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‘The Mule-Il corriere’, il road movie malinconico e autoironico di Eastwood

Io sono una forza del Passato/Solo nella tradizione è il mio amore.

Clint Eastwood, 89 anni a maggio, non c’entra nulla con Pasolini, ma il suo trentasettesimo film “The Mule” –iddio non voglia che resti l’ultimo- trasmette una malinconia ispida, asciutta, autoironica, a tratti addirittura stravagante che ne rilancia la forza poetica senza scalfire, anzi accrescendo la mitografia dell’icona. Un vero road-movie incapsulato in un falso thriller: nel mettere in scena l’ennesimo personaggio scolpito nel granito cinematografico, il grande vecchio spinge forte sull’intera gamma dei temi che gli sono familiari e cari –il disadattamento dei reduci di guerra, l’America profonda e rurale, l’inseguimento tra uomini empatici arruolati sotto contrapposte bandiere, la disgregazione delle famiglie, la difficile convivenza interetnica- senza perdere la leggerezza, privilegiando i sottotoni, preferendo il togliere all’aggiungere, incidendo sui primi piani dell’alter ego attore sentimenti allo stesso tempo minimalisti ed esuberanti, sfumati e spudorati.

Davvero straordinaria appare, poi, la classe con cui Eastwood si divincola dalle forche caudine del politicamente corretto, senza limitarsi a gettare qua e là tra i dialoghi qualche battuta cinica oppure a blandire comportamenti da libro nero del progressismo, bensì ricorrendo ai leimotiv del pensiero libertario, a quelle teorie che danno preminenza alla scelta individuale davanti alle pretese di qualunque potere politico.

E’ questo, in effetti, il legno in cui è intagliato Earl, il floricultore restato disoccupato a causa della crisi economica e prescelto dal cartello messicano di Sinaloa per trasportare quintali di cocaina dal Texas a Chicago. Neanche gli agenti più astuti della DEA possono sospettare, del resto, che il corriere soprannominato El Tata al servizio dei criminali sia un insospettabile ottantenne dai tratti rugosi, la silhouette ingobbita e il passo traballante che non ha mai preso una multa, un brontolone che canticchia il country sul suo pickup, nemico di internet e dei cellulari, un pessimo padre e marito che ha rotto i ponti con gli affetti più cari e ancora si cimenta con le baldracche (rischiando brutto a livello cardiaco), un irresponsabile egoista che all’improvviso si ritrova ricco e può togliersi qualsiasi sfizio.

Per Clint Eastwood la questione è il tempo che gli rimane. Undici anni dopo Gran Torino in cui figurava Walt Kowalski, misantropo irascibile e veterano della Guerra di Corea, Clint Eastwood mette in scena la sua fine, fino alla prossima volta almeno, riprendendo la strada in un road-trip testamentario supplementare. Per Clint non è più il tempo di scrivere la sua leggenda e di giocare col suo mito. Perfettamente cosciente di quello che suscita, si diverte ma resta secco e autentico dietro le rughe di un uomo che non ha più l’angoscia di invecchiare ma la paura di morire. Quando appare sullo schermo il cuore si ferma perché Clint Eastwood è sempre maledettamente bello, col suo sguardo chiaro, il sorriso franco e quella silhouette torreggiante che non ha perso niente della sua eleganza ma che non può e non vuole nascondere il peso delle sue primavere, quella vulnerabilità che accompagna la vecchiaia. Al tempo che incalza, come gli scagnozzi del cartello messicano, l’autore risponde rallentando.

Che fantastico rilievo assume via via la performance di Eastwood: degno di un antieroe cocciuto uscito dalle pagine di Cormac McCarthy, riesce a duplicare se stesso, ora recitando in surplace, ora sfidando con incoscienza il rischio, ora prendendo di petto chi non gli piace, ma sempre capendo e facendo capire benissimo che il tempo è l’unica merce che non potrà mai comprare. Nessun compiacimento, nessun pietismo, nessuna scusa, nessuna redenzione come avveniva, invece, in “Gran Torino” (firmato dallo stesso sceneggiatore Schenk). Se la vecchiaia esiste, la si può beffare. Se il naufragio è imminente, bisogna andargli incontro ghignando. Se il suo giorno sta per finire, El Tata affronterà la notte senza allentare la presa sul volante di una morale pratica, uno spirito indomabile e un caparbio amore per la propria terra.

 

Fonte:

Il corriere – The Mule

About Annalina Grasso

Giornalista, social media manager e blogger campana. Laureata in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con L'Identità, exlibris e Sharing TV

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