Matteo Delbò, documentarista e film-maker, tra principio di realtà e verità

Luoghi, visi, persone, strumenti tecnologici che fanno da tramite tra una realtà e il proprio sguardo, le proprie idee, i propri pensieri. In questo microcosmo si muove il fotografo e film-maker milanese Matteo Delbò che ha girato per il mondo munito di mezzi tecnologici e di onestà intellettuale. Il principio di realtà è alla base del suo lavoro che consiste nel fotografare e nel riprendere situazioni particolari o ordinarie che se guardate da un certo punto di vista diventano straordinarie.

Dopo il diploma alla Scuola Nazionale di Cinema, Matteo ha vinto il Premio David di Donatello per il miglior cortometraggio. Ha trasmesso in diretta per il sito del primo quotidiano italiano “Il Corriere della Sera” e per MTV NEWS a seguito di emergenze naturali, manifestazioni e rivolte durante le “primavere arabe”. Per l’agenzia H24 ha filmato 20 reportage di lungometraggi, vincendo alcuni dei più prestigiosi premi italiani: “Napoli, vita, morte e miracoli” Premio Flaiano per il miglior reportage italiano nel 2007, “Stato di paura” Premio Ilaria Alpi per il miglior lungo italiano documentario nel 2007, Premio Flaiano “Catia’s choice” per il miglior reportage italiano 2015. Per Al Jazeera English ha girato documentari per il programma Witness end Compass e ha lavorato per Sky news da Mosul, in Iraq. Attualmente lavora per il programma RAI “Report”.

La passione per la cultura visuale unita alla dedizione e al talento innato, ha reso possibile a Matteo anche la vittoria del World press photo 2019 nella categoria digital store per il cortometraggio “Ghadeer” dove si respira polvere e caldo asfissiante.

Si parlava di fedeltà al principio di realtà, davanti al quale tutti si sono inginocchiati: scettici, atei, razionalistici, cristiani, ma viene da chiedersi soprattutto guardando i lavori di Matteo: non è che soffriamo di troppa realtà, pensando che la realtà sia, semplicemente, ciò a cui ci addestra l’illusione ottica, e questa realtà entra dalla finestra, soffocandoci come il caldo di Mosul? Questo difetto nello sguardo ci censura all’ovvio, all’epoca in cui l’arte del guardare, del filmare può anche essere dileggio del vero.

L’attività di Matteo Delbò, costruita soprattutto sulla relazione e la condivisione, ci induce a profonde riflessioni, prima fra tutte quella relativa all’adozione del criterio dell’esperienza come sola fonte delle evidenze umane, per dirla alla Fondane, sul valore che si attribuisce oggi alla metafisica e sull’importanza di scotennare i fondamenti del vivere civile.

Varsavia

 

 

Qual è la parte del suo lavoro che le piace di più e quale invece le costa maggiore fatica?

Per quanto riguarda la parte che mi piace di più, sicuramente è la la fase di costruzione della storia attraverso la relazione con i personaggi, quindi fondamentalmente quando si riprende e si realizzano film documentari che poi vedi insieme a qualcuno; è un esperienza meravigliosa di condivisione, di relazione di impegno tecnico, nonché di ingresso nella vita delle persone che spesso costituisce una condivisione inimmaginabile in qualunque altro modo, per esempio se si trattasse di una vacanza. Mi spiego meglio: a Gaza vivevamo insieme alle persone che riprendevamo e questo corrisponde anche una modalità di approccio al lavoro che non tutti hanno ma che per me e per le persone con cui collaboro, quelle vicino al cuore rappresenta un modo di lavorare fondamentale per la riuscita di un docu-film di qualità.

Per quanto riguarda invece la parte faticosa, direi che riguarda il montaggio, tutta la parte di produzione e quindi una volta che ci si è separati e distaccati da quell esperienza relazionale, nasce un altro tipo di relazione che è quella con il materiale, la quale è molto più mediata, intellettuale ed emotivamente meno diretta. Tuttavia questa parte, benché mi piaccia meno, richiede altre doti quali la pazienza, la capacità organizzativa e una certa disciplina ed io sono più disciplinato più disciplinato nella relazione, nel contatto diretto, molto meno quando c’è una distanza.

Black horse in Gaza

Quando si è appassionato alla fotografia, la trova una forma d’arte o di artigianato?

Mi sono appassionato alla fotografia e nello specifico, forse sarebbe meglio dire alla documentazione da cui poi è nato il rapporto con la fotografia e successivamente con il film making, come attività e come lavoro, facendo il primo reportage “privato”, scattando foto alla mia personale situazione familiare, e fotografando una guerra familiare. Poi sono andato in Jugoslavia durante la guerra e li ho intrapreso seriamente questa passione come lavoro, che mi ha permesso di entrare al centro sperimentale per poi di proseguire la carriera.

Poi la fotografia, la documentazione e il film-making per me sono attività principalmente di artigianato, sebbene ci sia un fortissimo aspetto creativo e naturalmente ciò ha che con il fatto di raccontare delle storie che portano come risultato finale a una sequenza di scatti, immagini e suoni che producono un senso compiutezza narrativa; per cui quando riprendo la realtà in un certo senso la riformulo ,a il sostrato c’è. Poi soprattutto nei film ci sono tutta una serie di ulteriori passaggi, mediazioni che sono estremamente soggettive e relative alla manipolazione, la quale a sua volta può essere più o meno soggettiva o oggettiva. Tale manipolazione, per quanto mi riguarda è un atto di artigianato creativo in quanto metaforicamente e naturalmente uso le mani e i miei strumenti tecnici per dare una forma compiuta e significativa alla realtà.

Cosa vorrebbe che suscitassero le sue foto in chi le osserva? Una parte di realtà o le importa che si guardi anche al suo “estro artistico”?

No del mio “estro artistico” non mi importa nulla, è un aspetto fuori dal mio orizzonte mentale ed emotivo, mi importa che le fotografie come le immagini comunichino qualcosa più che in informino creando una relazione tra il soggetto e e il fruitore finali, il viewer. Si tratta di una relazione complessa e mediata da me che deve risultare immediata. Certamente in tal senso bisogna avere grandi capacità di artigianato creativo.

Come si fa una buona inchiesta?

Si parte dalle fonti e poi bisogna avere a disposizione tanto tanto tempo e dedizione.

 A volte è stato mai toccato dall’ombra del pregiudizio, ovvero è partito con un’idea precisa perché voleva fosse quella e poi è dovuto ricredersi?

Un professionista che cerca di raccontare la realtà non deve mai partire con un pregiudizio, cn un preconcetto, in questo senso, no non mi è mai capitato. Non dobbiamo assoggettare noi la realtà secondo quello che ci piace o conviene di più.

Un fatto, un viso, una situazione che l’hanno colpita di più in Iraq?

Tante cose. Direi che spesso in Italia di parla di cose che non si conoscono. Ciò che mi ha colpito di più in Iraq è il loro sistema politico, il potere militare: è un sistema basato su quote che però non è servito a mitigare le rivalità tra le varie fazioni nell’accaparrarsi il potere, dando così vita a lotte politiche per il controllo di posizioni politicamente ed economicamente fondamentali. Il tutto a discapito del benessere dei cittadini con questa divisione settaria vigente.

Il Male vissuto in prima persona su cosa l’ha fatta interrogare? In che modo ha cambiato prospettiva?

Ho imparato o meglio, ho cercato di mettermi nei panni di chi la pensa diversamente da me, di entrare dentro a una cultura diversa per comprenderla, per avere una visione più completa della realtà anche se forse non sarà mai la totale realtà.

Hannah Arendt diceva che il male non possiede profondità e sfida il pensiero; è d’accordo?

Sì, il male è banale, che poi bisogna capire bene cosa intendiamo per Male. Diciamo che spinge a riflettere, ad assumere un altro punto vista, a scoprire altre realtà che però quando le vedi non sempre il fatto di essere intellegibile è un sollievo, può far soffire ugualmente.

Sogni da realizzare?

Senza dubbio riprendere a viaggiare, a muovermi con più libertà, dopo che sarà finito questo drammatico periodo.

 

Worldpressphoto

https://www.worldpressphoto.org/collection/storytelling/2019/37769/2019-Ghadeer

 

 

 

 

 

 

 

“Doppio sogno” di Schnitzler, il romanzo breve che ha dato vita ad ‘Eyes wide shut’: una lettura psicologica

Doppio sogno è un romanzo breve del 1925 dello scrittore tedesco Arthur Schnitzler. Questo piccolo capolavoro narra del rapporto complesso tra un medico e sua moglie. Sono una coppia giovane e felice, però lui rimarrà turbato, dopo che si raccontano l’un l’altra fantasie e segreti, che prima di allora avevano tenuto per sé. All’inizio viene descritta una scena, simbolo di un atmosfera borghese e rassicurante: la loro figlia piccola, a cui viene letta una fiaba dai genitori, viene poi messa a letto dalla governante.

 

Doppio sogno: trama e contenuti

 

Ma il giovane medico Fridolin deve uscire quella sera per recarsi da un paziente, che versa in gravi condizioni. Una volta giunto a destinazione trova l’uomo già morto e viene sedotto dalla figlia del defunto davanti alla salma. Dovrebbe tornare a casa, ma finisce per vagare tutta la notte. Si fa sedurre da una passeggiatrice, che lo porta nella sua casa, ma con cui non conclude niente. Entra in un caffè notturno e qui incontra un suo vecchio compagno di università, che ora fa il pianista.

Quest’ultimo gli racconta che quella stessa notte dovrà suonare ad una festa da ballo con gli occhi bendati, anzi riesce a guardare “nello specchio attraverso il fazzoletto di seta nera che copre gli occhi”. Non conosce i partecipanti della festa mascherata, né il proprietario. Fridolin rimane affascinato dalla strana storia ed esprime il desiderio di voler entrare nella villa dei misteri. Il pianista gli risponde che deve procurarsi un saio scuro ed una mascherina nera. Il medico allora si reca dal mascheraio, dove ha modo di imbattersi nella piccola Pierette, forse una pazza, che viene sorpresa con due signori nel negozio.

Fridolin riesce ad entrare nella villa, ma viene smascherato. Sapeva la parola d’ingresso, ma non la parola d’ordine della casa. L’attende una punizione estremamente severa, forse dovrà pagare con la vita stessa, ma una donna lo riscatta e si dichiara di tutti. Successivamente scopre che la donna, che si è sacrificata per lui, ha pagato con la vita. Nonostante il medico viva queste esperienze al limite da solo, va detto che nelle donne, che incontra, ricerca sempre ossessivamente la moglie.

Una lettura psicologica

Doppio sogno è stato reso famoso dalla trasposizione cinematografica di Kubrick dal titolo Eyes wide shut”. Il film però non è totalmente fedele al libro. Kubrick infatti ambienta la vicenda nella New York dei nostri giorni, mentre invece nell’opera originale ci imbattiamo nella Vienna di fine secolo. L’alta società di Vienna in quel periodo si dedicava all’edonismo sfrenato con frequenti feste di ballo, perché non voleva affrontare direttamente i grandi cambiamenti culturali, sociali e politici di quell’epoca di transizione. Schnitzler prende spunto da questo atteggiamento mentale, assai diffuso al tempo, per indagare sulla natura umana e sui meandri della psiche, riuscendo ad esplorare zone d’ombra che nessun altro scrittore era mai riuscito a cogliere pienamente.

L’interrogativo di fondo di Doppio sogno è se sia opportuno dirsi tutto tra coniugi, rivelarsi anche le fantasie più inconfessabili o se sia meglio far prevalere il non detto. La scelta cruciale è tra l’incomunicabilità all’interno della coppia e quella che lo psicologo Bergler definiva “la delusione rispetto all’ideale dell’io”.

Quest’ultima espressione significa che una persona può subire una ferita nell’animo, constatando lo scarto significativo tra l’idealizzazione del partner e l’effettivo modo di essere della persona amata. Come se non bastasse la rivelazione di fantasie sessuali può far scaturire la gelosia da parte di entrambi.

Nell’opera di Schnitzler il protagonista Fridolin, dopo aver ascoltato le fantasie ed i sogni della compagna, subisce uno smacco notevole, sia perché capisce la complessità delle dinamiche del desiderio femminile, sia perché implicitamente ritiene scontato un monopolio sessuale nei confronti della moglie, ritiene di avere un diritto di proprietà su di essa. Lo stesso sentimento di gelosia che prova è difficile da decifrare: è un impasto, una commistione tra desiderio di possesso esclusivo e angoscia per una possibile separazione dal proprio oggetto di amore. Ma quando una coppia inizia un percorso di conoscenza e di autoanalisi così intimo il rischio è che uno dei due scambi le fantasie dell’altra metà per tradimenti effettivamente avvenuti e mascherati sotto forma di desideri mai messi in pratica. Schnitzler è geniale ad evidenziare le contraddizioni insanabili all’interno della coppia.

Tra Freud e Adler

Questa opera di Schnitzler potrebbe essere interpretata secondo certi criteri freudiani. Ma è altrettanto vero che Schnitzler non fu mai debitore di Freud. Entrambi giunsero alle solite conclusioni, però tramite mezzi diversi: Freud con l’analisi, l’artista con “l’autopercezione”.

Freud nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” sostiene che “l’occhio è come il corrispondente di una zona erogena”. Il piacere di guardare non è altro che una pulsione parziale secondo Freud, che può avere come antagonista solo la vergogna ed il pudore. Il protagonista di “Doppio sogno” è preso dal piacere di guardare tutte le donne nude alla festa mascherata, però questo voyeurismo sconfina e si sublima nell’epistemofilia (nel desiderio di conoscere e di indagare la realtà). Il medico Fridolin infatti vuole conoscere i propri recessi psichici, le fantasie erotiche della moglie e vuole sapere chi sono le persone che hanno partecipato alla festa. Non a caso l’ultima parte del libro tratta proprio dell’investigazione privata del medico per smascherare i responsabili di quell’orgia.

Da notare inoltre il conflitto intrapsichico del protagonista maschile tra erotismo e pulsione di morte: da una parte questa forza primaria che dovrebbe unire e legare e dall’altra una tempesta che dissolve le relazioni e distrugge i legami.

Infine un’ultima considerazione: Schnitzler con questo libro sembra volerci dire che fare un’analisi dei desideri all’interno di una coppia non è detto che sia un requisito indispensabile per due sposi, anzi talvolta può rivelarsi controproducente ed inquietante.

Lo stesso Adler, fondatore della Società di psicologia individuale, riteneva che la cooperazione fosse un presupposto fondamentale per il benessere della coppia piuttosto che il soddisfacimento della pulsione sessuale o lo scandagliare i desideri repressi dell’altra metà. Ognuno dei due partner, secondo lo psicologo austriaco, deve sentirsi parte di un tutto, deve imparare a fare le cose in due, nonostante che la società educhi al lavoro individuale e raramente al lavoro di gruppo, ma mai al lavoro di coppia.

I matrimoni infelici nascono quando uno dei due vuole sempre ricevere qualcosa, senza dare niente in cambio. Per Adler quindi il matrimonio è un compito comune. Emblematica a questo riguardo la singolare tradizione in una regione della Germania, che ci narra Adler. Per testare se dei fidanzati possono realizzare un matrimonio felice devono segare insieme un tronco d’albero con una sega con due manici. Per realizzare efficacemente questo lavoro ci vogliono coesione ed affiatamento; infatti se i due non si agiscono in modo sincronico e complementare non concludono niente.

Per Adler quindi è fondamentale la cooperazione, piuttosto che il sesso ed i desideri sessuali. E non è assolutamente detto che ricercare la cooperazione sia più difficile che trovare la fiducia reciproca per svelare le proprie fantasie.

 

Di Davide Morelli

Pensieri sparsi su Borges, di Davide Morelli

Borges è stato senza dubbio uno dei più grandi scrittori del Novecento. La sua cultura è stata enciclopedica. La sua memoria è stata prodigiosa. Forse talvolta Borges ha avuto paura di essere come il suo Funes. Ricordo che per il Funes la memoria sprovvista di filtro ed incapace di oblio era diventata “un deposito di rifiuti” e aveva reso il personaggio sovraccarico di letture e di sensazioni al punto da non riuscire più a pensare. Forse questa era una sua ossessione.

Di sicuro sappiamo di altre sue ossessioni. Ad esempio odiava il calcio perché aveva paura delle folle. Aveva l’ossessione degli specchi perché moltiplicavano l’uomo e la copula. A qualcuno talvolta Borges potrebbe apparire come un reazionario. Ma se è vero che non si impegnò mai in politica, è altrettanto vero che fu cieco per buona parte della sua vita. Infatti perse la vista sia perché affetto da una grave forma di miopia, sia perché leggeva forsennatamente. Va ricordato anche che per Borges il miglior assetto politico e sociale era quello che conciliava il massimo della libertà individuale con un minimo di governo. Non un reazionario quindi, ma un intellettuale disincantato.

I suoi scritti sono colmi di miti, metafore, paradossi. La sua è una letteratura fantastica. D’altronde la letteratura nell’antichità era sempre fantastica: era innanzitutto cosmogonia e mitologia. I maestri di Borges sono stati Dante, Kafka, Pascal, Whitman, Cervantes, Keats, Valery.

Borges è stato anche un profondo conoscitore della letteratura orientale, tanto è vero che nei suoi saggi fa più volte riferimento alle “Mille e una notte”. È grazie alla vastità delle sue letture che creerà il racconto “La ricerca di Averroè”, in cui narra di questo medico arabo che chiuso nell’ambito dell’Islam cerca di tradurre le parole “commedia” e “tragedia” da uno scritto di Aristotele.

Lo scrittore argentino in poche pagine mette in evidenza magistralmente i limiti gnoseologici della traduzione perché Averroè lavora vanamente e non conosce minimamente il contesto storico e culturale dell’antica Grecia. Lo scrittore sudamericano non disdegna neanche la filosofia. Infatti da Berkeley prenderà a prestito l’idea di un Dio che sogna il mondo, mentre da Platone riprenderà la concezione del tempo come “immagine mobile dell’eternità”.

Inoltre nella sua raccolta di saggi “Discussioni” illustrerà in modo illuminante uno dei cardini della filosofia di Nietzsche: l’eterno ritorno. Si veda a questo proposito il tempo circolare, secondo il quale l’universo sarebbe composto da quanti d’energia illimitati per la mente umana ma non infiniti. Una volta esauritesi tutte le combinazioni tra i quanti di energia si ripeterebbero gli eventi. Questa idea è alla base dell’arte combinatoria di Borges. Una delle sue tematiche di fondo infatti è che la casistica del mondo è vasta ma limitata. Ecco spiegato perché nei suoi racconti fantastici esistono personaggi che a distanza di secoli commettono le stesse azioni o creano le stesse opere. Da qui deriva la concezione borgesiana secondo cui “nessuno è qualcuno e ciascuno è tutti”, espressa nel suo racconto “L’immortale” nell’ “Aleph”. Partendo quindi dal presupposto che siamo sempre gli stessi e viviamo svariate vite possiamo essere in tempi diversi santi e assassini, scrittori e analfabeti, guerrieri o codardi. Perderemmo quindi la nostra individualità. Perderemmo i meriti e i demeriti della singola esistenza.

La biblioteca, la sfera e il labirinto sono i simboli più importanti dell’opera narrativa di Borges.

Per quanto riguarda la produzione poetica i simboli che spiccano sono la rosa e la tigre. In “Finzioni” la biblioteca di Babele è “una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono e la cui circonferenza è inaccessibile”. I bibliotecari che vivono tutta la vita in un angolo della biblioteca sono alla perenne ricerca del “libro totale”, ovvero dell’opera che può racchiudere il significato ultimo. Borges ci dice che i bibliotecari alla fine si scoraggiano perché nessuno riesce a trovarlo.

Trovare quel libro significherebbe carpire il segreto dell’esistenza. Ma lo scrittore ci fa sapere che probabilmente la razza umana si estinguerà e la biblioteca sopravviverà ai suoi lettori. La biblioteca è quindi il simbolo della conoscenza universale. Veniamo invece alla sfera, ovvero all’Aleph. Questo ultimo è “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”. La sfera quindi è per Borges il luogo che permette all’uomo di travalicare gli angusti limiti della propria percezione visiva e della propria corporeità.

Se la biblioteca è simbolo della conoscenza, invece la sfera è simbolo dell’esperienza, a mio modesto avviso. Per Borges il libro è sempre stato un labirinto di simboli: un’opera aperta in cui il lettore può scegliere tra diverse alternative. Se il labirinto però sembra descrivere il groviglio inestricabile dell’esistenza umana dobbiamo riferire che è per Borges un simbolo di vita e non di morte. Infatti nell’ “Aleph”, più esattamente nel racconto “I due re e i due labirinti”, due sovrani si sfidano tra loro.

Il primo rinchiude il secondo nel labirinto, ma questo ultimo riesce a uscirvi. Il re fuggito dal labirinto invece fa prigioniero l’altro e lo mette nel deserto in cui morirà di fame. Borges in definitiva ci insegna che l’uomo senza l’attività simbolica sarebbe niente. In fondo per gli antropologi l’uomo è giunto alla civiltà quando è iniziato il culto dei morti: riti e pratiche che senza capacità simboliche non sarebbero esistite. Borges ci ricorda anche che la vita umana è una vita in profondità.

 

Di Davide Morelli

Mascherine fasulle, in Veneto l’azienda che svela le truffe sulle FFP2

Sempre più mascherine contraffatte sul mercato, a Padova l’azienda Clariscience ha una business unit che verifica la documentazione. Stefano Pagnutti, il Ceo. “La presenza del marchio CE non basta, occorre sempre seguire l’intera catena documentale”. Il mini-vademecum: così il consumatore può capire se la mascherina è a norma.

Sono decine di milioni le mascherine fasulle che girano per l’Italia. Molti sono i truffatori che hanno approfittato della situazione di emergenza e del fatto che molte aziende hanno per questo deciso di avviare procedure di importazione.
Le norme, a volte, non vengono rispettate e negli ultimi giorni le cronache parlano di casi di truffe. Per questo, molti consumatori chiedono ai rivenditori certezze. I professionisti in grado di capire se una mascherina, e specificamente anche le FFP2, possa essere stata immessa in commercio irregolarmente hanno sede a Padova. L’azienda si chiama Clariscience e garantisce la supply chain del benessere e della salute: con le loro conoscenze permettono al settore medicale di comunicare nel modo più corretto e a chi produce o distribuisce dispositivi medici e di protezione individuale di immettere i propri prodotti sul mercato nel rispetto delle normative.
Da inizio pandemia sono stati contattati da una trentina di aziende, da quelle più piccole ai colossi della distribuzione, interessate a introdurre mascherine FFP2 sul mercato, soprattutto importandole da paesi extra UE. “Tra di loro, almeno una decina gli importatori che ci hanno chiesto supporto nel valutare, da un punto di vista documentale, i prodotti che avrebbero voluto importare”, spiega il Ceo, Stefano Pagnutti. “Abbiamo dovuto dedicare parte delle nostre risorse a questa attività molto specifica, anche se in linea con quanto facciamo normalmente, occupandoci di offrire servizi di natura regolatoria a fabbricanti, importatori e distributori di diverse tipologie di dispositivi”, ha aggiunto Pagnutti.
Va precisato che Clariscience analizza i documenti, mentre le analisi tecniche volte a capire se una mascherina filtri esattamente come dovrebbe sono eseguite da laboratori specializzati. Se fasulli, i documenti che accompagnano i dispositivi sono spesso preparati da esperti: in questo caso è possibile capire che si tratta di un falso solo contattando direttamente l’organismo notificato che risulta avere emesso i certificati.
“Ci sono delle regole, non tutte sono semplici da capire: per questo chi opera nel mondo del commercio delle mascherine e desidera avviarne l’importazione può meglio tutelare i consumatori chiedendo l’aiuto ai professionisti del settore”, dice ancora Pagnutti. “Si tratta di un’attività di verifica preliminare importante perché permette di individuare in anticipo dispositivi non accompagnati dalla adeguata documentazione evitando così la loro commercializzazione”.
Per aiutare aziende e consumatori a districarsi nella complessità delle regole e delle leggi, Clariscience ha redatto una sorta di mini-vademecum messo a disposizione sul sito dell’azienda a questo link.

SCHEDA CLARISCIENCE

Clariscience ha sede operativa a Padova e legale a Milano. L’azienda è stata fondata nel 2013, i dipendenti sono dieci e nell’anno del Covid il fatturato è passato da 900 mila euro a 1,1 milioni (+22%). Sono i professionisti che garantiscono la supply chain del benessere e della salute, e con le loro conoscenze permettono al settore medicale di comunicare nel modo più corretto e a chi produce o distribuisce dispositivi medici di immettere i propri prodotti sul mercato nel rispetto delle normative.
Clariscience è organizzata intorno a due business unit: quella degli “Affari regolatori e sistemi per la gestione della qualità”, dedicata al settore dei dispositivi medici, e quella relativa alla “Comunicazione scientifica” che si rivolge invece all’intero settore life science, anche attraverso specifici servizi di medical writing. In questo caso gli interlocutori diventano molteplici e il raggio d’azione dell’azienda raggiunge anche il mondo della ricerca e dell’editoria scientifica. Il Ceo è Stefano Pagnutti.

‘Sillabari dal cortile’, la poesia civile di Fernando Della Posta

Fernando Della Posta in “Sillabari dal cortile”, titolo che richiama quello del racconto di Goffredo Parise, dà voce alla poesia di contenuto civile su un piano, reale. È infatti presente un chiaro riferimento alla realtà storica contemporanea, segnata dalla pandemia e dal desiderio di reagire a una condizione di inerzia per maturare una coscienza dei propri doveri e della necessità di un impegno attivo. Ma è anche attraverso gli incontri e i rapporti con gli altri, come ha giustamente notato la Prof.ssa Maria Allo:

Fernando della Posta

 

Nei chiusi mondi della porta accanto

giacciono personalità che si danno

scoperte e date per sempre. Ma non colte,

colorate, sfilano per le strade

occasioni nuove.

e con i luoghi che si possono stabilire rapporti affettivi autentici e impegni costruttivi, prosegue Maria Allo. Roma è il luogo di cui si sostanzia la sezione Sillabari nel cortile, è il luogo da cui Della Posta osserva e registra un mondo con vigile coscienza tesa a decifrare la sua contraddittoria realtà e la volontà di operare per modificarlo, implicita nell’essere poeta. Così si esprime nei suoi versi:

 

(…) Proprio per questo

le ideologie di morte non avranno mai

l’ultima parola. Anche il boia è fatto di vita.

 

La forza della poesia di della Posta sta nella capacità di dare luce alle parole che diventano immagini, fotografate da un testimone dei nostri giorni che rivaluta la figura del boia in chiave “antimoderna”, alla De Maistre, per il quale il boia è una figura fondante della società, in quanto fa compiere un sacrificio per purificare tutta l’umanità. Anche da questa pandemia, oltre che da alcune ideologie mortifere che ancora persistono.

Come nota ancora Maria Allo, nella sezione Terra e lavoro emerge la consapevolezza di quanto sia alienante per il singolo la ricerca di una meta che non c’è e l’accettazione a muoversi in una terra disabitata, e non c’è retorica nella voce nuda del poeta che non si lascia ridurre al silenzio. Poesia esistenziale in cui l’identità personale vacilla e ciascuno è un disperso, così in Terra di lavoro scrive:

 

(…)

Il vago sentore di appartenere

alla tribù sbagliata.

Tutta questa voglia di urlare

con puntiglio e costanza

di farsi notare, di farsi dire:

“dove sbagliamo?

Perché non siamo tra voi?”

L’autore fa autocritica, è come se puntasse il dito contro la sua generazione che ha scelto una casa sbagliata in cui abitare e urlare per farsi sentire.

Della Posta non denuncia ma riflette il ripiegamento di una generazione che sta attraversando un periodo di tensioni ideali e si sente fallita e delusa, dichiara la propria stanchezza di fronte a un domani nel quale si consumano, virtù e giovinezza:

 

(…)

Ma torni ogni deluso dalla vita

a chiedere un futuro che non sia

rovina di un cortile abbandonato!

 

Il sentimento dominante è una nostalgia di futuro che proietta un sentimento destinato al passato, quindi assimila il futuro al passato, cioè gli anni ancora da vivere, ignoti e imprevisti, a quelli già vissuti, noti e scontati.

La vita è come un cortile abbandonato, cosa ci può essere di più triste e desolante? La rovina di questo cortile che è costituito dal nostro futuri fatto di delusioni.

La presa di posizione di Della Posta, che traduce la sua tensione morale in versi lucidi e fermi, rifacendosi alla lezione di Brecht, è a favore di una nuova cultura che non si limiti a consolare ma che protegga perché “Amore è concedere possibilità”.  E la poesia deve essere anche impegno civile come sosteneva Manzoni.

In un mondo reso sempre meno leggibile dal moltiplicarsi dei linguaggi, “Il lievito madre è oppresso/ dallo straripare dei contesti”, la poesia può attraversare la crisi di una cultura e di una società e del loro linguaggio, afferma Della Posta, e può muovere alla riconquista di un ordine razionale per far maturare sempre più le riflessioni e i significati dai sillabari dei cortili, come un seguito di onde o cerchi concentrici che da essi si irradiano.

Scrive nella densa prefazione, che spazia tra le varie sezioni del libro, Nicola Grato: “Ricerca di parole vere, questa è la poesia di Fernando Della Posta; nessuna concessione al bel verso all’immagine strabiliante, al triplo salto dei nessi”  perché la poesia con la sua “inutilità” rappresenta qualcosa di autenticamente umano, rifiuta di essere ridotta a produzione e a merce e incarna il valore del raccoglimento di fronte all’universo chiassoso e dispersivo delle comunicazioni di massa, lasciando spazio a interrogativi profondi “dove sbagliamo? Perché non siamo tra voi?”

La poesia di Della Posta in tal senso richiama l’approccio di Gozzano e Palazzeschi: pur conservando il suo impegno civile non si lascia sedurre da virtuosismi e barocchismi, perché, secondo l’autore, il “nostro cortile” oggi non ne ha bisogno, non lo capirebbe.

 

L’autore

 

Fernando Della Posta è nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone e vive e lavora a Roma. Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in poesia nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari” nella sezione silloge poetica inedita; nel 2015 è risultato tra i finalisti del concorso letterario “Sistemi d’Attrazione”, legato al festival “Bologna in lettere 2015”, nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero e ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita. Nel 2017 vince il Premio Nazionale Poetika nella sezione silloge inedita.

Nel 2018 si classifica secondo nella sezione inediti di poesia al Premio “Andrea Torresano”, ottiene una segnalazione al premio Lorenzo Montano per la silloge inedita e vince il Premio Letterario Zeno nella sezione poesia. Nel 2019 ottiene piazzamenti da finalista per la raccolta inedita ai concorsi: “Paul Celan”, “Pietro Carrera” e menzioni speciali al premio nazionale editoriale “Arcipelago Itaca”.

Nel 2021 ottiene il terzo posto per la poesia inedita al Premio Umbertide XXV Aprile. Numerose sono le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come Neobar, di cui è redattore, Words Social Forum, Viadellebelledonne, Poetarum Silva, L’EstroVerso e Il Giardino dei Poeti.

Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie “L’anno, la notte, il viaggio” per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 “Gli aloni del vapore d’Inverno” per Divinafollia Edizioni, nel 2017 “Cronache dall’Armistizio” per Onirica Edizioni, nel 2018 “Gli anelli di Saturno” per Ensemble Edizioni, nel 2019 “Voltacielo” per Oèdipus Edizione, nel 2020 “Sembianze della luce” per Giuliano Ladolfi Editore e nel 2021 Sillabari dal cortile per Macabor Editore.

‘Mu’, la raccolta di poesie zen di Nunzio di Sarno

Le prime parole che troviamo ad aprire la raccolta intitolata Mu di Nunzio Di Sarno sono quelle di un koan zen:

Un monaco chiese a Joshu: “Un cane ha la natura di Buddha?”

Joshu rispose: “Mu”

Mu mantiene in sé gli opposti e spinge a trascenderli in uno slancio che scatta lontano dalla logica e dalla premeditazione.

E quando pensi di averlo afferrato è proprio lì che ti scappa.

Ci si può solo muovere insieme.

Il koan ci mostra la strada che si fa traccia e mappa.

Una mappa che si mantiene giusto per il passaggio e le luci che durano sono le realizzazioni, in balia dell’amore e l’amicizia, delle droghe, dell’alcool e delle meditazioni, della malattia, della morte e della disciplina, in seno alle famiglie “vecchie, nuove e ritrovate”. Mu è uno dei Koan più conosciuti della scuola Rinzai di zen giapponese. È un concetto che contiene gli opposti, una sintesi, ma allo stesso tempo è la spinta a trascenderli.

In una parola la Vita.

Che suona al passaggio del vento,

ma anche al ritmo sghembo di Monk

e alle distorsioni secche dei Ramones.

È un attimo e le gambe a croce schizzano nel Pogo.

In una spinta continua alla trasformazione, che trova,

nella trasfigurazione della mancanza e degli eccessi, le nuove forme.

E come riporta “Manifesto” il suono è sempre operativo, tutto è vissuto! Niente spazio per l’ozio, gli ammiccamenti e le consolazioni di rito.

Come potrebbero le pose reggere al vortice degli Elementi?

Il pensiero si produce nell’azione e all’azione riconduce sempre.

E l’azione non può non essere politica.

 

Qui il lettore non può restare sulla soglia a guardare, è chiamato ad aprirsi ed immergersi per sentire su di sé, sposando i ritmi per ritrovarsi a pezzi. Unico sentiero per accedere alle forme nuove.

Nunzio Di Sarno nasce a Napoli, si laurea in lingue e letterature straniere con una tesi su Ginna e le connessioni tra astrattismo e spiritualismo. Ha lavorato come operatore sociale, mediatore culturale, insegnante di italiano L2, di sostegno e di inglese.

Da alcuni anni risiede ed insegna a Firenze.

Nel 2021si laurea in psicologia clinica e della riabilitazione con una tesi su Yoga, Tai Chi e mindfulness come terapie complementari nella malattia di Parkinson.

Mu, pubblicata da Oèdipus edizioni nell’agosto 2020, è la sua raccolta d’esordio. Sue poesie ed articoli sono presenti su diversi siti e blog letterari.

Mu è una raccolta dove a farla da padrona è la ricerca interiore, quella che va molto di moda oggi e che tanto affascina i cultori della Giappone.

 

L’autore di Mu

Nunzio Di Sarno nasce a Napoli, si laurea in lingue e letterature straniere con una tesi su Ginna e le connessioni tra astrattismo e spiritualismo. Ha lavorato come operatore sociale, mediatore culturale, insegnante di italiano L2, di sostegno e di inglese.

Da alcuni anni risiede ed insegna a Firenze.

Nel 2021si laurea in psicologia clinica e della riabilitazione con una tesi su Yoga, Tai Chi e mindfulness come terapie complementari nella malattia di Parkinson.

Mu, pubblicata da Oèdipus edizioni nell’agosto 2020, è la sua raccolta d’esordio. Sue poesie ed articoli sono presenti su diversi siti e blog letterari.

‘Criminal profiling’: un racconto di Ivano Mugnaini

Era la notte più buia mai apparsa sulla terra. Anzi, era una notte che si rifiutava di apparire, perfino come essenza oscura. Non si camminava per le strade, ci si immergeva, quasi a memoria, in ipotesi di vie e marciapiedi. Uno dei rarissimi rumori che si potevano udire in tutta la città era la voce cupa di Marco Rattis, alias Markophone. Il dee-jay di Radio Utopia 2000 era scarso, a partire dal nome d’arte che si era scelto. Ma lavorava in una radio libera, libera veramente, per dirla con le parole di una canzone che era solito programmare con gusto. Era tanto libera, la sua radio, che a volte gli sembrava non esistesse. Etere nel buio, niente nel niente. Ma nel buio non c’è il nulla: c’è carne, sangue, linfa vitale. Quella notte a Markophone era riemerso lo sfizio di un vizio: capire qualcosa.

La sola cosa che Marco sapesse fare bene era riprodurre le voci. Imitava alla perfezione chiunque, o quasi. Selezionò il più squillante e solenne dei jingle che aveva in repertorio, poi, con la voce di Donald Trump, proclamò la necessità di una pronta e duratura pace universale. Con le voci alternate del Ministro delle Finanze e del Telecardinale per antonomasia annunciò poco dopo sostanziose detrazioni fiscali per i clienti delle lucciole. Fece replicare loro dalla Portavoce del Sindacato Prostitute Organizzate, la quale, roca ma suadente, parlò di una speciale misura promozionale: le operatrici del settore dopo l’atto sarebbero andate a cena con i clienti e avrebbero pagato alla romana. In seguito, a tarda notte, gli uni e le altre avrebbero camminato per le strade in cerca di gatti randagi a cui donare carezze e il tepore dei caloriferi.

Si sentì grande, Markophone. Un universo di vibrazioni umane. Senza alcun pudore fece risuonare a tutto volume una cassetta di applausi registrati al termine di un’opera sinfonica. Un istante dopo si sentì una nullità. Non che prima di allora non gli fosse mai successo, ma in quel preciso momento ebbe la percezione fisica, ghignante, della distanza tra sogno e realtà. Per reazione, o forse per crogiolarsi ancora di più in quella ruffiana malinconia, si rivolse mentalmente all’Imitatore Massimo, l’unico in grado di riprodurre l’intera esistenza, gli esseri viventi in tutte le loro forme. Dalla finestra dello studio alzò gli occhi verso il cielo.

Niente. Solo un immenso telo scuro. Mise un CD di brani e commenti strampalati registrati mesi prima e schiacciò il tasto “loop”, la programmazione ad anello, senza interruzioni. Avrebbe avuto tutto il resto della notte a disposizione, in tal modo. Nessun ascoltatore si sarebbe accorto della sua assenza. Sempre ammesso che la sua radio lo avesse avuto davvero qualche ascoltatore. Uscì fuori e si avviò lento, impacciato, lungo il marciapiede. Guardò ancora in alto, poi scrutò di fianco a sé e davanti. Ancora niente. Solo un sibilo acuto alle sue spalle. Una vecchia Lancia Fulvia Coupé con i freni da rifare si fermò a un metro dai suoi polpacci. Marco non cambiò espressione. Si allontanò piano, con faccia serenamente disperata, certa del tanfo di gomma e metallo del mondo. Ma alla fine la curiosità prevalse. Si voltò di scatto per gettare un’occhiata al mirabile autista. Una sigaretta e un sorriso. Abiti eleganti, perfino una gardenia bianca nell’occhiello. Dalla radio della macchina uscivano le note de “L’uomo in frac” di Modugno. Marco riconobbe, in quell’istante, la faccia dolce e disincantata dell’uomo più inadatto alla vita che avesse mai conosciuto. Eccetto se stesso, chiaramente.

Lo fissava, staccando il gomito posato sul volante solo per aspirare la sigaretta, suo zio Remo. Il fatto che fosse morto venti anni prima non turbò Marco più di tanto. Gli sembrò, in quel contesto, un particolare secondario, una macchia lievemente più scura nel mantello antracite della notte. Tutto ciò che riuscì a fare e a pensare fu correre verso il finestrino e offrire all’uomo una mano da stringere e qualcosa di forte da bere in qualche bar. La seconda offerta fece centro. La sigaretta, seppure a malincuore, venne schiacciata sull’asfalto umido, e le labbra uscite dal buio si misero in moto, pigre quasi quanto le gambe.

            «Ho provato, sai, Marco?»

            «Hai provato cosa, zio?»

«Ho provato, in tutti questi anni, dopo che sono… andato via. Ho tentato di chiedere una modifica dell’iter stabilito per te e per gli altri, per voi che mi state a cuore e che siete ancora quaggiù. Non è stato possibile. Non è concesso, umanamente e neppure “postumanamente”. Il sistema di controllo lassù è ciclico, circolare. Ogni richiesta di concessione viene girata ad un Controllore Ulteriore. E così via. Neppure l’Eternità è sufficiente. La burocrazia terrestre al confronto è snella e fulminea.

Non ho solo cattive notizie da darti, comunque, altrimenti, mi conosci, non sarei venuto da te. Visti i miei crediti acquisiti sulla terra, mi è stato elargito qualche privilegio. Posso portarti vicino a loro. Voglio, anzi devo farlo».

«Loro chi?».

«Non pensare che ci sia bisogno di mezzi ipertecnologici per rendere possibile il meeting. Ti basterà percorrere questo viale. Saranno loro a venire incontro a te. Sii te stesso. Io ti aspetto in fondo».

Marco entrò e uscì dai locali aperti e giunse, più suonato che mai, al termine della Via Crucis dell’amaro notturno.

«Bravo, Marco! Loro hanno visto e annotato tutto: quello che hai preso, in quali locali, parlando oppure tacendo, con quale gente, con quali parole. Ora hanno raccolto una messe di dati ulteriori. Forse potranno inserirti finalmente in una cartella, un modello, un cluster. Sì perché, caro nipote, devo dirti la verità: il problema è che al momento you match with noone and nothing. Non combaci con niente e con nessuno».

«È una colpa?».

«Domanda troppo filosofica per me. Io sono solo un messaggero, capiscimi. Sono dalla tua parte, certo, ma molte cose non le comprendo nemmeno io. Comunque credo che ora possa essere ultimata la scheda del tuo Criminal Profiling.

Ah, come avrai notato da quando sono passato all’altra dimensione un vantaggio sicuro l’ho avuto: adesso so bene l’inglese. Appena arrivi lassù ti fanno un corso intensivo e accelerato. In men che non si dica diventi, per forza o per amore, un potenziale madrelingua».

«Mi fa piacere, zio, ma anch’io, pur non avendo seguito nessun corso simile, sono in grado di capire che la definizione è assurda. “Criminal” implica la certezza che io abbia commesso delitti, o comunque infranto codici o leggi. Quando mai? Io ho sempre lavorato alla radio, tutte le notti o quasi. Dicendo semplici parole, le mie idee, il mio modo di vedere. Cazzatelle, niente di meno e niente di più. Discorsi leggeri tra un disco e l’altro. Nulla di importante».

«Ne sei sicuro? Forse ti sottovaluti. O forse non hai capito bene il funzionamento del General Data System. Non è colpa tua, del resto. Non ne sono padrone del tutto neppure io che mi trovo lassù, in posizione panoramica, da anni e anni.

Quello che conta, comunque, lo ribadisco, è il supplemento di indagine che abbiamo appena reso possibile. Vedrai che un fascicolo telematico in cui archiviarti lo trovano adesso. Sarai libero! Torna alla tua radio, vai. E sii più lieve. Non parlare delle cose del mondo, parla di musica giovane, inventa barzellette sceme, fai qualche gridolino ogni tanto, e canticchia in falsetto prima, dopo e durante i pezzi. Meglio se metti parecchia dance, sai? Impara a fare il dee-jay come si deve. Sono anni che lo fai e continui a sbagliare tono e argomenti! Torna alla tua radio e lascia stare la cronaca, i fatti, gli accadimenti. Meglio la Disco Anni 80. Farai più ascolto, vedrai. In tal modo ti farai uno zoccolo duro di aficionados. Come vedi so anche lo spagnolo, figliuolo!».

Marco Rattis detto Markophone salutò lo zio con un sorriso e con un gesto rapido della mano. Anche l’Uomo in Frac lo guardò un solo istante. Sollevò l’ennesima sigaretta e la fece scorrere nell’aria come una minuscola cometa. Si volto di scattò e si avviò in direzione del buio più fitto. Marco lo fermò con un grido, e con un’ultima domanda.

«Posso raccontare almeno ciò che mi è successo stanotte? L’incontro con te e con loro, la raccolta dati, l’Archivio Universale. Concedetemi di raccontarlo, dai, almeno, per una volta, avrò qualcosa di interessante da dire ai radioascoltatori».

«Credevo che avessi fatto qualche progresso, Marco. Invece, mi ricresce di doverlo dire, ma sei rimasto lo stesso. È chiaro che non puoi dire niente. Credevo fosse lampante. Purtroppo, al contrario, devo specificare sempre tutto con te. No, non puoi raccontare nulla di nulla. E anche se lo facessi è chiaro che nessuno ti crederebbe. Riflettici!».

«Ma, allora, se nessuno mi crederebbe, perché non mi è concesso di raccontarlo?».

L’uomo guardò il nipote con sdegno. Gettò la sigaretta per terra e si allontanò definitivamente a passo rapido, quasi aereo.

Marco lo inseguì come poté e gli urlò tutta d’un fiato una delle sue storielle, un aneddoto mezzo vero e mezzo inventato.

«Sai zio, un tempo assieme ai miei amici frequentavo un bar. C’era una tipa selvaggia, dai modi duri ma sinceri. Non era più giovane, ma era ancora fresca, sensuale. Moltissimi l’avevano odiata e la odiavano. Altri l’avevano frequentata, alcuni erano stati fidanzati con lei e un paio l’avevano addirittura sposata. Ma tutti, presto o tardi, l’avevano abbandonata al suo destino. Era pericolosa, lo sapevano tutti. Rischiava di portarti dove non vuoi, dove non sei stato prima. Se ti guardava negli occhi ti sentivi vivo, ma nessuno osava farle la corte come si deve. Troppo autentica, diversa dalle altre. I miei amici, per scherzo, cominciarono a dirmi che era la mia donna ideale. Mi dissero che era follemente innamorata di me. All’inizio ci risi su, ma presto mi accorsi che qualcosa era successo. Non lo volevo, non era nelle mie intenzioni, ma mi ci avevano fatto pensare. Ecco zio, è accaduto anche stanotte. In questo buio fitto, lungo il viale dove si deve parlare e non parlare, guardare e non guardare, tu, e loro, mi ci avete fatto pensare. Stanotte, zio, l’ho vista, l’ho pensata, l’ho amata di nuovo».

Marco guardò le spalle rigide dell’uomo allontanarsi. Lo smoking impeccabile, più scuro della notte, ebbe solo un ultimo fremito di sdegno. Poi svanì nel nulla. Marco pensò alla sua Radio. Se si sbrigava poteva tornare al microfono prima dell’inizio dei programmi a quiz del mattino. In tempo per raccontare una storia a cui, forse, nessuno avrebbe creduto.

 

CRIMINAL PROFILING – racconto – Ivano Mugnaini

‘Maradona, l’albatros che danza’, dello scrittore Ivano Mugnaini

Questo pezzo non parla di Maradona. Parla del sogno e parla della realtà, della bellezza del calcio generato da lui. 

Dopo il memorabile goal all’Inghilterra ai Mondiali del 1986 un commentatore argentino definì Maradona “aquilone cósmico”. Un altro cronista esclamò una mezza dozzina di volte “un poema de goal!”

Se si accosta Maradona alla poesia, mi viene in mente l’Albatros di Baudelaire: “Il Poeta principe delle nubi / sta con l’uragano e ride degli arcieri/ esule in terra […] con le sue ali di gigante”.

Maradona è stato un albatros che rideva e sorrideva. Dissimile, in questo, da un altro albatros, Fausto Coppi. Anch’egli atleta fuori dall’ordinario, per doti fisiche e talento. Il ciclista piemontese era malinconico e possente come una salita da compiere da solo, là, davanti a tutti, con una maglietta bianca e azzurra, un cielo che guarda muto, un destino che chiama a sé, anzitempo.

Maradona era un albatros che sorride. Di gioia, di esuberanza di vita. Quando era nel suo elemento naturale, il campo di calcio, con un pallone tra i piedi danzava, sorrideva, cadeva, si rialzava e danzava ancora.

Volava, sul campo, Maradona. I suoi compagni di squadra e gli avversari dicevano che quando ti correva accanto sentivi un fruscio, un alito di vento, un pensiero felice. Entrambi imprendibili.

In varie interviste Maradona ha affermato che dentro il campo c’è la felicità.

“Los dolores se van. La vida se va”. Se ne va quella parte della vita che è frustrazione, pena, pesantezza. Resta il privilegio, la leggerezza del gioco.

Maradona voleva dare la felicità. Lo ha ripetuto decine di volte. Lo ha detto riferendosi ai tifosi dell’Argentina. Lo ha detto ai tifosi del Napoli. Voleva farli felici. Voleva realizzare quello che neppure gli dei sono mai riusciti a fare: rendere felici gli uomini. 

E lui rispondeva ai giornalisti che gli chiedevano come si sentisse a essere considerato un dio, con un sorriso agrodolce che nascondeva chissà quali pensieri: “Io credo che sono cose differenti”. 

Maradona ha voluto rendere felice una città che ha subito e vissuto umiliazioni per secoli.

Napoli era la città perfetta per Maradona. Lo specchio della sua vera identità, il luogo del mondo in cui la passione ha la sincerità di uno scugnizzo, la sua stessa sete di vita, di gioco, di passione.

Napoli era la città più sbagliata al mondo per Maradona. La perfezione assoluta di quell’amore eccessivo, sconfinato, lo avrebbe presto o tardi soffocato di egoismo, di idolatrie, di bocche di sanguisughe della privacy e dello spazio individuale. 

Voleva fuggire. Non glielo hanno consentito. E lui, in quel clima, con il corpo e la mente già minati dalle dipendenze, con un presidente che gli parlava a stento, è riuscito a regalare alla gente il secondo scudetto. 

Maradona era il ragazzo nato povero, nella periferia della periferia. Pensavano di poterlo comprare con i Rolex d’oro e le Ferrari. Per eccesso di amore o semplicemente per cercare di controllarlo, legandone le ali, come una preda. La camorra lo ha corteggiato per poter esibire il trofeo dei trofei. Per lanciare un messaggio: se controlliamo lui possiamo controllare tutto e tutti.

Maradona era forte ed era bambino. Entrambe le cose alla massima potenza. Il contrasto tra questi due estremi ha avuto un effetto lacerante. Nello spezzone di un documentario a lui dedicato si vede Maradona che gioca con la figlia. Ad un certo momento il suo riso è identico a quello di lei. Ha la stessa voce e gli stessi occhi del bambino che giocava a pallone sul campo polveroso di Villa Fiorito.

L’albatros vola e cammina. Ferisce le sua stessa carne nella sproporzione, nel dissidio tra il volo e la realtà. 

Come Ayrton Senna. Entrambi felici e disperatamente persi dentro una passione unica, assoluta, divorante. Per Senna era la velocità, per Maradona il pallone. Quello da cui da ragazzo non si staccava mai. Neppure a letto, neppure quando dormiva.

Cosa sia un “mito” non si sa. Non si sa definire, non se ne conoscono le cause e le manifestazioni. Ma una cosa è certa: essere un mito non è facile. Lo ha scoperto a sua spese Marilyn Monroe, se ne è reso conto suo malgrado James Dean, ed Elvis, e con loro tutti gli altri. Quelli chiamati a sperimentare sullo propria pelle e sulla propria carne il divario tra l’amore assoluto per il loro “demone”, quello che hanno reso perfetto, e la vita, quella fuori del set, dello stadio, dello studio televisivo, del teatro dove si recita e dove si vive il sogno. La vita, come ogni donna che si sente tradita, non te lo perdona, ti avvelena. Ti strappa anzitempo dal tuo amatissimo demone e da tutti coloro che amando la tua stessa ossessione hanno amato te.

Essere un uomo, e sentire nella testa e sulle ossa la pressione di migliaia di occhi e menti. Reclamano e pretendono la tua attenzione, vogliono che realizzi il loro sogno, vogliono che tu sia quello che loro vogliono. A tutto questo, nessuno può reggere a lungo.

Maradona ad un certo momento ha sbagliato. Certo. Per l’eccesso della pressione sulle pareti del cervello e dei pensieri. O semplicemente ha sbagliato per un errore, umanissimo. Ha sbagliato. Ma chi voleva trovare un santo o un dio su un campo di calcio ha cercato in un luogo inadeguato. Maradona, visto in alcune foto da bambino, avevo un sguardo da indio. Forse qualche goccia di sangue indio scorreva nelle sue vene. Così come in quelle di Carlos Monzon. 

Monzon sfogava il marchio di un’atavica emarginazione con pugni assestati con una forza gelida, chirurgicamente feroci. Benvenuti lo sa bene. Ne ha un ricordo indelebile.

Maradona ha avuto il dono e il privilegio di sfogare e riscattare quel marchio danzando.  Sul terreno di gioco la rabbia diventava sorriso.

Life is life. Una canzone degli Opus del 1985. Il 19 aprile del 1989 sul campo di Monaco di Baviera, Maradona, con gli scarpini slacciati, danza, assieme al compagno di squadra Antonio Careca, al ritmo di quelle note. Ed è un’esuberanza spontanea che diventa simbolica in modo assolutamente naturale. Life is life, la vita è la vita. Come a dire la vita non si comprende. Non c’è niente da capire. Basta rispondere con le scarpe slacciate alla voglia di giocare e di stare bene, e di vincere, magari assieme ad un amico brasiliano.

Monzon si è riscattato a suon di pugni. Maradona a suon di sorrisi.

Perfino nell’intervista concessa negli anni più bui ad un noto giornalista argentino, quella in cui piange, grasso, irriconoscibile, reduce dalla clinica psichiatrica, con la commozione che gli riga la faccia di lacrime, trovo il modo di sorridere. Il giornalista gli dice “Hai sempre lottato, ce la farai anche stavolta”. E lui risponde “Stavolta sono KO”. Ma perfino lì sorride. 

Magari pensava al campo. A tutto quello che gli aveva dato e che aveva avuto.

Perché il campo di calcio è uno dei rarissimi luoghi al mondo dove sussiste la possibilità del merito e della giustizia.  Immaginiamo un potentissimo presidente padre-padrone che voglia imporre a tutti i costi il proprio figlio, o il nipote o il cognato. Ordina all’allenatore di farlo giocare e l’allenatore cede. Il raccomandato scende in campo. Al primo liscio una risata collettiva. Al primo passaggio sbagliato una salva di fischi. Al terzo errore marchiano viene giù lo stadio. Su un campo di calcio non si può barare. Gioca chi sa e quasi sempre vince il migliore. Sì, almeno su un campo di calcio gioca e vince il migliore. Per questo motivo amo ancora l’idea del calcio. Non amo il calcio di oggi, i prospetti e i profili, la freddezza del cambio di maglia. Non amo la trasformazione in azienda. Mi manca la passione e la rabbia di rivalsa: Riva, Boninsegna, Domenghini e mille altri.

 

Il racconto completo qui LIFE IS LIFE – L’albatros che danza – Ivano Mugnaini

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