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“La Buona Novella”: Il Vangelo secondo De Andrè

la buona novella

Dal Vangelo secondo Fabrizio De André, “La Buona novella”.Si potrebbe affermare senza paura di essere smentiti, che, per complessità del tema trattato, per la profondità delle parole usate e per la bellezza delle musiche composte, siamo di fronte all’album più bello ed importante della storia della musica italiana. “La Buona Novella”, datato 1970, è un’allegoria, un concept-album difficile, ambizioso, maestoso ma anche incredibilmente poetico e commovente. D’altronde non è mai facile parlare di Dio ( altri artisti come Mick Jegger, Renato Zero, Franco Battiato, Francesco Guccini, I Nomadi ne hanno parlato nelle loro canzoni), di fede e di religione senza scadere nella banalità, nel cattivo gusto o peggio, nell’offendere qualcuno. Per ovviare a questo spinoso problema Fabrizio De Andrè sceglie un punto di vista atipico, singolare. Sceglie di mostrare il lato umano di figure da sempre dotate di una forte carica spirituale quali il Cristo, la Vergine Maria, San Giuseppe e i due ladroni. Ma il lato umano di tali personaggi non è certo rintracciabile nei quattro Vangeli Canonici, va cercato altrove ed il buon Faber lo trova nei testi “maledetti” dalla Chiesa, nei libri messi “all’Indice”, nel lato oscuro della cristianità, i cosiddetti Vangeli Apocrifi. Molti di voi si chiederanno cosa sono i Vangeli Apocrifi. Sono, molto semplicemente, quei testi risalenti all’epoca di Cristo che non sono riconosciuti dal Vaticano perché tendenti a descrivere eventi quali la Natività, la Passione e la Resurrezione in maniera molto più “terrena” e molto meno “divina”. Lo stesso De André ha ammesso:

« Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena rivolta studentesca; e le persone meno attente – che poi sono sempre la maggioranza di noi -: compagni, amici, coetanei, consideravano quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, che noi stiamo sbattendoci perché non ci buttino il libretto nelle gambe con scritto sopra sedici; noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall’autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi.” …. Non avevano capito – almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza – che La Buona Novella è un’allegoria. Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell’autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali. »

In dieci magnifiche canzoni, introdotte da una maestosa Laudate Dominum, si snoda la vicenda della vita di Gesù dalla nascita fino alla morte sul Golgota. Si parte dall’Infanzia di Maria, il cui titolo dice tutto, ed attraverso il Ritorno di Giuseppe fino alla poeticissima il Sogno di Maria si affronta il tema dell’Annunciazione, del matrimonio combinato e della gravidanza inaspettata (in fondo Maria è una ragazza/madre). La Natività vera e propria è affidata alla splendida e pseudo/femminista (specie nel verso “Femmine un giorno e poi madri per sempre/ Nella stagione che stagioni non sente”) Ave Maria in cui la poetica di De Andrè tocca vertici incredibili legandosi a meraviglia con le note concepite da Giampiero Reverberi. Il lato B tratta della Passione e si apre con la terribile Maria nella bottega del falegname, dove, attraverso un struttura in forma di domanda/risposta, Maria apprende la terribile notizia della condanna a morte del figlio. Via della croce, ovvero l’ascesa al patibolo di Gesù e la straziante Tre Madri, introducono quel capolavoro assoluto che è Il Testamento di Tito, ovvero i Dieci Comandamenti in musica (incredibile!), in cui il ladrone “buono”, Tito appunto, confessa in punto di morte di aver violato, una ad una, le leggi donate dal Signore a Mosè ma di provare pietà per quell’uomo che muore con lui da innocente e di aver finalmente compreso, grazie a quel gesto finale, il vero significato della parola Amore. La chiusura è affidata a Laudate Hominem, una ripresa vera è propria del pezzo di apertura del disco, in cui, grazie al cambio di titolo, si vuole sottolineare la natura prettamente umana del Cristo. Arrangiato superbamente da Giampiero Reverberi ed inciso con l’ausilio dei musicisti della PFM (Premiata Forneria Marconi), La Buona Novella è un album quasi incredibile perché nessuno, né prima né dopo, ha mai “osato” affrontare e, perché no, mettere in discussione uno dei movimenti religiosi più diffusi del mondo. Il rivoluzionario cantautore ligure ha saputo coniugare etica ed estetica. Ma si sa, De André è De André e con quella sua classe, con quel suo tocco, con quel suo genio poteva dire e fare praticamente qualsiasi cosa.

La spiritualità espressa meravigliosamente da De André in questo album, in realtà è sempre stata presente nella lirica del cantautore, molte volte intrecciata con motivi sociali e anarchici come dimostrano La città vecchia del 1965 e Preghiera in gennaio del 1967. De André riesce a rendere anche quel fascinoso alone di mistero che accompagnava  la figura di Gesù (rappresentato come un uomo “vestito di sabbia e di bianco”).

La Buona Novella è una rilettura del Vangelo e del suo messaggio cristiano, insistendo sulla denominazione di Figlio dell’uomo e non di Figlio di  Dio che in verità non è lontana da quella dei Vangeli canonici. De André si dimostra un poeta (come non considerare pura poesia un’opera simile) innamorato dell’essere umano e nemico del potere come lo è  stato Gesù, non di certo un esempio di pio cristiano ma sicuramente un uomo profondo lontano dalla sterile estetica della fede praticata da molti cattolici.

Una visione riduttiva e in un certo senso comoda per chi è laicamente nemico del potere e vicino ai più deboli? (In realtà vi sono molte persone non credenti che sono inconsapevolmente portatori del messaggio cristiano, e ciò farebbe pensare ad un Dio immanente non trascendente) Certamente qualcuno potrebbe pensarlo, chiedendosi perché del Vangelo si prendono solamente gli aspetti che fanno più comodo. Tuttavia nell’ascoltare queste poesie ci si rende conto di come un approccio di questo tipo possa risultare producente e avvinicare la gente alla se non alla fede alla spiritualità. De André, da perfetto autore del ‘900, è uomo degli interrogativi, dei dubbi, non delle risposte, di crisi non di certezza, tranne, forse, una che rappresenta la strada che ci conduce a Dio che può essere percorsa, secondo il cantautore, guardando ai nostri simili, agli altri e quindi all’ uomo Gesù che nel Vangelo secondo Giovanni, 14,1-14 dice :<<Chi ha visto me, ha visto il Padre>>.

Il pensiero di Faber non è poi così lontano da quello di alcuni  teologi come Von Balthasar il quale, facendo da eco a De André, si chiede e risponde: “Chi è il cristiano? Uno che impegna la propria vita per i fratelli, perché egli stesso è debitore della vita al Crocifisso. Ma che cosa può dare seriamente ai fratelli? Non soltanto cose visibili: il suo dono – ciò che è stato dato a lui stesso – affonda nelle cose invisibili di Dio”.

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