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‘Tutto ciò che abbiamo amato’: il romanzo apocalittico di Jim Crace

L’America come la conosciamo non esiste più. Le macchine si sono fermate, la popolazione è stata decimata da una misteriosa epidemia, il terreno contaminato da tossine, e in questo scenario di morte e dolore è cominciata la grande emigrazione: i sopravvissuti si muovono verso est, verso la speranza e la possibilità di un imbarco per l’Europa. Ferrytown è una stazione di transito, che sopravvive proprio su questo incessante, disperato flusso migratorio. Ed è qui che arrivano Franklin Lopez e suo fratello Jackson, pellegrini verso l’oceano. Franklin ha un dolore a un ginocchio e si ferma sulle colline, mentre il fratello scende a Ferrytown per vedere di guadagnare qualcosa. In una casupola sulle colline Franklin incontra una donna, Margaret, febbricitante e isolata da tutti. Insieme i due intraprenderanno il cammino attraverso quest’America distrutta, aiutandosi a vicenda e trovando anche la forza di un amore inaspettato.. Questa la trama del romanzo di Jim Crace, Tutto ciò che abbiamo amato, 2007.

In un futuro non meglio precisato, l’America è ridotta a un campionario di vestigia arrugginite e fatiscenti, le città sono cocci di un’antica umanità che spuntano in un paesaggio da Nuova Frontiera. Due fratelli, Jackson e Franklin, partono a piedi dalla fattoria dove vivono con la madre alla volta della costa, dove si dice salpino navi in grado di attraversare l’oceano dirette in Europa, un vecchio continente misterioso dove a quanto pare non mancano opulenza e ricchezza.

A loro basta fuggire dalle ristrettezze di un’America tornata alla vita rurale, alla fatica di vivere per un minimo di sussistenza. Poco dopo la partenza, però, si separano: Jackson, corpulento e avventuriero, si dirige verso una cittadina che funge da snodo di transito per i numerosi viaggiatori che si arrischiano a percorrere le pericolose strade infestate da banditi spietati. Franklin è costretto a fermarsi perché di costituzione fragile, con una gamba malmessa, e si rifugia in una baita apparentemente abbandonata.

In realtà, la casupola ospita Margaret, una ragazza con la testa rasata per evitare il contagio di un morbo mortale, forse la causa mai rivelata della fine della civiltà per come la conosciamo. La ragazza sopravvive, e lentamente instaura con Franklin un rapporto di fiducia che si trasforma in un sentimento molto profondo, assimilabile all’amore ma anche alla necessità di aiutarsi a vicenda, a suo modo più sincero e puro.

Anche il loro idillio è destinato a essere interrotto. Franklin viene catturato da un gruppo di predoni e tenuto in schiavitù, fino a quando non riesce a fuggire tentando di raggiungere Margaret. La ragazza trova ospitalità in una specie di comune organizzata da monaci – uno strano culto che vieta il possesso di oggetti di metallo, materiale considerato impuro perché retaggio del mondo precedente, votato all’autodistruzione.

Dopo una serie di peripezie, i due riusciranno a ritrovarsi e proseguire il viaggio. Ma siamo sicuri che al di là dell’oceano, in una terra dove si parla una lingua sconosciuta – potrebbe essere francese, oppure si lascia sottinteso che in America non si parli più inglese – la vita sarà migliore? Nonostante il romanzo condivida un’atmosfera post-apocalittica e reminiscenze con La strada di McCarthy, il romanzo di Crace non potrebbe essere più diverso della descrizione di un’umanità dedita al cannibalismo e alla barbarie.

Ha più elementi in comune con La peste scarlatta, splendido racconto di Jack London del 1911 senza il quale forse non esisterebbe nemmeno il celebre libro di McCarthy. Tutto ciò che abbiamo amato (in originale The Pesthouse, “Il lazzaretto”) è un romanzo di esplorazione geografica e sentimentale, privo di violenza e cupezza considerato che a suo modo rientra nel genere “apocalittico”. A fine lettura, rimane un senso di possibilità che si addice più a una storia d’amore che a un resoconto di speranze infrante.

Come ha argutamente scritto Francine Prose recensendo il libro per il New York Times, è leggermente frustrante leggere di un futuro d’inferno provando la dannata sensazione di esserci già stati.

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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