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In ricordo di Luigi Tenco a cinquant’anni dalla sua morte

Sembrava andare tutto secondo copione quella sera del 1967 al Festival di Sanremo. La diretta televisiva mostrava volti sorridenti e star brillantinate che si esibivano seguendo un ordine prestabilito. L’ultimo cantante in gara, che chiudeva la seconda serata del festival, era Luigi Tenco, ma ad ammirarlo potevano esserci solo gli spettatori del Casinò perché la diretta televisiva era stata interrotta per lasciare spazio ad un documentario intitolato “Un giorno alle corse”.

Il brano di Tenco è bello, un grande affresco sugli addii, sull’abbandono, sulle tradizioni. Ma è troppo per un festival legato a strutture melodiche preimpostate e che accetta malvolentieri canzoni impegnate fuori dagli standard. Così “Ciao Amore, Ciao”, cantata anche da Dalida è eliminata e non viene neanche ripescata dalla giuria di esperti più orientata a mantenere equilibri tra le etichette discografiche che a valutare serenamente il pezzo.

Secondo le versioni ufficiali dopo l’esibizione Luigi Tenco, deluso e amareggiato per l’eliminazione, si sarebbe suicidato nella sua camera d’albergo. A distanza di cinquant’anni, però, il condizionale resta d’obbligo perché le circostanze precise che lo hanno condotto alla morte non sono ancora chiare. Che si sia trattato di suicidio o di omicidio resta però il fatto che quel venerdì 27 gennaio 1967 ci ha lasciato uno dei più grandi innovatori della musica leggera italiana.

Tenco insieme a Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Gino Paoli e Umberto Bindi era tra gli esponenti della scuola genovese che, con riferimenti dal gusto internazionale, ha cambiato radicalmente l’approccio della canzone sui temi impegnati. Il sociale, l’individuo, l’ideologia e tanti aspetti della vita quotidiana cominciano ad invadere le melodie di questi cantautori.

Luigi Tenco ha però qualcosa in più. È un sassofonista, il jazz gli è familiare, e da questo genere acquisisce lo spirito di libertà che riecheggia anche nei suoi testi. Tenco riesce a combinare lo spirito rivoluzionario e i sentimenti in un tormentato e struggente racconto della sua contemporaneità che assume toni di sublime poesia.

Forse è arrivato il momento di dire con forza a Luigi, in un dialogo impossibile, ti vogliamo bene e ti ringraziamo per le parole che ci hai lasciato. Il Festival è stato ingrato nei suoi confronti ma, si sa, lo show deve andare avanti. Chissà se oggi a distanza di cinquant’anni Carlo Conti non vorrà rendergli giustizia dedicandogli lo spazio dovuto.

Probabilmente aveva ragione Donatella Rettore che in un celebre pezzo cantava È morto un artista, e invece di piangere fanno festa!. Le parole più belle però sono quelle che gli dedica Faber nella “Preghiera in gennaio”, uno dei brani più struggenti scritti da De Andrè.

A noi non resta che ascoltare e assaporare le note di questi grandi artisti perché, in realtà, Tenco è immortale e ogni volta che riascoltiamo le sue parole torna a vivere nello splendore dei suoi ventotto anni.

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