‘’L’umana fragilità’’, l’analisi storico-artistica della morte nel saggio di Francesca Callipari

La morte nella sua accezione dovuta al pensiero comune è sempre stata interpretata come la fine di tutto; eppure, nella visione del mondo moderno, il tema della morte in sé sembra sempre più spesso relegarsi a spazi circoscritti: ospedali, case di cura, luoghi di sofferenza. Il  libro di Francesca Callipari, L’umana fragilità, concilia attraverso l’arte il rapporto fra uomo e morte: l’analisi artistica e socio-antropologica degli uomini con il trapasso approfondisce, oltre l’aspetto artistico legato alle grandi opere della Storia dell’Arte, anche un assetto filosofico spesso arginato per timore. Morire fa paura, così come intimorisce la perdita di qualcuno di caro; l’ignoto, il non avere risposte su cosa ci sarà dopo è,  probabilmente, la linfa che alimenta questi timori reconditi.

Ma come la stessa autrice sottolinea nel libro  riguardo al sonno eterno:

 ‘’È  la più autentica protagonista del vivere, accomunando nella stessa identica sorte ogni essere umano’’.

Se la storia di ogni uomo è diversa quello che è certo è che il finale sarà il medesimo,  per tutti. L’autrice, attraverso l’analisi storico artistica, presenta al lettore un’esperienza di riflessione che, a tratti, si potrebbe definire trascendentale: la vera felicità è da ricercarsi non sulla terra ma in un’altra dimensione, in quanto gli uomini vivono sulla terra ma non le appartengono. Un promemoria antico, che già appare nel Vangelo di Giovanni (Gv 17) come la stessa Callipari non manca di ricordare:

 “Viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo’’.

La caducità dell’esistenza è argomento di disquisizione e riflessione già dall’antica Grecia, basti pensare al poeta elegiaco Mimnermo.  I temi dei suoi scritti si ispirano alla giovinezza e,  in particolar modo,  alla paura della vecchiaia e della fine come conseguenza. Il componimento ‘’Come foglie’’  ne è una conferma: le foglie diventano analogia dell’esistenza umana che  ben attesta l’arcaico e atavico timore che ogni uomo, fin dalla notte dei tempi,  custodisce nei meandri delle proprie angosce:

‘’[…]Ma le nere dèe ci stanno a fianco,

l’una con il segno della grave vecchiaia

e l’altra della morte. Fulmineo

precipita il frutto di giovinezza,

come la luce d’un giorno sulla terra.

E quando il suo tempo è dileguato

è meglio la morte che la vita’’.

 

 L’eterna lotta fra l’uomo e il suo destino imprescindibile

L’autrice Francesca Callipari, storico e critico d’arte, si sofferma proprio sull’arcaica lotta dell’uomo contro il suo destino mortale e inevitabile. La mitologia greca, in questo senso, dona diversi spunti sulle innumerevoli strategie ricercate da eroi e uomini  nell’intento di escogitare piani e tattiche  per sfuggire alla ‘’Nera Signora’’: la ninfa nereide Teti che immerge Achille nel fiume Stige per renderlo immortale, inutilmente come poi si appurerà, è simbolo della continua lotta umana per sfuggire al destino ineluttabile che investe ogni uomo; oltre che emblema chiarissimo dell’imprescindibilità di un fato che accomuna ogni essere umano. E proprio partendo da questo assunto che l’autrice dà al lettore una nuova visione, stoica ma realista: si è di passaggio, il tempo è probabilmente poco quindi tanto vale adornarlo di bellezza senza sprecarlo.

Francesca Callipari si sofferma su due periodi storici molto importanti: il Seicento e il Settecento e proprio partendo dal fato mortale, finale della storia di ognuno,  pone una riflessione sulla vita esortando a viverla pienamente, contraddizioni comprese. Le opere analizzate dall’autrice risalgono, maggiormente, al  XVII e al XVIII secolo, non perché la tematica della morte abbia un’etichetta storica fissa, semplicemente perché è proprio in questo periodo che il senso di angoscia legato alla dipartita prevale sull’arte.

Il viaggio, che connette l’angoscia esistenziale legata all’aspetto lugubre e comunemente diffuso della morte, si sofferma su dipinti, monumenti funebri, ma anche sculture che ben confermano dubbi, timori, sensazioni di precarietà esistenziale condivise in ogni tempo. Ma non solo: L’umana fragilità non è un semplice libro descrittivo ma la peculiarità del testo si riscontra soprattutto nel tentativo, ben riuscito, dell’autrice di spiegare con estrema maestria l’interesse per il macabro, i messaggi dietro le composizioni e i motivi del perché un qualcosa che fa tanto paura sia comunque argomento preponderante di cui si cercano informazioni, indipendentemente dal periodo storico. I primi due capitoli sono dedicati alla concezione della morte partendo dalla storia antica: il ruolo del trapasso  nell’antica Roma e la scissione fra morte del corpo e dell’anima fino a giungere  all’ossessione della società del Seicento che costruisce e basa la vita in virtù della fine.

‘’Verosimilmente, potremmo affermare che proprio a partire dalla seconda metà del XVII secolo si pongano, in qualche modo, le basi del pensiero moderno sulla morte. Il mutamento socio – culturale sarà ancor più evidente nel XVIII secolo, periodo caratterizzato dall’esplorazione dell’uomo per il proprio “io” e dal concetto della “morte dell’altro”.

In seguito, il culto dei morti e dei cimiteri come luogo di riposo e di tacita custodia della dipartita si andrà ad accentuare proprio nel Settecento.

 

La morte attraverso l’arte, il Seicento e il Settecento: monumenti funebri e dipinti

Nei successivi capitoli l’autrice trasporta il lettore in un viaggio fra l’onirico, l’arte e la realtà dove tempo e memento mori si incontrano in modo tangibile, raffigurati in tutta la loro concretezza in monumenti funebri, incisioni ma, anche, dipinti. Il macabro si interseca alla ‘’poetica dello stupore tipica del Barocco’’ come  l’autrice delinea, così come i tipici oggetti che ricordano il momento de trapasso ( il teschio alato, simbolo artistico per eccellenza di questo periodo) si inseriscono anche  orologi, libri, candele  che evocano sia il continuo scorrere del tempo, sia al dominio della morte sulla vita terrena.

Le tombe diventano monumenti  funebri evocativi con effigi ed epitaffi, che lodano e inneggiano le gesta del defunto. Ma ricordando la celebre Livella di Totò, il Principe Antonio De Curtis, anche nella casa dell’eterno riposo esistono divisioni di classe: la gente abbiente dalle sontuose  tombe  e le classi povere della società.

Nel Seicento, per supplire alla problematica, coloro  i quali appartenevano alle classi sociali più elevate abbandonano i cimiteri per costruire cappelle e lasciare spazio a chi è sprovvisto di loculo. Solo nel Settecento si giunge a un nuovo cambiamento che vedrà la costruzione di  tombe ricche nuovamente all’interno dei cimiteri, soprattutto da parte di una classe sociale media che non si accontenta più di rimanere nell’ombra. L’autrice prosegue nella descrizione tecnica e artistica della tipologia di tombe e monumenti funebri, così come della loro locazione.  Nelle pittura, invece, così come nelle incisioni la morte diventa provocatoria, eroica e anche erotica.

Si prosegue con l’analisi di dipinti importanti dove arte e morte collidono mescolandosi in un tripudio scenografico di cui è impossibile non percepirne la potenza; è il caso di J. Louis David: Andromaca veglia Ettore, A. Gentileschi: Giuditta e Oloferne, G. Cagnacci: La morte di Cleopatra, proseguendo con le analisi di incisioni famose la scultura e i monumenti funebri del Bernini: Monumento funebre a Urbano VIII o J. B. Pigalle: La tomba del Conte D’Harcourt, per citarne alcune.

Nel viaggio filosofico e artistico in cui l’autrice trasporta il lettore c’è spazio non solo per approfondire la conoscenza delle bellezze artistiche sotto la guida di un’esperta, ma soprattutto di riflettere su una condizione che la natura umana allontana dai pensieri, automaticamente, per natura. Ed è proprio oggi, in un periodo storico post-pandemico, in cui si è stati bombardati – mediaticamente e  non – da continue notizie sulla morte che, attraverso l’arte, si può riflettere su una tematica così discussa ma poco concepita, attraverso un modus operandi distaccato che scandaglia le pieghe interiori del lettore ‘’costringendo’’, quasi, chi si approccia al testo a fermarsi e pensare come l’arte possa essere un strumento mitigatore e, a tratti, magico la cui potenza consiste fin dalla notte dei tempi a elevare spiritualmente l’essere umano anche al di sopra dei propri timori.

 

Per maggiori info sui progetti della Dott.ssa Callipari: www.iloveitalynewsarteecultura.it

 

Nastri d’Argento 2023: Bellocchio e Moretti guidano le nominations con due film superficiali e fuorvianti

Rapito di Marco Bellocchio e Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti, sono i film che hanno ottenuto le maggiori candidature ai Nastri d’argento, che saranno consegnati martedì 20 Giugno a Roma nell’arena del Maxxi.

Se il film di Bellocchio racconta di una vicenda nota su cui nel 1996 è stato pubblicato un libro, Prigioniero del Papa Re, di David Kertzer e, più recentemente, Il caso Mortara di Daniele Scalise, da cui è tratto il film, omettendo molte verità per spirito anticlericale, quello di Moretti, dove Moretti uno e trino parla di Moretti in un turbine di spocchia e autoreferenzialità, in riferimento all’insurrezione ungherese, sia pure nell’ottica legittima della finzione, offre una lettura epidermica e fuorviante.

Poco prima che l’estensione dello Stato pontificio fosse ridotta drasticamente dall’Unità d’Italia, nelle Romagne, il bambino ebreo Edgardo Mortara, apparentemente in punto di morte, fu battezzato di nascosto dalla giovane domestica cattolica, in servizio presso la famiglia dei suoi genitori. Venutone a conoscenza, nel 1858 l’Inquisitore della città di Bologna ordinò di sottrarlo con la forza alla famiglia perché fosse educato secondo la dottrina cattolica. Pio IX approvò. In seguito, Edgardo Mortara divenne sacerdote e si attivò per la conversione degli ebrei, fatto Bellocchio evitare di considerare nel suo film, sostenendo come gli ebrei, che la conversione non fu sincera.

Mentre Edgardo cresceva nella fede cattolica, il potere temporale della Chiesa stava per terminare. Tale episodio sembrava proprio essere l’emblema del cambiamento storico, nonché un piatto succulento per Cavour e Napoleone III che avevano in odio la Chiesa. Pio IX, invece, era molto preoccupato per l’ormai imminente fine dello Stato pontificio, soprattutto perché convinto che l’unione tra potere temporale e potere spirituale portasse grande beneficio ai suoi sudditi, e imporre con la forza la “salvezza” del piccolo Mortara gli sembrò un dovere in quel momento.

Un film non è un’opera di storia, e Bellocchio mostra un aspetto umanamente importante della vicenda: Pio IX si affezionò sinceramente ad Edgardo Mortara, ma non mostra come La Storia rese prigioniero il Papa di una concezione errata circa l’uso della forza materiale per imporre un bene spirituale, attribuendo la colpa al cattolicesimo stesso, nemmeno tanto all’uomo Pio IX.

Tuttavia oggi un caso Mortara non potrebbe più ripetersi perché nessun cattolico approverebbe il rapimento di un bambino ebreo battezzato in articulo mortis. All’epoca di Pio IX nello Stato pontificio si praticava la pena di morte, oggi la Chiesa cattolica è in prima linea nel chiederne ovunque l’abolizione.

In Rapito si ignora che è la fede stessa a cambiare i credenti, sono loro a cambiare non essa. Sono gli esseri umani ad evolversi. I dogmi sono i medesimi ma vengono meglio compresi di quanto lo fossero un secolo fa. Muovendosi tra horror e dramma esistenziale costruito su immagini potenti, Rapito è portato avanti da Bellocchio come una storia di identità negata.

Lo stesso Morara affidò al suo Memoriale “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX”, parole di difesa per Pio IX denunciando le strumentalizzazioni subite da parte liberale, e confessando come non si sia mai sentito privato della propria identità, semmai sempre attratto dal cristianesimo grazie alla presenza della domestica.

La prospettiva cattolica si basa su una gerarchia che non è possibile scartare se non scardinando l’impianto stesso della dottrina della fede: quando un diritto di ordine naturale (quello dei genitori) contrasta con un altro di ordine soprannaturale (il battesimo), è questo, necessariamente a prevalere” e Bellocchio, che pare davvero non abbia letto il Memoriale di Mortara, ha preferito ragionare su altre tematiche, con approccio laicista, piuttosto che focalizzarsi senza pregiudizi sulla sensibilità del XIX secolo.

Nanni Moretti invece scivola sulla questione insurrezione ungherese. Il protagonista di “Il sol dell’avvenire” straccia con un gesto simbolico il ritratto di Stalin, e interpreta ingenuamente o faziosamente, la rivolta del popolo ungherese come un moto d’indipendenza patriottica e la sanguinosa repressione messa in atto dai carri armati sovietici come un tragico errore dello stalinismo. Moretti inoltre, soprassiede sul fatto che le dissociazioni in realtà ci furono, e coinvolsero nomi di autorevoli dirigenti e intellettuali (da Sapegno a Calvino e Silone) venendo, peraltro, subito silenziate dall’ortodossia dominante.

Moretti rievoca frangenti storici che soprattutto in Italia sono stati affrontati solo da Indro Montanelli  ne “I sogni muoiono all’alba” e in Europa dall’ungherese di Màrta Mészàros ne “L’uomo di Budapest”.

Eppure esistono racconti e rivisitazioni di scontri cruenti, esecuzioni sommarie, summit segreti, sequestri, deportazioni del periodo della rivoluzione ungherese che si presterebbero bene a intricate storie sconosciute per il grande schermo.

 

Nastri d’Argento’23: Bellocchio e Moretti in pole ma i due film non convincono – La Discussione

Helmut Berger, bellezza gelida ed inquieta della settima arte

Un incandescente bagliore; è stato questo Helmut Berger nella storia del cinema italiano. L’attore austriaco, scomparso lo scorso 18 maggio, ha legato per sempre il suo nome a quello del grande regista italiano Luchino Visconti, la cui poetica si sposò perfettamente con il talento e la bellezza ultraterrena e inquieta di Berger.

Sotto la direzione di Visconti, Berger interpretò in modo magistrale protagonisti dalla personalità complessa e contorta, che lo rispecchiavano. Dopo di lui, è difficile poter dire con certezza di aver assistito ad una medesima espressione di sentimenti ed emozioni opposte: lo sguardo dell’attore esprimeva una dolcezza infinita mentre l’increspatura delle labbra comunicava cinismo e una certa dose di crudeltà. Il tutto nella stessa inquadratura.

Visconti scavò profondamente nell’interiorità di Helmut Berger fino a fare emergere la sua duplicità caratteriale che lo ha sempre contraddistinto come attore. Dopo Visconti nessun regista è più riuscito a valorizzare le enormi potenzialità istrioniche di Berger, che ha sempre amato definirsi la vedova di Visconti.

Nato a Salisburgo nel 1944  da una famiglia di albergatori, Berger non proseguì mai la strada battuta dai genitori, ma si ritrovò presto, grazie alla sua bellezza seducente ed eterea, a lavorare come modello mentre prendeva lezioni di recitazione. Poi l’arrivo in Italia, inizialmente a Perugia, dove frequentò i corsi di teatro all’Università per stranieri, per poi decidere di tentare la fortuna a Roma.

Fu proprio nelle capitale che Berger iniziò a lavorare come assistente cinematografico e qui, nel 1964, durante le riprese del film Vaghe stelle dell’Orsa, conobbe Luchino Visconti. Fu proprio grazie al sodalizio artistico e personale con il cineasta milanese che Berger ottenne il suo primo ruolo, nell’episodio (diretto da Visconti) La strega bruciata viva del film Le streghe (1967). Appena un anno dopo, nel 1968, arrivò la sua prima parte da protagonista nel film I giovani tigri, diretto da Antonio Leonviola.

Ma il vero successo arrivò con La caduta degli deì (1969), primo capitolo della “trilogia tedesca” di Visconti, dove Berger fu il luciferino e depravato Martin von Essenbeck, ruolo che gli valse una nomination al Golden Globe. Sempre con il regista milanese, vestì i panni dell’infelice Ludovico II di Baviera in Ludwig (1973) e quelli del cinico Konrad in Gruppo di famiglia in un interno del 1974. Qualche anno prima, nel 1970, l’attore ebbe anche l’opportunità di lavorare con Vittorio De Sica nel celebre Il giardino dei Finzi Contini (vincitore del premio Oscar 1972 come miglior film straniero) e, nel 1972, con Nelo Risi nel film La colonna infame.

Con la scomparsa di Visconti, l’attore austriaco iniziò a soffrire di depressione che lo portò a dichiarare di “essere divenuto vedovo a soli 32 anni“. Iniziò ad assumere alcool e sostanze stupefacenti, conducendo una vita sregolata, che lo costrinse a più di una sosta forzata, dopo che nel 1977 rischiò la morte per eccesso di droga.

Le offerte da parte del cinema iniziarono a scarseggiare e Berger decise di gettarsi a capofitto sul piccolo schermo, tornando in scena nell’adattamento televisivo del romanzo Fantomas dell’amico Claude Chabrol (1980), sceneggiato che ebbe il merito di riaccendere su di lui le luci dei riflettori. Durante gli anni Ottanta partecipò poi alla terza stagione statunitense della serie tv Dynasty, nel 1985 al film di guerra Cold Name: Emerald, per poi tornare in Italia nel 1989 e interpretare Egidio nello sceneggiato tv i Promessi Sposi e il ruolo del banchiere svizzero Keinszig ne Il Padrino III di Francis Ford Coppola (1990).

La produttrice Marina Cicogna, ha sempre sostenuto che il rapporto che legava Berger a Visconti era basato sulla crudeltà e che i suoi eccessi facevano parte della vita dell’attore anche prima della morte di Visconti, la persona più autodistruttiva che abbia mai conosciuto la produttrice: portava via quello che poteva dalla casa di Visconti; la situazione si appesantì quando Berger scoprì che, a parte una casa, non aveva avuto una lira da Luchino, che scriveva un testamento dopo l’altro.

«A Helmut non fregava niente di nessuno, dal punto di vista sentimentale», ha inoltre affermato Marina Cicogna. Sembrerebbe che la relazione tra tra Visconti e Berger fosse a tutti gli effetti un legame di subordinazione al regista milanese, d’altronde la maggior parte degli attori coinvolti nelle sue produzione, sono stati marchiati a vita, pagando un dazio artistico, emotivo e psicologico; quasi avessero assorbito l’animo di Visconti, la sua solitudine, il suo ingegno, la sua fatica mentale, i suoi sadismi, le sue mane, le sue concupiscenze, i suoi strazi, la sua stanchezza del sole, come Macbeth. E come Berger, che più di chiunque altro attore viscontiano, è stato l’emanazione all’eccesso del lato più oscuro del regista, il cui unico vero oggetto di adorazione portato verso l’illimite del fanatismo, era sua madre Carla Erba, nipote di Carlo Erba, fondatore dell’omonima industria farmaceutica.

Senza dubbio il legame tra l’attore e il regista, si presta volentieri ad una storia cinematografica che narra di un grande regista pigmalione in analisi con Lacàn e un giovane arcangelo e spietato in cerca di fortuna; l’uno è stato la fortuna per l’altro e viceversa. Un melodramma lirico dai risvolti psicologici alla maniera di Visconti dove Berger è la vera incarnazione del Male, come Martin de La caduta degli dei, gelido e violento, personaggio sadico e sorridente che ricorda Stavrogin dei Demoni di Dostojevskji quando violenta una bambina ebrea e non fa nulla per impedirne il suicidio, e il giovane Torless di Musil, il personaggio di Ludwig, alter-ego di Visconti, esteta decadente, scialacquatore e folle, e al contempo la quintessenza della malinconia e della soave inquietudine propria del personaggio di Alberto nel Giardino dei Finzi-Contini: Lo so a cosa pensi… pensi che mi manca la gioia di vivere. Ma chi… chi me la può dare?

 

 

 

 

Desenzano del Garda celebra il centenario della nascita dell’artista pop Roy Lichtenstein

La Città di Desenzano del Garda (Bs), in occasione del centenario della sua nascita, celebra uno dei più importanti artisti americani della Pop Art internazionale: Roy Lichtenstein.
Organizzata dall’Assessorato alla Cultura e prodotta da MV Eventi, la mostra “Roy Lichtenstein: the Sixties and the history of international Pop art” sarà ospitata al Castello dal 29 aprile al 16 luglio 2023 e presenterà 60 opere di Roy Lichtenstein e di alcuni dei principali protagonisti del rinnovamento artistico degli anni Sessanta.
“La cultura Pop” afferma l’Assessore alla Cultura Pietro Avanzi “torna a riempire coi suoi colori e i suoi valori le mura del nostro castello Medievale andando a valorizzarlo ancora una volta: le opere di Roy Lichtenstein rappresentano un salto nel passato degli anni Sessanta che ci proietta all’interno della storia internazionale della Pop Art. Sono convinto che anche stavolta il pubblico risponderà alla grande nei quasi tre mesi di esposizione della mostra: non a caso abbiamo scelto un’artista globale e conosciuto in tutto il mondo, visto che stiamo entrando nel pieno della stagione turistica con tante persone provenienti da tutta Europa. Ringrazio il prezioso contributo di Matteo Vanzan, curatore e organizzatore della mostra, senza il quale tutto questo non sarebbe stato possibile”.
Fonte: Getty Images
Roy Lichtenstein, uno dei più importanti artisti della Pop americana, è stato protagonista indiscusso, assieme ad Andy Warhol, del ritorno alla figurazione negli anni Sessanta dopo la stagione Informale.
Le sue opere, ormai entrate nel mito, si rifanno ad un immaginario collettivo fatto di fumetti, pubblicità, personaggi della Walt Disney, piloti dell’aeronautica militare rispondendo alla necessità di spersonalizzare l’opera d’arte dai sui più intimi significati non essendo, come dichiarò lui stesso, “interessato a divulgare tematiche che insegnino qualcosa alla gente, o che cerchino, in qualche modo, di migliorare la società”.
Il percorso espositivo” spiega il curatore della mostra Matteo Vanzan “è strutturato per offrire una panoramica sull’opera di Lichtenstein e della sua celebre tecnica pittorica che, in linea con le ricerche warholiane, mira ad associare la creazione artistica ad un vero e proprio prodotto industriale partendo però sempre dal disegno, di cui abbiamo un esemplare esposto in mostra. La tecnica dei punti Ben Day, il cui nome deriva dall’illustratore e stampatore del XIX secolo Benjamin Henry Day che li ha introdotti per la prima volta, ha portato Lichtenstein ad una riconoscibilità immediata all’interno del sistema dell’arte contemporanea facendolo diventare uno degli artisti più amati del secondo Novecento”.

 

In mostra saranno presenti alcuni dei suoi lavori più conosciuti come Crack! del 1963 usato come manifesto pubblicitario per annunciare la mostra di Lichtenstein alla Leo Castelli Gallery, As I open fire del 1967, Drowing Girl del 1987 edito dal MoMA di New York e tratto dal racconto Run for Love! della DC Comic, oltre ai suoi celebri omaggi agli artisti del passato Pablo Picasso e Carlo Carrà con The red horsemen del 1975.
Di grande importanza sarà anche l’aspetto emozionale della mostra, il cui obiettivo sarà quello di trasportare il visitatore all’interno di un’epoca intramontabile attraverso la proiezione di film, documentari come Woodstock e una ricca colonna sonora fatta di brani di Beatles, Rolling Stones, Jimi Hendrix, The Who, Janis Joplin e molti altri ancora.
“A completamento dell’esposizione” conclude Vanzan “abbiamo voluto rendere omaggio ad alcune delle personalità più importanti dell’arte degli anni Sessanta come il vincitore del Gran Premio della Biennale di Venezia del 1964 Robert Rauschenberg, Andy Warhol, l’inglese Joe Tilson, Jim Dine oltre ad una parentesi dovuta sia al Nouveau Réalisme con Arman, Yves Klein e Mimmo Rotella”.

 

La mostra, aperta fino a domenica 16 luglio, avrà i seguenti orari: 29 aprile – 31 maggio: lunedì chiuso – martedì/domenica 10.00-18.00 e 1 giugno – 16 luglio: lunedì chiuso – martedì/domenica 10.00-18.30.

‘L’Umana Fragilità’ di Francesca Callipari, un libro che indaga sul rapporto dell’uomo con la morte

Dal 18 Aprile è disponibile in tutti gli store online il libro dal titolo “L’umana Fragilità” dello storico e critico d’arte Francesca Callipari. Un’analisi storico artistica ma anche socio-antropologica sul rapporto dell’uomo con la morte, che ci conduce in un viaggio introspettivo volto ad approfondire aspetti che troppo spesso tendiamo ad allontanare per paura, invogliandoci al tempo stesso a scoprire un po’ di più alcune grandi opere della Storia dell’arte.

È questo uno dei temi più diffusi dell’intera storia dell’arte e ciò si spiega non soltanto per il fatto che rappresenti uno degli aspetti ineludibili dell’esistenza ma perché, inesorabilmente, esso si intreccia con tutti gli ambiti e i valori fondamentali della civiltà. Sin dalla notte dei tempi la morte ha avuto un ruolo centrale nell’immaginario collettivo, configurandosi come pensiero estremo e tappa inevitabile per qualsiasi riflessione incentrata sulla vita e sui suoi significati. Il tema viene qui analizzato attraverso l’arte, prendendo in esame due secoli importanti e densi di cambiamenti nei quali essa è stata grande protagonista: ovvero il Seicento e il Settecento.

Un tema trattato dal punto di vista storico ma che si intreccia per forza di cose con la contemporaneità: come affermato dalla stessa autrice l’idea di questo libro è nata proprio nel periodo covid, durante il lockdown che “di colpo ci ha fatto ricordare in maniera così pressante la caducità della nostra esistenza, facendo emergere chiaramente quanto l’uomo contemporaneo sia impreparato ad accogliere la morte e quanto, anzi, la paura lo conduca al punto di negarla”.

Con un linguaggio chiaro e adatto ad ogni tipo di fruitore, Francesca Callipari procede all’analisi delle singole opere, cercando di scavare nell’interiorità degli artisti e del lettore, facendo sì che sia l’arte stessa con la sua magia a mitigare le nostre paure, invitandoci alla riflessione.

L’autrice

Laureata in Storia dell’arte moderna presso l’Università di Firenze con una tesi in Storia della miniatura medievale, è oggi critico d’arte e curatore  mostre e si occupa prevalentemente di artisti emergenti. Ha curato mostre in Italia e all’estero. È membro del Comitato di Selezione Artisti per l’Atlante dell’Arte contemporanea e membro del Comitato Internazionale curatori della Biennale di Firenze.

Ideatrice della mostra itinerante I Love Italy, si impegna nella valorizzazione e promozione del talento italiano anche attraverso la Web Tv “I Love Italy TV – Gallery”. Tra i suoi libri già pubblicati: il romanzo “L’odiato amore” (2014) vincitore del Premio Miglior “Opera Prima” al Premio Internazionale Sirio Guerrieri.

‘Tempoforma’, la personale di Rae Martini a Milano

Federico Rui Arte Contemporanea è lieta di presentare la personale di Rae MartiniTempoforma”, in cui vengono presentate 12 opere inedite dedicate a due cicli di opere recenti, i Modulari e i Sistemi di interazione. La mostra inaugura martedì 9 maggio e sarà visitabile fino al 30 giugno, dal martedì al venerdì alle 15 alle 19 (e sabato su appuntamento).

Il titolo Tempoforma nasce proprio per evidenziare la continuità tra due elementi fondamentali nella pratica dell’artista, oggi giunta ad un notevole livello di definizione: il linguaggio e il tempo, elementi processuali e formali dell’indagine di Rae Martini, risultato di un percorso sorvegliato, coerente e sperimentale che si colloca in una produzione trentennale, così spiegata dall’artista stesso: “partendo dalla lettera, poi indietro alla struttura, poi indietro alla parola, fino al segno, alla superficie (urbana), al segno del tempo, al tempo stesso e al suo scorrere. Negli attuali Modulari domina il concetto della successione temporale e della sua manifestazione”.

Attraverso una rigorosa selezione di opere appositamente realizzate per il percorso espositivo a cura di Ilaria Bignotti, la mostra da Federico Rui Arte Contemporanea introduce il pubblico per la prima volta assoluta nella ricerca di Rae Martini: i Modulari sono formati da una composizione di carte lavorate dall’artista che provengono da libri di almeno due secoli addietro. L’artista, affascinato dalla materia che essi portano con sé, segno della loro sopravvivenza all’usura del tempo, ne seleziona decine di pagine per comporre un pattern visuale formato da più elementi accostati, sulle quali poi interviene con operazioni di pittura, incollaggio, combustione: “la carta di cui sono fatti reagisce al fuoco con grande dignità, resiste, quasi come si difendesse… Il calore liquefa l’inchiostro stampato sulle pagine che in alcuni punti si trasferisce sulla tela come se quel testo volesse sopravvivere in una nuova forma, timbrandosi a nuova vita in maniera spontanea, come una memoria che si rifiuta di scomparire”, commenta l’artista. Nella loro successione, come fotogrammi di un racconto scampato alla dimenticanza, “I moduli si susseguono regolarmente, da spaziali mutano a temporali scorrendo come i secondi nei minuti, i giorni negli anni, le decadi nei secoli. Scrivo lo scorrere del tempo, ritraendolo. I Moduli hanno tutti la stessa dimensione (o durata) e la stessa “matrice”, ma nessuno è uguale ad un altro”.

Dietro all’impianto concettuale radicato nella poetica creativa di Rae Martini, si disvela “un processo di ricerca che in un certo senso ha guardato e fatto propria la grande lezione del linguaggio consegnatagli dal diluvio delle avanguardie del Novecento, dalle parole tratte con il lancio dei dadi di Guillame Apollinaire alle mappe impazzite di Alighiero & Boetti agli Atlanti ritrovati di Luigi Ghirri, a tutta quella epica della pelle dei muri che si estende lungo l’avventura europea del Nouveau Réalisme, con in testa i “predatori urbani” francesi Jacques Villeglé, Raimond Hains e François Dufrêne, in compagnia dell’italiano Mimmo Rotella”, scrive Ilaria Bignotti nel saggio in catalogo. Assieme a queste opere, in mostra sono presentati anche alcuni Sistemi di interazione che rappresentano l’ultima fase di ricerca di Rae Martini: anche questi lavori sono formati da carta antica, intrecciata in complesse reti che diventano metafora di un sistema relazionale umano, ma anche, più ampiamente, di un modo di intendere lo scorrere del tempo, l’innescarsi dei fatti, il determinarsi delle vicende, il mistero della vita. In queste ultime opere, la riflessione di Rae Martini sta abbracciando le teorie scientifiche della fisica quantistica: trovando, in queste discipline, una formula di lettura della contemporaneità vicina al suo modo di intendere il processo artistico e la riflessione concettuale che lo sostiene.

 

 Rae Martini

Rae Martini (Milano, 1976) è un artista visivo contemporaneo che opera a livello internazionale, analizzando e ricercando interazioni estetiche e concettuali tra differenti media. Partendo dalla forma mentis matematica applicata agli studi delle strutture/stili di scrittura/lettering avanzati (stylewriting) dipinti come interventi non autorizzati nello spazio pubblico urbano, appartenenti alle prime decadi della sua produzione (1989/2010), fino all’uso successivo e attuale della materia e tecnica mista (combustioni, carta antica, smalto, catrame, cemento, solvente, fotografia) utilizzata come strumento di sviluppo. Il suo lavoro recente assume il disegno scientifico del mondo come base del pensiero contemporaneo, investiga lo stato dinamico della materia e la manifestazione della successione temporale, utilizza la ripetizione dei singoli elementi lavorati e l’insieme generato come moltiplicatore comune dei temi sui quali è basata la propria ricerca. La sua opera è in collezione permanente al MUCEM – Musée de civilisations de l’Europe et de la Méditerranée, Marsiglia, Francia ed è stata esposta in numerose sedi italiane e internazionali, tra le quali il MAC-Contemporary Art Museum of San Paolo, in Brasile, il MAmBo-Museo d’arte moderna e contemporanea di Bologna e il PAC – Padiglione d’arte contemporanea di Milano. Vive e lavora a Milano.

 

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INFORMAZIONI
Titolo mostra: Tempoforma

Artista: Rae Martini

A cura di: Ilaria Bignotti

Comunicazione e ufficio stampa: Vera Canevazzi

Luogo: Federico Rui Arte Contemporanea, via Turati 38, Milano

Opening per la stampa e il pubblico: martedì 9 maggio 2023, ore 18:00

Periodo mostra: 9 maggio – 30 giugno 2023

Orario galleria: dal martedì al venerdì, dalle 15 alle 19; sabato su appuntamento

 

I dipinti dell’artista russo Andrey Esionov rimangono nelle chiese romane

Il catalogo del progetto «Percorsi della fede. L’arte di Andrey Esionov in 7 chiese di Roma» è stato presentato martedì 21 marzo nella Chiesa di Santa Maria in Campitelli a Roma. Il volume, di 172 pagine, racconta la mostra omonima dell’artista russo Andrey Esionov, che si è tenuta da maggio a novembre 2022 in alcune delle principali basiliche e chiese della Capitale italiana.

Il libro contiene un saggio del noto critico e storico dell’arte Vittorio Sgarbi, oltre ai testi della direttrice del Pantheon Gabriella Musto, del direttore della Casa Russa a Roma Daria Pushkova, del giornalista e scrittore Francesco Bigazzi, del giornalista e presentatore Julian Makarov e di altri autori.

«Il tema del lavoro di Andrey Esionov sono i valori cristiani. La raffigurazione sembrerebbe appartenere prevalentemente al Rinascimento, ma invece è tuttora attuale. L’artista ne comprende bene l’essenza, con l’aiuto del Vangelo ci mostra la profondità del valore della nostra civiltà. E lo fa con molto talento, usando un linguaggio artistico moderno», ha affermato Alexander Avdeev, ambasciatore russo presso la Santa Sede, alla presentazione del volume.

«Siamo in un luogo particolare, forse l’unico in Europa dove la cultura è sopra ogni barriera politica – ha proseguito il direttore della Casa Russa a Roma, Daria Pushkova – proprio per questo è qui che l’arte di Andrey Esionov ha trovato il suo percorso, la sua strada verso i cuori degli italiani. E il dialogo fra i cuori, secondo me, è l’unica via giusta per la comprensione reciproca».

Il catalogo contiene anche una lettera ad Andreу Esionov dell’Arciprete Rettore del Pantheon Daniele Micheletti con la richiesta di donare al Pantheon il dipinto “La Buona Notizia” al termine della mostra. L’artista ha risposto di sì: «Il quadro è stato dipinto appositamente per la mostra del 2022, quando tutta l’Italia e l’intero mondo cattolico ha celebrato l’Anno della Famiglia. E io, ovviamente, ho considerato un onore donare la mia tela al Pantheon. Quello che è importante per un artista è che la sua opera trovi il suo posto, un suo giardino, in cui verrà conservata e dove la gente la potrà ammirare». Anche altre chiese hanno rivolto all’artista richieste analoghe.

«L’incredibile successo della mostra è stato ancor più palese quando abbiamo smontato i quadri dalle basiliche al termine dell’esposizione. Il responsabile di un’altra chiesa che non aveva avuto i dipinti all’interno del proprio edificio, ci ha chiesto di poterne esporre uno – commenta l’organizzatore della mostra, Lorenzo Zichichi, de Il Cigno GG Edizioni di Roma, che ne ha curato il catalogo, – e così «l’Annunciazione» è stata collocata durante il periodo natalizio nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli».

La presentazione del catalogo è stata accompagnata da un concerto eseguito dai giovani musicisti del Conservatorio Santa Cecilia: la soprano Desirée Giove e l’ensemble di violoncellisti sotto la direzione del M° Riccardo Martinini. Hanno eseguito le musiche di Rachmaninov, Mozart, Villa-Lobos, Bach e altri compositori.

Oscars 2023. Vince ‘Everything Everywhere All At Once’, ma meritava ‘Gli spiriti dell’isola’. Questione di conscience washing

Al Dolby Theatre di Los Angeles è andata in scena la 95ª edizione dei premi Oscar, la nottata di premiazione più attesa dell’anno. Quest’anno c’è stato un film dominatore in assoluto, Everything Everywhere All at Once che si è aggiudicato ben 7 statuette su 11 candidature.

Il film, costruito su più livelli, intrattiene con il suo montaggio e le scene action esilaranti benché sia ridondante e incontrollato. Everything Everywhere All at Once mescola tutti le vite e i generi possibili: kung-fu, wuxia, mélò, fantasy, commedia. È un film di fantasmi che compaiono e spariscono. Tuttavia sembrava la storia di due amici vestita di echi che sembrano provenire da Brecht, Buzzati e Beckett, quella più meritevole della vittoria. Gli spiriti dell’isola è un film sull’amicizia e le sue contraddizioni, ma è anche un film che parla dell’attesa di qualcosa che forse non verrà mai.

Una storia di sconfitti e reietti che però non hanno la consapevolezza di essere percepiti come tali e che dunque, agli occhi degli spettatori, si traformano in eroi comici che vorremmo facessero parte delle nostre vite.

Gli spiriti dell’isola è un gioiello di regia e sceneggiatura, che racconta l’insensatezza della guerra e del genere umano. Troppo banale e noioso? No, perché nemmeno l’acclamato vincitore sul multiverso che strizza l’occhio a Matrix,  non ha il coraggio di essere elegantemente sovversivo ed originale come questa tragicommedia sulla condizione umana.

Gli Oscars come tutti i premi, valgono quello che valgono, ma l’impressione che l’Academy abbia sfruttato al volo l’occasione per saldare alcuni debiti con la comunità e la cultura asiatiche; è la culture woke che lo chiede. D’altronde anche L’Oscar al bravissimo Brendan Fraser come miglior attore protagonista sa di risarcimento.

Se davvero si avesse voluto premiare il cinema, avrebbero premiato Gli spiriti dell’isola, appunto, o magari il sottovalutato Women Talking che ha vinto un meritatissimo Oscar per la sua sceneggiatura, quella non originale, mentre sempre a proposito di sceneggiature originali è l’Oscar a quella dei Daniels preferita a quella di McDonagh davvero imbarazzante.

 

Oscars 2023: i vincitori

 

Miglior film
Niente di nuovo sul fronte occidentale
Avatar: La via dell’acqua
Gli spiriti dell’isola
Elvis
Everything Everywhere All at Once
The Fabelmans
Tár
Top Gun: Maverick
Triangle of Sadness
Women Talking

Miglior regia
Martin McDonagh, Gli spiriti dell’isola
Daniel Scheinert e Daniel Kwan, Everything Everywhere All at Once
Steven Spielberg, The Fabelmans
Todd Field, Tár
Ruben Ostlund, Triangle of Sadness

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