Le recenti esternazioni dell’attrice Lupita Nyong’o, Elena del già discusso film “Odissea” di Christopher Nolan, impegnata a “istruire” l’opinione pubblica sulle presunte lacune di genere di un autore di ventotto secoli fa, offrono un mirabile esempio di anacronismo culturale applicato alla filologia classica.
Sostenere che nell’Odissea Omero non abbia concesso spazio alle donne significa, con ogni evidenza, aver confuso il testo del corpus omerico con la sceneggiatura media di un blockbuster contemporaneo. L’accusa di una narrazione schiacciata sull’esclusiva prospettiva maschile non solo pecca di un riduzionismo militante, ma rivela una lettura superficiale di una delle opere più strutturalmente “femminili” dell’antichità occidentale.
Se il canone occidentale ha un debito nei confronti della complessità psicologica femminile, lo deve proprio a quel bardo cieco che l’esegesi hollywoodiana liquida oggi con tanta disinvoltura. L’universo dell’itinerario odissiaco non è affatto un club per soli eroi affetti da stress post-traumatico; al contrario, è un ecosistema letterario interamente governato, sabotato e infine risolto da intelligenze muliebri. Rileggere l’opera significa imbattersi in una costellazione di archetipi che esercitano un’agency — per usare un termine caro alle moderne teorie culturali — persino superiore a quella del protagonista.
Mentre l’eroe piange sulle spiagge di Ogigia, sono la determinazione geopolitica della dea Atena, il carisma sovrano di Arete a Scheria e la divina indipendenza di Circe e Calipso a dettare i tempi e le condizioni del cosmo. Per non parlare di Penelope, la cui homophrosýne — la comunione d’intenti e di arguzia con lo sposo — la rende l’autentico motore immobile del poema, capace di surclassare i Proci non con la forza bruta, ma con la finezza logica della tela. Pretendere di emendare Omero in nome di un tardivo progressismo cinematografico non è solo un errore accademico: è l’ironico tentativo di liberare personaggi che erano già liberi ben prima che Hollywood ne scoprisse l’esistenza.
Nell’Odissea, a differenza dell’universo prettamente bellico e maschile dell’Iliade, le donne non sono semplici comparse o premi di guerra, ma veri e propri motori dell’azione, custodi del destino e controparti intellettuali degli eroi. Omero concede loro uno spazio e una complessità psicologica che hanno spinto molti studiosi a parlare di un poema “al femminile”. Omero eleva le figure femminili, mentre Nolan si limita a dirigere un prodotto woke secondo i dettami di Hollywood, che molti suoi fans non si sarebbero mai aspettati.
L’intelligenza come prerogativa femminile: Penelope e Atena
Il concetto cardine dell’Odissea è la \mu\tilde{\eta}\tau\iota\varsigma (mêtis), l’intelligenza astuta. Sebbene Ulisse ne sia l’emblema maschile, questo tratto è equamente diviso (se non superato) dalle figure femminili che lo circondano.
Penelope e l’uguaglianza intellettuale (\delta\mu o\phi\rho o\sigma\acute{\upsilon}\nu\eta):
La filologa Jacqueline de Romilly ha spesso sottolineato come Penelope non sia una vittima passiva, ma l’equivalente perfetto di Ulisse in termini di astuzia. Il celebre inganno della tela non è solo un modo per prendere tempo, ma una strategia politica.
Lo studioso *Moses Finley* evidenzia che, nella società omerica, Penelope gestisce una crisi di potere immensa (i Proci) senza un re, mantenendo intatto il regno. Il “test del letto nuziale” alla fine del poema dimostra che Penelope è l’unica in grado di ingannare l’ingannatore Ulisse, mettendo alla prova la sua stessa identità.
Come ha notato il classicista Jean-Pierre Vernant, Atena è la personificazione stessa della mêtis. È lei a muovere i fili della narrazione, a guidare Telemaco nella sua crescita (trasformandosi in mentore) e a proteggere Ulisse. Il destino dell’eroe non dipende da Zeus, ma dalla caparbietà di una dea.
Il potere e l’indipendenza: Circe, Calipso e Arete
Fuori da Itaca, Ulisse incontra donne che scardinano completamente il modello patriarcale dell’antica Grecia, detenendo un potere assoluto sul proprio spazio.
Calipso e Circe (Le dee padrone):
Il celebre critico Harold Bloom ha notato che figure come Circe e Calipso rappresentano l’autonomia femminile assoluta, tanto da terrorizzare e affascinare l’uomo antico.
Circe trasforma gli uomini in bestie (privandoli della loro razionalità maschile), ma una volta superato il conflitto, diventa la più grande alleata di Ulisse, offrendogli le istruzioni profetiche per salvare la pelle.
Calipso offre a Ulisse l’immortalità, ribaltando il ruolo del predatore: è lei a trattenere l’uomo come “oggetto” del proprio amore.
La Regina Arete e il matriarcato dei Feaci:
Quando Ulisse naufraga a Scheria, Nausicaa gli dà un consiglio fondamentale: per ricevere aiuto, non deve rivolgersi al re Alcinoo, ma inginocchiarsi davanti alla regina Arete. Secondo lo studioso Walter Burkert la figura di Arete riflette quasi un’eco di strutture sociali pre-elleniche o matriarcali, dove la donna ha l’ultima parola sulla diplomazia e sull’accoglienza dello straniero.
L’iniziazione e la crescita: Nausicaa
Eva Cantarella, nel suo fondamentale saggio “Istituzioni e letteratura: le donne in Omero”, analizza la figura di Nausicaa non solo come un idillio giovanile, ma come figura chiave nel processo di transizione. Nausicaa è la prima a soccorrere Ulisse nudo e ridotto a bestia marina. Omero le dona una modernità psicologica straordinaria: è una ragazza che sogna il matrimonio, ma che dimostra una fermezza regale e una totale assenza di paura di fronte allo sconosciuto. È lei che “riporta Ulisse alla civiltà”, lavandolo, vestendolo e istruendolo su come comportarsi a corte.
La teoria dell’autore donna: L’”Odissea” di Samuel Butler
Per comprendere quanto lo spazio concesso alle donne sia rivoluzionario, basti pensare alla provocatoria teoria dello scrittore e critico dell’Ottocento Samuel Butler (ripresa poi da Robert Graves nel romanzo “La figlia di Omero”).
Butler infatt sosteneva che l’ottica dell’Odissea fosse così radicalmente diversa da quella dell’Iliade – così attenta ai dettagli domestici, al bucato, alle dinamiche psicologiche femminili e così ironica verso i difetti degli uomini – che il poema non poteva essere stato scritto da un uomo, bensì da una giovane donna siciliana (identificata idealmente in Nausicaa).
Sebbene la filologia moderna non spusi questa tesi biografica, la teoria di Butler rimane una pietra miliare della critica per evidenziare la straordinaria centralità del punto di vista femminile nel poema.
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