La costellazione greca degli dèi dell’Olimpo è, per i greci, sia da conoscere e venerare che attiva: le divinità greche sono infatti fortemente presenti e agenti nella narrativa greca. La mitologia ci riguarda come un archetipo, un simbolo presente dentro di noi, nostra memoria primitiva, del passato, delle nostre origini.
La civiltà greca ci riguarda, è il nostro “inconscio collettivo” (Jung), in altre parole un bagaglio culturale che la civiltà occidentale condivide.
Zeus, il dio del cielo, dal greco theos, divino, è il padre, corrispondente del cristiano “padre nostro”, la più alta divinità greca, “buono” in quanto sconfigge il cattivo (padre) Chronos (Saturno) che nel mito divora i propri figli ma riesce con tutti tranne che con Zeus.
Ma Zeus è anche punitivo, fulmina, in una lettura psicoanalitica rappresenta il padre e la legge. Ha una sacralità. Allo stesso tempo Zeus ha dei vizi: è poliamoroso e incestuoso. Avviciniamoci ora al poema epico Odissea e a ciò che può insegnare oggi.
Fra i due poemi epici Iliade e Odissea c’è continuità. La questione di chi sia l’autore è aperta e dibattuta ma perlopiù si ritiene vi sia un unico autore, Omero.
La continuità fra i due poemi è rappresentata nella narrazione soprattutto da Ulisse, che incarna la figura dell’eroe greco e ciò emerge in modo chiaro nel film di Christopher Nolan, che rappresenta nel suo insieme la figura di Ulisse e che coglie e dà rappresentazione al viaggio interiore del protagonista insieme al suo viaggio fisico, esteriore. La narrazione è chiara, fluida e coerente e tiene bene insieme i piani interiore ed esteriore.
Nei poemi Iliade e Odissea sono rappresentate tutte le sfaccettature di concetti come:
la bellezza, l’amore, l’abilità guerriera, il conflitto o pòlemos , la guerra , il destino, ii rapporti fra uomini e divinità.
La bellezza può infatti attrarre ma anche ingannare e può indurre in gelosia, desiderio e battaglia; amore è sfaccettato e visto con fatalità, rimanda alla freccia di Cupido, un semidio, che a sua volta rimanda dunque a un ordine superiore.
Esiste l’amore passionale, che non è solo “bene” ma orgoglio, ego, esclusività, possesso e dunque conflitto con altri uomini. Amore che oggi si direbbe dunque, sulla scia dell’insegnamento di Fromm, Alberoni e altri studiosi, che debba maturare, dalla sua attrazione animale , istinto, pulsione, passione, in accettazione dell’altro in quanto alterità, e ponendo quindi prioristicamente il bene per l’altro, secondo la sua volontà – dell’altro – il suo libero arbitrio, cioè la scelta libera, e desiderando l’unicità del rapporto solo col consenso e a partire dalla diversità fattuale.
È questo tipo di amore passionale a scatenare la guerra di Troia, per cui il capo dell’esercito ateniese Agamennone è innamorato di Elena che è però già impegnata con un altro.
Fra Iliade e Odissea emerge dunque Ulisse, lo stratega, il quale non vuole la concordia ma la vittoria e perciò anche la civiltà greca si fonda – come Roma – sul conflitto, sul fratricidio fra ateniesi e spartani, sul sangue, e celebra come virtù quelle abilità guerriere che portano alla vittoria.
Anche se nell’Iliade ci sono contendenti parimenti dignitosi quali Ettore e Achille, parimenti umani e quindi entrambi fallibili e mortali, ed entrambi perdono qualcosa , nel conflitto, nelle guerre vi è un vincente e un perdente , in una conflittualità destinata a perpetrarsi nel tempo storico, come per Eraclito per cui il conflitto era causa di tutte le cose.
L’Odissea, l’epico viaggio di Ulisse, inizia dunque avendo per fondamento di non poco peso l’Iliade.
Odissea è un po’ l’avventura della vita, come sembra aver interpretato il poeta greco Kavafis nella poesia Itaca.
Il primo canto dell’Odissea si apre con un concilio degli dèi: Atena, dea della saggezza e protettrice di Ulisse, sfruttando l’assenza del dio del mare Poseidone, convince Zeus a liberare Ulisse dalla prigionia della ninfa Calipso nell’isola di Ogigia. In seguito intende recarsi a Itaca. La liberazione di Ulisse dall’incantesimo di Calipso gli permetterà di riprendere la navigazione per tornare alla sua patria, l’isola di Itaca , dove regnava e dove ha lasciato la moglie Penelope e il figlio Telemaco.
La narrazione si sposta dunque a Itaca, dove si vede la presenza di tanti aspiranti a sposare Penelope- in assenza di Ulisse – per “ottenere” sia la donna che il regno. A ciò si oppongono Penelope con l’inganno della tela (si sposerà quando sarà ultimata ma di giorno la cuce e di notte la disfa) e il figlio Telemaco; qualche servo, il vecchio e quasi cieco Mentore e il fidato cane Argo.
Atena sotto spoglie umane va da Telemaco pre spronarlo ad andare a Sparta da Menelao a chiedere notizie di suo padre.
Come Telemaco anche noi veniamo così a conoscenza delle avventure per mare di Ulisse e del suo equipaggio.
Odisseo siamo tutti noi e il mare può essere interpretato come la vita.
L’Odissea si chiude con Ulisse che, unico della sua flotta, fa ritorno ad Itaca e ricostituisce la famiglia e il regno.
L’Odissea è pienissima di elementi.
C’è la “Legge di Zeus”: l’accoglienza.
Ci sono l’accezione positiva di : sacrificio, intelligenza, astuzia, abilità guerriere…
C’è il senso di ordine, di governo nel mondo umano e in quello divino.
C’è un’esperienza che unisce umano e divino e ci fa entrare un po’ nella mentalità greca, anche pre-filosofica, forse meno razionale ma più globale, capace di dare una propria ragione – mitica, epica , poetica – di tutte le cose e che tutte le cose unisce in un’unica realtà.
Nel 2026 l’Odissea torna dunque a parlarci, viaggio interiore ed esteriore nelle nostre vite, come narrazione epica a fondamento della civiltà occidentale, con i suoi specifici valori.
L’Odissea è un viaggio , il viaggio, costruttivo e dall’incredibile finale lieto, di realizzazione.
Il viaggio di Ulisse è una barca nel mare, come una missione lanciata nello spazio, è un’epica lanciata nello spazio e soprattutto nel tempo della Storia, un testimone arrivato fino a noi.
Come negare- diversamente dall’interpretazione di Galimberti della grecità – che l’Odissea sia attraversata dal sentimento di speranza:
l’attesa e la speranza di Penelope e dei cari di Ulisse;
la speranza nel ritorno alla propria terra di Ulisse e del suo equipaggio.
La filosofia greca come sostiene Galimberti ha fatto, pensando a Parmenide nel Poema sulla natura, del mondo qualcosa di unico, eterno , intero – in un certo senso piatto, monodimensionale se paragonato alla speranza nel domani come oltre la morte com’è intesa nel Cristianesimo.
Parmenide parla di eternità dell’essere (dell’essere, non degli enti) e la sua filosofia viene ripresa nella contemporaneità a modo proprio dal filosofo Severino, in contrasto in questo senso con la visione cristiana. In ogni caso qui si intende far notare che nell’Odissea emerge un senso di speranza immanente, proprio dell’essere umano che è nel tempo.
Essere nel tempo significa infatti non solo essere in un “qui e ora” ma anche concepire con la ragione umana il senso del presente rispetto a un passato e ad un futuro: un passato che ha condizionato il presente e un presente che si evolve verso un futuro: prospettiva che richiede speranza.
Di certo nell’Odissea c’è il senso del tempo che scorre e non è dunque un mondo fisso, eterno e immobile (se mai appare così nella mitica isola di Ogigia, ma nella narrazione anche lì Ulisse trascorre 7 anni).
Si ricordi che è così anche nella Filosofia greca (certo con le differenze fra pensatori) per cui in generale le cose sensibili mutano e sono i principi ad essere eterni.
Filosofia e mito, inteso questo come Letteratura e forma religiosa insieme, che dunque si possono conciliare e che ci tramandano un testimone come l’Odissea , nel 2026, che è tanto più oggi una conoscenza e uno strumento prezioso.
Il regista Stanley Kubrik sceneggiò 2011: Odissea nello spazio, capolavoro di ricostruzione dell’evoluzione umana e di fantascienza, dove una tecnologia troppo evoluta e programmata al risultato si pone come pericolo per l’umanità.
Potremmo ispirarci al titolo del film per la nostra contemporaneità.
2026: Odissea nello spazio delle nostre vite. Può essere un’espressione significativa di tanto di ciò che stiamo vivendo.
Nel 2026 sia il poema Odissea sia il film di Kubrik con l’innovazione tecnologica sono più che mai attuali ed essendo umani fortificarci nella conoscenza di sé sembra quanto mai importante.
“Conosci te stesso” ci ricorda infatti Socrate.
Allora conosciamo noi stessi anche dalle radici della nostra civiltà che con valore immutato insegna oggi che le virtù sono ancora virtù e che la natura umana trascende in un certo senso il tempo e lo spazio perché, come diceva Erasmo da Rotterdam, “nulla di ciò che è umano mi è estraneo”.
Proprio così: nulla di ciò che è umano ci è estraneo.
Marina Cherubini
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