Il fenomeno delle opere fantasy autopubblicate su Amazon Kindle Direct Publishing (KDP) — ed in particolare l’ecosistema alimentato da Kindle Unlimited (KU) — ha ridefinito la narrativa fantastica contemporanea. L’impatto sul genere presenta un bilancio chiaramente chiaroscuro. Se i punti di forza sono costituiti da:
Innovazione narrativa e libertà tematica, in quanto gli autori indipendenti, svincolati dalle rigide griglie di valutazione delle case editrici tradizionali, hanno introdotto sottogeneri innovativi che hanno conquistato milioni di lettori (dal LitRPG al Cozy Fantasy, passando per il Romantasy più di nicchia),
Accessibilità e ritmo di pubblicazione: I lettori di fantasy sono tipicamente “forti lettori” e in tal senso l’autopubblicazione soddisfa questo bisogno con uscite ravvicinate (il cosiddetto rapid release), riducendo le attese di anni tipiche dell’editoria tradizionale;
democratizzazione del mercato: Opere straordinarie che non avrebbero superato le barriere all’entrata della micro-editoria o dei grandi marchi trovano direttamente il proprio pubblico, creando nicchie estremamente fedeli;
i limiti sono costituiti da:
Effetto “Quantità sopra Qualità”: L’assenza di un filtro editoriale porta alla presenza di un’enorme quantità di volumi privi di editing strutturale, bozze non revisionate o formattate male, che rischiano di soffocare le opere meritevoli;
Saturazione da Tropes e Formule: Spinti dagli algoritmi di visibilità e dai trend dei social media (in particolare TikTok/BookTok), molti autori tendono a scrivere per “spuntare caselle” (enemies to lovers, chosen one, sistemi di magia a livelli) anziché sviluppare un’originale visione artistica, portando a una forte omologazione formale.
Pressione sul World-Building: La necessità di pubblicare velocemente penalizza spesso la complessità del world-building e la profondità stilistica, traducendosi in prosasemplificata e trame lineari o derivative.
Il fantasy su Amazon KDP dunque è un laboratorio dinamico ma caotico: ha abbattuto le barriere e restituito potere creativo ad autori e lettori, ma richiede al lettore un ruolo attivo di selezione per scovare le vere perle nascoste dentro un mare di produzioni spesso omologate o prive della necessaria cura editoriale.
A tale assunto non fa eccezione la saga di Armando Troncone “The Eleus Report”, pubblicato da poco con Amazon KDP che ha il pregio di essere raccontata con il ritmo, il montaggio e l’immediatezza visiva di una serie televisiva.
L’ambizioso progetto nasce dall’incontro tra influenze molto diverse. Da Breaking Bad, Mad Men e I Soprano deriva l’interesse per gli antieroi: personaggi affascinanti e distruttivi, capaci di compiere scelte difficili da assolvere o condannare. Kill Bill ha alimentato il lato più pulp e stilizzato della saga; Cowboy Bebop e Trigun la sua malinconia, il peso del passato e la presenza di uomini e donne che continuano ad avanzare portandosi dietro ciò che hanno perduto.
L’epica e il senso di scala guardano a Shadow of the Colossus e Attack on Titan, mentre da Metal Gear Solid vengono l’interesse per gli equilibri politici, le verità manipolate e una narrazione costruita attraverso epoche e punti di vista differenti. Sullo sfondo resta la fantascienza speculativa di Dune e Philip K. Dick, nella quale identità, potere e trasformazione della società non sono semplici temi, ma forze che cambiano il destino dei personaggi.
The Eleus Report è nato da queste suggestioni, ma cerca una propria identità: un pianeta ostile, civiltà separate, creature grandi come continenti e protagonisti moralmente ambigui dentro una storia che continua a espandersi volume dopo volume.
Primo capitolo: Il risveglio dei guardiani
L’opera si presenta come un saggio d’apertura efficace per un romanzo di fantascienza d’azione e speculativa. La narrazione costruisce la tensione attraverso un nitido contrasto tra l’ordine sistemico e l’imminente rottura dell’equilibrio.
La descrizione di Kareth rifiuta il cliché del cyberpunk cupo e piovoso per abbracciare un’estetica più vicina al solarpunk o alla fantascienza utopico-funzionale. La luce che scende “in modo uniforme” e la città che ricomincia a funzionare in maniera “ordinata, efficiente, affidabile” trasmettono una sensazione di controllo totale. L’elemento di rottura (“Eppure, qualcosa stava per muoversi”) introduce il conflitto narrativo standard ma sempre efficace: la crepa nel sistema perfetto.
Il ritmo della prosa è misurato, quasi chirurgico. L’autore predilige una sintassi paratattica, con frasi brevi e coordinate che restituiscono la sensazione di un meccanismo ben oliato seppur manierista.
L’uso di termini legati al design e alla funzione (strutture verticali, superfici chiare, protocolli, rotte predefinite) rafforza l’atmosfera tecnologica, mentre la descrizione della divisa di Elira è particolarmente riuscita. Il testo evita la trappola dell’iper-sessualizzazione o dell’estetica pura, legando ogni dettaglio abbigliativo alla pura funzionalità (“non aveva nulla di cerimoniale, era fatto per muoversi”).
Sul piano simbolico la fusione tra elementi futuristici (la moto Asphera X, i droni) e classici (la katana) suggerisce un universo narrativo che fonda il futuro su tradizioni marziali rigide.
Il dialogo tra Elira e il sindaco Aurelian Vorsk funge da classico esposizione in media res. Vorsk incarna il potere istituzionale, prudente e calcolatore, la cui compostezza è incrinata dalla fatica (“il volto segnato da una notte trascorsa a valutare la decisione”). Elira rappresenta l’azione diretta. La sua risposta («E questo cosa cambia, sindaco?») rivela in poche parole un carattere pragmatico, focalizzato sull’obiettivo indipendentemente dalla natura del rischio (codice, segnale o trappola).
Il testo iniziale, come del resto l’intera trilogia, mostra una scrittura solida, pulita e visiva, priva di orpelli aggettivali superflui. La transizione dal macro-contesto (il risveglio della città di Kareth) al micro-contesto (la tensione sulla terrazza tra i due protagonisti) è gestita con ottima fluidità cinematografica.
The Eleus Report – Il Risveglio dei Guardiani è l’inizio di una saga di fantascienza costruita attorno a memoria, conoscenza e interpretazione. Biotecnologia, società autoritarie, culture nate su un mondo alieno, manipolazione dell’informazione e guerra convergono in una storia in cui comprendere Eleus significa ricostruirne progressivamente il passato.
La dimensione speculativa convive con una forte componente d’azione: guerra tecnologica, combattimenti ravvicinati e operazioni militari si inseriscono nei conflitti politici, scientifici e ambientali che attraversano il pianeta, intenso alla maniera di Frank Herbert, ovvero come sistema in cui ambiente, società e potere sono inseparabili; mentre per quanto riguarda l’incontro tra culture differenti e il problema di comprendere davvero l’altro l’opera risente l’influenza di Ursula K.
Il dubbio sulla memoria, sulle versioni ufficiali e sulla possibilità di ricostruire una realtà affidabile è naturalmente, come risulta dagli intenti dell’autore stesso, si rifanno a Philip K. Dick.
Le ombre del campo erano ancora fresche dietro di loro, scomposte nella nebbia che saliva pigra dai canaloni. Il terreno era umido, irregolare, e l’aria sapeva di muschio e metallo, come se qualcosa di vecchio stesse tornando in superficie. Elira osservava Kaelen e Sirae con occhio attento…
Al centro rimane una domanda che il lettore non può smettere di porsi:
che cosa è successo davvero su Eleus?
I doni di Eleus
Il secondo capitolo della trilogia “I doni di Eleus” che si concentra sulla guerra ormai cominciata, dopo anni di paura e divisioni, popoli diversi iniziano finalmente a riunirsi contro il dominio di Vireon, offre un efficace cortocircuito narrativo e psicologico basato sulla contrapposizione tra il mondo adulto (intellettuale, astratto, ossessivo) e quello infantile (concreto, emotivo, immediato).
Lirae la guardò, poi guardò il disegno. «Oh… scusami, Eiren.» La sollevò con delicatezza dalle proprie spalle e la posò in piedi sulla scrivania, subito accanto alla lavagna. Da lì Eiren poteva raggiungere senza difficoltà la parte bassa del proprio disegno e cominciò immediatamente a cancellare la linea per rifarlo. Lirae rimase un istante a guardarla. Poi gli occhi tornarono alla formula. «Eiren, io questi calcoli li ho rifatti mille volte.» La bambina ridisegnò una delle pareti. «Mille.» Lirae indicò due punti distanti della lavagna. «Se i Doni di Eleus permettono alla materia di passare da un punto all’altro senza attraversare lo spazio intermedio, allora manca qualcosa al nostro modello. Una dimensione.» Tracciò due linee parallele. «Da qualche parte quella materia deve transitare. Ma se le dimensioni sono parallele, come può qualcosa passare dall’una all’altra?» Eiren sollevò lo sguardo. Lirae ormai parlava più alla lavagna che a lei. «O il nostro modello è incompleto, oppure stiamo vedendo soltanto una parte del fenomeno. Ma Eleus lo fa. I Doni lo fanno. Quindi quella dimensione deve esserci.» Si voltò verso Eiren, quasi aspettandosi una risposta. La bambina osservò la propria casetta. «Lirae.» «Sì?» «La mia casetta non ha più i fiorellini.» Lirae rimase con il gesso sollevato.
Il punto di forza tematico risiede nel contrasto tra la speculazione scientifico-magica di Lirae e l’esperienza visiva e personale di Eiren. Lirae è totalmente assorbito da un problema teorico di portata cosmologica o fisica (“Se i Doni di Eleus permettono alla materia di passare da un punto all’altro…”). Eiren, al contrario, vive in una dimensione pragmatica e tangibile: la sua priorità non è la fisica dei “Doni”, ma il disegno della sua casetta che ha perso i fiorellini a causa della cancellatura.
Non c’è un vero dialogo tra i due personaggi, bensì due monologhi paralleli che si svolgono nello stesso spazio fisico. Lirae cerca un’interlocutrice o una sponda concettuale (“si voltò verso Eiren, quasi aspettandosi una risposta”), ma dimentica la natura della sua interlocutrice. Il dramma interiore di Lirae — la frustrazione di chi ha rifatto i calcoli “mille volte” senza trovare l’anello mancante — si scontra con l’innocenza inconsapevole della bambina.
Il discorso di Lirae tocca un tema epistemologico classico: la discrepanza tra la teoria e la realtà (“O il nostro modello è incompleto, oppure stiamo vedendo soltanto una parte del fenomeno”). La presenza dei “Doni di Eleus” dimostra che il fenomeno esiste, ma il limite umano è nel non saperlo modellizzare. C’è un’ironia sottile: mentre Lirae cerca una “dimensione parallela” invisibile per far passare la materia, non riesce a “vedere” la dimensione emotiva della bambina che gli sta accanto.
Qui l’autore dimostra ancora di più di avere un’eccellente gestione del tempo narrativo. L’alternanza tra battute teoriche complesse e gesti semplici della bambina crea un montaggio alternato che culmina nel finale ad effetto (climax ironico):
«Lirae.» «Sì?» «La mia casetta non ha più i fiorellini.» Lirae rimase con il gesso sollevato.
La battuta di Eiren smonta istantaneamente la tensione intellettuale accumulata da Lirae. Il gesto finale del “gesso sollevato” è una notazione visiva (show, don’t tell) che freezing il personaggio nell’esatto momento in cui prende coscienza del corto circuito comunicativo.
Il brano inoltre fa un uso dello spazio molto dinamico e plastico:
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Lirae sposta Eiren “dalle proprie spalle” alla “scrivania, accanto alla lavagna”.
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La lavagna diventa lo specchio della mente di Lirae, mentre la parte bassa (più vicina a terra e a Eiren) è il territorio del disegno infantile. Coesistono nello stesso supporto fisico la grandezza del cosmo e la semplicità della casa.
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Il gesto di tracciare “due linee parallele” riflette specularmente la condizione dei due personaggi: due menti parallele che vivono nello stesso ambiente senza riuscire a intersecarsi.
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La prosa è pulita, ritmata da periodi brevi e dialoghi incalzanti. L’uso delle ripetizioni (“Mille”, “I Doni lo fanno”) accentua l’ossessione di Lirae, mentre la semplicità del linguaggio di Eiren (“La mia casetta non ha più i fiorellini”) restituisce con immediatezza la voce dell’infanzia.
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Troncone si avvale d diversi momenti di decompressione e approfondimento tematico, tipici della narrative speculative o fantascientifica. Attraverso una scena di vita quotidiana (la consumazione di un pasto tecnologico), l’autore bilancia l’esposizione del world-building con l’evoluzione psicologica del personaggio:
Ronan guardò prima lui, poi Nilo, poi Saph. «Siete completamente pazzi.» Kael sorrise. «E può restituirmi tutto in qualsiasi forma. Testo, audio, immagini, simulazione, ricostruzione immersiva…» Sollevò il datapad. «Io preferisco sempre il testo. Altrimenti immagina quanti giorni mi servirebbero per guardarmi tutti i filmati ricostruiti.» Ronan tolse la sfoglia dal campo termico e terminò di preparare le porzioni. Accanto, il contenuto di alcune capsule vegetali si era reidratato in sottili filamenti verdi e viola. «Ok. Mangiamo qualcosa.» Si avvicinarono tutti. Dopo qualche boccone Ronan guardò Kael. «Ragazzo, ti vedo più rilassato.» Kael abbassò la propria porzione. «Ho lasciato mia madre, Zoia e praticamente tutta la mia vita per scoprire la verità. Pensavo che più informazioni avrei trovato, meglio mi sarei sentito.» Fece una smorfia. «Invece più ne trovo, più mi inquietano.» Si voltò verso Nilo. «La storia del multidimensionale ancora non mi fa dormire la notte.» Nilo annuì. «Ne sappiamo troppo poco. Quei caschetti sono una frontiera nuova anche per Nimeth. Probabilmente stanno già cercando di capire se possono tirarci fuori qualcosa da usare contro Ostara.» Kael rimase pensieroso. «E poi c’è Lirae. L’aveva capito già allora: la Risonanza non è comunicazione. È trasformazione.»
L’autore mostra due approcci diversi all’elaborazione dei dati. Kael preferisce il testo rispetto alle simulazioni o ricostruzioni immersive per una questione di efficienza temporale: l’eccesso di stimoli visivi o immersivi rallenta l’assimilazione delle informazioni. Successivamente emerge il paradosso della conoscenza: “Pensavo che più informazioni avrei trovato, meglio mi sarei sentito… Invece più ne trovo, più mi inquietano”. Il sapere non porta conforto o controllo, ma accresce l’ansia e la vulnerabilità.
I dettagli dell’ambientazione sono integrati in modo naturale nella scena:
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Il datapad e la varietà dei formati di restituzione dei dati (simulazioni, registrazioni).
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La preparazione del cibo (“campo termico”, “capsule vegetali che si reidratano in sottili filamenti verdi e viola”), che caratterizza il livello tecnologico del contesto senza fermare la narrazione.
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La geopolitica del contesto: le fazioni o entità coinvolte (Nimeth, Ostara) e lo sfruttamento bellico/politico delle scoperte scientifiche (“stanno già cercando di capire se possono tirarci fuori qualcosa da usare contro Ostara”).
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La rivelazione finale di Kael chiude il passaggio elevando la discussione: “la Risonanza non è comunicazione. È trasformazione”. Questo concetto sposta la percezione della tecnologia o del fenomeno (“Risonanza”) da un semplice strumento di passaggio dati ad una forza ontologica capace di alterare la natura stessa di chi la riceve o la usa.
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Il passaggio dalla reazione di Ronan (“Siete completamente pazzi”) alla preparazione del pasto crea una pausa ritmica che permette di digerire le informazioni prima di passare al dialogo più intimo e drammatico.
I dialoghi si muovono con disinvoltura su diversi piani:
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Registro pragmatico/ironico all’inizio (Kael che spiega la preferenza per il testo, Ronan che propone di mangiare).
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Registro intimo/riflessivo al centro (Kael che ammette il costo personale della sua scelta: l’abbandono della madre, di Zoia e della sua vita precedente).
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Registro speculativo/filosofico nel finale (la Risonanza, i caschetti, le tensioni politiche).
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L’autore lavora sulla tensione accumulata procedendo per gradi: l’inquietudine di Kael per il “multidimensionale”, il commento cinico e realistico di Nilo sullo sfruttamento militare delle nuove frontiere tecnologiche, e infine la battuta di chiusura su Lirae. Questa frase finale agisce come una stoccata conclusiva, lasciando il lettore (e i personaggi) con una sensazione di sospensione e minaccia incombente.
Troncone rallenta il ritmo della narrazione per far metabolizzare ai personaggi (e al lettore) le scoperte precedenti, intrecciando l’esposizione del worldbuilding con la crescita psicologica e tematica dell’opera.
Protagonista di questo secondo capitolo è Elira Dorne, la quale ha affrontato ciò che sembrava impossibile. Una donna che deve conoscersi appieno.
L’aspetto più interessante sebbene poco sviluppato di questo secondo capitolo come di tutta la saga, è la riflessione sul rapporto tra l’uomo e la mole di dati. Kael preferisce il testo rispetto alle esperienze immersive per un motivo di mera efficienza ed economia del tempo (“immagina quanti giorni mi servirebbero…”). Poco dopo emerge la sua vera crisi esistenziale: l’illusione che la conoscenza porti serenità (“Pensavo che più informazioni avrei trovato, meglio mi sarei sentito”). Il sapere si rivela invece una fonte di inquietudine e sradicamento, pagato al prezzo altissimo degli affetti (“mia madre, Zoia e praticamente tutta la mia vita”).
La tecnologia non esiste in un vuoto teorico. Il dialoghi infatti evidenziano la strumentalizzazione delle scoperte scientifiche: la dimensione “multidimensionale” e i “caschetti” non sono solo frontiere della conoscenza, ma diventano immediatamente potenziali armi nella dinamica di potere tra fazioni.
Non a caso la battuta finale di Kael segna il punto di massima profondità tematica: “la Risonanza non è comunicazione. È trasformazione”. Si passa da un’idea passiva di trasmissione dati (comunicare) a una visione attiva e ontologica (trasformare). La Risonanza non lascia inalterato chi la sperimenta, ma ne ridefinisce la natura stessa.
L’autore applica una classica tecnica di scrittura: ancorare una discussione teorica e densa a gesti quotidiani e materiali. Preparare il cibo, reidratare le capsule, togliere le sfoglie dal campo termico e mangiare servono a due scopi:
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Fornire dote di worldbuilding organico (impariamo come si cucina e ci si nutre in questo universo senza bisogno di spiegoni).
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Scandire il ritmo del dialogo, creando pause naturali (“Dopo qualche boccone…”, “Kael abbassò la propria porzione…”) che rendono la conversazione verosimile e meno artefatta.
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Troncone opera un cliffhanger concettuale: chiude il passaggio lasciando un senso di sospensione e presagio, spostando l’attenzione dall’azione alla portata filosofica delle decisioni dei personaggi.
La via del ferro
Su Eleus, gli equilibri stanno crollando. Vireon avanza, la Resistenza ha bisogno di alleati e intere popolazioni continuano a vivere separate da una terra che, dopo la Frattura, è diventata quasi impossibile da attraversare. Ma Elira Dorne non è arrivata fin lì per arrendersi davanti a una frontiera. La sua ricerca la conduce verso Altross, un continente isolato da due secoli, dove il passato non è morto come tutti credevano. Sotto la polvere e le rovine sopravvive infatti qualcosa che potrebbe cambiare il destino della guerra: **la Via del Ferro**, un’antica linea ferroviaria che un tempo collegava territori oggi divisi.
E insieme a essa esiste ancora un gigantesco convoglio corazzato.
Rimetterlo in movimento, però, significa attraversare territori ostili, riaprire ponti e binari abbandonati, affrontare avamposti dimenticati e muoversi in un mondo in cui persino la tecnologia può risvegliare qualcosa che sarebbe meglio lasciare dormire.
È qui che il cammino di Elira si intreccia con quello degli Halden. Frederick, il Costruttore: un uomo dall’aspetto improbabile, dalla lingua tagliente e dalla mente capace di immaginare collegamenti dove gli altri vedono soltanto confini.
E Marie, sua figlia: irriverente, istintiva, armata della sua inseparabile Magnum e abbastanza folle da sorridere quando chiunque altro comincerebbe a scappare.
La Via del Ferro è il terzo capitolo di The Eleus Report.
Questo terzo ecapitolo segna un leggero cambio di passo e di tono rispetto ai due capitoli precedenti. Se i primi due estratti erano caratterizzati da un ritmo lento, meditativo e teorico (l’astrazione scientifica e l’incomunicabilità nel primo; la riflessione post-traumatica e il dialogo filosofico nel secondo), questo brano è un interludio d’azione pura, viscerale e frenetico.
L’Asphera XR guadagnò terreno. Il rover correva lungo una strada di servizio scavata nel fianco della montagna. Tornanti stretti, parete rocciosa a sinistra, precipizio a destra. Marcelle affrontava ogni curva senza rallentare. Elira si sollevò sopra la scia di polvere. «Teste di cazzo!» Annie, in piedi nel vano posteriore scoperto, si voltò verso di lei. Una mano rimase stretta alla struttura dietro i sedili anteriori. Spalancò le braccia. «MAMMINA, ECCOTI QUI!» Lasciò cadere il caricatore, ne inserì uno nuovo e armò il fucile. «VIENI AD ABBRACCIARMI!» Sparò. Elira inclinò la moto. Il colpo raggiunse la parete rocciosa. Annie sparò di nuovo. Elira era già più in basso, quasi a contatto con la strada. Il proiettile scomparve oltre il precipizio. Elira estrasse la pistola e cercò Marcelle attraverso il parabrezza. La strada curvò. Il vano posteriore si sovrappose alla linea di tiro e i volti dei ragazzini coprirono quello della conducente. Elira sollevò la canna. «Cazzo.» Annie rise e aprì il fuoco. Tre colpi investirono l’Asphera. Il terzo raggiunse lo stabilizzatore sinistro. Il mezzo sbandò, perse quota e raschiò la strada con la carenatura. Elira la raggiunse con un pugno al volto. Annie le abbatté il calcio del fucile sulla spalla. La luce si accese nel punto dell’impatto e il colpo rimbalzò…
A differenza delle scene precedenti ambientate attorno a una lavagna o a un tavolo da pranzo, qui la narrazione è immersa in una sequenza d’inseguimento e combattimento corpo a corpo ad alta velocità (“L’Asphera XR guadagnò terreno… Tornanti stretti, parete rocciosa a sinistra, precipizio a destra”).
Il tema centrale del brano è la distorsione del legame filiale/materno, declinato in chiave violenta e parodistica. Annie usa un linguaggio infantile e provocatorio nei confronti di Elira («MAMMINA, ECCOTI QUI!», «VIENI AD ABBRACCIARMI!», «SEI CATTIVA!»). Questo stridente contrasto tra l’atteggiamento da bambina offesa e l’uso spietato di un fucile d’assalto crea un senso di spiazzamento e follia.
Mentre nei primi brani si parlava di “Doni”, “Risonanza” e “multidimensionale” in termini teorici, qui la tecnologia/potere si manifesta visivamente e fisicamente: le scariche bianche, la luce che si accende all’impatto, la corazza che scricchiola sotto la presa di Elira.
Troncone consolida una regia visiva estremamente serrata e cinematografica. Le inquadrature spaziali sono continue: la prospettiva si sposta velocemente dal parabrezza del rover al precipizio, dalla moto inclinata al vano posteriore occupato dai ragazzini che ostruiscono la linea di tiro.
Per restituire la concitazione dell’inseguimento, l’autore abbassa quasi a zero la subordinazione sintattica. Troviamo una successione di proposizioni telegrafiche:
«Annie rise e aprì il fuoco. Tre colpi investirono l’Asphera. Il terzo raggiunse lo stabilizzatore sinistro. Il mezzo sbandò, perse quota e raschiò la strada con la carenatura.» Questo ritmo frastagliato e accelerato imita i battiti cardiaci dei personaggi e i movimenti rapidi dello scontro.
L’uso delle urla in maiuscolo («LASCIA STARE LA MIA SORELLINA, MAMMINA!») irrompe nella pagina con un’impronta quasi fumettistica/graphic novel, accentuando l’isteria e la carica adrenalinica della scena.
Se i primi due capitoli lavorano sulla costruzione concettuale e psicologica del mondo e dei personaggi, questo ultimo capitolo serve a rompere la stasi: mostra il lato sporco, letale e sregolato dello stesso universo narrativo. Dimostra una notevole versatilità dell’autore, capace di passare dalla delicatezza psicologica di una bambina che ridisegna la sua casetta alla brutalità fisica di un combattimento su ruote in cima a un precipizio.
Protagonista femminile di questa ultimo capitolo è Marie:
Marie afferrò la Magnum nella fondina. La estrasse. «È qualcosa che conquistiamo insieme.» Il peso dell’arma le attraversò il braccio e raggiunse la spalla ferita. Il dolore le spezzò il respiro, ma non si fermò. Le tornarono alle labbra le parole che la sua famiglia aveva conservato dalla Terra per generazioni. Sollevò la Magnum verso le nuvole. «Verso la vittoria!» Premette il grilletto. Il colpo esplose sopra la piana. Ci fu il silenzio. Poi un soldato di Talos sollevò il fucile. Un’altra arma si alzò poco più avanti. Poi un’altra ancora. In pochi secondi centinaia di fucili puntarono verso il cielo. Dalla folla esplose un boato che attraversò l’intera piana. Marie tenne la Magnum sollevata. Per la prima volta non abbassò gli occhi. Poi le forze cedettero. Marie abbassò l’arma e si piegò in avanti. Vaelen la raggiunse e le passò un braccio intorno alla vita. Lei si appoggiò a lui. Prima di raggiungere la scala, si fermò e guardò in alto. Caelium emergeva dalle nuvole. Talos. La Via del Ferro. Caelium. Il luogo da cui era partita, la strada che aveva percorso e la città in cui era arrivata. Tre parti dello stesso uomo. Frederick Halden non era salito su quel treno. Eppure l’aveva accompagnata fino a lì.
Qui avviene anche la svolta fondamentale della storia: la transizione da una sconfitta puramente materiale e geografica a una vittoria identitaria, etica e politica.
Attraverso i gesti, le immagini e le parole di Marie, la narrazione rivela diversi livelli di significato:
La svolta avviene anche attraverso il passaggio che svela che la caduta fisica di una città (Talos) non coincide con la sua distruzione morale. Citando la lezione del padre, Marie compie un ribaltamento concettuale: Talos era un luogo geografico fatto di mura, macchine e infrastrutture (e difeso da vagoni e soldati). Adesso diventa un’entità nomade e immateriale, conservata nelle persone, nei loro legami e nella memoria collettiva («Talos non è caduta… È qui, con noi»).
Con il suo discorso, Marie riesce a trasformare un gruppo eterogeneo di profughi traumatizzati in un unico popolo coeso, capace di guardare oltre la catastrofe immediata, lo scoraggiamento e la rassegnazione si trasformano in speranza e resistenza attiva.
Il climax finale svela l’ideologia profonda che guida Marie e la resistenza: l’Autodeterminazione: Il conflitto infatti non riguarda solo la riconquista di una terra, ma il diritto universale di ogni popolo di «scegliere dove vivere, chi essere e quale futuro costruire»; e la Definizione della Libertà, quest’ultima infatti non è un dono o una concessione del potere o degli oppressori, ma un diritto inalienabile che si conquista e si difende da sé.
Troncone propone anche una sorta di manifesto dell’ingegneria che è metafora di vista attraverso il seguente passaggio:
Attraversò la terrazza, saltò gli ultimi due gradini e imboccò il viale che conduceva alla piccola stazione. Dopo pochi secondi era già lontano, una figura sempre più piccola tra le strutture bianche. Anthony lo seguì con lo sguardo. Una delle bambine lasciò la mano di Silas e si allontanò di qualche passo, attirata da un piccolo drone di manutenzione che rasentava le aiuole. «Elira.» Silas le tese la mano. La bambina rivolse un’ultima occhiata al drone, poi tornò accanto a lui e gliela strinse. Silas osservò il treno avvicinarsi. «Quel convoglio non era stato progettato per trasportare materiali?» «Sì.» «Hai messo tua moglie su un convoglio per il trasporto dei materiali?» «Fino al completamento del popolamento trasporterà anche civili», spiegò Anthony. «Le carrozze centrali sono isolate dai vagoni di carico e collegate a sistemi autonomi. In seguito le rimuoveremo e il convoglio verrà destinato interamente ai materiali.» «La stessa linea raggiungerà le prossime colonie?» «Tutte. Insediamenti, estrattori e centri produttivi. All’inizio sarà un solo collegamento; poi diventerà una rete.» Il treno rallentò entrando nella stazione. Silas guardò oltre il convoglio, verso le rotaie che scomparivano tra le colline. «Il Treno del Ferro.» Anthony osservò il figlio che correva incontro alla madre. Poi volse lo sguardo verso la linea che attraversava il distretto e proseguiva oltre il crinale. «La Via del Ferro.»
Mettendo in luce che la moglie di Anthony (e madre del bambino) viaggia su un convoglio merci adattato, si svela un mondo rigido, efficiente e guidato dalla necessità, dove il comfort o le convenzioni sociali tradizionali cedono il passo al pragmatismo della colonizzazione.
L’infanzia (la bambina Elira attirata dal drone di manutenzione) e gli affetti (il figlio che corre incontro alla madre) continuano a scorrere all’ombra di queste gargantuesche strutture industriali (“strutture bianche”, “linea che attraversa il distretto”).
Per Silas è “Il Treno del Ferro” (focalizzato sul mezzo, sulla concretezza metallica), mentre per Anthony diventa “La Via del Ferro” (focalizzato sul percorso, sulla direzione storica e geografica che attraversa il paesaggio e “scompare tra le colline”). È la fondazione di una mitologia epica all’interno del mondo narrativo.
Il brano svela la genesi logistica e concettuale di un’opera chiave (La Via del Ferro), mostrando come la quotidianità dei singoli personaggi si intrecci indissolubilmente con i grandi processi di industrializzazione e colonizzazione del loro mondo.
Un fantasy variegato che cura poco lo spessore umano e psicologico dei personaggi
La trilogia di Troncone mostra una combinazione molto specifica di Sci-Fi/Science Fantasy ad alta densità concettuale, scenari distopici/post-apocalittici con tecnologie o forze mistiche (la Risonanza, i Doni di Eleus, la dimensione parallela), scontri d’azione viscerali e iper-cinematografici e una forte componente corale/geopolitica.
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