Giornalista, social media manager e blogger campana. Laureata in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con L'Identità, exlibris e Sharing TV
Anche quest’anno si è tenuto il rito della consegna degli Oscars, evento sottotono per ovvi motivi, ma, come da qualche anno a questa parte quello che realmente comincia a scricchiolare è il coraggio con cui l’Academy e il mondo del cinema portano avanti le loro battaglie ideologiche, finendo per incepparsi in decisioni e produzioni cinematografiche animate dai più alti propositi e null’altro.
Ciò è accaduto l’anno scorso con la pellicola manierista Green Book: ciò si è verificato anche quest’anno, secondo i pronostici, con un film dalla commozione facile, indotta, quasi ricattatoria: Nomadland di Chloe Zhao, regista cinese che ha studiato a New York. Film indipendente, che batte bandiera americana, con la bravissima Frances McDormand.
Nomadland ha per protagonista gente che vive nelle roulotte e sbarca il lunario con lavori precari, spostandosi per i raccolti, facendo turni da massacranti anche sotto le feste. I turni di Amazon, ma non si parla male del colosso americano, né dei turni di lavoro. Amazon compra i film da mettere in streaming.
Nomadland era giù molto atteso a Venezia, dove ha conquistato il Leone d’Oro, tuttavia si è rivelato deludente. Non si tratta di un film di denuncia, e questo da un certo punto di vista può essere anche un bene, ma non ha abbastanza storie da vedere ed ascoltare per riempire due ore. Si vedono tante albe e tramonti che si fondono con le parole di un guri della libertà. La commozione facile è (quasi) sempre una carta vincente. Senza contare che la regista è una donna perfettamente integrata. Tutto perfetto. Film che manda in estasi coloro che non sopportano le solide fondamenta, soprattutto a parole.
Meglio sorvolare sul mancato Oscar ai meravigliosi costumi di Pinocchio a vantaggio di Ma Rainey’s Black Bottom, scelta anche questa politicamente corretta. Meritatissimo invece l’Oscar come miglior attore protagonista allo straordinario ultraottantenne Anthony Hopkins per la sua interpretazione in The Father, film che si è aggiudicato anche la migliore sceneggiatura non originale. Meritato anche il premio come miglior film d’animazione a Soul e migliori effetti speciali a Tenetdi Nolan, che in un’altra vita avrebbe vinto (anche perché la Warner Bros. non ha fatto promozione al film, lasciandolo fuori dalla corsa agli Oscars, salvo qualche nomination tecnica), magari insieme a Richard Jewell di Eastwood.
L’impressione che si ha del cinema di oggi è quella di un mondo diviso a metà fra l’esigenza di incassare e quella di smuovere le coscienze, “umanizzare” o barbari, finendo però inevitabilmente per sacrificare sempre di più quest’ultima in nome della prima e soprattutto in nome dell’arte.
Oscars 2021: tutti i premiati
Miglior film: Nomadland
Miglior regia: Chloé Zhao (Nomadland)
Miglior attore protagonista: Anthony Hopkins (The Father)
Di sicuro, oggi come oggi, nella poesia contemporanea italiana “le mappe non sono più possibili”, come ha scritto Giulio Ferroni. Inoltre forse oggi è improbabile il rapporto tra impegno e poesia, tra religione e poesia. Tuttavia si può affermare che è saldo il legame tra filosofia e poesia.
Sanguineti sosteneva comunque che la poesia fosse uno sguardo vergine sul mondo. Quindi sarebbe l’animo umano a fare poetico il mondo. Potremmo però anche pensare che la poesia si trovi sia nella mente che nella realtà, oppure che nasca da una interazione tra le due. Se consideriamo la poesia come mimesi allora il poetico sta nel mondo. Se consideriamo la poesia come rivelazione allora il merito sta tutto nell’artista o in Dio. Se consideriamo la poesia come trasfigurazione o come insieme di “corrispondenze” (come le intendeva Baudelaire, che creavano perciò “una foresta di simboli) allora il poetico sta sia nel mondo che nell’io.
Angela Greco: la poesia codifica il mondo
In tal senso la poetessa Angela Greco non solo sa cercare la poesia in ogni angolo di mondo, ma sa anche codificare poeticamente il mondo. Sa riflettere profondamente sul mondo oltre a filtrare le voci e le suggestioni dei grandi poeti. Questo è ciò che conta e non è affatto poco. Essere poeti deve quindi intendersi se non come un lavoro (visto che pochissimi riescono a guadagnare qualcosa con i versi.
Un tempo si diceva “ut pictura poesis”, ma oggi la pittura, a differenza della poesia, riesce ad essere ancora remunerativa) quantomeno come un continuo ed ininterrotto lavorio: essere sempre in ascolto, scegliere parole, revisionare tutto, accordare il tempo della vita a quello della poesia.
La nuova raccolta di Angela Greco si intitola Ananke, che significa in greco “forza del destino”, ma toglietevi dalla testa che sia fatalista: piuttosto pone continuamente l’accento sull’eterna lotta tra libertà e necessità. Questo libro è edito da Giuliano Ladolfi editore, che, come sanno addetti ai lavori ed appassionati di poesia, è selettivo e premia la qualità.
Come mette ben in evidenza nella bella prefazione il poeta Fabrizio Bregoli, la poesia della Greco deve intendersi come testimonianza del nostro tempo, della nostra epoca, che però non cade mai nel “cronachismo”, che non indica mai col dito e né si volge al tragico o addirittura all’apocalittico, dato che l’atmosfera dell’opera è sempre rarefatta.
Il pensiero poetante
Angela Greco si dimostra una poetessa significativa nel panorama letterario e che questa opera è segno inequivocabile della maturità raggiunta. L’autrice ha la disposizione d’animo, l’educazione al gusto e la tecnica per tradurre le occasioni, che la vita le dà, in poesia autentica.
È una poesia, contrassegnata in parte dallo stile colloquiale, che al contempo è espressione del proprio vissuto (interrogandosi su mutamento ed identità) senza cadere nell’egocentrismo (i componimenti non sono confessionali, in essi non prevale il dato egoico) ed è “pensiero poetante”: una poesia che quindi affronta i rovelli esistenziali e metafisici e cerca sempre il codice di accesso all’essere, senza mai essere consolatoria. Poesia in questo senso deve intendersi anche come psichismo tra la poetessa e gli affetti più cari.
L’autrice riesce sempre a non essere né prolissa, né troppo lineare, a rientrare a pieno diritto nei crismi della letterarietà. Riesce sempre a limare, a non perdersi in intellettualismi e ad evitare le semplificazioni. Il suo linguaggio è sempre diretto. Le sue cadenze sono intellegibili. Non gioca mai con i termini, non usa circonlocuzioni, che finirebbero per mistificare la realtà. Le sue parole sono essenziali come in “Satura”, ma a differenza dell’ultimo Montale la sua epigrammicità non è mai totalmente negativa, pessimista.
Come ha scritto Andrea Afribo da “Ora serrata retinae” di Magrelli in poesia “non è più vietato farsi capire”. È vero che come il poeta Lello Voce recentemente ha dichiarato la poesia debba essere considerata uno stato di eccezione della lingua.
Una raccolta che procede per sottrazione
La poesia della Greco non è poesia dell’inconscio, né iperletteraria. Non scarnifica, non spolpa la parola fino a giungere all’afasia, come fanno alcuni, né ne rovescia il senso come un guanto, come fanno altri. La poetessa talvolta procede per sottrazione, ma non eccede mai. Non solo ma – questo vale per tutti – è sempre difficile stabilire un discrimine tra accumulo e sottrazione, tra battere e levare.
A questo proposito va ricordato il paradosso del sortite, che è un paradosso generalmente attribuito al filosofo Eubilide, secondo cui non sappiamo mai definire un mucchio di sabbia, visto che togliendo o aggiungendo un granello alla volta abbiamo sempre un mucchio di sabbia.
Secondo questo paradosso anche un granello di sabbia è un mucchio di sabbia. Allo stesso modo a forza di sottrarre o aggiungere non sapremo mai esattamente che cosa sia poesia. Potremmo paradossalmente pensare che la Divina Commedia equivalga ad una poesia di tre parole. L’autrice ad ogni modo entra sempre in medias res, non si perde in preamboli.
Sa essere espressiva senza cadere nell’eloquenza o nella contro-eloquenza. Sa che le parole hanno un peso ed un preciso significato: può sembrare scontato, ma non lo è perché molti oggi perdono il rapporto autentico tra le parole e le cose. Dosa sempre le forze, non si mette a strafare, parte talvolta in sordina per poi assestare il colpo finale con le sue clausole, per dare la stoccata finale al lettore, elargendo le sue epifanie, che non sono mai evasioni ma rivelazioni gnomiche.
La mosca di Wittgenstein è intrappolata nella bottiglia, ma potrebbe rimanere impigliata anche nella tela di ragno. Forse nessuno sa come indicarle la via di uscita. Importante è tentarci, come fa la Greco. Il linguaggio serve anche a questo. Rimbaud cercò per tutta la vita invano il luogo e la formula. La poetessa il luogo l’ha trovato: è Massafra, in provincia di Taranto.
Tra frammenti di dialogo e sentenze, espresse in una certa compostezza formale (senza far parte della corrente neometrica) il suo incedere, la sua dizione si dimostrano autonomi e la sua cifra stilistica risulta originale:
“… Quando la fame/ ha un significato differente e/ la notte è uno stomaco che/ ricorda ogni dettaglio”, “…si procede/ per sottrazioni, operazioni lontane/ dei quaderni di quando eravamo piccole mani, / fiocchi colorati per distinguersi nella ressa, / inciampi di parole e ginocchia ferite”, “Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo petto,/ di notte, poggiato contro l’intermittenza degli eventi”, “Bisogna tornare a innamorarsi/ con gli occhi. Qui dove l’inverno/ profuma di resine bruciate nei camini, turiboli domestici / per le quotidiane sacralità, angeli vegliano/ sul crocevia di giorni di pietra”, “Rimane questo giorno sospeso/ tra ananke e indicibile; una via/ sconosciuta a penna e ragione,/ dove camminare prima dell’ultimo buio,/ senza stelle, se non i pensieri nascosti./ Ci sovrastano il tuo cielo, la sorte e le cesoie/ pronti a recidere l’ultima parola. Continua a bussare a questa bocca l’attesa”.
Angela Greco riesce a bilanciarsi sapientemente tra il dentro ed il fuori, tra interno ed esterno, tra il soggetto e il mondo. Non si perde in stratificazioni, né in rizomi. Il suo dettato non è mai straniante, né eccessivo, pur mostrando le contraddizioni dell’amore, l’incomunicabilità, l’alienazione di noi contemporanei. Il trascendente in questa sua raccolta è un denominatore comune implicito, una caratteristica sottotraccia, così come è sottintesa la presenza del male e la presenza probabilmente di un deus absconditus: tre aspetti pervasivi in chi ha una vera fede cristiana oggi.
La poesia può salvare?
La poesia forse non salverà l’anima, ma come ha scritto la poetessa Donatella Bisutti può salvare la vita. Abbiamo bisogno di una poesia come questa in una epoca, in cui siamo tutti cittadini del web e il virtuale ci distacca dalla realtà; siamo in un’epoca in cui il Grande Fratello è diventato realtà e viviamo in un panottico tecnologico; siamo in un’epoca in cui siamo passati velocemente dalla metafora del cervello come computer ai braccialetti neurali, che leggono nel cervello, e ad alcuni geni dell’informatica, che vogliono impiantare un microchip nel cervello.
Ai giorni nostri, in cui con i social sta sempre più dominando un immaginario artefatto, è giusto e sacrosanto farsi stimolare dall’immaginario poetico, che è autentico. Abbiamo bisogno di poesia in questa massificazione imperante, con questo spirito dei tempi che nega la soggettività. L’UNESCO celebra ogni anno il 21 marzo come giornata della poesia perché essa ha «un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace». Bisognerebbe ricordarsele spesso queste parole. Infine bisogna ricordarsi che secondo Junger il nichilismo non ha accesso ai giardini dell’arte.
Bukowski dissacra il sogno americano. La sua è una critica feroce all’America benestante, puritana, conservatrice; una presa di posizione destabilizzante nei confronti dell’America del consumismo e del conformismo. Ce lo dice senza giri di parole in una sua poesia: l’uomo di oggi è merce deperibile.
Lo scrittore americano è un ribelle solitario, che svela il grottesco della società a stelle e strisce; è per questa ragione che in America è rimasto sempre underground ed invece in Francia ed in Germania ha avuto grande successo. Bukowski svela gli scheletri dell’armadio della rispettabilità borghese. I personaggi dei suoi libri sono assurdi e la loro grama esistenza può apparire talvolta al lettore insensata e vuota.
Troviamo, quando va bene, mariti ubriachi e mogli brontolone affacciate alla ringhiera, affittacamere spilorce e maleodoranti. E tutti indistintamente che cercano di ammazzare il tempo, mentre aspettano di morire. Bukowski è troppo vecchio per appartenere alla beat generation e troppo originale per classificarlo in qualsiasi altra scuola poetica.
Bukowski dice no all’impegno politico, no all’establishment letterario: è un uomo a mani vuote, senza alcuna certezza né ideologia. Per quanto riguarda ogni presa di posizione politica, Bukowski ci ricorda che gli uomini non sono mai forti come le loro idee. L’unica rivoluzione che forse potrebbe fare è quella dei barboni, che lui immagina nel suo racconto “La vendetta dei dannati” in “Niente canzoni d’amore”.
Inoltre in un suo libro di poesie “Si prega di allegare 10 dollari per ogni poesia inviata” scrive a proposito dell’elite culturale: “Dire che sono un poeta mi mette in compagnia di grafomani matti e rincoglioniti che si mascherano da grandi saggi”.
L’originalità delle sue poesie sta nel fatto che non c’è distanza tra l’espressione poetica e la lingua ordinaria americana. Lo stile colloquiale d’intonazione bassa con cui si rivolge al lettore è rassicurante, però quando meno te lo aspetti ecco che Bukowski colpisce con la sua sicura fulmineità. E’ singolare il suo modo di evocare la condizione umana: quello di Bukowski evoca una storia d’uomo disilluso che, assunta liricamente, desta risonanze in tutti ed esprime efficacemente il malessere di un’epoca. Un altro aspetto interessante è che troviamo uomini in carne ed ossa, non cifre e segni.
La sua non è una poesia intellettualistica. Kerouac aveva scritto su un rotolo di carta telescrivente “On the road”. Vi narrava con un ritmo febbrile le peripezie di due giovani che percorrevano gli Stati Uniti da costa a costa. Ma in Kerouac c’era il desiderio di avventura, la voglia di esplorare il mondo e di effettuare un viaggio interiore tra Jazz, droghe, alcol. In Bukowski prevale invece una mistura sapiente di disincanto, cinismo, autoironia.
In W. Burroughsci imbattiamo in scenari onirici e psichedelici, che mettono a dura prova l’immagine prefabbricata dell’America. Troviamo le sue esperienze da tossicomane, gli allucinogeni, gli spacciatori, gli alcolizzati ed una moltitudine di trasgressori e trasgressioni. Ma in Burroughs è rintracciabile anche la paranoia, il tema ricorrente della cospirazione, la presenza più o meno discreta del “Demoralizzatore totale”.
In Bukowski invece no. Egli non perde mai il contatto con la realtà. Ci sorprende per il suo sguardo diretto alle cose quotidiane, per la sua immediatezza nel coglierne i tratti essenziali. Nei suoi testi non ci sono né allusioni, né allegorie. Ogni suo libro nel suo insieme è così chiaro, che si può abbracciarlo tutto con un solo pensiero.
Nei suoi libri troviamo innanzitutto le sue più grandi passioni: la musica classica e la letteratura. Gli ambienti descritti nei suoi racconti e nelle sue poesie sono il bar, la strada, l’ospedale, l’ippodromo, la squallida stanza d’albergo, il manicomio, la bettola in cui è costretto a vivere. L’aspetto che più impressiona di Bukowski è l’occhio mirifico, la non comune capacità di cogliere il dettaglio di ogni ambiente e di ogni personaggio. Le sue storie poi spiazzano, perché sono vere eppure all’apparenza inverosimili.
Un’altra qualità è la battuta sferzante, l’aforisma tagliente, che spesso al momento giusto riesce a riassumere ed allo stesso tempo a sdrammatizzare la situazione paradossale in cui si trovano i personaggi. Ma questo non è ancora tutto. Il personaggio Bukowski entra prepotentemente in ogni suo racconto con le sue contraddizioni ed i suoi vizi. Un personaggio dedito agli eccessi: all’alcool, all’erotismo sfrenato e sfacciato, talvolta alle risse.
Insomma individualismo e boheme, o per dirla in termini italiani genio e sregolatezza. Lo scrittore usa spesso a questo proposito il suo alter ego Henry Chinaski, che come lui ha lavorato alle poste, il quale a tratti si comporta come un ragazzino a tratti rivela una saggezza illuminante. E’ un uomo conflittuale, mai pienamente risolto, le cui storie senza uscita alimentano continuamente il suo disagio esistenziale.
Bukowski dimostra il talento di fare della propria esperienza personale motivo e pretesto di condizioni più universali. Un tema che più volte Bukowski mette a fuoco è il rapporto difficile con le donne: sembra misogino e maschilista, eppure ha bisogno di relazioni a lungo termine con le donne: relazioni che non riesce a far durare a lungo per i suoi scatti d’ira e per i suoi umori altalenanti.
Nelle sue vicissitudini sentimentali regnano incontrastate incomunicabilità ed estraneità reciproca. La donna non è mai idealizzata, contemplata. Non è mai fatta simbolo di niente. Eppure nella sua vita sarà proprio una sua donna, Linda Lee a mettere freno agli impulsi distruttivi dello scrittore. Gli farà ridurre l’assunzione di alcol, lo metterà a dieta, lo incoraggerà ad andare tutti i giorni alle corse dei cavalli per distrarsi e a non alzarsi mai prima di mezzogiorno. Bukowski mette a nudo i difetti delle donne con un certo sarcasmo. Però allo stesso tempo mette a nudo anche i suoi difetti ed i suoi limiti di uomo. E questa sincerità disarmante da sola è rara e preziosa tra tutti gli scrittori esistiti ed esistenti.
La neonata casa editrice WoM Edizioniparte con il botto pubblicando l’ultimo romanzo di Mark Twain (introvabile in italiano) e che si intitola “3000 anni tra i microbi”.
Si tratta di un romanzo pseudo-fantascientifico che narra l’avvincente storia di uno scienziato che, per uno sfortunato esperimento mal riuscito, viene trasformato in un microbo del colera e catapultato all’interno del corpo di un barbone, Blitzy.
Qui farà amicizia con gli altri suoi simili e con loro inizierà un viaggio alla volta dell’analisi della società umana regalandone ai posteri una satira perspicace!
Trasmutato per errore nel microbo del colera Bkshp, il protagonista Huck si ritrova a compiere un viaggio nel corpo del barbone Blitzowski dove incontra altri suoi simili, germi, virus, batteri e microbi con i quali condivide questo mondo microscopico che si rivela essere lo specchio di quello umano.
Romanzo essenziale di Twain, sintesi perfetta della sua indagine sulla natura umana. Precursore del genere fantascientifico e innovatore dello stile, un ibrido tra romanzo classico e sperimentale a cavallo tra Jules Verne e James Joyce.
Il libro è stato scritto nel 1905 da Mark Twain, ma è stato pubblicato postumo solo nel 1980 all’interno di una raccolta. In Italia era stato pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1996.
Quando l’anima del vibrione del colera si impossessa di me, sono fiero di lui: lo acclamo; sarei disposto a morire per lui; ma quando è invece la natura umana a prevalere, mi tappo il naso, In quei momenti mi è impossibile rispettare questo vecchio flaccido sepolcro.
Un romanzo attualissimo dunque il cui intento satirico di Twain era quello di mettere in scena un universo alieno in modo da potersi fare beffa delle idee politiche e filosofiche del suo tempo. Tuttavia la storia originale non ha una conclusione definitiva: Twain non arrivò mai a completare l’avventura di Huck in mezzo ai microbi.
La casa editrice WoM
WoM, acronimo di Word of Mouth, è un rictus sardonico di fronte all’inanità del Presente, di tutto quanto appesantisce la vita con un sentimento di serietà e di afflizione.
WoM Edizioni propone di rianimare quella letteratura straniera e italiana dimenticata, fuori catalogo e inedita – contraddistinta dal comico e humor nero – e di riproporla in nuove vesti e curatele riattivandone lo spirito dissacratorio.
Caratteristica peculiare di WoM il fatto che ogni titolo proposto è accompagnato da un apparato iconografico elaborato ad hoc, poiché uno dei suoi capisaldi è quello di ristabilire il connubio tra l’Immagine e la Parola. Ed è anche per questo motivo che i libri WoM si presentano con un foro in copertina, sorta di oculo-spioncino, da cui poter (metaforicamente) sbirciare il Mondo.
Pier Vittorio Tondelli muore di AIDS nel 1991 a soli 36 anni ed è stato scrittore prolifico e famoso, viaggiatore instancabile ed acuto osservatore delle mode e dei costumi degli anni ottanta. E’ ancora difficile fare un bilancio obiettivo sulla sua opera. Tondelli esordisce nel 1980 con “Altri libertini”, sequestrato per oscenità e poi assolto con formula ampia.
Il processo giudiziario e la straordinaria novità del libro lo portano al successo, vende 200000 copie. Tondelli diventa così, senza volerlo, lo scrittore di una generazione, quella del settantasette. Con il suo primo libro riesce a dare voce a gay, travestiti, drogati e studenti fuori sede.
Nel suo secondo libro “Pao Pao” invece tratta di una caserma di soldati, delle loro peripezie sotto la naia. Mette in luce sia il cameratismo tra commilitoni che il nonnismo. Infatti Tondelli stesso dichiarò che sotto naia vige “una giustizia tribale e assoluta, tollerata dalle gerarchie che fingono di non vedere, finché non scappa il morto”. In tutta l’opera si nota il contrasto tra l’istituzione (con le sue pratiche burocratiche e le sue norme rigide) e la spontaneità dei ragazzi.
Anche in un altro suo romanzo “Rimini” il punto di vista è collettivo, come nei precedenti. Tondelli vuole mettere in mostra “la carnevalata estiva” della riviera romagnola. Le storie dei ragazzi si intrecciano nella notte. Nonostante il continuo ribaltamento del giorno con la notte, le trasgressioni, il sesso nessuno di loro troverà quel qualcosa di cui è alla ricerca. Nel suo ultimo romanzo “Camere separate” non abbiamo il dinamismo dei precedenti. Si tratta infatti di un libro intimista, in cui prevalgono lo scoramento e la solitudine del trentenne Leo. Il protagonista cerca di rielaborare il lutto del suo compagno Thomas.
Un aspetto che contraddistingue Tondelli rispetto a molti altri della sua generazione è il rifiuto di ogni ideologia. Forse è per questo motivo che nonostante il successo editoriale e le opinioni benevole della critica più avanzata non gli è mai stato conferito un premio letterario. “Linea d’ombra” e il Gruppo 63sottovalutarono sempre il suo talento. Diversi critici hanno esaminato l’opera omnia di Tondelli. Tra questi spicca il gesuita Antonio Spadaro, fondatore di Bomba Carta, che ha notato l’apertura alla trascendenza ed una spiccata sensibilità religiosa nella seconda produzione di Tondelli.
Già Bonura aveva intuito questo lato religioso dello scrittore di Correggio. Un dato di fatto incontestabile della religiosità di Tondelli è ad esempio l’intervista a Carlo Coccioli. Si può essere d’accordo o meno, ma il lavoro di Antonio Spadaro merita rispetto: ha passato sette anni della sua vita a leggere tutto quello che Tondelli aveva scritto. Ha letto anche tutti i suoi appunti, tutte le sue annotazioni diaristiche, tutti i libri che aveva letto Tondelli. Ha sentito tutti i suoi amici e conoscenti.
Un altro aspetto innovativo di Tondelli è la mancanza di ogni accademismo. Nella maggior parte dei suoi libri adotta il gergo giovanile. Tondelli non è libresco, il suo stile è antiletterario. Ma d’altronde- viene da chiedersi- in base a quali valori si giudica la letterarietà di un testo? In base forse ai canoni estetici, ormai antiquati, che furono ad esempio di Pascoli? Uno dei punti fermi di Tondelli è la narrativa di Silvio D’Arzo, che nella sua breve esistenza scrisse “Casa d’altri” e “L’aria della sera”. Silvio D’Arzo, anch’egli emiliano, negli anni’20 ha uno stile originale, antinaturalista e minimalista, agli antipodi rispetto al verismo piccolo-borghese tanto in voga all’epoca. Ma ritorniamo a Tondelli.
A questo aspetto si aggiunga lo stile postmoderno di Tondelli, per cui nelle sue pagine si trovano brani di canzoni rock, citazioni letterarie, esclamazioni dialettali, musica pop, cinema americano, beat generation. Ma non è tutto. Tondelli cerca il ritmo della frase, che deve possedere una sua musicalità. Tondelli è maestro di quella che lui chiama “la letteratura emotiva”. Tramite questo ritmo del linguaggio parlato riesce a catturare il lettore, a fargli leggere tutto d’un fiato la pagina scritta.
La tematica centrale dei libri di Tondelli è la fuga, l’emancipazione dalla provincia asfittica. Lo scrittore scrive che l’unico modo di uscire dalla Peyton Place della provincia è Kerouac. Infatti i protagonisti giovanili dei suoi racconti girano tutta l’Europa: Londra, Berlino, Amsterdam, Barcellona. Ma sono fughe a breve termine, una sorta di “mordi e fuggi” per poi ritornare alla tanto maledetta provincia. D’altronde a queste piccole evasioni c’è solo un’altra alternativa: quella del weekend postmoderno, che in fondo è una pseudo libertà.
Oltre alle opere letterarie abbiamo anche l’attività editoriale di Tondelli. Con il progetto “Under 25” seleziona i racconti della nuova generazione. Sceglie quelli che lui definisce gli scarti che si discostano dalla norma. Li riunisce in quattro categorie: testi intimisti, generazionali, di genere, sperimentali. Tra gli autori di questi racconti prescelti, Silvia Balestra. Un’ultima. brevissima, nota infine sul suo “Weekend postmoderno”, un libro imprescindibile per chi voglia capire gli anni ottanta italiani.
L’artista ravennate Nicola Samorì teme la morte e il disfacimento dei visi e dei corpi e ce lo dice senza troppi misteri, pur cercando di sondare l’inconoscibile, soprattutto in relazione al sacro. D’altronde se non fosse oscuro non sarebbe nemmeno né sacro, né divino. Samorì propone ai visitatori un monolite nero che costituisce la sua produzione artistica, fatta di concetti e simboli provenienti dall’arte barocca e realista, soprattutto spagnola e olandese, che si tramutano in figure iperrealistiche che fungono da nuovi modelli, perché la malattia, il decadimento, la deformazione sono uno strumento di conoscenza, una pratica mistica, una vanità, cui nessuno sfugge.
Samorì, come le sue creature, a volte si sente confortato nel pensare sé stesso come un uomo involontario, dunque innocente, che dipinge e scolpisce per non dimenticare, perché la morte, come diceva Seneca, minaccia sempre, è un presente che ad ogni attimo conquista una porzione più grande di noi. Samorì, ponendo l’attenzione sul sacro quale concetto ambiguo e sul non rappresentabile, sviluppa la sua arte partendo dalle icone delle storia dell’arte, scandagliandole, “profanandole” ma paradossalmente senza mancare loro di rispetto: è in atto una trasformazione materica che ci svela come il trascendente possa sfuggirci, non avere un volto rassicurante a cui affidarsi, perché spesso noi esseri umani ci lasciamo avvolgere anche volontariamente dalle tenebre, annegando in fondali che speriamo a un tratto possano essere illuminati dalla luce. Saranno immagini di meraviglia che si sottrarranno al nostro occhio, sarà il trionfo del sublime che dialoga con la morte e con il buio cosmico; perché in fondo come diceva Bernanos in Diario di un curato di campagna, “tutto è grazia”, anche quando l’oscurità diviene parola.
Questa oscurità che ritrae Samorì, stretta parente con la morte, è sorgente di memoria, individuale e storica e dimostra come la fede può costare cara e può crescere come diceva Fëdor Dostoevskij anche quando vi albergano conclusioni opposte: le opere di Samorì resistono, amano, implorano, malate, sembrano in attesa di qualcosa o di qualcuno. Viene da chiedersi: anche se la verità fosse al di fuori di Cristo, Samorì starebbe con la verità o, come il grande scrittore russo, con Cristo?
Nicola Samorì è attualmente protagonista a Bologna della mostra Sfregi, sua prima antologica in Italia promossa da Genus Bononiae. Musei nella Città e curata da Alberto Zanchetta e Chiara Stefani che, quando i musei riapriranno al pubblico, sarà visitabile a Palazzo Fava fino al 25 luglio 2021.
Si dice che lei fustiga le immagini sacre e mitologiche, perché in fondo noi fustighiamo il sacro in questo tempo secolarizzato. In realtà sembra voglia mostrare che l’immagine che abbiamo di qualcuno, qualcosa, possa sfuggirci ed essere altrove, mentre ciò che vediamo è un simulacro?
Io fustigo la pittura per vederla sanguinare, perché la considero alla stregua di un corpo che viene trattato come un organismo ormai anemico, mentre non lo è per nulla. Le immagini e la loro narrazione sono funzionali a questa messa in scena che ha bisogno della metafora della carne per farsi inequivocabile: quando scortico fisicamente la pelle di San Bartolomeo non sto più rappresentando un Santo seviziato da un carnefice, ma presento un corpo fisicamente spellato, un corpo che ho composto con cura e poi indagato col coltello.
Semplicemente si può dire, volendo sintetizzare fino all’osso, che lei vuole mostrare paradossalmente la nostra impossibilità di vedere quello che pensiamo di vedere, soprattutto in riferimento a Cristo, quale immagine, concetto, questione che ci turba e ci sfugge perché altrimenti non sarebbe Dio, ed è sempre stato così?
Mi sono posto la questione del non rappresentabile, del mistero, del miracolo. Poiché non mi ritengo all’altezza di disegnare il prodigio ho scelto di affidarne la formazione al caso: è per questo che qualche volta in corrispondenza del Cristo risorto si apre una cavità naturale della pietra oppure una laguna scavata dallo zolfo sul rame dipinto ad olio. La scrittura delle pietre, così come una reazione chimica, sprigionano una meraviglia della quale non sarei capace. Ma senza una cornice di senso da me tracciata questi accadimenti naturali sarebbero pressoché illeggibili.
Passiamo al versante storico e meno intimistico: se il rapporto tra l’uomo con il trascendente e con il proprio passato è spesso conflittuale, quello con la storia non è da meno, lei dice che la Chiesa ha riempito anche le nostre coscienze non solo di culto ma anche di sangue e violenza. Non le pare una frase retorica, ormai l’hanno imparata tutti. Non è semmai che il cuore dell’uomo è già intriso di violenza e la sua coscienza sarebbe comunque sporca a prescindere dalle azioni commesse dalla Chiesa? Non crede che potrebbe essere un alibi quello delle nefandezze e altri presunte tali, della Chiesa?
Quel che posso avere affermato è che il mio immaginario, così come quello di un italiano e, in generale, di un europeo, è il risultato di una vera e propria carneficina narrata con i mezzi della pittura e della scultura, una celebrazione del corpo sofferente attraverso il calendario dei martiri e la replica infinita della Croce. Non è possibile negarlo e per me non ha neppure un’accezione negativa perché amo la rappresentazione del corpo come contenitore di sangue, desiderio e morte. Senza l’arte che si è sprigionata in Italia soprattutto a partire dalla Controriforma il mio lavoro – e non certo solo il mio – non sarebbe nemmeno pensabile.
La Chiesa è stato il generatore più importante di immagini per secoli: questa la sua colpa, questo il suo merito.
Cosa intende esattamente per Chiesa? Una gerarchia dove tutti la pensano allo stesso modo o una comunità di credenti che spesso ignora i segni dell’arte sacra?
Mai incontrato un essere che la pensasse uguale ad un altro; non mi risulta che la Chiesa disponga di questo potere perverso. I credenti ignorano i segni dell’arte sacra perché sono stati per decenni infestati dal brutto e la Chiesa è diventata il ricettacolo delle espressioni più fiacche che io conosca.
Lei crede di parlare un linguaggio universale, di essere comprensibile al dotto e al non dotto affinché possa elevarsi alla comprensione del divino?
No, non credo di possedere il codice di un linguaggio universale, ma traccio segni che parlano a molti, che possono anche scavalcare la cultura di appartenenza e la fede del singolo.
Il senso del mistero procura più sofferenza o fascinazione?
Io ne sono affascinato. Se non si carica di mistero un’immagine la si condanna ad essere irrilevante e confusa con milioni di altre.
Pensa di fare arte sacra o religiosa? Cos’è per lei il contenuto simbologico che era alla base della cultura cristiana dei primi secoli fino a tutto il Medioevo?
Aspiro a creare immagini in grado di evocare il senso del sacro, qualcosa di arduo da codificare, che rallenta il passo e che può spingere alla contemplazione. Per me scolpire o dipingere è simile a meditare, simile a pregare.
Bisogna apparentemente “dileggiare” i grandi maestri del passato, per comprenderli al meglio, insomma evitare atti di venerazione e paura di essere irriverenti, bensì scavando nel loro “sottosuolo”?
Per me copiare è capire, e sabotare un codice significa metterlo in crisi con l’iniezione del visus della posterità. Cosa sarebbe accaduto se Bronzino avesse visitato una personale di De Kooning?
Magari a pochi interessa, ma lo scontro delle epoche sullo stesso corpo può aprire crepe feconde.
Valle Umana (Malafonte), 2018, affresco, 515x380cm
Il <<Discorso della Montagna>>, tratto dal Vangelo secondo Matteo, è diventato un libro d’artista con le parole commentate dalle sue immagini. Non crede che molte volte le parole bastino a sé stesse, soprattutto quelle del Vangelo? La sacralità della vita non insegue la sacralità della Parola?
Mutuo un felice titolo di Gino de Dominicis: “In principio era l’immagine”. Per me la parola non viene prima dell’immagine e il momento più forte dei Vangeli è una immagine: la Croce. Al tempo del lavoro intorno al Discorso della Montagna non cercai di commentare la parola, ma di seminarla di immagini sgorgate dalla densità del verbo.
Certo che il Sermone basta tranquillamente a sé stesso – e così accade da molti secoli a questa parte, tanto che le rappresentazioni di questo episodio evangelico sono poche – ma è anche vero che le immagini da me realizzate potrebbero serenamente esistere senza la stampella della parola.
In “Corpus Domini” è evidente come lei voglia riempire di lividi la tradizione classica, facendo apparire le figure come dei relitti, soprattutto Maria e San Giuseppe. La caducità artistica è la stella cometa del Novecento dove bisogna in qualche modo sopravvivere ai centri di potere?
La tradizione, come la chiama lei, è una legione di lividi. Basti pensare ai crocifissi gotici, a quelli fiamminghi o alla statuaria barocca spagnola. Holbein passa dal tumefatto all’avorio, Donatello passa dalla perfezione della pelle all’emaciato.
Farei dunque apparire i lividi dove ci sono già.
E poi “Corpus Domini” presenta una iconografia inedita, dove non compare alcun San Giuseppe: Maria ha in grembo il corpo morto del figlio dal cui ventre sgorga un Cristo bambino.
L’arte è come Venezia: non smetterà mai di marcire.
Pentesilea, 2018, olio su ottone, cm 100×100
Non trova che l’arte oggi, a parte qualche caso, emani tepore, mentre una volta bruciava?
No, ci sono stati uomini e donne incandescenti e sempre ce ne saranno. Il resto è la tiepida, necessaria, litania della conservazione.
Che posto hanno o potrebbero avere un giorno il ricordo dell’infanzia, il periodo in cui tutto ci sembra più grande e la Grazia nella sua produzione?
Quel che faccio oggi è il riverbero concreto di fantasie infantili delle quali non ho mai smesso di prendermi cura.
Tutto il Novecento ha compiuto crimini a fin di bene, questo secolo, dominato dal Baal della tecnica come diceva Dostoevskij, va attraversato fino al midollo per comprendere anche quanto l’arte sia diventata disperatamente esagerata, mortifera e allo stesso tempo tanatofobica?
L’arte è stata spesso, negli ultimi secoli (anzi, migliaia di anni direi), esagerata, mortifera, tanatofobica.
Una piramide non è esagerata? Un transi non è mortifero?
Il Novecento è solo il secolo più vicino a noi, il secolo nel quale io e lei siamo venuti al mondo, ed è più facile metterlo all’indice.
Si sta preparando per un’importante mostra a Bologna dal titolo eloquente “Sfregi”: cosa si aspetta dagli addetti ai lavori e dai visitatori? Quali sono state le maggiori difficoltà in relazione alle norme restrittive?
Non ho aspettative; immagino che le reazioni saranno in linea con quelle osservate negli ultimi decenni, dal disgusto all’ammirazione, passando per le posture classiche di molti addetti ai lavori che liquidano il mio caso con un “obsoleto”, “accademico”, “manierista”, “necrofilo”.
Per alcuni, me compreso, è un’opportunità per leggere la tenuta del mio percorso nei decenni, retto da un’ossessione per la forma che non ha nulla a che vedere con un’idea di progresso dello stile, bensì con una attenzione all’opera come organismo che non ha bisogno del concetto di serie per trovare valore.
Le maggiori difficoltà nel produrre una mostra in uno spazio fisico ai tempi del morbo sono legate al fatto che si costruisce qualcosa per liberare le opere dalla prigione del virtuale e ci si ritrova ad essere per lungo tempo l’unico corpo vivo a solcare quelle stanze.
Il signore delle mosche è un capolavoro della letteratura inglese di William Golding, pubblicato nel 1954, grazie all’interessamento di T. S. Eliot. Il successo editoriale fu gigantesco: 14 milioni di copie vendute in Inghilterra. Quest’opera ha avuto diverse trasposizioni cinematografiche. Il primo film sul “Signore delle mosche” è del 1963 ad opera del regista Peter Brook.
Il libro non è altro che una favola moderna. Un gruppo di ragazzi sopravvive ad un incidente aereo e finisce su un’isola disabitata. Il cuore dell’isola è costituito da una macchia fitta, ricca di frutti e maiali. C’è anche una montagna da cui possono scrutare l’orizzonte e guardare se passano le navi. I ragazzi hanno solo un barlume di speranza che possano portarli in salvo gli adulti perché durante il conflitto mondiale è esplosa la bomba atomica. Gli adolescenti devono adattarsi alla vita dell’isola: devono costruire rifugi, andare a caccia, fare delle leggi, eleggere un capo, tenere vivo il fuoco.
Naturalmente dovranno fare tutto da soli perché non c’è la supervisione di nessun adulto. inizialmente viene eletto capo Ralph, il cui tipo di organizzazione simboleggia un’ideale di società democratica, in cui ognuno lavora per il benessere collettivo. Il capo ed i consiglieri possiedono la conchiglia, che rappresenta la conoscenza e la saggezza. Successivamente però si impone la società di Jack, basata sull’obbedienza e la subordinazione: una vera e propria dittatura. I due gruppi si scontrano e nella lotta muoiono due bambini: Simone e Piggy. Il microcosmo isolato dal mondo reale ed occasione per una rinascita dell’umanità diviene quindi un’ulteriore conferma della malvagità del genere umano: i bambini sono regrediti dalla civiltà alla barbarie.
A questo romanzo naturalmente sono state date le più svariate interpretazioni. C’è chi ha ritenuto che fosse un’allegoria religiosa, a causa del titolo. Infatti “Signore delle mosche” è uno dei tanti appellativi del diavolo. C’è chi invece ha posto l’accento sulla lotta tra il bene ed il male, cioè tra Ralph e Jack. Altri hanno visto nel romanzo il simbolo di quel che era accaduto nella seconda guerra mondiale ed hanno intuito in Jack il carisma e la forza di persuasione di Hitler.
Certamente da questo libro si possono comprendere tre concetti basilari su cui si fondano tutte le opere di Golding: 1) l’autore scrisse in un periodo della letteratura inglese, chiamato epoca tra il realismo ed il modernismo. E lo scrittore riuscì ad essere sia realista (perché anche se questa storia è completamente inventata potrebbe sempre accadere) che modernista (in quanto fece largo uso di metafore, simboli ed allegorie) 2) il suo pessimismo riguardo la natura umana, dovuto al fatto che vide direttamente gli orrori della seconda guerra mondiale, perché fu ufficiale della marina britannica 3) la sua totale sfiducia nel sistema scolastico inglese.
Il signore delle mosche infatti può essere anche inteso come una critica distruttiva nei confronti degli agenti di socializzazione dell’Inghilterra di quel tempo. I ragazzi del “Signore delle mosche” sono già andati a scuola, sono già stati deformati dalla scuola britannica. Sono già stati temprati dalla severa disciplina e dalle norme ottuse di quel periodo. Golding non a caso fu maestro e subì l’influsso della pedagogia steineriana.
Steiner è stato il fondatore dell’antroposofia, che potremmo definire una scienza dello spirito. Come educatore il filosofo Steiner fu straordinario. La sua pedagogia non si basa su nessuna imposizione e su nessuna ricetta. Lascia spazio alla creatività dell’insegnante, che a seconda delle sue esigenze e delle esigenze degli allievi può stabilire quali sono i modi più idonei di apprendimento.
La pedagogia steineriana sostituì la disciplina ferrea con il calore umano tra allievo ed insegnante, dato che secondo il filosofo non bisognava educare solo la testa del bambino, ma anche l’intero corpo. Chiaramente Golding avendo in mente Steiner non poteva che essere contrarissimo al modo di insegnare della maggior parte degli insegnanti inglesi, così freddi ed impostati.
“La prima cosa a cui si abituarono fu il ritmo del lento passaggio dall’alba al rapido crepuscolo. Accettavano i piaceri del mattino, il bel sole, il palpito del mare, l’aria dolce, come il tempo adatto per giocare, un tempo in cui la vita era così piena che si poteva fare a meno della speranza”.
John Fante è uno scrittore originale e di talento. Ciò nonostante per molto tempo è stato un autore di nicchia. Essendo italoamericano è stato considerato marginale sia dai critici letterari americani che da quelli italiani: troppo italiano per gli americani, troppo americano per gli italiani. Fu Vittorini che lo fece conoscere agli italiani negli anni’40, mentre in America solo negli anni’80 ci fu la sua riscoperta grazie a Bukowski, che lo considerò suo maestro per aver saputo conciliare nella sua prosa ironia e dolore. In Francia recentemente è divenuto un caso letterario.
Fante era figlio di un abruzzese di Torricella Peligna, emigrato in America ad inizio’900. Nacque in Colorado nel 1909. Lavorò per Hollywood e trascorse alcuni periodi della sua vita in Italia perché fece lo sceneggiatore per Dino De Laurentis. Il diabete gli procurò la cecità nella maturità e successivamente l’amputazione delle gambe. Morì nel 1983. Il libro che gli dette più soddisfazioni economiche fu Full of Life (“Una vita piena”), da cui fu tratto anche un film.
Tempi difficili per gli immigrati durante l’infanzia e l’adolescenza di Fante. Gli Stati Uniti non ebbero una legge sull’immigrazione fino al 1875. La legge del 1875 e le successive fino al 1921 non misero limiti all’ingresso di immigrati. L’opinione pubblica però esigeva una migliore “qualità” per quel che riguardava l’immigrazione.
Gli Stati Uniti così decisero di sottoporre ai test d’intelligenza gli immigrati, perché l’opinione pubblica ravvisava la minaccia di un “imbastardimento della razza americana”. I risultati dei test d’intelligenza decretarono la superiorità intellettuale del gruppo nordico. La legge del 1924 concedeva a tutti i nordici di entrare in America, ma stabiliva una quota del 2% per coloro che erano alpini e mediterranei (per cui anche gli italiani).
Chiaramente oggi sappiamo che esistono le differenze di intelligenza, ma anche che non sono così quantificabili come alcuni psicologi avevano voluto far credere con i test. Il Q.I serve soprattutto come strumento diagnostico per vedere se un bambino soffre di ritardo mentale o per constatare se una persona che ha avuto un trauma cranico ha perso delle facoltà intellettive.
Inoltre come ha dimostrato Kamin nel libro “Scienza e politica del Q.I” i dati furono falsificati. Ma quello che ci interessa è l’atteggiamento xenofobo dell’opinione pubblica americana in quel determinato periodo. Tempi difficili per gli immigrati italiani quindi e Fante ce lo racconta approfonditamente nei suoi libri.
Spesso infatti troviamo riportati nelle sue opere i pregiudizi dei nativi americani sugli italiani. Nei romanzi di Fante c’è la netta contrapposizione tra emarginati ed integrati: tra gli immigrati italiani (che sognano il benessere economico e vivono in povertà) e gli americani, che vivono dignitosamente.
“Aspetta primavera Bandini” è il suo primo romanzo. Con esso inizia la saga della famiglia Bandini, una famiglia di poveri immigrati italiani. L’eteronimo di Fante è Arturo Bandini, un adolescente di quattordici anni. I suoi fratelli August e Federico hanno rispettivamente undici ed otto anni. Svevo, il padre, è un muratore ed un dongiovanni, che se la fa con una ricca vedova, che gli ha dato da rifare un caminetto della sua villa; è un uomo molto orgoglioso, che accetta malamente le incombenze della sua vita grama: il mutuo della casa, periodi di disoccupazione, i debiti da saldare.
Bandini è molto legato al suo amico Rocco, che è stato in gioventù suo compagno di avventure. La madre Maria invece è una donna molto devota: sgrana il rosario e prega per la sua famiglia continuamente. Perdona sempre tutto al marito, accetta anche i suoi adulteri e le sue frequenti fughe da casa con rassegnazione.
Il marito Svevo se ne va da casa per alcuni giorni, anche quando arriva la lettera di Donna Toscana, sua suocera, che lo considera un fallito e compatisce la figlia per la vita di miserie che è costretta a fare. Nonostante la famiglia Bandini spenda più di quello che guadagna, il figlio Arturo con l’incoscienza dell’adolescente trova il modo di rubare alla madre i soldi per andare al cinema. Arturo è innamorato di Rosa Pinelli, una sua compagna di classe, che però muore di polmonite.
Il momento più poetico del libro è proprio quando Arturo viene a conoscenza della scomparsa della ragazza. Questo romanzo si legge tutto d’un fiato. E’ adatto a persone di tutte le età. La prosa è scorrevole. Non si rintracciano mai durante tutta l’opera intellettualismi e filosofemi. Leggere Fante dunque. Leggere Fante è interessante perché ci riporta indietro nel tempo: ci fa ricordare come eravamo. Ci fa comprendere le grandi difficoltà a cui andarono incontro coloro che emigrarono in America. E tutto questo ci viene raccontato con umorismo e acume.