestra, è esatto.

3. Le location sono ben precise: San Foca, Manfredonia, Lecce… Come è nata l’idea di un’ambientazione pugliese?

Sono nato e cresciuto nel Salento quindi non potevo che rendere omaggio con il mio libro a questa splendida terra, approfittandone per descrivere, tra un capitolo e l’altro, alcuni di questi paesaggi meravigliosi.

4. E il maresciallo distratto? Potremmo definirlo un personaggio “tipizzato”,che troviamo spesso in fiction e serie tv come il Cecchini di Don Matteo.

Il maresciallo più che distratto, è incredulo. Nessuno si aspetta che storie del genere, avvolte da mistero e antiche credenze, si manifestino. Soprattutto un maresciallo dei Carabinieri con un’esperienza degna di nota alle spalle. Tuttavia, in un secondo momento, verrà distratto ulteriormente da un avvenimento personale che lo farà allontanare del tutto dalla storia del protagonista.

5.Non riuscivo più a percepire e individuare le emozioni che mi assalivano. Per questo non sono sicuro che fosse proprio felicità”. A questo punto il protagonista è felice o no? Si tratta di una scelta mirata di depistare chi legge?

Il protagonista è un ragazzo semplice, nel quale in parte rivedo me stesso, che si trova però di fronte a un cambiamento drastico della propria vita. Immedesimandomi in alcune scene mi sono reso conto di quanto sarebbe difficile provare felicità di fronte a una bella notizia in un periodo buio caratterizzato da avvenimenti terribili. Per questo, Davide avverte un senso di “felicità” in alcune scene ma, allo stesso tempo, sa di non poterla equiparare alla felicità che provava prima di trovarsi in quella tragica storia.

6. Quali sono le letture che hanno fomentato ed alimentato (e che alimentano tuttora) la tua attività di scrittore?

Leggo solo ed esclusivamente thriller ed horror. Mi piacciono però, come si può notare, le storie misteriose che colpiscono ragazzi e che non vedono l’intervento del solito detective pronto a risolvere tutto… deve essere lo stereotipo di ragazzo che conosciamo ad affrontare e risolvere la storia. Solo così riesco ad immedesimarmi come dovere. I miei scrittori preferiti sono King, Dan Brown e Dorn.

7. Pirandello viene citato più volte nel testo. È curiosa questa presenza; a cosa è dovuta?

Si tratta di una coincidenza. Pirandello è autore della novella “Male di luna” e per questo ho deciso di citarlo nel mio romanzo.

8. Se il tuo libro fosse una frase?

<<Davide non sa che dovrà affrontare i fantasmi del passato che si infiltra nella sua vita come una linea sottile, irrompendo dalla finestra>>.

 

 

 

Simone Turri e Daniela Mecca: “Il Fiore nero”

L’Italia non ha una grande tradizione per quanto riguarda la letteratura gotica ma ultimamente sembra essere il genere prediletto dai giovani che vogliono intraprendere la strada della scrittura; è il caso dei veronesi Simone Turri, 33 anni, perito aziendale e corrispondente in lingue straniere e di Daniela Mecca, 35 anni, impiegata e maestra d’arte, autori della loro prima raccolta di racconti horror che vi segnaliamo:”Il Fiore nero”, edita da Edizioni Montang, 2012.

Sette racconti il cui filo conduttore è il Male portatore di dolore e sofferenza, di fronte al quale però non ci sono né vincitore, né vinti per una lettura sotto il segno della tensione e della paura, avvincente e caustica.

Il primo racconto vede protagonista un avvocato famoso dall’infanzia difficile, oggetto di scherno da parte dei suoi compagni di scuola. Trova un’amicizia particolare in uno strano signore che condizionerà tutta la sua esistenza e quella sei suoi cari. Il secondo vede come protagonista Emily una giovane donna alle prese con i problemi della sua età che verrà risucchiata  in un vortice da una panchina in un parco che invoglia le persone a sedersi su di essa. Nella terza storia, Joseph, un ragazzo tedesco ateo si ritrova a combattere con la sua incapacità di discernere il bene dal male, la realtà dall’incubo, la vita dalla morte. Non poteva mancare la tradizionale bambola infernale che vuole avere il pieno controllo sull’anima della  bambina a cui è stata affidata (quarto racconto). Nel quinto, il male si impossessa di un uomo insospettabile, un monaco di un convento del Michgan dopo la scoperta di una diario maledetto; ma un tormentato ispettore di polizia cercherà di vincere questa battaglia tra sacro e paranormale. Un classico per il penultimo racconto: moglie tradita che tenta di ricominciare una nuova vita nella sua solitudine. Riuscirà a capire chi è veramente e a fare i conti con il suo passato, presente e futuro? C’è spazio anche per la cartomanzia nell’ultima storia che ha come protagonista Madame Zwelda, una sensitiva al limite tra il professionale e la cialtroneria, che lotta con tutte le sue forza contro il Male.

I due giovani scrittori hanno in comune la passione per i viaggi e la stessa concezione della letteratura, quale sistema di interazione con gli altri portando alla luce le proprie emozioni e stati d’animo da condividere con il pubblico; entrambi si ispirano a Stephen King, Jeffrey Deaver e Donato Carrisi.