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Alda Merini

Alda Merini e la poesia come un’arma tagliente

Ma i poeti, nel loro silenzio, fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle”. Così scrive  Alda Merini (1931-2009), poetessa, scrittrice e aforista italiana, nei “Poeti lavorano di notte”, una tra le bellissime, profondissime poesie contenute nella raccolta “Destinati a morire”.

In pochi versi, la scrittrice sembra creare un vero e proprio manifesto poetico universale, esprimendo il ruolo del poeta e della sua arte. Silenziosamente, la poesia si fa arma rumorosamente tagliente; l’inchiostro, di volta in volta, strumento poliedrico e mutevole, attraverso la mano infervorata del poeta, diviene l’alter ego del poeta stesso, la voce del singolo, quella del popolo, la voce dell’emarginato, del vinto, del vincitore; la voce dell’anima, dell’inesprimibile, la voce del” buio” e quella della” luce”, della vita e della morte. Straordinariamente, diventa voce tra le voci, il grido “unanime”, un grumo di sogni, come direbbe Ungaretti, capace di squarciare il velo che cela la coscienza più profonda e tirar fuori, riportare a galla, come scoperchiando il vaso di Pandora, il bene e il male, il tutto e il niente, insiti nell’ esistenza e nella coscienza umana.

Alda Merini, data la sua esperienza di vita, trasforma la “croce” del proprio percorso psicoanalitico, dell’internamento in manicomio, in “delizia”, con la sua arte poetica, attraverso un animo resosi ancor più sensibile e geniale.

Uno stile limpido, preciso, quello della Merini, con il quale riflettere  sul mondo, esteriore ed interiore. Uno stile fatto di accostamenti di immagini, spesso oniriche e visionarie, frutto di un talento precoce e irruento, che dimora in una mente inquieta e dolente.

Ieri ho sofferto il dolore,                                                                                                                          

   non sapevo che avesse una faccia sanguigna,                                                                                                                                               

   le labbra di metallo dure,                                                                                                                                                                   

  una mancanza netta d’ orizzonti.”

(da: “La Terra Santa”)

La Merini affida alla sua poesia i propri tormenti, consacrandosi all’eternità  intatta, reale, veritiera, senza artifici né retorica. Attraverso questi versi vibra la voce del suo animo, un animo che in essi trova la propria cura, il proprio “canale d’ espressione”, nonostante la “mancanza netta d’ orizzonti” che la realtà, a causa del “male”, prospetta.  Una donna ,prima ancora che una poetessa, che affida ai suoi versi tutto il dolore, l’amore e la follia vissuti. Una donna, una scrittrice, che sia nel mondo letterario che in quello privato non teme di esporsi:

Più bella della poesia è stata la mia vita e la mia vita è stata un inferno dei sensi”, racconta.

Un binomio, arte-follia, che porta al sublime. Un sublime, che riesce a cogliere soltanto chi sa che oltre la logica della mente, esiste la logica del cuore, la logica dell’animo, dove la genialità, senza censure sociali e morali è libera di esprimersi, dove la realtà si fonde con la follia, con il delirio, perché in fondo la normalità è soltanto  ciò che decidiamo che sia. La Merini asserisce :

Sono nata il ventuno a primavera, ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta

D’altronde, scrive lo stesso Freud:

“ E’ tipica della nevrosi e di ogni talento superiore un’eccezionale attività fantastica”.

Nelle liriche della poetessa dei Navigli troviamo un’esistenza ossimorica, dove il “tutto”, il significato più profondo dell’esistenza, non possiamo che coglierlo per antitesi, in quanto la Merini ci insegna che il “tutto stesso è niente”. Non facciamo in tempo ad immergerci nella gioia che scopriamo il tormento; leggiamo la lucidità razionale e limpida di una donna vissuta e forte, e viaggiamo,  allo stesso tempo,  sulle ali della sua fragile e disincantata fantasia, sollevati dall’ebbrezza del delirio. Restiamo profondamente attaccati alla vita anche quando desideriamo la morte. Ci inebriamo di un’erotica sensualità affabulatrice e maliziosa e proviamo al contempo  un casto e religioso pudore .

Tutto questo ritroviamo nei suoi versi, tutto questo nella sua esistenza, tutto ciò riscopriamo nella nostra, se,” tolte le bende”,  abbiamo il coraggio di affrontare la luce e l’oscurità con la stessa goliardica curiosità.

E’ la vita che ci dà un senso, sempre se noi la lasciamo parlare

E l’inchiostro, plasmato dai suoi versi, diventa così la voce della vita stessa.  E la Merini , poetessa della vita, è capace di ascoltarla, fino in fondo, perché è capace di accettarla, nel bene e nel male :

“ Io il male l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente. E’ diventato poesia. E’ diventato fuoco d’amore per gli altri”

La poesia, nelle mani della  Merini,  diviene strumento mediante il quale esprimere l’inesprimibile. Uno scudo, una difesa, un’arma, l’unica possibile in quelle circostanze, come i dolorosi e disumani internamenti, con il quale difendere la propria dignità, conservare la propria umanità, non dimenticare la propria sensibilità, ma anzi farla risplendere, se è possibile, ancora di più. La poesia, medicina migliore per la sua anima, l’ancoraggio nel mare in tempesta, l’equilibrio nel disequilibrio, la redenzione, la salvezza.  Una poesia con la quale capiamo quanto sia difficile e dolorosa l’esistenza, ma anche quanto  l dolore contribuisca a renderla degna di essere vissuta, formandoci e rendendoci, talvolta, migliori. È soltanto attraverso le tenebre che scorgiamo la luce, è attraverso la morte che ci accorgiamo della vita, è mediante il dolore che apprezziamo la gioia.

“Il dolore è necessario..”

La Merini ce lo insegna, con i suoi versi, che divengono un tripudio di sensi, un’esaltazione orgiastica dell’ esistenza, ma anche con la sua esperienza, raccontandoci di una donna che nonostante i svariati tormenti non ha perso la voglia di cogliere la vita e di trasformarsi insieme a lei.

Sono una piccola ape furibonda..”

Mente e cuore, saggezza e folle ebbrezza, senso ed intelletto, consapevolezza ed incoscienza, fanno di Alda l’emblema universale dell’ “umanità”, commediografa del “teatro della vita”, autrice e spettatrice del “carnevale dell’esistenza”, rendendola unica ed indimenticabile.

 

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