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“Philadelphia”, di Christopher Davis

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Di solito accade questo. Il film non è mai al pari del romanzo. Leggi un romanzo, ne guardi la trasposizione cinematografica e, da questa, resti profondamente deluso. Ma non è questo il caso. Film o romanzo che sia, Philadelphia”bagna di lacrime il viso, riempie il cuore di una dolce malinconia per aver visto andare via un amico, un uomo che ti ha insegnato che la vita è un attimo, un soffio di vento, un fuoco che può spegnersi all’improvviso.

Andrew Beckett sta per diventare socio di un prestigioso studio legale di Philadelphia. Ha talento, è pronto, forse da tutta la vita. Ma Andrew è anche omosessuale e ha l’Aids. E allora cosa può accadere a un uomo che porta con se un bagaglio che accresce paura, terrore, in chi gli sta accanto? Andrew viene licenziato, cacciato con un’ assurda accusa di incompetenza. Sarà questo l’inizio di una battaglia che vale molto più dei soldi, che vale molto più di una semplice immagine. Per Andrew vale la vita.

Una causa contro uno stupido pregiudizio che, nonostante gli anni è ancora attuale, perché la verità è che tutto ciò che non conosciamo, tutto ciò che non fa parte di noi, della nostra natura, ci fa paura. E la sola cosa che siamo in grado di fare, il solo modo in cui sappiamo agire è correre dalla parte opposta, il più velocemente possibile.

Così sceglie il proprio avvocato. Un uomo di colore pieno di paure e pregiudizi che, nonostante il primo impatto, saprà restargli accanto fino a quell’ultimo respiro.

In una dura lotta che va oltre quell’aula di tribunale, impariamo a conoscere, amare, piangere, ogni cellula del corpo di quell’uomo che ci darà una grande lezione di vita. I pregiudizi non servono a nulla, l’odio non porta altro che disprezzo, impoverisce l’anima, appesantisce il cuore, ci impedisce di amare. E, mentre la malattia, quest’assurda malattia che, ancora oggi, non riusciamo a sconfiggere, progredisce, portando Andrew verso gli ultimi momenti della sua vita, gli restiamo accanto, quasi volessimo parlargli, dirgli addio. Come fosse stato uno di famiglia. Come fosse stato sempre accanto a noi. Non è forse questa la forza di un romanzo? Quando, giunto all’ultima pagina, senti di aver perso un amico e vorresti solo non essere mai giunto alla fine, vorresti tornare indietro, per averlo ancora accanto, anche solo un’ultima volta.

Albert Einstein ha detto: “È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.”

Se solo l’avessimo ascoltato, se solo avessimo capito, se solo, oggi, fossimo in grado di capire. Ma poi, quel libro, quel romanzo, Andrew, il suo amore per la vita, i suoi sorrisi, la sua battaglia contro un mondo ingiusto, contro quel mondo che non capisce, che non capirà mai. Teniamo lontano ciò che non conosciamo. Se solo riuscissimo a capire quanto può essere dolcemente affascinante quel mondo a noi sconosciuto. Una lezione di tolleranza, una riflessione sui nostri pregiudizi e la nostra educazione affidata anche ai sentimenti incalzanti, ma senza retorica demagogia ed ipocrisia.

 Impossibile non ricordare la straziante e commovente interpretazione di Tom Hanks nell’omonima trasposizione cinematografica del 1993  per la regia di Demme.

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