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Il Moco Museum di Amsterdam: la dimensione fenomenale dell’arte contemporanea

La delicata interazione tra le coordinate del moderno all’intersezione di tutto ciò che è contemporaneo e da strada ha portato, nel 2016, alle fondamenta del favoloso, con l’istituzione del MOCO museum ad Amsterdam; e c’è una precisa correlazione di forma e contenuto al suo interno per cui l’unità stilistica degli interni dell’edificio che ospita il museo diventa la collezione permanente del museo stesso e i lavori che sono di volta in volta ospitati sono i dispositivi audio in uscita di una sontuosa sinfonia estetica: la prima strofa del poema dell’incanto e dello stupore al Moco museum è il museo stesso, chiuso in un’unità di stile dall’estetica prelibata, laddove la prima vera grande esperienza è il museo, e il museo è di per sè stesso un’esperienza tematica unitaria.

La sensazione è molto intima, il succinto del discorso si compie con la visita di una casa e dei suoi molti appartamenti le cui opere sembrano quasi adornative, decorative, alla ricerca di un senso archeologico ancorché archetipico del discorso artistico – ma in realtà in mostra ci sono pezzi grossi e importanti della storia delle arti figurative.

Probabilmente nel complesso la faccenda è molto pop, abbagliante, accecante nella sua coerenza espositiva; le sensazioni sono immediate, compatte nell’univocità stilistica del concept, ed evocative della percezione soprannaturale del discorso delle esposizioni, il cui rimando è un’eternità brillante e fantasmagorica di nozioni di entità cultura del contemporaneo.

Innanzitutto c’è il Moco Garden con installazioni di volta in volta diverse e fatte come apposta nella voragine introduttiva di un mondo fantastico in cui il gioco, lo stupore e il magico trasportarsi senza un vera destinazione sono le mete terminali dell’esposizione. Ed è proprio da qui che il museo apre ai non luoghi, luoghi di passaggio, alle cattedrali dell’infaticabile ricerca di un’immagine in grado di estrapolare dai nostri sensi un significato di confusa memoria di sconfinata pace e fervida gioia – e una volta arrivati all’ingresso ne esce il magico come da sorpresa.

Tutto è ovattato da un manto di meccanica trasposizione verso una realtà multididmensionale e ancora ignota e ignote nel concreto sono le identità degli espositori, qui si va vesro il mondo dell’inconoscibile.

Innanzitutto JR (jr-art.net): un sacrificio di fotografia manipolata, e qui vediamo sia KIKITO, progetto di un bambino gigante che si sovrappone dall’alto guardando in basso degli adulti microscopici, ammonendo a far crescere il bambino in noi fino a farlo assurgere al ruolo di guida silenziosa e di angelo custode, e comunque è una prospettiva ribaltata, una geometria extraterrestre e impossibile e l’effetto è affatto considerevole, il lavoro è gigantesco; ma poi sempre JR ci consegna dei collage fotografici impostati alla maniera della copertina di Sgt. Pepper, di cui sappiamo tutti di cosa e di chi, o di We’re only in it for the money di Frank Zappa, che di Sgt Pepper è la copia forsennata; c’è anche Banksy, molto di Banksy, e soprattutto del suo lato meno conosciuto come le interpolazioni di Tom&Jerry (Gene Deitch è morto a fine aprile) in quadri di paesaggio classico; c’è Kusama, Koons, Basquiat, il ritratto che Warhol fece a Mick Jagger, ma, e non so se si può dire così ma diciamolo lo stesso, c’è soprattutto da dire che il Moco Museum è una gran figata, con tutta una serie di emozioni a cascata che parlano direttamente al tuo cervello: il tempo non ti serve più a niente, c’è solo lo spazio di un’esposizione, tu non te ne accorgi nemmeno, ma tu sei emozionato, tu sei già confuso, sei diventato la tua proiezione in un mondo altro dal nostro, entri al volo in una dimensione che è più la tua.

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