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“Highway 61 Revisited”: la rivoluzione di Bob Dylan

Highway 61 Revisited- Columbia Records-1965
Highway 61 Revisited- Columbia Records-1965

Ci sono album capaci di modificare il corso degli eventi, di influenzare il pensiero e le coscienze di intere generazioni cambiandone per sempre l’identità ed addirittura la storia. Highway 61 Revisited di Bob Dylan è uno di questi. S’impone nell’immenso caleidoscopio musicale degli anni ’60 grazie ad una, fino ad allora, inedita miscela sonora e a delle liriche che, per la prima volta, assumono dignità letteraria. Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan, da Duluth, Minnesota, non è nuovo a queste cose. Dapprima infarcisce di poesia la canzone di protesta, il folk di monumenti quali Woody Guthrie e Pete Seeger, componendo classici senza tempo quali Blowin In The Wind o The Times They Are A- Changin’, in cui riesce nell’impresa di coniugare acuta critica sociale con metafore e surrealismo. Poi frequenta personaggi chiave della beat generation quali il poeta Allen Ginsberg, che gli insegna un nuovo uso delle parole ed un nuovo metodo di scrittura. Quindi stanco della sua immagine di “menestrello” tutto armonica e chitarra decide di mettere su un dannatissimo gruppo rock e spazzare via per sempre il folk. Con l’aiuto di musicisti quali Robbie Robertson, Levon Helm, Garth Hudson (futuri componenti del gruppo The Band) compone ed incide Bringing It All Back Home, primo storico capitolo della cosiddetta “trilogia elettrica”. Pubblicato nel marzo del 1965 è uno shock terribile per i fan della prima ora che non apprezzano assolutamente il nuovo corso dylaniano arrivando, perfino, a bollarlo come traditore. Ma Dylan va dritto per la sua strada e, dopo aver reclutato gente del calibro di Mike Bloomfield, Al Kooper, Harvey Brooks e Charlie McCoy, registra il secondo atto del suo personalissimo trittico. Pubblicato a soli cinque mesi di distanza dal lavoro precedente, Highway 61 Revisited è un attacco frontale alla musica Americana. Intitolato significativamente col nome dell’autostrada che collega il Minnesota (stato natale dell’autore) con la Louisiana (patria della musica nera per eccellenza), quest’album stupisce immediatamente pubblico e critica per i testi di altissimo livello poetico/concettuale ed un sound tipicamente rock pieno di venature blues.

“E’ inconcepibilmente buono….come può una mente umana fare questo?” (Phil Ochs– cantante e compositore-1965)

La geniale apertura di Like A Rolling Stone (che Bruce Springsteen definì “un colpo di rullante che suonava come se qualcuno ti avesse spalancato le porte della mente”) pianta un chiodo nel futuro. Bob Dylan snocciola la storia di una disadattata con uno stile che, pur richiamando il più tipico talking-blues, anticipa il futuro strizzando l’occhio al rap. Su tutto un ritornello ormai leggendario ed il memorabile riff organistico di Kooper.

Bob Dylan durante le session per Higway 61 Revisited
Bob Dylan durante le session per Higway 61 Revisited

Le parole volano, si rincorrono, si trasformano nella voce di Dylan che persegue la sua lucida visione poetica in Tombstone Blues, in  It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, nella tambureggiante From A Buick 6, nella dolente Ballad Of A Thin Man, nell’appassionata Queen Jane Approximately, nella divertente cavalcata Higway 61 Revisited, nella tenera Just Like Tom Thumb’s Blues, fino ad arrivare allo scarno ed apocalittico affresco di Desolation Row (unico brano interamente acustico presente nell’album) contenente uno dei testi più belli e significativi mai scritti nella storia della musica contemporanea. Si viene così a comporre uno straordinario mosaico fatto di citazioni colte, richiami biblici, solidità country, vertiginose iperboli, visioni estatiche, suoni insoliti, robustezza blues, rabbia folk, tormenti privati, pubbliche virtù, brillantezza pop che ha, per la cultura del ‘900, la stessa identica valenza di quadro di Picasso o di un romanzo di Hemingway.

Dylan è al culmine del suo genio e della sua sregolatezza (che lo porterà a pubblicare, meno di un anno dopo l’acclamatissimo capolavoro e primo doppio album del rock Blonde On Blonde) riuscendo a vedere quello che altri non vedono e a sentire cose che altri non sentono. Nessuna concessione al successo, alla critica ed al pubblico, solo la ferma intenzione di un artista a perseguire una sensazione, un sogno traslucido, una visione in barba a tutte le convenzioni socio-poetico-musicali. La consacrazione arriverà suo malgrado trasformando quest’album seminale e rivoluzionario in un autentico trionfo in grado di innalzare il suo autore a figura iconica del XX secolo.

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