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Jeff Vander Meer e l’indagine sulle mutazioni dell’uomo contemporaneo nel New Weird ‘Trilogia dell’Area X’

Vander Meer

Nella 'Trilogia dell'Area X' Jeff Vander Meer indaga le mutazioni dell'uomo contemporaneo catapultando il lettore in un luogo dall'atmosfera perturbante; una zona enigmatica, dove fenomeni di origine sconosciuta alterano le leggi del tempo e della biologia. Il tema della metamorfosi è senza dubbio uno dei più frequentati e fecondi nell’immaginario letterario di tutti i tempi. Ne troviamo esempi già nei poemi omerici e, in ambito romano, nel capolavoro ovidiano. Dante impiega la metamorfosi come uno dei meccanismi del contrappasso, Stevenson la lega ai chiaroscuri della psiche umana, Kafka la innesta nella modernità. Il termine metamorfosi deriva dal greco: indica un passaggio di forma, per cui il soggetto che la subisce muta nell’aspetto esteriore mantenendo però inalterata la propria identità. Si tratta di un fenomeno comune: basti pensare alla crescita degli anfibi o al ciclo delle piante. Probabilmente proprio l’osservazione di queste manifestazioni della natura ha contribuito all’elaborazione dei miti da parte dell’uomo antico, e forse è possibile che continui a farlo ancora oggi. Eliade ci ricorda che il mito non è mai completamente scomparso: è vivo nei sogni, nelle fantasie e nelle nostalgie dell’uomo moderno. E gli scrittori, dunque? Sono ancora dei mitografi?

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Alfredo Panzini, scrittore tra il ricordo e la finzione, e la critica italiana, la fortuna all’estero e l’amore

Alfredo Panzini immagine

Giunto faticosamente alla fama negli anni dieci e rafforzatosi nella stima generale tra gli anni venti e trenta del secolo scorso, il professore Alfredo Panzini è stato narratore, critico, elzeverista, lessicografo, traduttore e saggista, celebre e amato dai suoi contemporanei, una figura di primo piano nel panorama delle lettere italiane del tempo che fu, ma poi nel secondo Novecento ignorato dalla critica, è stato consegnato ad un oblio che lo ha tagliato fuori dal mercato editoriale. L'esordio narrativo di Panzini risale al 1893, quando pubblicò, negli anni dominati dalla narrativa verista e positivista, Il libro dei morti, passato quasi inosservato alla critica e al pubblico, cui fece seguito, tre anni dopo, la raccolta di novelle Gli ingenui, su cui cadde l'attenzione di Luigi Capuana, il quale gli dedicò, insieme a Grazia Deledda, un paragrafo del suo libro Gli ismi contemporanei, cogliendo nell'autore una certa maturità letteraria rispetto a Il libro dei morti e il suo maggior difetto nel fatto che "è un artista che pensa troppo, o meglio, che lo lascia scorgere troppo". Dopo il secondo romanzo La moglie nuova del 1899, Panzini pubblicò come strenna il volume di novelle Lepida et trista (1901-1902), quasi contemporaneamente a Piccole storie del mondo grande, pubblicato con il più grande editore del tempo, Emilio Treves.

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Cosa serve per scrivere un buon racconto, secondo la scrittrice Flannery O’Connor

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La scrittrice Flannery O’Connor (25 marzo 1925 - 3 agosto 1964) ha scritto due romanzi e 32 racconti. Quello che segue è un estratto della raccolta Nel territorio del diavolo. La narrativa opera tramite i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliano per convincere tramite i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quello che il narratore si limita a riferirgli. La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella di affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare e toccare.

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Le domande che pone il romanzo ‘Il deserto dei Tartari’ di Buzzati in relazione al ‘Castello’ di Kafka

tartari

La forza e la grandezza di un’opera letteraria si misurano anche dalla sua capacità di porre domande. La domanda – il problema –, d’altra parte, per dirla con Deleuze, è tutto. Tutto sta nella domanda, c’è un primato della domanda. E se la domanda è una buona domanda difficilmente tace una volta data la risposta: essa sopravvive piuttosto ai suoi scioglimenti, rimette sempre in discussione chi ha ‘la risposta pronta’. Per ogni sfinge che interroga Edipo e ogni Ulisse che risponde nessuno, è la domanda a contare, perché c’è sempre un problema, un problema-Ulisse o un problema-Edipo. Chiediamo di fronte a chi pensa e chi scrive “qual è la domanda?” e forse avremo una carta geografica dell’anima di un’opera e del suo autore. Il deserto dei Tartari del bellunese Dino Buzzati molto probabilmente si è fatto, tra le altre, questa domanda: i barbari, arrivano o no? Tutto sta nel tentare di avvicinarsi a rispondere o nell’osservare con i propri occhi che la domanda non è suscettibile di risposta.

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Emilio Radius, Piero Nardi, Corrado Alvaro, Filippo Sacchi: maestri di scrittura spesso dimenticati, ma che invece faremmo bene a riscoprire e rileggere

Alvaro

Vi sono almeno quattro nomi che in questo periodo ci preme preservare alla memoria: Emilio Radius, Piero Nardi, Corrado Alvaro, Filippo Sacchi. Sono stati uomini di scrittura capaci di segnare con opere proprie e un infaticabile esempio di disponibilità personale il loro Novecento che è diventato anche il nostro nella modesta azione di seguirne la eminente produttività leggendone solo in parte pagine comunque destinate a restare. L’approccio con Radius è avvenuto fortuitamente attraverso Guido Piovene in un volumetto di ritratti indimenticabili nel quale spiccava un vibratile tratto dedicato a Maria Callas che aveva conosciuto come pochi partendo dalla sua voce, dal suo corpo ardente come una torcia da palcoscenico tutto proteso verso la libertà totale – come scriveva Radius – in direzione di una progressiva agilità che la scaldava lentamente. Timido e riservato quanto alacre, Radius ha diretto La lettura già condotta da Giacosa e Simoni in uno dei momenti alti della cultura borghese italiana. Era uomo di lettere ma anche di macchina, di giornali, di titoli, di lettori di qualsiasi età, come ricorderanno gli ormai antichi lettori del Corriere dei piccoli. Sodale di Buzzati con il quale era capace di rendere commestibili e digeribili le veline del regime, Radius ha lavorato tra gli altri con Filippo Sacchi, uno dei critici cinematografici più intelligenti della stampa italiana (basterebbe rileggere Al cinema con il lapis, un’agile ma pregnante raccolta di un biennio di recensioni dei primi cinquanta del novecento per rimanere stupiti del livello di scavo psicologico di un cronista che fu pure romanziere, poco ricordato peraltro). La squadra dell’Europeo salpato nel novembre 1945 deve molto a Radius, alle sue intuizioni, come del resto in seguito Oggi, Il Mondo, ma la casa sua fu il Corriere già negli anni venti in una scuola di giornalismo dove si fece ossa ancor più robuste dopo il fugace esordio alla Tribuna-Idea Nazionale. Nelle pagine provinciali in coppia con Buzzati cresceva una professionalità che diventava amicizia (il ricordo di Radius sopra Buzzati è magistrale quanto affettuosamente discreto, una discrezione calorosa e competente appare la cifra dell’autore che brilla per misura, chiarezza, energia contagiosa).

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L’antisemitismo di Céline e la censura nel saggio di Stefano Lanuzza: ‘Céline, testimone d’Europa’

Céline

Con Céline, come afferma lo scrittore siciliano Stefano Lanuzza nel saggio Céline, testimone dell'Europa, opera imbastita come un dibattito in cui studiosi e lettori pongono domande all’autore su vita e opera di Louis-Ferdinand Céline, non si evoca uno scrittore facile, consolatorio, o di consumo, che ha bisogno di lettori forti che vanno liberandolo dalle panie di una iconografia ideologizzante da troppo tempo focalizzata su un antisemitismo che nell'opera céliniana rimane al margine. Diventa poi superfluo ripetere che i libri di Céline nascono con lo scopo di evitare l'entrata in guerra di una Francia militarmente inadeguata nella seconda guerra mondiale voluta da Hitler. Da ignoranti e false idee ogni lettore si potrà liberare cominciando ad affidarsi agli odisseici percorsi del capolavoro Viaggio al termine della notte, metafora della condizione degli uomini condannati ad andare, senza sosta, sempre avanti verso il loro destino, in fondo alla notte. Ma tutti i libri di Céline sarebbero da porre in relazione con il Voyage. Ma ci fosse oggi uno scrittore come Céline nel nostro Paese assillato dalla crisi, assopito nel consenso e in una restaurazione culturale che sta all'origine della letteratura di consumo e per passatempo: un paese affollato tra loro simili, ininfluenti e dediti a rincorrere i premi letterari. Ci fosse in Italia un Céline che viaggia sempre a proprio rischio e pericolo.

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Arti figurative, musicalità dei versi e richiami eterogenei nei misteriosi ‘Canti Orfici’ di Dino Campana

Dino Campana

Storia vecchia come il mondo quella che associa i poeti ad una qualche forma di pazzia. Già Platone d’altronde era stato chiaro: un uomo è incapace di poetare o dare responsi se non è fuori di sé, invasato, finché la sua mente vacillante non c’è più. Dino Campana la fama del folle inizia a cucirsela addosso sin da giovanissimo con le azioni più che con l’inchiostro della penna: le fughe improvvise, il misterioso vagabondare tra i monti, i subitanei furori, la tormentata storia d’amore con Sibilla Aleramo, le minacce a Papini reo di aver perduto il suo prezioso manoscritto, tutti elementi che avrebbero presto portato a una precisa diagnosi e a una fatale condanna: schizofrenia, sia internato.

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Il potere curativo della risata che lasci l’amaro in bocca secondo Aldo Palazzeschi

Palazzeschi

In tempi in cui si ride sempre meno e sempre più per buffonate senza senso, è proprio il caso di riscoprire il potere curativo di una risata che lasci l’amaro in bocca: la lezione di Aldo Palazzeschi. Più di duemila anni fa Orazio asseriva che a raggiungere il punctum è il poeta in grado di unire l’utile al dilettevole parimenti ammonendo e divertendo il lettore. E se è innegabile che un messaggio, debitamente distorto dalla lente dell’ironia, possa acquistar forza, è altrettanto vero che rinunciare a quell’aria pedante e seriosa cui siamo comunemente assuefatti (quasi fosse una patente d’autorevolezza) comporta spesso il rischio di non esser presi sul serio. Aldo Palazzeschi quel punto oraziano l’ha raggiunto, ne ha fatto una professione di vita ed un testamento spirituale.

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