L’Art blogger Mariano Cervone: “promuovo l’arte come modus vivendi”

In un drammatico momento storico come quello che stiamo vivendo, dove arte, musei, bellezza ci sono preclusi per una doverosa necessità collettiva, c’è bisogno più che mai di persone che sappiano diffondere anche ottimismo. Tra queste vi presentiamo Mariano Cervone, il quale, con il suo sito parla di arte, musei, mostre eventi, ma anche viaggi e luoghi da scoprire: «Mi definisco un “Lifestyle Art Blogger”» dice. Coordinatore di un polo museale partenopeo rimasto chiuso per il coronavirus, Mariano continua a parlare di arte attraverso il suo blog e i suoi canali social.

Appassionato di fotografia, di arte, di design di viaggi: «Faccio confluire le mie passioni in un unico luogo» ha detto Mariano Cervone, blogger napoletano di Scampia che da qualche tempo ha creato il sito www.bloginternettuale.it dove scrive di Arte e Lifestyle.

«Mi definisco un “Lifestyle Art Blogger” e provo, attraverso i social, a promuovere l’arte non solo come mera sequela di eventi culturali da seguire, ma come vero e proprio modus vivendi al pari della moda».

A proposito del periodo difficile che stiamo vivendo Cervone cita Friedrich Nietzsche, il quale alla fine del XIX secolo filosofeggiava sull’“eterno ritorno dell’uguale”, teorizzando che l’universo rinasce e muore in base a cicli temporali già fissati e necessari. Eppure nessuno poteva prevedere che nel Terzo Millennio ci saremmo ritrovati a vivere l’esperienza di una epidemia, di cui la nostra generazione ha letto solo sui libri di storia e letteratura.

Mariano Cervone

Prosegue Cervone: <<Fenomeni come la peste o il colera ci sono stati raccontati tutt’al più dai nostri nonni, e ritrovare oggi persino i passi de “I Promessi Sposi” così spaventosamente attuali, è qualcosa che sfugge alla nostra concezione. Viviamo un clima di guerra, dove, per il nostro stesso bene certo, ci è precluso di uscire. Sono stati chiusi quelli che oggi sono considerati semplicemente “luoghi di assembramento”: gallerie d’arte, mostre, musei, eventi culturali e musicali. Ma ho grande fiducia nell’operato del Governo che sta gestendo questa difficile situazione, ed è per questo motivo che, rigorosamente da casa, continuo a parlare di arte, cultura, bellezza con grande riscontro di chi, anche in questo momento, non vuole perdere la speranza, e trova nella cultura la forza di guardare ancora avanti>>.

Sul sito di Cervone non mancano però consigli sui trend del momento o sul personal care: «Ma lungi da me l’essere considerato un fashion-blogger – dice – nei miei canali la moda, il beauty, i consigli sul prendersi cura di sé stessi, fanno parte di un’espressione artistica della persona, dell’essere me stesso, di questo lavoro che ho deciso di intraprendere che è fatto anche, e forse soprattutto, di immagine, e dunque è un modo come un altro per essere un vero esteta del sé e del mondo».

In poco più di un anno il suo sito web ha totalizzato già oltre 123.000 contatti, con oltre 10000 followers su instagram, e quasi 2000 su twitter.

«Comunico soprattutto attraverso la parola scritta, ma anche l’immagine, e credo sia forse naturale curare maggiormente i canali che mi permettono di esprimermi in queste direzioni. Ma non escludo che in futuro mi dedichi con maggior attenzione anche alle mie pagine facebook, che generano comunque 120.000 visualizzazioni».

«Tutto ha avuto inizio dall’Expo Milano 2015, il mio primo viaggio a Milano, poi per professione e passione mi sono ritrovato a viaggiare molto di recente, l’Italia soprattutto: Como, Roma, Ravenna, Firenze, Forlì, Castrocaro, il Gargano, il Salento ma anche, e soprattutto, Napoli: Gli stessi napoletani non conoscono le tante meraviglie di questa nostra città, è per questo che provo a raccontarla anche solo attraverso uno scatto su instagram, perché è il luogo dove viviamo, il nostro patrimonio, e dovremmo tutelarlo e conoscerlo. Sempre».
Chi mi segue sa che i miei viaggi sono sempre una via di mezzo tra arte, archeologia, food: «Credo che anche il cibo sia una delle bellezze della vita e, se un posto mi piace, amo parlarne, condividerlo e consigliarlo ai miei lettori».

PERCHÉ INTERNETTUALE? «È la crasi tra la parola internet e intellettuale. Oggi tutto, per fortuna purtroppo, passa dal web, e viviamo in un mondo di sapere falsato che proviene da una ricerca on-line. Il mio sito vuole riproporre questa parola sotto una nuova luce, e essere un incontro tra l’intelletto e internet e, così come Alberto Angela fa in televisione, io provo con molta umiltà a divulgare l’arte e la cultura che conosco attraverso il mio blog».

Originario di Scampia, non vede la periferia come una difficoltà da superare, ma come una vera e propria opportunità: «Crescere in un luogo come Scampia, in un modo o nell’altro, ti segna: entri a contatto con realtà diverse, non sempre facili, e ciò contribuisce alla formazione di una sensibilità diversa, e ad un diverso modo di guardare il mondo. Certo, è difficile emergere da un luogo come questo, che tutti identificano solo come Gomorra, ma vorrei mostrare anche che ci sono persone diverse da quelle che si ostinano a mandare in onda in televisione, persone che guardano il mondo con occhi nuovi».

 

 

Chi conosce Anas K.? Il nuovo Jan Palach eclissato dai media

Mezzo secolo dopo il sacrificio di Jan Palach, un’altra torcia umana ha trasformato il settimo arrondissement di Lione in una nuova Piazza San Venceslao. Venerdì 8 Novembre Anas K., studente di Scienze Politiche dell’Università di Lione, ha deciso di cospargersi di benzina ed incendiarsi davanti alla mensa del campus universitario, riportando il 90% di ustioni sul corpo. La sua vita è appesa a un filo.

Ne avete sentito parlare? Prima di compiere l’estremo gesto, lo studente originario della vicina Saint-Étienne – della quale andava orgoglioso per via della sua vocazione operaia e popolare – ha lasciato un testamento virtuale sul suo profilo facebook, un durissimo J’accuse contro Macron, Hollande, Sarkozy e l’Unione Europea, colpevoli di aver ucciso il futuro degli studenti con le loro politiche, senza peraltro risparmiare la Le Pen e i giornalisti, definiti creatori di paure ingiustificate. L’attacco alla classe politica europeista, corollario del suo gesto, si chiude con l’invito rivolto ai suoi colleghi di combattere la crescita del fascismo e quella del liberismo, portatori di divisioni e disuguaglianze nel mondo.

Anas non soffriva di depressione ed isolamento come molti millennials, piuttosto era molto impegnato nel sociale, tanto da ricoprire l’incarico di segretario federale per il sindacato studentesco Solidaires Étudiant-e-s. Il suo straziante gesto, eclissato dai media che fungono da megafono della tribuna neoliberista, è un anelito di giustizia sociale, legato ai problemi economici di una generazione universitaria che in Francia riceve il ridicolo sussidio di 450 euro mensili per una borsa di studio.

Per Anas non erano abbastanza per vivere e garantirsi un futuro. E come dargli torto. I tagli all’istruzione pubblica e il rovesciamento delle risorse su quella privata stanno, riforma dopo riforma, corrodendo le speranze degli studenti ed il loro diritto allo studio. Il costo della vita, dalla criminale introduzione della moneta unica, si è impennato vertiginosamente tanto da costringere gli studenti a divenire lavoratori prima del tempo, allontanandoli giocoforza dall’impegno formativo, nonché da quello politico e sociale, autentico spauracchio per le classi dominanti e i loro valvassori all’Eliseo.

Non lascia sorpresi, difatti, la pronta reazione dei portavoce governativi d’oltralpe che hanno minimizzato la portata politica del martirio del ragazzo, invitando a ricercare le ragioni nel suo profilo psicologico. Nonostante i goffi tentativi di mascherare la realtà, fatta di precariato e classismo, di servizi accademici scadenti e studentati pieni di scarafaggi, la protesta suicida di Anas K. è un tragico bagliore di speranza affinché la generazione studentesca possa far luce sul proprio futuro, che non può e non deve passare solo attraverso gli scioperi e le parate ambientaliste del Venerdì.

Cinquant’anni prima di lui Jan Palach e Jan Zajíc si arsero a Praga in difesa della loro gente, per difendere la loro dignità di studenti oscurata dai mezzi di informazione e collocata nello scacchiere di un mondo che non gli apparteneva. Se dovessimo traslare da ieri ad oggi gli obiettivi politici di questi giovani martiri potremmo facilmente osservare che, pur cambiando il nome e l’ordine dei fattori coinvolti, il risultato non cambia. L’Unione Sovietica nella fase sua fase di decadenza, nelle sue politiche centripete, nei suoi picchi di ingerenze ed interessi sovranazionali, era così diversa da ciò che è “nato” dal Trattato di Maastricht? Brežnev era davvero più spietato di Macron?

La risposta è adagiata ben visibile sul pavimento di quel laboratorio di censura e repressione che è divenuta la Francia odierna, laddove i Gilets Jaunes sono stati lentamente infiacchiti e stroncati attraverso un lavoro certosino di sovraesposizione e distorsione mediatica, dopo essersi duramente insanguinati sul campo con le forze dell’Armata Bleus.

Se i media globalisti hanno avuto gioco facile nel diffamare un movimento così composito e numeroso, con il gesto di un singolo come lo studente dell’Università di Lione questa via non era percorribile. Meglio virare sulla rotta della censura preventiva, in stile totalitarismo, o sulla via dell’eresia del soggetto, stile Inquisizione, materia cara a chi considera insani tutti coloro che non si piegano all’ideologia dominante. All’epoca quello di Jan Palach fu probamente considerato un atto politico, un desiderio di morire libero in un mondo di oppressi, un tentativo disperato di scuotere le coscienze del proprio popolo.

Oggi invece la fiamma di Anas vuole essere dolosamente spenta, sommersa da altre notizie spazzatura nella discarica mainstream. Nel frattempo la mobilitazione dei suoi compagni universitari a Lione continua, poiché anche se sono trascorsi cinquant’anni da Palach, “i nostri popoli sono – ancora e di più – sull’orlo della disperazione e della rassegnazione”.

 

Andrea Angelini

Dell’Ilva di Taranto se ne lavano tutti le mani

L’ex Ilva di Taranto è da tempo un ingombrante altoforno i cui gas non asfissiano solamente i lavoratori e la popolazione del capoluogo di provincia pugliese, bensì hanno la capacità di disperdersi nei gangli dei dicasteri governativi romani e di infiammare il dibattito politico come pochi altri temi sul lavoro.

Al governo, che nel palio delle alleanze, delle rivalità e dei colori degli ultimi mesi ha conservato la sua componente gialla, non è evidentemente bastata la lezione di Whirlpool concernente l’unità produttiva di Napoli. Ha dovuto nuovamente sbattere la testa sul muro eretto dai padroni, sull’economia che detta le regole alla politica, sul capitale che giostra le regole del lavoro, perché non possiamo più nascondere l’ennesimo voltafaccia di un colosso industriale all’Italia dietro l’orpello dell’inesperienza di chi governa.

Una minaccia non può essere frutto di una contingenza politica. Le mani che ora si passano la palla avvelenata dell’abrogazione dello scudo penale – il quale avrebbe fatto saltare il banco nelle stanze dei bottoni di ArcelorMittal – sono le stesse che firmavano accordi di riqualificazione e ambientalizzazione dello stabilimento tarantino, mani che gestivano le casse statali che erogavano ammortizzatori sociali per appagare i capricci industriali ed occupazionali dei padroni.

Quando esponenti apicali del governo ci raccontano di rivoluzioni gentili e ci comunicano, attraverso smorfie, la loro sorpresa nel non veder rispettati accordi con una multinazionale che ha un utile operativo di 6 miliardi e mezzo di dollari l’anno, abbiamo la consapevolezza che nessuno di loro è rimasto in una fonderia oltre il tempo necessario per un comizio tra gli operai.

Nessuno di loro, prima di pensare se armare o meno la parte datoriale di uno scudo penale, ha mai pensato alle reali condizioni di lavoro dopo l’abolizione dell’articolo 18 e la defenestrazione del contratto a tempo indeterminato. Così come nel quartier generale lussemburghese della ArcelorMittal riescono benissimo a fare gli indiani, fingendo di non capire quale bomba sociale ed ambientale rappresenti la dismissione incontrollata dello stabilimento di Taranto, a Palazzo Chigi reiterano lo stesso comportamento, derubricando l’emergenza in una penosa individuazione di responsabilità cronologica nei confronti di chi ha portato sui banchi del Parlamento la norma sull’immunità penale ai gestori dell’acciaieria.

D’altra parte nel circo mediatico che viene allestito quando ballano diecimila posti di lavoro è più vendibile e ricreativo sbranarsi sotto gli occhi del domatore che offrire spettacoli edificanti, in un’ottica di unità nazionale. Che la rimozione dello scudo penale e le prescrizioni del tribunale di Taranto siano per la ArcelorMittal solo il casus belli per abbandonare un impianto non remunerativo come da aspettative, non ne parla quasi nessuno.

La crisi di acciaio in Europa è già realtà: i grandi colossi che divorano capitale finanziario e umano hanno un’oggettiva difficoltà nel trovare manovalanza a basso costo in un continente dalle grandi tradizioni industriali e sindacali. In aggiunta, l’economia stagnante del Vecchio Continente ha compresso la richiesta di acciaio e permesso alla Via della Seta – anche nel settore della siderurgia – di diventare un’arteria radiale per l’ingresso dei suoi prodotti in Europa.

Malgrado ciò e i loschi tentativi di promuovere nuove cordate di acquirenti dell’Ilva che succedano ad ArcelorMittal, in cambio di appoggio politico, lo scenario dell’ex Ilva sarebbe la tempesta perfetta per rispolverare l’ombrello costituzionale, in riferimento alla disciplina dei rapporti economici.

L’articolo 43 della Costituzione Italiana detta chiaramente che “la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazione di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

L’ex Ilva non fa forse parte di questa categoria di imprese? Siamo sicuri che i lavoratori non sappiano gestire e realizzare un piano industriale – nel rispetto delle prescrizioni ambientali – meglio di manager prezzolati i quali, se non vengono debitamente assecondati nei loro bluff, buttano le carte e si siedono tranquilli su un altro tavolo da gioco?

Sino a quando nelle politiche e nelle relazioni industriali non tornerà centrale l’assioma che è il lavoro ad essere in vendita e non il lavoratore, lo Stato Italiano giammai potrà essere in grado di affrontare seriamente il tema della gestione privata delle grosse imprese. Se nazionalizzare è un’utopia – o una distopia per i fan delle liberalizzazioni – bonificare il sito e salvaguardare i piani occupazionali rilanciando una produzione ecosostenibile deve essere il centro di gravità permanente su sui fissare il futuro di Taranto. Chi ha paura di lottare continua a morire ogni giorno invece che una volta sola.

 

Andrea Angelini

Croccolo addio, Napoli ti saluta!

Si è spento oggi all’eta di 92 anni Carlo Croccolo, artista napoletano con un curriculum di tutto rispetto nel grande schermo. Attore, doppiatore, regista e sceneggiatore, conosciuto ai più per il suo ruolo nella popolare serie televisiva “Capri” in cui vestiva i panni dell’amabile marinaio Totonno. Non meno per le sue notissime apparizioni accanto ai grandi del cinema napoletano; in primis Totò e i fratelli De Filippo.

Biografia

Carlo Croccolo nasce a Napoli il 9 aprile del 1927. Esordisce in radio, all’età di circa 23 anni, con la commedia “Don Ciccillo si gode il sole”. Successivamente calca il palcoscenico teatrale ne “L’Anfiparnaso” diretto dal regista torinese Mario Soldati. Nel 1950 l’attore napoletano recita nel film comico del tolentino Mario Mattoli, “I cadetti di Guascogna”, nelle vesti di Pinozzo. Ma è nell’89 che arriva la prima gratificazione: il David di Donatello per il film “O Re” diretto da Luigi Magni.

Alla fama, quella vera, Croccolo giunge accanto agli illustri comici napoletani Totò, Eduardo e Peppino De Filippo, in film come “Totò lascia o raddoppia?”,”47 morto che parla”, “Signori si nasce” (diretto nuovamente da Mattoli), “Miseria e nobiltà”, e ancora “Ragazze da marito” e “Non è vero..ma ci credo” (tratto dall’omonima commedia in tre atti scritta proprio da Peppino).

Croccolo e il doppiaggio

Il poliedrico artista napoletano vanta una carriera eccelsa composta da numerose perfomance teatrali e che sfiora la vetta di oltre 100 film. Risulta fervente e intensa inoltre la sua attività di doppiaggio. Croccolo presta infatti la sua voce al notissimo duetto comico Stanlio e Ollio (interpretati dall’inglese Stan Laurel e dallo statunitense Oliver Hardy), nei film “L’eredità”, “Tempo di pic-nic”, “Un marito servizievole”, etc. Nei primi anni ’50 doppia, con grande orgoglio, proprio lo stesso Totò (si dice addirittura che fosse stato l’unico ad avere questo privilegio), e altri celebri personaggi come Vittorio De Sica ne “I due marescialli”, Renato Carosone in “Caravan petrol”, Nino Taranto in “Stasera mi butto” e molti altri.

Napoli probabilmente darà l’ultimo saluto a suo figlio domani presso la Chiesa di San Ferdinando. “Addio, Carlo, la tua arte resterà eterna.”

 

La morte di un carabiniere non può dividere l’Italia

La tragica morte del Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega, sposatosi da poco di più di un mese, merita rispetto e cordoglio da parte dell’Italia intera. La vicenda del carabiniere ucciso nelle scorse ore ha più punti oscuri che certezze, domande che – data la dinamica così poco usuale dei fatti – non possono non sorgere nell’opinione pubblica.

Chi era l’uomo che ha richiesto l’intervento dell’Arma per rientrare in possesso dello zaino trafugato dai due studenti americani? Cosa consente a due turisti statunitensi, appena maggiorenni, di sentirsi così sicuri – a mille miglia da casa – da sfidare quello che nell’immaginario comune è, nel migliore dei casi, un delinquente di mezza tacca, certo, ma sicuramente inserito all’interno del tessuto criminale di una città che per i due dovrebbe essere del tutto sconosciuto? Com’è possibile che un ragazzino della Los Angeles bene, viziato, coccolato, prepotente: in soldoni un bamboccione, riesca a sferrare otto, dico otto, coltellate fatali ad un carabiniere addestrato?

La verità su questa storia, se uscirà mai, non potrà che provenire da un’aula di tribunale, ergo, con tempi biblici. I pochi dati certi che abbiamo ci permettono, comunque, di tratteggiare una situazione veramente atroce della nostra quotidianità. Del resto, fin quando fatti di cronaca che non dovrebbero essere tali, vengono manipolati ed utilizzati per meri calcoli elettorali dal ministro dell’Interno, fin quando vedremo educatori e professori esaltarsi sui social per la morte di un carabiniere, perché a loro avviso rappresentante di una non meglio identificata reazione – chi scrive si domanda quale sia l’azione a cui reagire –, non ci si potrà meravigliare che accadano vicende del genere.

Il fatto odierno è solo la punta dell’iceberg dello sfacelo totale del sistema nazione, poco importa se nelle pieghe di questa vicenda emergeranno altri fatti che riusciranno a spiegare più semplicemente l’accaduto. Tra qualche settimana, purtroppo, saremo di nuovo qui a chiederci come sia potuto accadere un qualcosa di impensabile, senza capire che la risposta sta nel nostro essere una nazione finita. Crediamo non ci sia altra chiave di lettura per spiegare certi fatti di cronaca, non fatti isolati e circostanziati, ma una lunga teoria della stessa matrice.

Del resto, non si è fatto neanche a tempo a celebrare il funerale del caduto, che una fuga di immagini da una caserma dei carabinieri, colleghi del brigadiere ucciso, direttamente sulle home page delle principali testate giornalistiche nazionali, potrebbe con buona probabilità dare una base di difesa processuale al presunto assassino. Uno Stato al collasso, una nazione finita, dove l’interesse di parte, sempre più individuale, ha soppiantato completamente l’interesse nazionale.

 

Andrea Scaraglino

Bibbiano non è una cronachetta da due soldi, è la sintesi dei mali del nostro tempo

Tre giorni fa, si è tenuto alla Camera un convegno a proposito dell’inchiesta “Angeli e Demoni” che coinvolge il comune di Bibbiano. Riportiamo qui le voci di tutti coloro che, nell’omertà generale, hanno avuto il coraggio di bucare la coltre del silenzio.

Dovevamo arrivarci, ci siamo arrivati. L’anticomplottismo dei complottisti ha appicciato la viscida targhetta del complotto anche sulle macabre cronache di Bibbiano (Reggio Emilia). Mentre giovedì ci recavamo al convegno inerente l’inchiesta “Angeli e Demoni”, organizzato presso la Camera dei Deputati da Armando Manocchia di ImolaOggi e dall’Onorevole Maria Teresa Bellucci di Fratelli d’Italia, i social secernevano il fetore di post e tweet senza remore, pronti a gettare fango su chiunque si permetta di parlare di Bibbiano.

Hanno ragione da vendere. Come opportunamente ricordato durante il convegno dall’avvocato Francesco Morcavallo: «Il permanere di questo tipo di vicende si è sempre nutrito del silenzio». Morcavallo è un uomo con la schiena talmente dritta, da aver abbandonato la toga di giudice del tribunale dei minori di Bologna nel 2013, dopo anni di battaglie portate avanti contro le nefandezze relative al sistema degli affidi all’interno del collegio. L’avvocato cosentino non lascia spazio a fraintendimenti. La notizia, nello scandalo di Bibbiano, non è rappresentata dagli abusi commessi nei confronti dei bambini, è il contesto ad inquietare: «Le istituzioni che dovevano garantire che ciò non succedesse hanno contribuito in modo efficiente al fatto che certi fatti accadessero».

È un sistema malato quello degli affidi, una gigantesca tenia che scava negli intestini del silenzio, nutrendosene alacremente. I tribunali spesso e volentieri sfornano provvedimenti d’affido non fondati su fatti e prove, bensì su soffiate, presupposizioni, delazioni, chiacchiericcio. «Perché in tutti i processi contemplati dall’ordinamento si decide su fatti e su prove e nel processo minorile no?», una risposta potrebbe offrirla il Ministro della giustizia Alfonso Bonafede, interrogato a tale proposito di recente in Parlamento: «Le questioni sollevate investono solo in parte lo spettro delle competenze del Ministero», con buona pace del principio del giusto processo e dell’articolo 111 della nostra Costituzione.

Nel corso del suo intervento Maria Teresa Bellucci ha ricordato l’imminente istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare riguardante i tragici fatti della Val d’Enza, uno strumento sul quale i vari relatori non nascondono alcune perplessità: «Da chi sarà composta? Una parte non può farla in quanto referente politico dei gestori, un’altra in quanto referente politico di altri gestori, un’altra che ancora propone gente che è stata garante dell’infanzia quando queste cose odiose accadevano. Chi la fa la commissione d’inchiesta? Diventerà una riunione di condominio».

Prende poi la parola l’avvocato Francesco Miraglia, difensore legale di tante parti lese coinvolte nell’inchiesta “Angeli e Demoni”: «Non passi l’idea che questo problema riguardi solo l’Emilia Romagna: a Venezia un bambino di tre anni veniva allontanato in modo da abituarsi all’adozione; in un’altra regione un bambino doveva essere allontanato in quanto troppo effemminato, dato che aveva come punti di riferimento la mamma e due sorelle. Il papà non c’era più. Oppure potrei ricordare di un bambino allontanato per quattro anni in comunità perché la mamma era troppo amorevole».

Per spazzare via il marcio da questo sistema infame c’è bisogno di un’azione combinata tanto sul piano processuale quanto su quello dell’informazione: parrebbe più accessibile il primo del secondo. A questo proposito, Miraglia riporta un aneddoto piuttosto umiliante per chi è solito insozzarsi le mani con questo sudicio mestiere: «Abbiamo passato due giorni a illustrare questo sistema marcio a una giornalista di uno tra i quotidiani più importanti d’Italia, questa persona è entrata anche in contatto con alcune delle famiglie coinvolte. Il giorno prima che il pezzo dovesse essere pubblicato, mi ha chiamato, vergognandosi, e dicendomi che il caporedattore, dopo tre giorni di lavoro, ha impedito la pubblicazione dell’articolo». Il sistema degli affidi illeciti è una gigantesca tenia che si ingurgita di silenzio. E di minori.

Dietro l’omertà della grande informazione si celano più ragioni: il traffico di denaro è certamente tra queste. Qualche numero l’ha riportato Alessandro Meluzzi: «50.000 bambini sottratti alle proprie famiglie naturali, per un business che vale un miliardo e mezzo di euro». Una montagna di soldi. Altra magagna riguarda il conflitto di interessi, quello in cui sarebbero invischiati i giudici onorari dei tribunali dei minori.

Un caso emblematico richiamato nel corso dell’evento dà il polso della situazione: «Una psicologa, che accusa una mamma per violenza sessuale nel momento in cui questa voleva indietro la sua bambina dopo 3 anni in comunità, era allo stesso tempo: responsabile del centro aiuti al bambino, consulente della procura e responsabile della comunità. Non solo: addirittura fu poi la stessa psicologa ad adottare questa bambina». La soluzione è condivisa: stanare i colpevoli all’interno della magistratura e disporre, finalmente, provvedimenti disciplinari ferrei. Il legislatore non si affanni, le leggi ci sono già. Occorre solo farle rispettare.

Una chiosa finale dedicata alla ciclopica macchina del fango che già parrebbe essersi messa in moto da qualche giorno a questa parte contro Bibbiano. La trama è sempre la stessa: i debunker da strapazzo, i giornalistucoli delle redazioni benvolute dai ministri della verità e i loro sodali spargono il pestilenziale incenso del complotto sulle vicende più periferiche della questione – pensiamo ai ripetuti attacchi contro il PD di questi giorni. I cani da riporto di un giornalismo composto da lecchini e invertebrati si aggirano latrando ai margini della vicenda, su questioni apparentemente inique, leccandosi i baffi mentre avvertono l’odore del sangue, il vero obiettivo delle loro sudicie, mollicce penne: si parte dalle sciocchezze e si punta dritti al nocciolo della questione. Ridurre Bibbiano, la val d’Enza e lo scandalo affidi a una cronachetta da quattro spiccioli. Un caso isolato tra tanti. Puntano dritti lì, alla decostruzione del fatto. E all’annichilimento delle vittime.

È invece necessario dire le cose come stanno. Bibbiano è l’estrema sintesi dei mali del nostro tempo: neoliberismo miscelato a una buona dose di malthusianesimo. L’inchiesta sulla Val d’Enza è una lieve spennellatina su una mastodontica montagna di merda: eventi come quello organizzato ieri alla camera non possono che aiutare un lungo e difficile percorso di ricostruzione di verità storiche e processuali. Nella speranza che non si replichino tempi biblici come quelli che hanno contraddistinto l’orrenda vicenda del Forteto.

 

Federico Lordi

Alfie Evans e la cultura della morte: il liberalismo selvaggio la difesa della vita in quanto esseri umani

Non è progressista una civiltà in cui si registrano più aborti che nascite, più divorzi che matrimoni, più cannabis club che sale giochi, dove non è possibile esercitare la libertà d’espressione dietro l’accusa di essere fascisti, o quella di riunione dietro la minaccia dei cosiddetti antagonisti (del buon senso). Soprattutto, non è realmente progressista una civiltà in cui non è possibile esercitare la libertà di movimento per fuggire da una condanna a morte e reclamare la difesa della vita di un figlio malato e bisognoso di cure urgenti quale diritto inalienabile di ogni essere umano – ogni riferimento ad Alfie Evans è puramente intenzionale. La cultura della morte ha vinto ed esteso i suoi tentacoli in tutto l’Occidente; a ricordarlo ci ha pensato la sentenza del giudice Anthony Hayden, che sarà prima o poi chiamato a rispondere dell’accusa di omicidio ai posteri (per i laici) o a Dio (per i credenti).

Huntington si sbagliava: non saranno la civiltà islamica, sinica od ortodossa a galvanizzare il crollo di questo (post-)Occidente da tempo incamminatosi sul viale del tramonto, ma il totalitarismo liberal-democratico. Un’ideologia nel cui nome vengono abbattuti governi ostili, vietati indumenti e simboli religiosi nei luoghi pubblici, censurati pensatori anti-sistema ed impedite manifestazioni, ma che napoleonicamente si è autoincoronata paladina dei diritti umani e della giustizia. La scienza come riflesso del potere ideologico dominante, una teoria del pensatore Michel Foucault oggi più che mai corroborata dalla piega che ha preso la medicina nei paesi occidentali, più interessata al profitto che alla salute. Gli ospedali e i centri di ricerca sono divenuti luoghi di business, nei quali i pazienti sono dei semplici numeri agli occhi di chi dovrebbe curarli.

Parte tutto dalla manipolazione semantica: il diritto alla vita è inalienabile ed è irrimediabilmente legato al diritto alla salute, del quale è accessorio essenziale il divieto dell’accanimento terapeutico, ne consegue la possibilità di cessare le cure ad un malato terminale od incurabile o di aiutare a morire mediante suicidio assistito una persona afflitta da depressione. La ricerca costa troppo, i governi non vogliono assumersi l’onere di finanziarla e i cosiddetti filantropi, stile famiglia Rockefeller o Bill Gates, elargiscono generose quote dei loro personali averi esclusivamente su base ideologica, ossia ad istituti ed entità coinvolte nella promozione dei diritti lgbt o della genitorialità pianificata. Il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di plasmare e trasformare in merce ogni sfera ed aspetto delle relazioni umane, dalla religione, al sesso, sino alla salute: lo mostra il caso di Alfie Evans, e lo ribadisce l’analisi “The Genome Revolution” di Goldman Sachs inerente la non-remuneratività della ricerca farmaceutica in cure definitive per le malattie. In breve, il rapporto giunge alla conclusione che lo sviluppo di farmaci e trattamenti di cura definitivi riduca nel lungo termine in maniera sensibile le possibilità di nuove infezioni, annullando il ritorno economico per i produttori. La ricerca farmaceutica dovrebbe quindi puntare a delle cure parziali, in modo tale da creare dei malati cronici, dipendenti dai farmaci o desiderosi di un costoso suicidio assistito?
Riflessioni ed invettive contro la mercificazione della salute a parte, difendere il diritto alla vita di Alfie Evans, un bambino affetto da un’epilessia mioclonica progressiva, non è solo un dovere che spetta ai suoi genitori, ma a tutti coloro che ritengono di possedere un’anima, o quantomeno una coscienza funzionante e non corrotta dalle dottrine liberal-progressiste. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sorta per vegliare sulla corretta applicazione ed il rispetto della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, chiamata in causa dalla famiglia Evans, ha scelto di (non) intervenire, mostrando per intero la sua coerente inutilità.

Nessun paese comunitario ha protestato per il trattamento riservato dalla giustizia e dalla sanità inglese a questo cittadino in fasce colpevole soltanto di essere afflitto da un male per il quale la ricerca non ha ancora prodotto risultati. Nessuno è intervenuto per fermare l’omicidio in diretta di un bambino dato a più riprese come morto cerebralmente ed incapace di vivere senza l’aiuto delle macchine, eppure capace di aprire gli occhi, muovere gli arti superiori, respirare spontaneamente e, soprattutto, sopravvivere nonostante la disintubazione e la cessazione dell’idratazione e della nutrizione. Nonostante le accuse di inazione, il Vaticano ha abilmente sfruttato la propria influenza nella politica italiana per spingere il ministero dell’interno e degli esteri a concedere la cittadinanza a questo bambino in tempi straordinari, nell’aspettativa di convincere le autorità inglesi a permettere il suo trasferimento all’ospedale Bambino Gesù, dichiaratosi pronto ad ospitarlo e trattarlo con un protocollo sperimentale. L’intromissione italo-vaticana nella vicenda non è stata però gradita dalla corte d’appello che in data 25 aprile è stata chiamata per rivedere la sentenza del giudice Hayden: al bambino è stato negato il trasporto all’estero, è stata rifiutata l’eventualità di una giurisdizione di Italia e Vaticano sul caso, ed è stata ribadita la validità della precedente sentenza che ha difatto prevaricato la potestà genitoriale trasformando Alfie Evans in un bene privato la cui sorte è gestita dall’ospedale.

Ogni ricorso della famiglia Evans in sede nazionale e comunitaria è stato vano, come vani sono stati i riferimenti fatti dai legali della coppia alle libertà e ai diritti previsti dai documenti che formano la costituzione britannica, tra i quali l’Habeas Corpus Act. Michela Marzano, docente di filosofia morale all’Université Paris Descartes, in un editoriale per La Repubblica ha giudicato l’intervento della coppia Minniti-Alfano come un pasticcio incomprensibile di un governo dimissionario che dovrebbe occuparsi solo di ordinaria amministrazione, trovando anche il tempo per parlare di ius soli. Lo stesso governo che però è piaciuto molto ai liberali di tutto l’Occidente quando, seguendo il cordone angloamericano di rappresaglie nei confronti della Russia in reazione al caso Skipral, ha espulso due diplomatici russi.

I leader del mondo libero, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, non sono stati pervenuti, fornendo una prova ulteriore della visione che l’Unione Europea ha della vita e dell’etica – la stessa Ue che oltre un decennio fa rifiutò di inserire ogni riferimento all’influenza cristiana nella storia europea nel progetto di carta costituzionale, facendo presagire quale direzione avrebbe preso il progetto europeista. È normale che una civiltà avente più riguardo per la morte dei suoi figli, che per la loro nascita e crescita, un bambino venga condannato a morte da un tribunale e che i connazionali di questo inconsapevole imputato siano maggiormente presi a festeggiare una nuova vita nella famiglia reale che a protestare per la morte di un figlio del popolo. L’Occidente è destinato al tramonto e non perché lo abbia detto Spengler, ma perché ha deciso di abbracciare la cultura della morte ed il relativismo culturale a detrimento del cristianesimo, ringraziato periodicamente e in maniera alquanto vaga per l’aiuto fornito nella realizzazione di una civiltà basata sulla giustizia e sullo stato di diritto.

Arthur Moeller van den Bruck diceva che il liberalismo fosse un cancro capace di colpire ogni aspetto dell’essere umano, pensiero, creatività, ingegno e spirito, un’ideologia da distruggere per mezzo di una rivoluzione conservatrice. Allo stesso modo, Alberto Ruiz-Gallardon, capofila del movimento antiabortista spagnolo e ministro della giustizia sotto il governo Rajoy, dichiarò ai tempi della proposta di riforma della legge sull’aborto quanto fosse importante combattere per fatare il mito della superiorità morale della sinistra.
Nel caso di Alfie Evans, proprio di sinistra e liberalismo si parla, perché i giudici che lo hanno condannato a morte hanno pubblicamente assunto posizioni di matrice liberale e progressista nei confronti di tematiche come il recupero sociale dei criminali e dei terroristi e i diritti lgbt. Hayden è il coautore di un libro intitolato “Children and Same Sex Families”, mentre Andrew McFarlane, il giudice della corte d’appello, ha assunto rilevanza internazionale nel 2015 per aver creato un precedente su un tema molto sensibile quale la surrogazione di maternità e il diritto di rescissione, dando ragione alla coppia omosessuale che aveva comprato un bambino, negando ogni diritto di potestà alla madre surrogata.

Il destino di un bambino, figlio di due persone che hanno ritrovato la fede in questi mesi di lotta legale per via dell’incredibile umanità proveniente e dimostrata dal mondo cattolico, tanto da causare un diretto interessamento del pontefice e, tramite esso, del governo italiano, è stato affidato a dei giudici noti per le loro posizioni estremamente progressiste, ma forse è solo una coincidenza. Lasciando le convinzioni etiche, religiose e politiche a parte, il caso di Alfie Evans interessa l’Italia anche da un punto di vista legale dal momento in cui gli è stata concessa la cittadinanza: ad un cittadino italiano viene impedito di tornare in patria per ricevere delle cure urgenti, tra l’altro negate nonostante il parere contrario della famiglia, e al governo italiano viene negata ogni possibilità di giurisdizione sulla vicenda da un tribunale inglese, un precedente gravissimo che in futuro impedirebbe ai governi di fornire cure a dei cittadini sequestrati illegalmente in paesi terzi. In ogni caso, Alfie non morirà invano: se dovesse sopravvivere o morire al protocollo sperimentale, allora la sua vita servirebbe alla ricerca medica come opportunità di crescita e conoscenza, e se fosse lasciato morire perché ritenuto una voce di spesa eccessiva per l’ospedale che teoricamente dovrebbe curarlo ed impeditagli ogni possibilità di cura altrove, allora il suo omicidio lo trasformerebbe in un martire, la cui storia forse servirà alla massa per capire quanto atroce e brutalmente incoerente sia il liberal-progressismo.

I maestri del liberalismo selvaggio hanno insegnato a chiamare libertà e diritti qualsiasi loro capriccio e desiderio egoistico, parafrasando Nicolas Gomez Davila. Ed è così che nelle società del malessere si riesce a malapena a trovare una folla da portare in piazza per protestare contro i tagli ai servizi pubblici e al sociale, mentre quasi chiunque è disposto a firmare una petizione o a scendere in strada per uno spinello o contro l’obiezione di coscienza.

 

Emanuel Pietrobon

 

 

Tony Iwobi e il razzismo degli antirazzisti, ipocriti quanto l’ideologia che sostengono

Un giovane nigeriano proveniente da una famiglia modesta giugne in Italia nel 1976 con un permesso di soggiorno per motivi di studio. È uno dei primi immigrati provenienti dall’Africa nera a giungere nel Bel paese, all’epoca sull’orlo di una guerra civile, dilaniato da attentati, violenze e manifestazioni squadriste da parte dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Testardaggine, volontà di emancipazione e di riscatto sociale e tanta ambizione, questi i moventi che spingono il giovane Tony Chike Iwobi a svolgere qualsiasi lavoro, muratore, stalliere e idraulico, pur avendo in mano una laurea in Scienze informatiche conseguita negli Stati Uniti. Si trasferisce nel profondo settentrione, nella provincia di Bergamo, dove viene assunto dall’Amsa in qualità di operatore ecologico, ma pochi mesi dopo viene promosso agli uffici divenendo impiegato. Cambia tanti lavori, non più umili, ricoprendo mansioni di responsabilità presso aziende italiane e svizzere, continuando allo stesso tempo ad arricchire il suo profilo lavorativo con corsi di specializzazione seguiti in Italia e all’estero.

Nel 1993 si iscrive alla Lega Nord, all’epoca movimento politico a carattere regionale mirante alla secessione delle regioni settentrionali dal resto d’Italia e ad una rivoluzione fiscale basata sul federalismo. Come nel mondo del lavoro, ugualmente Iwobi colpisce e fa carriera anche nella politica, soprattutto quando il partito inizia a perdere i suoi caratteri originari per tentare di diventare una forza nazionale facendo leva sull’euroscettiscismo, sulla minaccia dell’immigrazione incontrollata e sulla difesa dei valori e dell’identità cristiana del Vecchio Continente dal relativismo culturale del liberalismo e dall’estremismo islamico. Il colore della pelle di Iwobi non è mai stato un problema per quello che viene descritto come il principale partito xenofobo del paese, sia in Italia che all’estero, ma anzi viene visto come un elemento di forza: Iwobi raffigura lo straniero che ce l’ha fatta, partendo dal nulla e aiutato solo dalle sue capacità, che si è integrato e ha accolto positivamente valori, costumi e tradizioni del paese in cui ha scelto di vivere, l’immagine perfetta per un partito che viene periodicamente accusato di propagandare idee razziste ed alimentare tensione sociale tra le comunità etniche e religiose presenti nella nazione.

Dal 1993 al 2014 è ininterrottamente consigliere comunale a Spirano, una piccola città del Bergamasco, un decennio nel quale le sue posizioni politiche, specialmente sull’immigrazione, raccolgono l’attenzione dei leader del partito e nel 2014 viene designato responsabile federale del Dipartimento Immigrazione e Sicurezza della Lega Nord su iniziativa di Matteo Salvini. C’è Iwobi dietro alcuni slogan di successo utilizzati dal partito, diventati dei veri e propri tormentoni elettorali, come ‘Aiutamoli a casa loro!‘ e ‘Stop invasione!‘ e al programma riguardante la regolamentazione dell’immigrazione dai paesi extraeuropei, basato sull’applicazione di misure per la selezione e la scrematura delle richieste di permessi umanitari e di soggiorno, sul rimpatrio di tutti quegli immigrati clandestini sbarcati in Italia negli ultimi anni le cui domande d’asilo sono state rifiutate, sulla chiusura dell’accesso ai migranti economici.

L’elezione di Iwobi a senatore della Repubblica italiana – il primo di colore in assoluto – alle recenti elezioni ha scatenato l’ira e l’ironia sui social network, tra i politici e tra il panorama dei vari antirazzisti riciclatisi pseudo-intellettuali dell’ultima ora per deridere la sua candidatura con la Lega Nord. Il clamore suscitato dall’evento ha persino attirato l’attenzione di importanti media globali, come The Guardian, El País, Independent e Times, che ne hanno tratteggiato una breve biografia e raccontato le motivazioni della sua affiliazione ad un partito anti-immigrazione. Addirittura il calciatore Mario Balotelli ha provocatoriamente chiesto, via Instagram, a Iwobi se si fosse accorto d’essere nero; l’ex ministro dell’integrazione Cécile Kyenge ha dichiarato, invece, che l’evento non intacca minimamente la natura razzista della Lega, mentre su Facebook impazzano immagini satiriche che comparano l’accoppiata Iwobi-Salvini alla DiCaprio-Jackson del film Django Unchained.

Un negro di casa come Stephen, lo schiavo domestico della tenuta di Calvin Candie, così la superiore satira liberal ai tempi di Facebook ha dipinto Iwobi, ossia un fratello che – ripercorrendo il pensiero di Malcolm X – si è svenduto ai bianchi, di cui appoggia lotte e rivendicazioni nella convinzione che ciò lo aiuterà ad essere accettato nella società bianca. È proprio in questi momenti che emerge il vero volto delle nuove sinistre occidentali, affiorate nel dopo-guerra fredda come le più importanti manifestazioni politiche della nuova élite borghese globalista; sinistre che hanno vergognosamente abbandonato ogni riferimento al proletariato e alla difesa della classe operaia.

Da anni la propaganda di una certa sinistra martella l’opinione pubblica sulla necessità di una politica fortemente immigrazionista, tuonando slogan come ‘Faranno i lavori che gli italiani non vogliono più fare!‘ o ‘Ci pagheranno le pensioni!‘. Flussi migratori costanti e continui nel tempo come un rimedio alla denatalità e alla carenza di manodopera dequalificata a basso costo, anziché politiche incentrate sull’aiuto alle famiglie e su una reale alternanza scuola-lavoro, questo propone la sinistra, accusando poi di razzismo chiunque ritenga che l’afflusso di milioni di persone provenienti da contesti culturali profondamente differenti – senza un’adeguato meccanismo di integrazione nella società e nel mondo del lavoro, possa alimentare tensioni sociali, il mercato del lavoro nero e la criminalità.

L’assenza di un modello d’integrazione o, meglio, l’assenza di una reale volontà di integrare gli immigrati, ha portato alla proliferazione di ghetti etnici, di no-go zones, all’esplosione della microcriminalità e a sempre più frequenti rivolte razziali. Scenari di disordine ed anarchia che da decenni irrompono nella quotidianità di Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Svezia, mai apparsi in Italia, ma a cui il paese dovrebbe iniziare ad abituarsi a meno di un cambio di rotta nel modo di pensare l’integrazione e la convivenza tra etnie e culture. La risposta dei partiti e dei centri sociali di sinistra all’omicidio di Pamela Mastropietro ad opera di un gruppo di nigeriani legati al sottobosco malavitoso di Macerata è stata un corteo antifascista ed antirazzista nel quale i manifestanti hanno lanciato invettive contro i partiti di destra, l’intolleranza e le forze dell’ordine. Un episodio che dovrebbe far riflettere sulla totale alienazione della sinistra dalla realtà e che spiega l’emorragia di voti dal Partito Democratico a partiti anti-sistema come Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Iwobi è solo uno dei tanti nuovi italiani che ha preso atto dell’insensatezza delle politiche open borders e refugees welcome sostenute dalle nuove sinistre occidentali, che hanno soltanto esacerbato un clima già teso a causa della decennale crisi economica e delle tensioni inter-etniche causate dal fallimento dei progetti multiculturalisti in salsa anglosassone e scandinava.

Confindustria, Tito Boeri, Emma Bonino, Laura Boldrini, Paolo Gentiloni, Alessandro Cecchi Paone, Roberto Saviano, tanti coloro che hanno pubblicamente dichiarato di vedere l’immigrazione come una soluzione ai problemi demografici e lavorativi del paese. Nell’immaginario della sinistra l’immigrato ideale dovrebbe costruire famiglie numerose per ripopolare l’Italia (in pratica una sostituzione etnica, ma guai a dirlo) e fare lavori umili, precari e sottopagati come raccogliere pomodori nelle piantagioni del Sud Italia – citando la Bonino, e ovviamente essere ideologicamente allineato a sinistra.

Alla luce di queste cose è facile comprendere perché contro Iwobi sia stata lanciata una campagna denigratoria, oltre che razzista: lo straniero che si integra e non si accontenta dei lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma che attraverso le sue capacità si eleva socialmente e vede nell’accoglienza indiscriminata un male per tutti quegli stranieri onesti che a fatica hanno ottenuto dei meriti, è scomodo, non è stato manipolato dal miraggio dell’antirazzismo, quindi è un suffragio perduto.

No, Iwobi non è un negro di casa, e neanche di cortile, è molto più italiano e fiero di esserlo di tutti quelli che si stanno divertendo a denigrarlo, a ritenerlo un burattino dell’uomo bianco ed un venduto, e il suo ‘Aiutamoli a casa loro!‘ non è un’offesa, ma quello che l’Occidente dovrebbe finalmente iniziare a fare dopo anni di politiche neo colonialiste ed imperialistiche nel Sud globale che hanno portato al saccheggio di risorse naturali, al sostegno verso sanguinose dittature militari e a guerre per procura volte all’accaparramento di metalli rari e preziosi che sono alla base dell’odierna crisi migratoria.

 

L’intellettuale dissidente