Ci sono giornalisti che raccontano la storia e ci sono giornalisti che la storia la incidono nell’anima e nella coscienza del lettore. Oriana Fallaci apparteneva a questa seconda, rarissima specie. Nel diciassettesimo anniversario della sua scomparsa — avvenuta a Firenze il 15 settembre 2006 — il vuoto lasciato dal suo registratore Olympus, dalla sua macchina da scrivere e dalla sua prosa affilata come un bisturi appare ancora incolmabile.
Con oltre 20 milioni di copie vendute in tutto il mondo e traduzioni in decine di lingue, la Fallaci non è stata soltanto un fenomeno editoriale senza precedenti per l’editoria italiana, ma una vera e propria forza della natura letteraria. Da Lettera a un bambino mai nato a Insciallah, fino al dirompente e controverso La rabbia e l’orgoglio, i suoi libri hanno scosso le coscienze, dividendo l’opinione pubblica e costringendo chiunque a prendere una posizione.
Lo stile letterario di Oriana Fallaci è un ibrido potente tra giornalismo d’assalto e narrativa d’impatto emotivo, caratterizzato da una voce inconfondibile, aggressiva e profondamente viscerale.
Tra giornalismo d’assalto e narrativa di impatto emotivo
A differenza del giornalismo tradizionale che ricerca la neutralità, la Fallaci mette sempre se stessa al centro del racconto. Il suo “Io” guida il lettore, esprimendo giudizi, emozioni, rabbia e indignazione senza filtri.
Nelle celebri interviste ai potenti della Terra (da Kissinger a Khomeini), il suo registro non è quello dell’ascoltatore, ma dell’interrogante, usando domande incalzanti, provocazioni e confronti diretti che trasformano il dialogo in un duello verbale.
La sua scrittura è asciutta, martellante, ricca di frasi brevi e incisive. Non teme l’eccesso teatrale. Che descriva la guerra in Vietnam o un monologo intimo, il suo linguaggio attinge a categorie assolute: vita, morte, coraggio, codardia, libertà e oppressione.
Oriana è stata un’apripista solitaria e feroce in un mondo di uomini. È stata la prima donna italiana ad andare al fronte come inviata di guerra, prima giornalista italiana in Vietnam, documentando con un coraggio incosciente i conflitti più sanguinosi del Novecento: dal Vietnam all’America Latina, dal Medio Oriente alla guerra del Golfo, con partcolare attenzione alla condizione delle donne. Quando il giornalismo bellico era una prerogativa esclusivamente maschile, lei indossava l’elmetto, masticava la polvere delle trincee e restituiva la verità nuda e cruda della follia umana, senza mai risparmiare il proprio corpo né la propria anima.
La sua importanza monumentale risiede nell’aver reinventato l’arte dell’intervista politica. Di fronte ai grandi della Terra — da Ayatollah Khomeini a Henry Kissinger, da Muammar Gheddafi a Golda Meir — la Fallaci non faceva da cassa di risonanza al potere. Lo sfidava, lo incalzava, lo denudava. Famosissimo il gesto con cui, di fronte a un inflessibile Khomeini, si strappò dal capo il chador definendolo «uno stupido cencio medioevale». Non intervistava i potenti per servilismo, ma per mostrare al mondo la debolezza e le contraddizioni di chi muoveva i fili del pianeta.
Negli ultimi anni di vita, segnati dal “Alieno” — il cancro che la stava consumando —, la sua penna si è trasformata in un grido d’allarme contro il declino dell’Occidente e la minaccia del fondamentalismo islamico. Un grido assordante, passionale, a tratti feroce, che le attirò critiche durissime, ma che confermò la sua totale incapacità di compiacere la politica o il politicamente corretto.
Se il New Journalism americano voleva mostrare l’America attraverso uno specchio sociologico e stilistico brillante, Oriana Fallaci ha trasformato il giornalismo in un teatro di impatto etico ed esistenziale dove la Storia è un corpo a corpo personale.
La grande lezione che Oriana Fallaci ci lascia in eredità non risiede necessariamente nell’essere d’accordo con le sue tesi, ma nella sua irriducibile onestà intellettuale e nel suo amore incondizionato per la libertà. Ci ha insegnato che il giornalismo non è diplomazia, non è accomodamento, non è ricerca del consenso. Il giornalismo è passione, rigore, ricerca ostinata della verità e, soprattutto, il coraggio di dire la propria opinione a testa alta, anche quando il prezzo da pagare è la solitudine. Oriana ha vissuto e morire da donna libera. E questa è una lezione di cui oggi, più che mai, si sente un disperato bisogno.
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