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Marco Mondini storico

Marco Mondini: “Viviamo in un’epoca dove gli equilibri internazionali sono compromessi”

Marco Mondini è professore al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Padova dove insegna Storia contemporanea e History of Conflicts. È ricercatore associato all’Istituto Storico Italo-Germanico di Trento e all’UMR Sirice (CNRS- Parigi Sorbona). Fa parte del comitato direttivo del Centre de Recherche International dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Il ritorno della guerra. Combattere, uccidere e morire in Italia 1861-2023 (Il Mulino, 2024); Roma 1922. Il fascismo e la guerra mai finita (Il Mulino, 2022); Fiume 1919. Una guerra civile italiana (Salerno Editrice, 2019). Collabora con Repubblica e RAI Storia, per cui ha scritto e condotto trasmissioni (Archivi, 2019-2020, Storie Contemporanee 2020-2024) e diversi speciali. Nel 2022 ha ricevuto il premio Acqui Storia per il documentario L’ultimo eroe. Viaggio nell’Italia del Milite Ignoto (RAI 2021).

Guerra Russia-Ucraina, scenari internazionali, caso Limes, lo storico italiano parla della profonda transizione storica che stiamo attraversando e di come ci siamo illusi di poter vivere per sempre in pace e di come la propaganda e la disinformazione attecchiscano in Italia, complice una certa parte politica.

 

1 Come definirebbe questo momento della Storia? A quale altro del passato somiglia di più?

Viviamo in una fase di crisi, di profonda transizione. Ed evidentemente in un momento prebellico, non più postbellico. La guerra su vasta scala non è più un relitto del passato, come è stato dopo il1945 (e soprattutto da dopo il 1991) ma una possibilità concreta del presente. tuttavia è inutile cercare di decifrarla aggrappandosi a paradigmi noti. Non è un nuovo 1914, per essere chiari, anche se questa analogia circola da tempo, per motivi ideologici e senza alcuna base storica. Il “rischio 1914” è stato evocato ad esempio in occasione della “piazza pacifista” organizzata da Giuseppe Conte a Roma nella primavera scorsa, per enfatizzare il pericolo di una terza guerra mondiale che sarebbe potuta scoppiare scivolando come sonnambuli in un conflitto globale se i paesi europei avessero proseguito sulla strada del riarmo per proteggere se stessi e sostenere l’Ucraina.

Il punto è che l’Europa di oggi non assomiglia per niente a quella, militarizzata fortemente, del 1914. Germania, Francia, Italia sono reduci da venticinque anni di tagli alla difesa, di smilitarizzazione, di smantellamento degli eserciti di leva. E naturalmente non esistono quei dettagliati piani di guerra che all’epoca rappresentavano la principale preoccupazione di stati maggiori e governi. Così, non solo non è possibile scivolare in un conflitto (a meno che non sia la Russia a scatenarlo), ma gli europei oggi fanno fatica persino a programmare la propria difesa. Il punto è che le facili analogie con il passato sono sempre pericolose, e lo storico di mestiere lo sa (o lo dovrebbe sapere bene). Il fatto che comparazioni fuori luogo come questa facciano presa testimonia, bene la portata sconvolgente di quello che è successo dal 2022. Il ritorno della guerra sul continente ha spezzato un’illusione, quella della pace garantita e scontata. E ha spazzato via la convinzione, molto confortante, che gli europei potessero rinunciare a essere cittadini a pieno titolo. Cioè, se ne potessero infischiare di tutto ciò che ha a che fare con difesa e sicurezza collettiva.

Ma è ora di aprire bene gli occhi e guardare in faccia la realtà. Viviamo in un’epoca nuova e minacciosa, dove gli equilibri internazionali sono compromessi e l’Europa è un’isola assediata dove si difende la democrazia. Continuare a cercare punti di riferimento rileggendo il passato non serve a nulla, se non a inquinare il dibattito pubblico.

2 Il Congresso USA a quanto pare disapprova Trump sulla questione Ucraina. Stanno infatti approvando una linea che prevede il sostegno stabile all’Ucraina, la cooperazione con l’UE e la difesa del ruolo della NATO. Stiamo entrano in una fase nuova nei rapporti tra USA e Europa?

Uno degli elementi più disorientanti di questa transizione, che potremmo definire una nuova età della militarizzazione (o forse l’alba di una nuova guerra fredda) è la crisi della democrazia statunitense. La seconda presidenza Trump è sotto molti aspetti più traumatica della prima. La sua aggressività, sostanziale e a parole, è maggiore, e la corte di Trump, a partire dal suo pericolosissimo vicepresidente, Vance, nutre un profondo disprezzo per tutto ciò che l’Unione Europea rappresenta: equilibrio dei poteri, regole, lotta contro la deriva plebiscitaria e contro il culto del capo carismatico. L’amministrazione americana ha fin da subito impresso un nuovo corso ai rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, ma non bisogna trascurare alcuni elementi caratteristici della storia recente. Il primo, il disimpegno americano rispetto alla sicurezza del teatro europeo non l’ha inventato Trump.

Con l’eccezione della presidenza Biden, va avanti da oltre un quarto di secolo, da quando il dissolversi dell’URSS ha reso superfluo il concentramento di risorse militari americane nel vecchio mondo, più utili nell’area dell’Indo-Pacifico per contrastare la crescente potenza cinese. Secondo, non necessariamente la voce di Trump e del suo esecutivo è la stessa della macchina statale USA. Penso al sempre più evidente scollamento tra mondo militare e strategia presidenziale. Generali e ammiragli, nonostante l’epurazione brutale dei vertici delle
Forze armate, sembrano sempre più estranei, se non ostili, alle sparate di Trump, alle sue dichiarazioni incessanti e sempre differenti, ai suoi mutamenti di umore, e soprattutto alla sua luna di miele con Putin. Questo ha, nel campo specifico dello sviluppo della NATO, un peso rilevante. E la NATO è ancora l’architrave del sistema di difesa globale USA.

3 Trump è davvero affascinato dalla figura di Putin o gli interessa solo separare la Russia dalla Cina, sacrificando l’Ucraina?

Che la psicologia dell’attuale presidente degli Stati Uniti sia quanto di più lontano esista da quella di un leader sinceramente democratico e liberale, direi che è sotto gli occhi di tutti. Non occorre essere un esperto di politica statunitense per accorgersi che il suo programma di progressiva erosione dei pilastri della democrazia americana sta funzionando e che, per sostenere questa sua politica che è stata definita di contorsione autoritaria del sistema, Trump si è circondato di collaboratori e alleati ancora più pericolosi. Penso soprattutto al vicepresidente, Vance, un abile manipolatore della comunicazione, ossessionato dal culto della propria persona, dal rancore per le sue stesse umili origine e dal disprezzo per l’Europa come terra dei troppi diritti e dalla scarsa etica guerriera. No, non ci sono solo motivi di calcolo politico nel fascino trumpiano (ma non solo trumpiano) per l’autocrate Putin.

4 Perché l’Italia è tra i paesi più facilmente piegabili alla propaganda russa? Solo nostalgia ideologica?

Intanto perché anche in Italia la seduzione dell’uomo forte ha fatto proseliti, e non da ieri. Pensiamo all’esaltazione per la figura del leader al di sopra delle lente procedure parlamentari portata avanti da capi politici come Salvini, o alla vicinanza, meno stridula ma non meno sostanziale, tra buona parte dei Cinque Stelle e Mosca. E poi perché in Italia, soprattutto in alcuni circoli intellettuali, si soffre di quella che Zygmunt Bauman ha definito “retrotopia”. Si è incapaci di analizzare il presente senza ricorrere a lenti del passato, il che porta, per non fare che l’esempio più lampante, a difendere a priori le ragioni della Russia di Putin perché erede dell’Unione Sovietica, e quindi nemica metafisica del cattivo capitalismo, e dell’ancora più cattiva America. Sono residui alquanto polverosi di un linguaggio e di una visione ideologica da anni ’70 che oggi non hanno più alcun ancoraggio con la realtà, ma sono consolanti, perché offrono la possibilità di
una visione (manichea e surreale, ma chiara) di un presente disorientante. Questo spiega perché alcuni attori politici e del mondo culturale siano facili vittime (o volontari carnefici) al servizio della propaganda putiniana. Non spiega perché abbiano invece così largo spazio tra i mass media, o più precisamente nei salotti televisivi dei talk show. Qui interviene quella che ho definito la “legge di
Sachs”. Il punti è che alla maggior parte dei pseudo programmi di approfondimento delle tv in chiaro non interessa in alcun modo informare. Si accontentano di rispondere al bisogno di conforto dei propri spettatori, attraverso il ripetersi stanco di ospiti che dicono sempre la stessa cosa, a prescindere dalle competenze. E dunque, ecco il susseguirsi di comparsate di chi, come Sachs appunto, sostiene tesi totalmente destituite di ogni fondamento sulle colpe occidentali per la guerra in Ucraina, o di chi, come Travaglio, si fa portatore della visione più chiara a certo pubblico: la guerra finirà presto perché gli ucraini hanno già perduto, e poi tutto tornerà come
prima. Nulla tornerà come prima, e la guerra non finirà in Ucraina. Ma questo lo spettatore medio, con la sua nostalgia del passato, che si alimenta di visioni semplicistiche, non vuole sentirselo ripetere. Preferisce nutrirsi di formule stereotipiche e su cui è facile indignarsi o piangere, come “La guerra è merda” di Jacques Charmelot.

5 Cosa pensa del caso Limes e della fuga dalla rivista?

Non conosco personalmente coloro che hanno lasciato Limes, ma ho letto le loro dichiarazioni a stampa e le reazioni di Lucio Caracciolo. Faccio fatica a trovare credibili le dichiarazioni di quest’ultimo, che sostiene di aver sempre voluto solo coltivare la libertà di pensiero all’interno della sua rivista. Credo che Limes abbia reso un buon servizio in anni passati, avvicinando il grande pubblico a questioni (la strategia, le relazioni internazionali) ignorate dall’opinione pubblica nazionale e quasi completamente trascurate (fino a poco tempo fa) dai grandi quotidiani. Ma concordo con molti miei colleghi, specialmente di relazioni internazionali, sul fatto che da almeno una decina d’anni la volontà di parlare a tutti ha preso il sopravvento sul rispetto delle competenze, delle complessità degli equilibri internazionali, e soprattutto sul bisogno di uno sguardo critico e onesto.

Caracciolo ha le sue posizioni, e mi paiono molto più politiche che scientifiche. La sua difesa a priori dell’impossibilità della guerra l’ha condotto, alcuni giorni prima dell’invasione russa, a una serie di dichiarazioni imprudenti sul fatto che non ci sarebbe stata nessuna aggressione da parte russa, peraltro smentendo la realtà di tutte le fonti disponibili in quel momento. Non mi pare che abbia mai ammesso i propri errori di valutazione, come pure hanno fatto accademici che avevano sottovalutato il pericolo ma che hanno dimostrato onestà intellettuale. A quell’errore, peraltro, se ne sono sommati molti altri: le profezie sempre sbagliate sull’inevitabile sconfitta ucraina, sulla durata del conflitto, sulla resilienza russa, sulla strategia di Putin. Collaborare con una voce così monolitica (Vincenzo Camporini ha parlato di “filoputiniani sfegatati”) non vuol dire fare ricerca né divulgazione. Capisco chi se ne è andato.

6 “La Storia insegna ma non ha scolari” diceva Gramsci. Chi secondo lei (come Nazione, entità), invece sta perlomeno tentando di agire come un buon scolaro?

Anche se non gode di buona stampa, continuo a pensare che i molti livelli della governance dell’Unione Europea stiano facendo un buon lavoro. In questa fase di crisi, l’Unione sta sperimentando una febbre di crescita. Davanti alle nuove sfide strategiche, deve lottare per la
propria sopravvivenza e lo deve fare da sola, vista la defezione, almeno nell’immediato, dell’alleato americano. Un rafforzamento dei suoi meccanismi decisionali centrali, del governo di Bruxelles, è necessario per gestire una difesa comune credibile. E’ un processo ormai avviato e sarà difficile fermarlo. Un altro attore che sta interpretando molto bene i tempi tormentati e caotici in cui viviamo è la presidenza della Repubblica italiana. Naturalmente, la figura di occupa quella carica, Sergio Mattarella, è fondamentale, e nel nostro caso abbiamo la fortuna di avere a capo dello Stato un uomo non solo prudente e colto, ma di lunga esperienza nella gestione della res publica, un interprete leale e lungimirante dello spirito oltre che della lettera della Costituzione. Il suo richiamo alla necessità di riarmarsi per poter difendere la democrazia, non solo nel nostro paese ma nell’Europa intesa come casa comune, è una straordinaria lezione di realismo.
Lui cattolico osservante e uomo di pace, è stato capace di leggere in profondità l’urgenza del presente, senza aggrapparsi a nostalgie del passato.

About Annalina Grasso

Giornalista, social media manager e blogger campana. Laureata in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con L'Identità, exlibris e Sharing TV

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