Cosa accade davvero dentro le carceri? Nella percezione collettiva, il carcere è il luogo dove vengono confinati i condannati. Una sorta di girone infernale come lo aveva immaginato Dante Alighieri. Nella Commedia Dante suddivide i condannati in livelli a seconda della gravità del peccato commesso, ma la condanna era per tutti comunque e sempre eterna. Ciò non accade nelle carceri, nelle quali, pur condividendo gli stessi spazi, i condannati vi restano per periodi di tempo differenti, commisurati alla condanna di ognuno. Ciò che sembra accomunare l’Inferno dantesco e le carceri è il desiderio nutrito dalle altre persone, dalla società, dal mondo fuori da essi di dimenticarli. Il carcere è uno di quei luoghi che la società tende a rimuovere, a confinare ai margini della coscienza collettiva.
Gli interrogativi di fondo sono sempre gli stessi: è davvero utile il carcere per la redenzione dei condannati? Quali sono realmente gli effetti positivi dell’incarcerazione di massa sulla società?
Alfredo Vassalluzzo in Gargoyle (Sensibili alle foglie, 2026) porta la realtà carceraria al centro della sua narrazione, focalizzando sulle persone detenute, i ristretti confinati nel loro “girone” che ogni giorno devono affrontare la vita dietro le sbarre ma con lo sguardo e la mente sempre rivolti oltre di esse. Persone complesse che affrontano situazioni e sentimenti contrastanti, a volte infantilizzati dall’istituzione totale.
Leggendo le pagine del libro di Vassalluzzo ritornano alla mente quelle di Mery per sempre (Aurelio Grimaldi, 1989) ambientato nel carcere minorile Malaspina di Palermo avente sempre come voce narrante l’insegnate, come in Gargoyle. Con le dovute differenze, si potrebbe però egualmente idealizzare il romanzo di Vassalluzzo come un naturale prosieguo e aggiornamento di un genere narrativo/cinematografico legato al crudo realismo del racconto in carcere. Ovvero di un’istituzione la quale, tendenzialmente, dà l’impressione di adattarsi ai tempi senza modificare i suoi tratti sostanziali. Esattamente come accade leggendo i libri che parlano di essa e dei suoi ristretti. Libri diversi tra loro certo ma con un profondo legame che sembra unirli proprio nei punti bui di questi istituti che chiudono i peccatori circondandoli di sbarre nella speranza che ciò serva a costringerli a fare i conti con la propria coscienza. Le carceri non risolvono i problemi sociali, anzi li aggravano, trascinandosi dietro violenza, ingiustizie e altre forme di discriminazione. Ma un mondo senza carceri è davvero possibile? E se sì, allora dove sconterebbero la loro pena i condannati?
L’idea di un inesorabile mantenimento dello status quo si evince anche dal libro di Vassalluzzo, a partire già dal titolo scelto: Gargoyle, come le immobili statue in pietra che troneggiano le facciate di imponenti palazzi. Immobili eppure necessarie. Come la figura dell’educatore: una presenza fissa, costante, necessaria ma per certo non risolutiva di tutte le problematiche esistenti e persistenti.
Vassalluzzo affronta tutte le problematiche più cogenti del sistema carcerario italiano e scrive il suo romanzo con un profondo spirito non di rivalsa ma di giustizia, con la ferma volontà di dare voce a chi non ne ha più o non ne ha mai avuta in realtà.
Non si può affermare che l’esperienza di insegnamento in carcere abbia fisicamente segnato l’autore, ma di sicuro la sua mente ne è stata fortemente colpita. Ci sono situazioni, emozioni, sentimenti, dolori che imprimono il loro segno in maniera indelebile e cambiano l’esistenza delle persone. Dalle pagine del libro traspare il bisogno dell’autore di raccontare la storia dei detenuti incontrati, del libro di Damir e tutto ciò che poi è stato. Quasi come se scriverlo sia stato un richiamo della sua coscienza. Non che egli abbia una qualche responsabilità personale ma un peso, lo stesso che grava si tutti noi allorquando ci scontriamo con la dura realtà e la consapevolezza di aver dimenticato, anche solo per un istante, la sofferenza che colpisce l’umanità abbandonata, dimenticata, emarginata, discriminata. Persone magari cui anche Dante avrebbe dato una pena leggera che avrebbe poi dato sollievo a tutti gli altri umani, per loro fortuna o virtù, esclusi dai gironi infernali.
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