La Befana, nella tradizione popolare italiana, è una figura caleidoscopica e ambivalente; una vecchina benevola povera ma generosa che incede con i suoi simbolismi, durante il gelido inverno. Giovanni Pascoli, in questo senso, è il poeta che più di tutti ha saputo coglierne la complessità, sottraendola al folclore superficiale e restituendole non solo profondità poetica ma, specialmente, un aspetto e un tratto più umano.
In La Befana, componimento pubblicato nel 1897, il poeta non descrive solo sentimenti appartenenti a una dimensione ludica – come solo una festa per bambini può trasporre nella realtà – ma evidenzia un universo sospeso che collima fra le pieghe del sogno e del disincanto. La Befana del poeta non è il personaggio gioioso e goliardico che spesso si ritrova nelle note filastrocche appartenenti alla tradizione; si tratta, invece, di una presenza notturna che timidamente si fa spazio attraverso il paesaggio glaciale proprio dell’inverno. Nello scenario in cui questa figura avanza con incedere lento, non c’è la letizia della filastrocca ma uno scenario invernale povero, fatto di vie buie e case modeste. La Befana di Pascoli non è un’eroina ma una figura che si stringe agli ultimi.
La poetica di Pascoli e la dimensione infantile non idealizzata
L’infanzia, come spesso accade nella poetica di Pascoli, è il centro emotivo del testo. Quella che descrive il poeta, tuttavia, non è una dimensione infantile idealizzata in quanto i fanciulli presenti nei versi sono tutti avvolti e colti in una parvenza di fragilità. La Befana, figura benevola che consegna un dono simbolo di speranza, assume un valore allegorico: il gesto del donare non promette alcuna felicità o risoluzione della condizione presente ma si ammanta di bontà in quanto, proprio quel dono, è promessa silente di una minima forma di consolazione.
La figura della Befana in Giovanni Pascoli non è fulgida e nemmeno rassicurante o risolutiva: è stanca, curva e povera e proprio perché imperfetta è intrinsecamente e profondamente umana. A tal proposito, proprio nel personaggio della Befana si riflette uno dei temi centrali di tutta la poetica Pascoliana: il moto compassionevole di chi, nonostante viva ai margini, dona senza possedere. Si pensi, per esempio, alla raccolta Myricae in cui compaiono le poesie “La Cucitrice” e “L’Aquilone” che ben delineano la tematica, seppur in forma differente. O, ancora, ne I Poemi Conviviali in cui il poeta esplora la figura marginale dell’aedo cieco: tutta quella emarginazione esistenziale dell’uomo che, in Pascoli, si riflette nell’esule in balia della storia, della natura o della morte.
Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! la circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed è il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
Dal punto di vista ciclico del tempo, ma anche simbolico, la festa dell’Epifania rappresenta anche un rito di passaggio che pone fine al periodo delle feste: una chiusura, quindi, che Pascoli avverte fortemente. Il momento iniziale dell’inverno, quello spensierato che dà il via al Natale, si conclude e dopo l’ultima festività dell’Epifania la magia si spegne: resta l’inverno vero, quello tacito, lungo e glaciale di gennaio e febbraio.
In questo senso, la Befana diventa anche metafora del fluire del tempo, degli anni che scorrono e non tornano, così come la dimensione infantile: un tema abbastanza ricorrente nella produzione pascoliana – si pensi a L’ora di Barga o La mia sera – segnata dalla nostalgia.
La Befana, una voce del passato che abita la memoria collettiva
In Pascoli la tradizione popolare è sempre vivida e presente; non funge mai da orpello ma, anzi, è una voce del passato che attraversa la memoria collettiva del presente in cui si depositano speranze, esperienze umane e sofferenze. In questo senso – risulta seppur indirettamente – presente la poetica del fanciullino: il personaggio della Befana è un tramite verso l’infanzia che non chiede all’adulto di guardare indietro alla dimensione del tempo che fu con fare malinconico e piangente, come un’Arcadia perduta e mai più recuperabile, ma come un luogo che ha bisogno di essere accolto e curato. In questo paradosso – una donna vegliarda e povera che incarna lo spirito dell’infanzia poiché vicina ai bambini– si coglie uno dei nuclei centrali della poetica pascoliana: la convivenza di innocenza e dolore, di tenerezza e sofferenza.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
Nella poesia La Befana Pascoli si allontana dalla rappresentazione festosa del personaggio per denotare questa figura di caratteristiche umane, ma non per questo minori o poco fulgide. La sua Befana è una creatura povera e silente, non c’è gioia rumorosa né allegria infantile poiché dominano dettagli quotidiani e realistici: il freddo, la fatica, la povertà dei doni. La poetica delle “piccole cose”, tipica del suo stile letterario, attraverso le quali Giovanni Pascoli coglie verità profonde dell’esistenza umana.
Un simbolo di maternità: sacrificio e perdita del carattere celebrativo e trionfale
La Befana pascoliana assume anche tratti materni in quanto porta doni ai bambini non per abbondanza, ma per amore: i suoi gesti sono semplici e carichi di sacrificio. In questa prospettiva, la Befana diventa simbolo di una maternità universale e sofferente, vicina alle figure femminili umili e silenziose che ricorrono spesso nell’opera di Pascoli. Sempre nella poetica del fanciullino, Giovanni Pascoli scrive:
‘’Il fanciullino che c’è in noi cerca sempre l’amore della madre, sempre la madre’’.
La vecchina povera e silente diventa emblema di amore materno, dove sofferenza e sacrificio segnano l’amore delle madri: tematiche magistralmente esplorate nella raccolta I Canti di Castelvecchio. Nella poesia Pascoli inserisce anche un parallelismo: una mamma benestante che ricopre di doni i suoi bimbi e una mamma non abbiente, triste perché non è riuscita a regalare nulla ai suoi piccoli nonostante siano stati buoni.
Guarda e guarda… tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
Guarda e guarda… ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini
[…]
Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampana di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
D’improvviso la Befana si ritrova in un casolare diverso: c’è una mamma che piange. Ogni anno assiste inerme alle stesse scene, in un susseguirsi di tristi visioni che si ripetono.
Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra le ceneri e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
Veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
In Pascoli la festa dell’Epifania perde ogni carattere trionfale e celebrativo, ma anche religioso nel senso più tradizionale: non c’è alcuna commemorazione solenne in atto ma solo una fredda notte silenziosa, in cui un piccolo gesto non può cambiare il mondo ma può salvarlo dalla sofferenza in quanto scambio che promette speranza. La marginalità esiste, ma è il gesto umile e quotidiano di chi dona senza nulla chiedere in cambio il vero miracolo. La Befana sveste i panni della figura fiabesca in Giovanni Pascoli per divenire un simbolo poetico di povertà dignitosa e affetto silente, oltre che di compassione universale. Proprio attraverso questa piccola vecchina vestita di cenci il poeta esprime una visione del mondo lirica, umana e profondamente attuale: anche ciò che sembra fragile, debole, esausto o marginale ha insito in sé un valore morale capace di diffondere amore.
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