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Italia campione d’Europa: il volto della vittoria

Le gesta dei campioni sono previste dai tratti del viso, dall’ego del corpo. Naturalmente non fanno eccezione i ragazzi della Nazionale d’Italia, campioni d’Europa dopo più di 60 anni, per la seconda volta il cui volto e corpo raccontano molto.

Il viso è la nostra impronta digitale, il corpo non è il carcere dell’anima ma il suo stampo, non una protesi ma l’ipotesi con cui perforiamo il cerbero del giorno.

Per questo, cerchiamo, a volte, di contraffare le sembianze, di mascherarci, di dotare il viso di un destino ulteriore. Sfasciare un viso significa insistere sulla sorte e sulla fama di chi lo indossa: si mira al volto perché quello è il cuore dell’uomo; si boxa per ridurre in poltiglia la sorte dell’avversario.

A Bisanzio, alla sconfitta politica seguiva la tortura del viso: si cominciava segando il naso, poi mozzando le orecchie, infine cavando gli occhi. Diventare irriconoscibili, cioè: abitare la morte, orfani di futuro. Il ricorso, costante, alla chirurgia estetica mira anche a questo: camuffare la sorte.

Un viso può essere, per istanti miracolosi, costituito dalla somma di più volti. Nell’Italia che ha vinto gli Europei, ad esempio, nessun viso spicca con ineluttabile potenza: forse quello di Federico Chiesa, ampio, anomalo, spavaldo, ricorda quello di Alessandro Magno nel mosaico della Casa del Fauno. Il viso da scugnizzo e il corpo minuto ma agile di Lorenzo Insigne.

Pur avendo un volto tipizzato, scaltro, poco appariscente, Insigne è capace di colpi micidiali, ma estemporanei: così regna il fato. Lionel Messi ha la faccia di un tonto ed è il più grande calciatore del pianeta; anche lui, come Michael Johnson, muta fattezze giocando, si accende, brucia di una nobiltà irrequieta.

Di Chiellini è leggendario il cranio ciclopico, un titano; di Jorginho l’azzardo facciale di un Peter Pan; dagli occhi stretti, felini, di ‘Gigio’ Donnarumma qualcuno avrebbe potuto intuire che a 22 anni sarebbe stato una ‘certezza’ della Nazionale italiana – ma lui ha mani più significative dello sguardo.

Più interessante la trasfigurazione di Roberto Mancini: di lui si rammenta il naso, deciso, il ciuffo, la mascella, un volto nostalgico e scaltro, rapito dalla noia, eroe della dissipazione e del ‘bel gesto’; ora è spigoloso, lucido, perfino fosforescente, in estasi per la strategia, eroico nel calcolo. Il genio della Nazionale è proprio lì: nell’assenza di un volto che primeggia, di una prima donna, di un prim’attore. Insieme, tutti, compongono il volto della vittoria.

About Annalina Grasso

Giornalista, social media manager e blogger campana. Laureata in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con L'Identità, exlibris e Sharing TV

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