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Ricordando Sergio Leone a trent’anni dalla sua scomparsa

Sergio Leone se ne è andato il 30 aprile del 1989, mentre preparava il colossal che idealmente avrebbe aperto una nuova stagione della sua opera, il racconto dell’assedio di Leningrado cui per anni ha cercato di rimettere mano, come esplicito omaggio al maestro, Giuseppe Tornatore. Domani la città di Roma lo ricorderà con una sobria cerimonia a Viale Glorioso, tra Trastevere e Monteverde, dove una targa ricorda l’ultimo “imperatore” romano.

Come per molti autori contemporanei, la grandezza di Leone è un riconoscimento postumo. È infatti solo in seguito alla morte del grande regista romano che la critica internazionale comincia a rivedere con occhio meno severo i suoi film. Se indubbiamente il mancato successo negli Usa di un film come C’era una volta in America è dovuto ai tagli inopportuni dei produttori, è un dato di fatto che la critica statunitense avesse, fino a quel momento, fortemente ostracizzato i suoi western precedenti.

Alle origini del western all’italiana

Il Western all’Italiana é un genere cinematografico ed è nato nella prima metà degli anni Sessanta e durò fino alla seconda metà degli anni Settanta. La maggior parte di questi film furono realizzati e prodotti da Italiani con il budget limitato, spesso in collaborazione con altri paesi europei, come la Spagna e la Germania. Conosciuto anche come Spaghetti Western.

Tra il 1962 e il 1976 si sono girati circa 450 film western. Gli anni di più elevata produzione di western italiani furono il 1966 (40 titoli), il 1967 (74), il 1968 (77), il 1969 (31), il 1970 (35), il 1971 (47) e il 1972 (48). In quel periodo l’industria cinematografica italiana divenne la più grande esportatrice di lungometraggi, seconda solo a quella statunitense.

Si accetta che il genere abbia il grande successo in Italia con il film Per Un Pugno Di Dollari (1964) di Sergio Leone che é un adattamento del giapponese ‘‘Yojimbo’’ di Akira Korusawa (1961).
Il genere Western é nato in America, a Hollywood con il film The Great Train Robbery (1903) che é stato il primo western della storia del cinema.

Negli anni successivi, il genere divenne popolare con i classici di John Ford e con il protagonista John Wayne. Le produzioni di Western rappresentavano la guerra civile americana e le lotte per avere il potere tra proprietari. Negli anni Sessanta, in America le produzioni western iniziarono a diminuire, con il passaggio del western alla TV, molti importanti registi hanno terminato la loro carriera e così gli europei
cominciarono a girare i loro propri western. Benché il western sia nato in America, i più importanti film del genere si sono girati in Italia dopo 1960. Esploso con lo straordinario successo di Per un pugno di dollari 1964, il western diventa un fenomeno fondamentale nel quinquiennio 1965-69. Mancano tutti i tipi di quello americano: conquista della terra, lotta contro gli indiani, costruzione della città e della ferrovia. Non si celebra più il trionfo del bene attraverso le  istituzioni della famiglia la chiesa o la legge; l’ultraviolenza si associa alla
rassegnazione e al fatalismo tipici della cultura mediterranea.

Il Western all’Italiana utilizzava budget molto bassi e otteneva ricavi altissimi: si girava in Africa o in Spagna. C’erano tre importanti case di produzione, La Pena, la Titanus e la Dino De Laurentiis. Gli Spaghetti Western erano diversi  rispetto al Western Americano, i film erano girati sempre dai registi italiani nei  luoghi che sembravano al West America, per i luoghi i registi usavano il sud della Spagna, Lazio e Sardegna.

Il cinema epico e di esaltazione del triviale di Sergio Leone

Il giovane Leone nasce, respira, mangia, beve con il cinema. Il suo campo d’allenamento è costituito da un genere molto in voga negli anni 50, il cosiddetto “peplum”: per questi “filmoni” in costume scrive diverse sceneggiature, fino ad arrivare alla prima regia, subentrando nel 1959 a Mario Bonnard per completare Gli ultimi giorni di Pompei e, finalmente, nel 1961, tutto solo dietro la macchina da presa per Il colosso di Rodi. Archeologia, di fatto. Impossibile, assolutamente impossibile spiegare ai ragazzi d’oggi che cosa significavano quei film per il pubblico del tempo. Atmosfere proibite, passioni e veli impudichi, sguardi assassini, “curve” intraviste sotto le tuniche. E poi spettacoli kolossal, battaglie navali (in piscina) e muri di cartapesta, bicipiti da Mister Universo e duelli che non lasciano scampo: la pacchia del cinema baraccone, filo diretto del muto di cui, anagraficamente, Sergio era davvero figlio. Ma i cofanetti patinati che tutto offrono si sono sbizzarriti soprattutto con il Leone figlio del West. Gli infiniti tempi lunghi della “Trilogia del dollaro”, le musiche di Ennio Morricone, il felice incontro di attori italiani (primo fra tutti Gian Maria Volonté) e star d’oltreoceano (primo fra tutti Clint Eastwood, fino a quel momento praticamente sconosciuto, e dici poco). Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo. I puristi, gli amanti del “vero” western, storcevano il naso davanti a questi film: come ammettere quelle attese estenuate, quegli improvvisi scoppi di brutale violenza? Ma lui aveva capito in anticipo che il mondo classico era alla fine: geniale “ellenista”, giocava e ricamava con il genere, cantando, a modo suo, la fine del mito.

Il vero intento di Leone, regista classico e sperimentatore allo stesso tempo, era quello di comprendere e far comprendere allo spettatore la vera cognizione del dolore, l’agonia che separa l’attesa dell’uomo da questo stato d’animo e l’accettazione di un destino non sempre intelligibile, ma conosciuto. Le sue storie erano fatte di campi lunghissimi, primissimi piani, di accelerazioni e rallentamenti, di dialoghi scarni e di quel rapporto contraddittorio fra suono e immagine del quale solo lui riusciva a carpirne i segreti. Un uso preordinato della musica e della fotografia, coadiuvavano la sua tecnica in grado di creare un universo autonomo e personale, all’interno del quale anche i silenzi colpiscono (e questa fu una delle prime lezioni che imparò un giovane Dario Argento dal grande maestro), all’interno del quale nulla si svela. Solo certi flashback gradualmente rendono accessibili allo spettatore quei fatali segreti che, sul piano narrativo, mescoleranno il genere nel quale Leone lavorava con le caratteristiche di altri generi, il tutto con una verosimiglianza necessaria. La verosimiglianza. Sergio Leone ne era ossessionato: «…sia pure inserita in una cornice fiabesca. […] Molti mi hanno definito un autore barocco: ecco, se per barocco si intende una pienezza dei ritmi, di composizione, di emozioni, allora posso anche accettare la definizione».

 

Fonte: https://www.mymovies.it/critica/persone/critica.asp?id=61782&r=2367

 

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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