San Francesco non è il mito laico e sdolcinato, predicatore della povertà assoluta

In una Catechesi all’inizio del 2010, Benedetto XVI mette in guardia da un “san Francesco non di Chiesa”. E infatti, dice testualmente il Papa:
“In realtà, alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso hanno cercato di creare dietro il Francesco della tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto Gesù storico. Tale Francesco storico non sarebbe stato un uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia.”

Dice ancora Benedetto XVI:

“E’ anche vero che non aveva intenzione di creare un nuovo ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e così realmente si inserì in modo totale, col cuore, nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi”.

Va detto che l’interesse a presentare un Francesco contro il papato, specialmente nell’Ottocento, proviene da ambienti massonici e protestanti, come da questi ambienti pervenne, di fatto, una ricca letteratura, falsa, sulla storia della Chiesa. San Francesco è stato sempre associato, dal mondo protestante e catto-sincretista, a Pietro Valdo (valdesi) il quale era, solo fino a qualche anno prima, all’origine del movimento i “Poveri di Lione”. La sintesi della predicazione è apparentemente identica a quella di Francesco: richiamo ad una fede vissuta nella povertà del Vangelo, la non violenza, il riferimento alla pace, uno stile di vita che porti a rinunciare alle carriere politiche ed ecclesiastiche viste come tali, ossia “carriere”, l’interessamento alla natura che ci circonda, etc.

Una prima differenza con Pietro Valdo fu proprio l’obbedienza al Papa di san Francesco e la sua fedeltà.

In sostanza, l’errore di un certo francescanesimo moderno sta nel fatto di ignorare che un conto è il messaggio di san Francesco che ragionevolmente valica i confini della Chiesa e s’instaura anche fra gruppi non cattolici, secondo il detto “l’erba del vicino è sempre più verde”, ma ben altra cosa è aver fatto di san Francesco, e spesso proprio dai suoi, una sorta di “giullare” in senso negativo, sobillatore e riformatore contro il Papa e i vescovi del suo tempo.

Francesco, infatti, non sarebbe mai diventato un santo, né sarebbe rimasto dentro la Chiesa se, in quel paragonarlo a Pietro Valdo, si facesse della povertà che rincorreva lo scopo della sua predicazione, il fine ultimo come invece intendeva Valdo… o peggio i catari-albigesi. Al contrario, Francesco usava la virtù della povertà evangelica quale mezzo, e non come scopo, né fine, per rivitalizzare la Chiesa, ponendosi sotto la guida del Papa, aiutandolo a combattere la grave crisi di corruzione penetrata anche nel basso clero, e tutto questo, a differenza di Valdo, senza mai mettere in discussione il Magistero dottrinale del Pontefice, men che meno il magistero dottrinale del suo vescovo.

San Francesco fu tutt’altro che romantico, sognatore, bucolico: la sua virilità si era semplicemente spostata, da sotto la cintola, salendogli su, nel cuore e nella mente, quando si convertì e si consegnò al suo vescovo. Altro che romantico! Ragionava e meditava, vedeva il cielo ma restava coraggiosamente con i piedi per terra, ma ciò non toglie che il francescanesimo ha sempre tentato di presentare un Francesco al di fuori della normalità e spesso anche fuori della stessa ecclesialità, una sorta di Riformatore interno alla Chiesa, per cambiare la Chiesa.

Il Santo di Assisi non era affatto un personaggio ossessionato dalla povertà materiale alla quale anteponeva, come preoccupazione, quella spirituale. Mai, infatti, esortò i bisognosi alla rivolta bensì, semmai, alla pazienza; fu seguito anche dai rampolli della nobiltà italiana del suo tempo ai quali disse che la povertà era una strada per il Paradiso senza però mai – attenzione – azzardarsi a suggerirla come unica.

Francesco lottò dunque contro la vanità terrena ma non demonizzò i materiali preziosi, che difatti raccomandava esplicitamente ai suoi di impiegare per la Messa: «Vi prego […] i calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi. E se in qualche luogo trovassero il santissimo corpo del Signore collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo prezioso, secondo le disposizioni della Chiesa, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione» (Prima lettera ai Custodi).

Se poi pensiamo che fra gli studiosi c’è chi sostiene che pure la moderna teoria del libero mercato debba molto al contributo culturale dei teologi discepoli del Poverello, si può definitivamente comprendere l’infondatezza del mito di un predicatore della povertà assoluta quale Francesco mai, di fatto, volle essere.

Priva di fondamento è anche l’idea di un san Francesco eternamente sorridente e dalla personalità tiepida e buonista: basti ricordare che un giorno – stando agli scritti di Tommaso da Celano (1200-1270) – informato della presenza di detrattori del suo Ordine si rivolse al suo vicario, frate Pietro di Cattaneo, intimandogli quanto segue: «Coraggio, muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l’accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo (Chiamava col nome di pugilatore frate Giovanni di Firenze, uomo di imponente statura e dl grandi forze)».

Possiamo anche ricordare, per rendere giustizia del Francesco della storia – così diverso da quello di certa propaganda -, che quando costui, nell’anno 1219, si trovò al cospetto del Sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo e della pace non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».

Che il Poverello fosse guerrafondaio? Ma no, ci mancherebbe. Semplicemente era un uomo non solo di solidi principi ma anche di solida personalità, incline all’amore, certo. Ma non ai compromessi. Mai.

 

Fonte: https://it.paperblog.com/san-francesco-non-e-il-mito-laico-creato-dai-media-1993188/

‘Sulla felicità’ di Teilhard de Chardin: l’uomo deve incentrarsi su di se, decentrarsi sull’altro e supercentrarsi su qualcuno più grande di lui

Il breve saggio intitolato Sulla felicità del teologo, geologo e paleontologo gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin è un testo “ardente” che risale al 1942 e tradotto in italiano per la prima volta nel 1970 in un volume che è difficile trovare in commercio: “Il Gesuita proibito – Vita ed opere di P. Teilhard de Chardin”, Giancarlo Vigorelli (a cura di), Il Saggiatore. Secondo de Chardin, la felicità è inserire la propria vita nell’avventura del mondo, nella coniugazione di tre atteggiamenti fondamentali: creatività, amore, adorazione.

La pubblicazione postuma degli scritti del gesuita ha dato origine ad un grande dibattito. Tra i testi postumi più significativi troviamo: Il fenomeno umano dove de Chardin svolge la sua visione scientifica, L’ambiente divino dove sono tracciate le linee di una spiritualità per il cristiano della terra moderna, oltre a circa 200 saggi di varia lunghezza tra cui spiccano, sotto il profilo religioso: La Messa sul mondo, La mia fede, Il cuore della materia, che rappresenta una sorta di autobiografia intellettuale e spirituale in cui il teologo evidenzia le radici della sua visione e della sua opera: il senso cosmico, il senso umano e il senso cristico; e Il Cristico, scritto poco prima della sua morte, nel 1955.

De Chardin non si accontenta di una visione analitica e settoriale della realtà, ma è alla ricerca, come dimostra, anche Sulla felicità, con tutta la sua passione di uomo e di credente, di una visione capace di abbracciare l’intera storia del cosmo e dell’umanità. Il suo principio: tutto ciò che sale converge, lo ha portato ad una grandiosa sintesi che ha tre dimensioni: scientifica, filosofica e religiosa in cui trovano conciliazione la fede nel progresso, nell’In-Avanti, la fede in Dio, nell’in-Alto. La sua prospettiva è universale: il paleontologo si china sugli abissi del passato per decifrare da futurologo le direttrici di marcia dell’avvenire di quello che egli chiama il fenomeno umano. Il suo universo è in divenire, in evoluzione secondo la legge di complessità-coscienza che implica una struttura convergente del mondo.

Sulla felicità: l’avventura dell’uomo nel mondo secondo de Chardin e le tre categorie di esseri umani

In questo senso in Sulla felicità de Chardin considera l’uomo imbarcato, quasi portato dall’avventura del mondo, di un mondo che sale verso più complessità più coscienza fino alla finale ricapitolazione in Dio tramite il Cristo universale. L’atteggiamento più umano risulta quindi con la resa di fronte alla difficoltà, né la dispersione nelle dilettazioni del presente, ma la responsabile fedeltà alla terra. La felicità è incorporarsi nella totalità del processo in corso; inserire l’avventura della vita nella più vasta avventura del mondo; vivere in salita secondo il ritmo di tre momenti: essere se stessi, aprirsi agli altri, nello slancio umano e cristiano, in avanti verso Dio che chiama e attira.

Per capire meglio come la “questione” della felicità è indispensabile secondo de Chardin, distinguere tre atteggiamenti fondamentali, adottati in realtà dagli uomini di fronte alla Vita: gli escursionisti pronti alla conquista di una vetta difficile, la cui comitiva è divisa in tre tipi di elementi. Alcuni rimpiangono di aver lasciato l’albergo e decidono di tornare indietro. Altri non sono dispiaciuti di essere partiti. Il sole splende ed il panorama è bellissimo, perché continuare? E si fermano magari sdraiandosi sull’erba a fare un pic-nic. Altri infine, i veri alpinisti, non staccano gli occhi dalla vetta che si sono giurati di conquistare e riprendono la salita. Gli stanchi, i gaudenti e gli ardenti, tre tipi di uomini di cui ognuno di noi porta il germe dentro di se.

Per la categoria degli stanchi l’esistenza è un errore o uno scacco. Spinto all’estremo e sistematizzato in dottrina filosofica, tale atteggiamento sfocia nella saggezza dell’India per cui l’Universo è un’illusione e una catena, oppure in un pessimismo alla Schopenhauer. E quindi: a che pro cercare? Meglio morti che sdraiati? Tutto si riduce a dire, che è meglio ‘essere meno’ che ‘essere più’ e il meglio di tutto sarebbe non essere per nulla. Per i gaudenti è certamente meglio essere che non essere, ma secondo de Chardin bisogna fare attenzione al significato che assume essere. Essere, vivere, per i discepoli di tale scuola, non vuol dire agire ma riempirsi del momento presente. Godere ogni attimo e ogni cosa gelosamente. Senza preoccuparsi dell’avvenire. Infine gli ardenti, coloro per i quali vivere è una salita e una scoperta. Per loro non solo l’essere è preferibile al non essere ma è anche sempre possibile e unicamente interessante ‘divenire di più’. Per loro l’essere è inesauribile, non alla maniera di un Gide, come un gioiello dalle innumerevole faccette, che si può rigirare in tutti i sensi senza stancarsene mai, ma come un focolaio di calore e di luce al quale è possibile avvicinarsi sempre maggiormente. Questi uomini possiamo chiamarli ingenui, deriderli, possono risultare fastidiosi a qualcuno, ma proprio da essi si prepara a sorgere la Terra di domani.

De Chardin poi individua tre tipi di felicità: la felicità di tranquillità: nessuna preoccupazione, rischio, sforzo. Riduciamo i contatti, smorziamo le luci, restringiamo i bisogni, induriamo l’epidermide, rinchiudiamoci nel guscio, dice l’autore. L’uomo felice è dunque, secondo quest’ottica, è colui che meno penserà, sentirà, desidererà. Vi è poi la felicità di piacere: lo scopo della Vita non è agire e creare, ma godere, che sembra essere l’imperativo categorico attuale. Anche qui minimo sforzo, appena quello necessario per coppa e liquore. L’uomo felice è quello capace di assaporare più compiutamente l’attimo che tiene tra le mani, Infine vi è la felicità di sviluppo. In questa prospettiva la felicità non esiste né ha valore proprio, come un oggetto che si può afferrare: è solo l’effetto e come la ricompensa dell’azione convenientemente diretta. Non basta dunque, come suggerisce l’edonismo moderno, rinnovarsi in un modo qualunque per essere felice. Nessun cambiamento beatifica se non lo si effettua in salita secondo de Chardin. L’uomo felice dunque, è colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di se stesso, in avanti.

Cosa scegliere dunque si chiede l’autore del saggio, qual è il criterio giusto? Per de Chardin un criterio oggettivo esiste e sostiene che basta guardare la Natura intorno a noi per scorgerlo alla luce delle ultime conquiste della fisica e della biologia:

L’Universo e l’uomo

Tutti sanno che oggi, nessuno dubita più del fatto che ontologicamente l’Universo non è fermo, ma si muove, da sempre, sin nell’estremo fondo della sua intera massa, in base a due correnti opposte: l’una che trascina ma materia verso stati di estrema disgregazione, l’altra che porta all’edificazione di unità organiche i cui tipi superiori, astronomicamente complessi, formano quello che chiamiamo il mondo vivente. Consideriamo più particolarmente la seconda corrente, quella della Vita di cui facciamo parte. Per un buon secolo gli scienziati, pur ammettendo la realtà di un’evoluzione biologica, hanno discusso per sapere se il moto che ci trascina fosse solo un vortice circolare chiuso oppure corrispondesse ad una deriva definita dalla frazione animata del Mondo verso un qualche stato superiore determinato. Orbene oggi, è la seconda ipotesi che sembra come corrispondente alla realtà. La Vita non si complica senza leggi e come a caso. […] Essa progredisce in maniera metodica, irreversibile, verso stati di coscienza sempre più elevati. […] Storicamente parlando la Vita è un’ascesa di coscienza. Non vedete forse, subito, la conseguenza diretta di una tale proposizione sul nostro comportamento interiore?

Se vogliamo davvero essere felici con il Mondo, dobbiamo aggregarci, secondo de Chardin, al gruppo di coloro che vogliono rischiare la scalata sino all’ultima vetta; ma non basta aver optato per la salita. Non bisogna sbagliare il sentiero. Per raggiungere allegramente la cima qual è la strada giusta? Attraverso tre passi fondamentali, l’uomo, come già accennato, deve incentrarsi su di se, decentrarsi sull’altro e supercentrarsi su uno più grande di lui. Si tratta di tre gradi concatenati che consentono all’uomo di essere pienamente se stesso e felice in quanto cresce interiormente, in forza, sensibilità, padronanza di se, congiungendosi con l’altro. Per de Chardin la felicità è la gioia dell’elemento diventato cosciente nella totalità che esso serve in cui si realizza, la gioia attinta dall’atomo riflessivo nel sentimento della sua funzione e del suo compimento nell’universo che lo contiene: tale è in teoria e in pratica, la forma più alta e progressiva di felicità che l’autore francese augura all’uomo.

Certamente è curioso che un gesuita non menzioni in questo mini-saggio alcuni passi del Vangelo, ma è altrettanto certo che de Chardin, esploratore e geologo, non dimentichiamolo, parla di slancio e di pensiero persistente del pensiero cristiano che sorregge l’enormità angosciosa del mondo. In sintesi, in Sulla felicità, egli parla di un Umanesimo cristiano, all’interno del quale ogni uomo comprenderà un giorno che gli è possibile non solo servire e soprattutto prediligere in tutte le cose, dalle più dolci alle più austere, un universo carico d’amore nella sua evoluzione.

Il fantastico mondo di Laxness: quale Dio “sotto il ghiacciaio?”

Sotto il ghiacciaio: un romanzo irriverente di difficile collocazione: fantascienza? Allegorico? Religioso? Forse c’è un po’ di tutto questo nel romanzo del premio nobel del 1951 dello scrittore islandese Halldór Laxness.

L’interpretazione della storia che si articola in Sotto il ghiacciaio, scritto nel 1968, non è di facile comprensione: a tratti appare quasi come un giallo da risolvere. In effetti è proprio quello che è chiamato a fare il protagonista, studente di teologia, inviato dal vescovo d’Islanda nel lontano ovest, ai piedi del leggendario vulcano Snæfell, dove Jules Verne fece iniziare il suo viaggio al centro della terra. Giunta infatti notizia che il pastore della chiesa locale non celebra più battesimi e funerali, insomma sembra esserci qualcosa che non va.

Il giovane studente si troverà quindi ad essere un reporter in una terra difficile, fuori dall’ordinario: dovrà tentare di capire cosa si annida tra la gente del luogo e cosa spinge il pastore a comportarsi in maniera così strana. Verrà quindi a contatto con le varie persone del luogo, vivrà per un certo periodo di tempo “sotto il ghiacciaio” e si farà una idea degli usi e costumi dei queste genti.
Il famigerato “culto del ghiaccio”, che sembra aver soppiantato il cristianesimo, è una dottrina sfuggente, che nel corso del racconto non è mai spiegata in maniera chiara. I dialoghi e gli argomenti sono di difficile comprensione, ma, una volta inseritisi nella “mentalità” delle vicende, anche i concetti più strani si definiscono con una loro logica.

È il panteismo contro la dottrina di Dio: lo strano reverendo John  afferma che “un dio vale l’altro, tranne quello che risponde alle preghiere” e non riesce a dare una spiegazione compiuta di cosa volesse dire che dio è in ogni luogo. È questo quello su cui gioca Laxness: una indefinitezza di fondo, una allegoria totale verso un qualcosa che non può mai essere del tutto compreso.

La contrapposizione che ne esce fuori, dottriva vs misticismo, è da leggere in prospettiva ampia, senza badare troppo ai particolari, lasciandosi trasportare dalla narrazione a volte di echi bucolici, a volte di echi favolistici (suggestiva la descrizione del paese e del suo ghiacciao).
Il mondo  paradossale, onirico, spirituale, dove succedono cose strane, si dicono cose strane, e non mancano personaggi davvero stravaganti: riuscirà l’inviato-teologo a raccapezzarsi? Forse Laxness ci vuole far capire lo spaesamento di ritrovarsi in un mondo che non riconosce più la fede millenaria nel Dio cristiano. L’idea del pellegrino che va e che scopre altri mondi è strettamente moderna, ma si ricollega, in questa occasione, a un tutto panteistico, l’uomo che fa i conti con le profondità del pensiero religioso, seppur in maniera favolistica.

Ad ogni modo ne viene fuori  una visione ironica e onirica, proprio perché i dialoghi tra i personaggi assumono le caratteristiche di una assurda complessità, incomprensibile, impenetrabile: il modo di affrontare il tema della crisi della religione, da parte di Laxness, definito da molti “sincero credente ma dubbioso cattolico”, lascia col sorriso, e forse solo dopo aver completato tutta l’immersione nel mondo da lui descritto, ci si può rendere conto della sua idea sulla religione, particolare e criptica.