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Intelligenza artificiale

L’attrito come privilegio: se ad Harvard si fa la fila per il corso che vieta l’intelligenza artificiale

Nelle aule austere di Harvard Yard si sta consumando una silenziosa controrivoluzione pedagogica, e i suoi promotori più accaniti non sono cattedratici nostalgici arroccati su antiche consuetudini, ma gli studenti stessi. Negli ultimi semestri, mentre la Silicon Valley e i vertici accademici mondiali dibattono su come integrare in fretta e furia modelli linguistici di grandi dimensioni e tutor sintetici nei piani di studio, a Cambridge si è formata una fila chilometrica per accedere a un corso che muove nella direzione opposta: Humanities 10, per tutti semplicemente Hum 10.

Il corso — un laboratorio intensivo di studi umanistici riservato alle matricole, tradizionalmente guidato da figure di spicco come il professore di letteratura comparata Louis Menand — ha visto esplodere le candidature ben oltre il tetto rigido dei 90 posti disponibili, registrando una crescita di domande nell’ordine del 40% e lasciando decine di ragazzi in lista d’attesa.

Il regolamento di Hum 10 non concede deroghe: l’uso di qualsiasi strumento di intelligenza artificiale generativa per comporre saggi, sintetizzare capitoli o abbozzare tesi è formalmente vietato, e persino schermi, portatili e telefoni devono restare chiusi durante i seminari. A fronte di questo bando tecnologico, il programma impone ritmi che gli stessi iscritti definiscono «brutali»: un classico integrale alla settimana, da Omero a Toni Morrison, da Virginia Woolf a Friedrich Nietzsche, accompagnato da una produzione incessante di saggi brevi, stroncati e riscritti finché l’argomentazione non acquista precisione millimetrica.

Come si spiega che la generazione più iper-connessa della storia umana, formata nelle scuole superiori durante la piena espansione di ChatGPT e dei suoi derivati, sgomiti per farsi togliere gli schermi e caricare sulle spalle tonnellate di carta stampata? La risposta risiede in un mutamento profondo e inatteso della percezione del valore dello studio, articolato attorno a quattro nodi cruciali: la ricerca dell’attrito cognitivo, l’esigenza di una tregua assistita, il riscatto della voce individuale e la ridefinizione dell’élite formativa.

La fatica dell’intelletto: l’attrito come autodifesa contro l’atrofia

La cultura digitale degli ultimi vent’anni è stata costruita su un dogma indiscutibile: la rimozione dell’attrito (frictionless experience). Tutto ciò che richiede tempo, esitazione o fatica esecutiva è stato etichettato come inefficienza da sanare. L’AI generativa rappresenta l’apice di questo paradigma: non serve più leggere quattrocento pagine per rintracciarne il tema conduttore, non serve fissare il cursore lampeggiante in attesa di un incipit convincente; basta un prompt ben formulato per ottenere una sintesi pulita, grammaticalmente inappuntabile e priva di asperità.

Tuttavia, quando si applica la totale assenza di attrito all’apprendimento, l’effetto collaterale non è l’efficienza, ma l’atrofia. Gli studenti che arrivano ad Harvard sono campioni di ottimizzazione del rendimento, ma molti di loro hanno iniziato a percepire con nitidezza una sensazione inquietante: delegare la prima stesura, l’elaborazione o la sintesi a una macchina indebolisce i muscoli cognitivi fondamentali. L’elaborazione di un pensiero non precede la scrittura, vi coincide. È mentre ci si impantana in una subordinata zoppa o mentre si tenta disperatamente di collegare due concetti discordanti che il cervello impara a pensare in modo originale.

Iscriversi a un corso che vieta l’AI significa scegliere deliberatamente la palestra con i pesi di ghisa anziché l’esoscheletro motorizzato. Gli studenti non vogliono essere dispensati dalla fatica; vogliono che la fatica appartenga loro, perché intuiscono che senza quello sforzo il titolo accademico rischia di trasformarsi in una certificazione vuota di competenze mai realmente interiorizzate.

Il patto di Ulisse: il bando digitale come liberazione

C’è un aspetto psicologico determinante che spinge le matricole verso Hum 10: la liberazione dal dilemma dell’integrità. In un ambiente universitario dove l’AI è genericamente tollerata o regolata da linee guida ambigue, lo studente onesto vive un logorante svantaggio competitivo. Se il tuo compagno di corso usa un LLM per generare la struttura del saggio in tre minuti, sedersi a scrivere da zero sembra quasi un atto di autolesionismo accademico. La tentazione di ricorrere alla scorciatoia è costante, alimentata dall’ansia da prestazione e dalla cronica carenza di sonno.

Il divieto assoluto imposto dal corso funziona come il celebre patto di Ulisse con i marinai: legarsi all’albero maestro per non cedere al canto delle sirene. All’interno dell’aula di Hum 10, la regola chiara e uguale per tutti crea una bolla protetta. Nessuno deve giustificare a se stesso perché sta trascorrendo la notte della domenica a sfogliare l’Iliade evidenziatore alla mano invece di farla riassumere a un algoritmo. Sapere che l’intero gruppo di pari è sottoposto allo stesso vincolo cancella l’ansia dell’efficienza e restituisce legittimità al tempo lento dello studio, trasformando l’isolamento tecnologico in una condizione di parità condivisa.

La ricerca della voce propria in un mare di melassa algoritmica

Chiunque utilizzi quotidianamente i modelli linguistici riconosce il loro timbro inconfondibile: una prosa levigata, sintatticamente impeccabile, conciliante, priva di spigoli e fondamentalmente anonima. L’intelligenza artificiale scrive per convergenza statistica, appiattendo il lessico su una medietà rassicurante.

Gli studenti di discipline umanistiche si trovano oggi a fronteggiare una crisi inedita: il terrore di suonare come una macchina. In un mercato del lavoro e in un ecosistema culturale inondati di contenuti generati da prompt, la mediocrità ben vestita non ha più alcun valore commerciale né intellettuale. Ciò che conta, e che continuerà a fare la differenza, è l’idiosincrasia: l’intuizione imperfetta, l’ironia tagliente, la scelta di una parola desueta, la capacità di sostenere una tesi scomoda e controintuitiva.

In Hum 10, i docenti e i teaching fellows lavorano sul testo riga per riga. L’esercizio di scrivere senza suggeritori artificiali costringe i ragazzi a confrontarsi con i propri limiti stilistici e concettuali, ed è proprio da quelle crepe che emerge una voce autentica. Gli studenti scelgono il corso perché hanno capito che il compito dell’università non è insegnare loro a produrre paragrafi standardizzati, ma aiutarli a scoprire che cosa pensano davvero quando non c’è nessuno a suggerire la risposta statistica più probabile.

Il ritorno alla presenza radicale

Il successo di Hum 10 è una dichiarazione di sfiducia verso la mediazione digitale delle relazioni umane. Vietare i computer portatili attorno al tavolo del seminario non è una misura punitiva, ma un prerequisito spaziale: abbatte la barriera fisica degli schermi verticali che trasformano la classe in una serie di postazioni isolate.

Senza notifiche che lampeggiano nell’angolo della visuale e senza la tentazione di controllare la casella di posta o un canale social, l’attenzione torna a essere tridimensionale. Il silenzio in aula non è più un vuoto imbarazzante da riempire digitando, ma lo spazio in cui prende forma una confutazione. La discussione su un passaggio dell’Odissea o del Faust diventa un corpo a corpo intellettuale con il testo e con i compagni. È l’esperienza socratica nella sua forma più nuda: non un consumo passivo di nozioni, ma un rito collettivo di confronto dal vivo.

Il paradosso del futuro

La fila per entrare a Hum 10 demolisce la narrazione tecno-deterministica secondo cui le nuove generazioni sarebbero destinate a delegare ciecamente la propria facoltà critica all’automazione. Al contrario, dimostra che più le tecnologie si fanno pervasive e capaci di imitare il pensiero umano, più l’attività intellettuale non mediata si configura come un bene raro e prezioso.

Se l’intelligenza artificiale renderà la sintesi, la parafrasi e la bozza automatica accessibili a chiunque a costo zero, allora la concentrazione prolungata, la memoria testuale, la capacità di sopportare il disorientamento della complessità e la disciplina della pagina bianca non saranno più abitudini obsolete: saranno il vero, autentico segno di distinzione intellettuale. I ragazzi che oggi affollano le aule di Harvard non stanno fuggendo dal presente; si stanno semplicemente preparando a governarlo, rifiutando di lasciare che una macchina pensi al loro posto.

About Annalina Grasso

Giornalista, social media manager e blogger campana. Laureata in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con L'Identità, exlibris e Sharing TV

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