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Erri De Luca

Erri De Luca: ‘Il giorno prima della felicità’, un melò poco riuscito

Romanzo dai buoni sentimenti, Il Giorno prima della Felicità (2009) dello scrittore partenopeo Erri De Luca, non riserva molte sorprese e colpi di scena. Sin dalle prime pagine si intuisce che tutto finirà bene, qualsiasi evento coinvolga il protagonista.

La trama de Il Giorno prima della Felicità richiama uno dei tanti film ambientati nei quartieri poveri di Napoli, qui il giovane eroe, una sorta di David Copperfield partenopeo, orfano e abbandonato a se stesso può confidare sulle premure di un portinaio dal cuore d’oro che lo alleva come fosse suo figlio. Il bambino scopre nel cortile del palazzo in cui vive un rifugio segreto, utilizzato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Così al racconto si uniscono i ricordi sull’occupazione tedesca, una storia nella storia, espediente abusato ma sempre di indubbio effetto sul lettore. Il portinaio si fa a sua volta narratore e racconta le atrocità determinate dalla miseria. Ma siamo in un romanzo dai buoni sentimenti, pertanto immancabile è l’amicizia con un ebreo che egli ha protetto.

Nel lavoro di De Luca è possibile individuare ogni “furbata” che si sa per certo è in grado di coinvolgere il lettore e permette alla trama di non subire cadute di tensione emotiva. Il passato evocato dal portinaio si intreccia al presente del protagonista e l’atto del narrare pone l’accento sulla magia della parola sia essa scritta o orale. La disamina metaletteraria scivola però nel didascalico moraleggiante.

A coronare questa fiera delle banalità è l’amore, inevitabilmente travagliato e ancora una volta ricalcato su qualche figura romanzesca di brontiana memoria oltre che la  fastidiosa tenacia di volere a tutti i costi trovare e far trovare al lettore somiglianze con lo spirito della cultura ebraica, ed ecco che spunta il perseguitato che vive nell’oscurità delle cantine.

Pagina dopo pagina il lettore accompagna il protagonista dall’infanzia alla maturità e si abbandona alle parentesi introdotte dall’autore con arguzia. Infatti nulla è casuale e come nei romanzi di formazione che si rispettino il finale aperto è il suggello sulle “grandi speranze” riposte nel giovane scugnizzo.

De Luca evoca con perizia ed empatia la vita nei quartieri, la loro miseria e affonda la penna nella realtà. Tuttavia l’epilogo sbrigativo si colloca più nella dimensione televisiva e rovina la patina neorealista. È innegabile che l’autore sappia raccontare una storia con padronanza ma gli stereotipi sono notevoli e a volte non è ben chiaro il suo intento, ovvero se voglia raccontare la storia di un bambino o celebrare il proprio amore per la scrittura e i libri. In quest’ultimo frangente si evince un trasporto maggiore, una spinta emotiva che a tratti l’autore non riesce a controllare e a trattare con sufficiente distacco. Di conseguenza la dimensione narrativa e quella metaletteraria non si saldano ma restano su due livelli sbilanciati e distinti. Si cerca invano di replicare l’inarrivabile e poetico universo letterario di Eduardo De Filippo, come dimostrano la presenza dei ciabattini macchietta, dei portinai che insegnano a vivere, sciorinando pillole di saggezza, e di don Gaetano, vero protagonista della storia che sa leggere nei pensieri della gente e che alleva il bambino.

Il giorno prima della felicità risulta un melò non tra i migliori di De Luca, con un finale frettoloso, dove l’autore partenopeo ha messo troppa carne al fuoco, in cui si rintracciano calchi letterari, cinematografici e televisivi, ma con un intento tutt’altro che piacevole e originale, dettato da esigenze più che altro commerciali, un filone nel quale il lavoro di De Luca si inserisce a pieno titolo.

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