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Gian Marco Capraro. Da Milano a Copenaghen e ritorno con ironia e malinconia

Osservando le opere dell’artista milanese Gian Marco Capraro, vincitore dei premi Nutrire il pensiero, Accademia di Brera, Premio estate, Villa Moretti, Casaleggio Novara, Salon I, Museo della Permanente, Milano, si nota una evidente versatilità e desiderio di mostrare le varie sfaccettature della pittura e del colore, senza perdersi nelle sue visioni o inseguire nuovi fantasmi che fanno perdere la concentrazione su ciò che si sta lavorando. L’artista, laureato in filosofia e in pittura presso l’Accademia di Brera, erige la tecnica a medium ed è essa a condurlo verso l’opera finale senza lasciarsi trasportare da preconcetti o ideologie. Non a caso uno dei suoi punti di riferimento è lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, che di ideologie proprio non voleva saperne, optando come fa Capraro per il minimalismo e l’antinaturalismo. Come il polacco Kantor, Capraro condensa diversi stili della storia dell’arte, concentrandosi soprattutto sul concetto di morte, sul degrado degli oggetti e degli esseri umani.

Il materiale effimero viene utilizzato da Capraro proprio per conferire evanescenza e un senso di angoscia e transitorietà ai messaggeri della morte, per dirla alla Kantor, che sono gli uomini ma anche le cose e gli animali, come si nota dal ciclo pittorico intitolato “Attese” e “Almost Landscapes”, dove il nostro mondo, il nostro ecosistema e la nostra società sono filtrate da uno sguardo annebbiato: è l’occhio del flaneur, il quale si aggira per la città senza una meta precisa ma che perlustra strade e viottoli nascosti,  tentando di codificare la città come stratificazione di tempo e memoria di chi ci ha abitato e ci abita ancora adesso, a metà tra Baudelaire, che cercava le corrispondenze nei simboli della Natura, e Kierkegaard. Ma se quest’ultimo è considerato il filosofo dell’angoscia, Capraro non risparmia ironie e sarcasmi, proponendo favole pop coloratissime ma anche immagini alienanti e allo stesso tempo affascinanti di luoghi che appartengono a tutti, perché diventano non-luoghi come Piazza Cordusio di Milano, dipinto “impressionista” che ritrae anche la visione delle persone che si aggirano per quella piazza, pervasi da un senso di solitudine e malinconia, magari in mancanza di aspirazioni all’assoluto.

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La sua produzione è molto variegata, cosa rende possibile il nascere di uno spartiacque nel suo caso e perché?
Gian Marco Capraro: Guardando a ritroso alla mia produzione artistica mi accorgo che questa è divisa in lunghe serie monotematiche. In effetti, quando trovo un tema, che sia la pittura del Seicento, le composizioni semi astratte o i paesaggi, mi focalizzo quasi esclusivamente solo su quello, cercando di trovare anche le pur minime varianti al soggetto in questione. Mi lego a tal punto che trovo impossibile soffermarmi su altro. Questa fase solitamente può durare alcuni mesi, anche un anno o due. Poi, all’improvviso, questa ispirazione come è arrivata se ne va. Proprio da un giorno all’altro, nasce in me una nuova esigenza: magari non sento più affinità con l’acrilico o le grandi dimensioni e passo all’olio e a formati piccoli, come recentemente è avvenuto. Credo che sia proprio la consapevolezza dell’esaurirsi della spinta creativa che mi porta a concentrarmi così ossessivamente solo su un soggetto alla volta. In questo processo gioca un ruolo fondamentale la tecnica: reputo che in pittura sia la tecnica, cioè il modo in cui si utilizza il medium, a portarti verso un soggetto piuttosto che un altro. Non c’è da parte mia una scelta a priori su cosa dipingere: l’olio si presta bene per i riflessi e le trasparenze dei palloncini colorati nello stesso quadro in cui le forme piatte e fluo non possono che essere dipinte da pennellesse tinte di acrilico.

Chi guarda i paesaggi e gli scorci che dipinge? Un occhio allucinato o un occhio che attraversa le cose e le città?
In realtà né l’uno né altro, o forse entrambi. Gli scorci che sto dipingendo adesso nascono dall’esigenza di mappare Milano, la città in cui vivo, cercando di ricrearne un percorso esistenziale e umano. Sono partito dai luoghi dove abito, ricercandone anche gli aspetti negativi: i non luoghi, i magazzini Amazon, lo spiazzo deserto dell’Ortomercato. Poi per fortuna il mio sguardo si è allargato verso altre zone della città che trattengono in sé un vissuto, un ricordo che ho. Quello che mi affascina e che cerco di riportare è proprio la capacità del tessuto urbano di conservare una memoria. Ognuno di noi potrebbe ricreare una mappa esistenziale della città in base al proprio vissuto, e ognuna sarebbe diversa dall’altra. Quella panchina al parco, il tragitto percorso in bici la mattina della tua tesi di laurea, il mezzanino della metro a Bonola. Questa serie dei paesaggi di Milano è la continuazione del progetto che portai anni fa a Copenhagen e che era stato già l’argomento della mia tesi di laurea su Soeren Kierkegaard.

Trova che le città oggi si somiglino un po’ tutte oggi?
Sicuramente ci sono tendenze che portano a una certa omologazione urbana, diciamo così. La gentrificazione è un fenomeno in continua espansione e le grandi catene sono presenti dappertutto. Guardiamo l’esempio di Berlino: naturalmente è una città con una storia particolare, ma ricordo bene quando Mitte o Prenzlauerberg erano quartieri che per me (che non avevo visto nulla fino ad allora) semplicemente incredibili: un mix di acciaio prussiano e case dalle facciate liberty e dall’odore di lineolum stile DDR negli androni e lungo scale. Già la seconda volta che ci andai erano arrivate le Arkaden, i primi grandi magazzini a sbarcare dall’Ovest. Oggi sono quartieri super chic e omologati. Qualcosa di simile sta succedendo a Milano: basti pensare al quartiere Isola. Credo poi che la vera sfida si giocherà sull’ecologia: solo le città che sapranno aprirsi alla questione saranno in grado di rinnovarsi rimanendo realmente abitate. Milano lo sta facendo e spero che prosegua su questa via.

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Cosa le piace di più di Copenaghen e cosa apprezza del suo modo di amministrare la cultura e l’arte in particolare?
Come dicevo, anni fa fui invitato tramite la Galeri Christopher Egelund a una residenza di tre mesi presso la Fabbrikken fur Kunst og Design. Una fabbrica riconvertita a spazi per gli artisti. La mia idea era di creare una guida sentimentale di quella città, a me allora ignota, attraverso il lavoro di alcuni artisti che avevano lo studio nella Fabbrikken: dovevano raccontarmi i luoghi per loro più importanti di Copenhagen. In pratica mi trovai a curare una mostra collettiva a cui anche io partecipai con un paesaggio di Christiania. Fu quello l’inizio della mia produzione paesaggistica. Ricollegandomi alla sua domanda, a CPH hanno un giorno fisso per i vernissage e in quel giorno tutti, dallo studente, al gallerista, al collezionista girano per baretti che espongono lavori degli artisti ospiti o per super gallerie patinate, senza snobbare alcun luogo. In Italia sarebbe impossibile. La comunità lì è molto piccola e si conoscono davvero tutti, non ho avvertito l’ansia da prestazione che abbiamo noi. Senza contare che, almeno ai tempi, lo Stato sovvenzionava facilmente iniziative artistiche (io stesso, in quanto invitato da un ente scandinavo, avevo stipendio, studio, casa su due piani e pure la bicicletta!).

Lei sembra vivere di fiammate artistiche, dove è presente un tema diverso. A quale è più affezionato?
Il tema preferito è sempre quello su cui sto lavorando in questo momento. Il paesaggio umano/urbano è sicuramente al centro del mio interesse ora, ma non metto gli altri soggetti in secondo piano. Certo, tra i lavori del passato la serie “Antichi Maestri” è forse quella a cui sono più legato. Mio nonno, mio padre e mio fratello sono stati e sono restauratori, quindi il contatto con l’antico è sempre stata una costante fin da piccolo, a ciò si unisce il mio interesse per la rappresentazione del corpo.

Definirebbe la sua pittura “insofferente”?
Non esattamente, però divento io insofferente quando non riesco a dipingere come voglio! A parte gli scherzi, noto che molti pittori sono insofferenti nel veder considerato da una certa critica il proprio lavoro in secondo piano rispetto a una presunta arte “più intellettuale” dove prevale l’idea rispetto all’esecuzione, come se la pittura forse oramai un linguaggio del passato. Personalmente credo invece che ci si debba scrollare di dosso questo pudore: dipingere è assolutamente un atto rivoluzionario, mai come adesso.

Da chi si sente influenzato maggiormente?
Da Raymond Carver e Pier Vittorio Tondelli, in parte da Thomas Bernhard e forse in passato dall’opera di Tadeusz Kantor. Dei primi due in particolare amo la narrazione della realtà quotidiana, sia quando è venata dal risvolto esistenziale e drammatico di Carver (The place where I am calling from) e sia quando sfocia in una sublimazione romantica, come in Autobahn di Tondelli, uno dei miei racconti preferiti. Specialmente nello scrittore emiliano ho sempre apprezzato la scenografia urbana nella quale sono calati i suoi personaggi, un set dai colori svaporati e stridenti davvero molto inizio anni ’80. Almeno secondo me. Se devo invece pensare al mondo dell’arte, non ho davvero un artista a cui far riferimento se non Edouard Manet, di cui amo il suo essere appieno cittadino metropolitano, il suo indagare i bar notturni e i cafè chantant. È davvero il cronista della città, ed è modernissimo non solo perché ispiratore degli impressionisti ma perché fa della città il soggetto del suo studio, un concetto ai tempi assolutamente all’avanguardia.

Aspetto visivo e intellettivo nella sua arte vanno di pari passo. Come nasce tale approccio?
Mi lascio ispirare da quello che mi piace, naturalmente. Tuttavia percepisco che questa serie su Milano sia fondata su un punto di vista ben preciso che è ancora quello dei tempi dell’università e che mi ha poi portato in Danimarca: è l’occhio del flaneur, il quale si aggira per la città senza una meta precisa ma scandagliando vie, viottoli e strade nascoste, e che a mo’ di archeologo cerca di leggere la città come stratificazione di tempo e memoria di chi ci ha abitato e ci abita adesso.

L’arte è una menzogna che ci consente di riconoscere la verità? Come diceva Picasso?
Le rispondo con un’altra citazione: Anything goes, tutto fa brodo. È il titolo dell’autobiografia del filosofo Paul K. Feyerabend, un libro illuminante. Il processo intellettuale che ci porta e trovare la verità, qualunque essa sia e in qualunque campo, non si basa su principi certi e immutabili: la pratica scientifica come quella artistica può sovvertire qualunque certezza aprioristica. A questo fine tutto può tornare utile. Anche la menzogna.

Prossimi impegni?
Pandemia permettendo ci sarà prima dell’estate una mostra collettiva presso lo spazio di Olimpia Rospigliosi a palazzo Borromeo con gli artisti che hanno partecipato a “Quadri da marciapiede”, un ciclo espositivo che si è tenuto in questi ultimi mesi a Milano nelle 5vie. La mostra sarà curata da Bohdan Stupak e raccoglie i lavori di un’ottima generazione di artisti che lavorano con la pittura. Ancora un’occasione che dimostra come la pittura rimanga uno strumento decisivo per leggere la contemporaneità. Gli NFT possono aspettare.

 

Fonte

Gian Marco Capraro. Da Milano a Copenaghen e ritorno con ironia e malinconia

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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