A Roma riapre la Sala Santa Rita: online il bando per la selezione di 12 progetti artistici

Dopo 20 mesi dall’ultima esposizione, riapre la Sala Santa Rita, ex ‘Chiesa di Santa Rita da Cascia in Campitelli’, con un programma innovativo e continuativo fino alla fine dell’anno composto da dodici interventi di arte contemporanea scelti attraverso un apposito bando.

La chiesa sconsacrata di Roma, situata in via Montanara e adiacente al Teatro di Marcello, dal 2004 aveva già ospitato mostre, installazioni e performance che dialogano con l’architettura del luogo valorizzandone l’originale struttura.

A differenza delle altre chiese rase al suo tra il 1919 e il 1930, questa fu trasferita e ricollocata come quinta scenografica e prospettica all’inizio della via del mare, quasi come un propileo di propaganda affrontato al Teatro di Marcello. La capacità mimetica delle forme chiesiastiche rappresenta al contempo un limite e un punto di forza.

Il bando è rivolto alla selezione di un numero massimo di dodici progetti espositivi, per i quali è anche previsto un rimborso spese, da ospitare ciascuno per quindici giorni consecutivi all’interno della Sala Santa Rita nel periodo compreso tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2021.
L’invito a presentare i progetti è rivolto ad artisti, critici d’arte, curatori, galleristi, comunità creative, associazioni, operatori culturali, istituzioni e, più in generale, a chiunque sia in grado di presentare un progetto espositivo di arte contemporanea che risponda ai criteri di qualità e originalità del bando.

Saranno presi in considerazione progetti che prevedono la presentazione di opere realizzate con diversi mezzi, a titolo esemplificativo: pittura, scultura, disegno, fotografia, video, installazione, installazione audio, performance e altro. I progetti, inoltre, potranno anche contemplare la contaminazione di discipline e linguaggi artistici diversi. Tutte le iniziative saranno a ingresso libero.

Tutte le modalità di partecipazione al bando sono pubblicate sul sito www.palaexpo.it.
La domanda di partecipazione deve essere spedita entro le ore 13:00 dell’11 giugno 2021.

L’Io e mondo nella poesia italiana

Gadda ne “La cognizione del dolore” scrive: “[…] l’io, io!… il più lurido di tutti i pronomi!… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona”.

Però Gadda lo fa dire al protagonista, suo alter ego nevrotico, in una crisi parossistica. Non dimentichiamo che Gadda era notoriamente nevrotico, per quanto geniale, e ha messo molto del suo io empirico nevrotico in quel romanzo. Alcuni oggi, che vorrebbero rimuovere l’io lirico, citano questo brano dell’ingegnere.

Inoltre per Gadda tutti i pronomi sono “pidocchi del pensiero”, per cui non ci sarebbe via di uscita. Ogni narrazione sarebbe perciò tarata a priori. Infine queste frasi non vanno decontestualizzate. Estrapolare delle frasi dal loro contesto può essere fuorviante ed indurre in errore. Si tratta pur sempre di un romanzo, La cognizione del dolore, che ha senza ombra di dubbio un suo contenuto di verità, ma che è anche creazione di un mondo fittizio e di personaggi immaginari grotteschi e paradossali.

L’io tra nevrosi e impersonalità

Il problema è quanto della propria nevrosi, delle proprie fratture, dei propri vuoti uno riversi nella propria opera e ciò non è  necessariamente detto che sia un male. Chi impone che l’impersonalità e il distanziamento siano degli obblighi della narrazione? E la narrazione di Gadda può essere forse presa di esempio?

Bisogna sempre stare attenti quando si cita a non farlo a sproposito, a non strumentalizzare la fobia dell’io di Gadda. Qui non si tratta di canoni della letterarietà, ma di una difesa ad oltranza di quel poco che resta del soggetto freudiano (visto e considerato che il soggetto cartesiano è stato distrutto dai maestri del sospetto e del cogito, ergo sum resta solo il coito, ergo sum).

La rimozione dell’io lirico

Ad ogni modo ognuno è sempre circondato da se stesso, come scriveva Sartre, indipendentemente dagli escamotage narrativi. A proposito di io e scrittura, oltre al celebre detto “Conosci te stesso”, Gramsci in un articolo citava Novalis, che a sua volta scriveva: «Il supremo problema della cultura è di impadronirsi del proprio io trascendentale, di essere nello stesso tempo l’io del proprio io. Perciò sorprende poco la mancanza di senso ed intelligenza completa degli altri. Senza una perfetta comprensione di noi, non si potranno veramente conoscere gli altri». Ma può valere anche il contrario.

Insomma sono  necessarie anche l’autoconoscenza, l’autodeterminazione. Per decenni l’intimismo ha fatto da padrone nella cosiddetta poesia lirica. Attualmente in Italia alcuni letterati vogliono rimuovere l‘io lirico e demonizzano l’io in senso lato.

Voler rimuovere l’io lirico significa non poter scrivere in prima persona nelle poesie, essendo costretti a trattare gli altri che possono essere proiezioni del proprio io o riproposizione delle solite figure parentali. Insomma la psicanalisi ci insegna a ragione che è lecito diffidare anche di chi parla troppo degli altri e che talvolta così facendo finisce per deformarli troppo  con la sua lente o per rispecchiare sé stesso.

Poeti introversi ed estroversi

Alcuni sostengono che i poeti contemporanei siano affetti da egolatria. È difficile dire quale sia il discrimine tra normalità e patologia. E poi si pensi al fatto che anche Stendhal scrisse Ricordi di egotismo. La stessa poesia moderna americana è un continuum ai cui poli opposti ci sono la schiva Emily Dickinson e il titanico Walt Whitman.

Da una parte l’introversione e dall’altra l’estroversione. Prima ancora che un atteggiamento intellettuale, filosofico, letterario, conoscitivo scegliere uno o l’altro di questi poli è questione di personalità. Ci sono introversi ed estroversi. Non c’è niente di giusto o sbagliato. Ci sono pro e contro di entrambe le condizioni esistenziali.

Questi due diverse modalità di approcciare la realtà sono frutto prima di tutto questione di personalità. Dalla personalità consegue il modo di interfacciarsi al reale. Come esiste un orientamento sessuale, politico, valoriale esistono anche varie tipologie di personalità. Ma i critici letterari non dovrebbero giudicare il modo in cui gli autori si volgono alla conoscenza.

C’è chi sceglie insomma prevalentemente l’interno e chi l’esterno. In alcuni autori gli altri si riflettono in loro stessi ed in alcuni autori l’io si riflette negli altri. Si tratta pur sempre di rimandi continui, di un perenne gioco di specchi. Partire dagli altri e finire nell’io o viceversa è solo un punto di partenza.

Cosa significa privilegiare l’io

Privilegiare l’io o il mondo non deve essere una posa, basata su premesse teoriche. Esimersi dal tranciare giudizi approssimativi è senza dubbio un atto di onestà intellettuale; è fuori luogo anche il fatto che a seconda dello spirito dei tempi sia di moda quando l’intimismo e quando invece gli altri. Un altro aspetto risibile  è che alcuni autori postulino la rimozione dell’io e poi scrivano dei romanzi o delle raccolte poetiche autobiografiche.

Evidentemente egoriferiti sono sempre gli altri. In questi ultimi anni in poesia nelle polemiche letterarie evidentemente vince chi dà per primo dell’egoriferito all’altro. È una moda come un’altra. Non è frutto di una evoluzione stilistica o letteraria. Non è un punto di arrivo della letteratura come vorrebbero far credere alcuni. Un tempo c’era la vecchia disputa molto divisiva tra realisti ed idealisti.

La conoscenza di se e degli altri

Il vero atteggiamento conoscitivo equilibrato sarebbe trovare un equilibrio tra io e mondo e questo trascendendo i propri tratti di personalità. Ma ciò è quasi impossibile perché l’io o il mondo sono come calamite. C’è chi è attratto dall’uno e chi dall’altro, molto probabilmente più per attitudine che per scelta, più per natura che per cultura.

Un interrogativo che sorge spontaneo è se la propria personalità di base sia un nucleo costante ed inalterabile o se invece oggi come oggi sia modificabile. La cosa si complica perché sembra che le vecchie teorie sulla personalità come i tipi psicologici di Jung siano oggi inadeguate per decifrare il Sé così sfuggente dell’uomo contemporaneo.

Sembra che entrino in gioco in ognuno di noi anche le cosiddette sub-personalità. Anche gli altri sono però sfuggenti. In ogni caso è vero che cresciamo e maturiamo grazie all’immagine che gli altri hanno di noi, ma è altrettanto vero che per conoscere bene gli altri bisogna conoscere bene sé stessi.

È un circolo ermeneutico che dura tutta la vita. Sia la conoscenza di noi stessi che del mondo è sporadica, superficiale, discontinua. Di noi stessi conosciamo la nostra voce interiore, il nostro discorrere tra sé e sé. Degli altri conosciamo una minima parte dei loro comportamenti e delle loro espressioni verbali.

Uno dei problemi filosofici ancora irrisolti è come, nonostante i nostri limiti intrinseci, riusciamo a conoscere tutto quello che conosciamo. La questione dell’io in letteratura è un intreccio inestricabile di letterarietà e psicologia. Non può essere altrimenti e le persone ponderate dovrebbero riconoscerlo senza tacciare chi la pensa diversamente di psicologismo.

Non vi preoccupate comunque poeti introversi ed intimisti: l’io tornerà di nuovo in auge. E poi perché estrovertersi sia necessariamente un bene e concentrarsi su di sé è necessariamente un male? La preghiera, il raccoglimento interiore, la meditazione dovrebbero essere allora un male?

 

Davide Morelli

‘Il buon selvaggio’: perché l’uomo post-moderno non può riscoprirsi uomo primitivo

La figura del “buon selvaggio” è stata oggetto di moltissimi studi da parte di filosofi e letterati che hanno cercato di comprendere chi fosse realmente l’uomo primitivo protagonista del Romanticismo e dell’Illuminismo, e quale fosse il suo ruolo all’interno della società.

Il buon selvaggio, in estrema sintesi, è l’espressione vivente di un’umanità senza civiltà, e dunque felice, i cui tratti caratterizzanti sono la generosità, l’innocenza, il vivere in armonia con la natura e la saggezza spontanea. L’uomo primitivo nasce buono, conduce un’esistenza senza impedimenti e non conosce le catene della morale e i lacciuoli del progresso che tutto corrompe.

Tuttavia questo idillio, che prende il nome di stato di natura, verrà messo in discussione con la nascita della società: l’uomo d’ora in avanti non potrà più tendere all’autoconservazione ma dovrà necessariamente confrontarsi con i suoi simili all’interno di un perimetro sociale. A cosa porterà tutto ciò?

Arrivati a questo punto, filosofi e letterati si dividono: per Thomas Hobbes l’essere umano, che vive a contatto con la natura, è mosso dai più biechi istinti poiché l’unica legge esistente è quella (tacita) del più forte, e perciò è obbligato a combattere contro i propri simili per la sopravvivenza.

L’unico modo per superare il “bellum omnium contra omnes” è sottomettersi a una guida sociale e politica forte: il Leviatano. Di tutt’altro parere Rousseau, che invece esalta lo stato di natura dove libertà e uguaglianza convivono insieme, una sorta di Eldorado in Terra che però non esiste più.

Ora l’uomo “è ovunque in catene”, metafora delle costrizioni della morale e della civilizzazione di cui fa parte il progresso, e l’unico modo per spezzarle passa attraverso l’adesione a un patto sociale che lo porterà a divenire membro di quel corpo politico, fatto di persone, che sarà per lui garante di massima libertà e prenderà il nome di “volontà generale”.

La figura del buon selvaggio: l’insegnamento di Voltaire e di Sun Tzu

Anche Voltaire, autore conosciuto dal grande pubblico per l’opera intitolata “Candido”, racconto filosofico e romanzo di formazione che tratta anche tematiche disimpegnate come l’amore platonico tra il protagonista Candido e Cunegonda e il ruolo della Fortuna, si interroga su chi sia realmente il buon selvaggio arrivando alla conclusione che egli è semplicemente l’uomo libero anche se non civilizzato.

Tale considerazione lo avvicina molto a Rousseau, che può essere considerato alla stregua di un padre putativo del mito del buon selvaggio. Il contributo di quest’ultimo, come abbiamo visto, è fondamentale nel raccontare ed esaltare una figura di uomo molto lontana da quella occidentale-illuminista dei suoi tempi, dove il progresso, che tutto corrompe, è la vittoria della ragione.

Sono passati più di 200 anni dall’età dei lumi e la società odierna è molto diversa da quella di allora, eppure a distanza di così tanto tempo varrebbe comunque la pena di interrogarsi, come fecero Hobbes, Rousseau e Voltaire, sul buon selvaggio.

Dopo aver compreso il pensiero di questi grandissimi autori, ovviamente non gli unici a porsi domande fondamentali sull’uomo – per esempio Sun Tzu nella sua celeberrima opera “L’arte della guerra”, ancora oggi attualissima, descriveva l’uomo quale essere illuminato solo se consapevole della sua natura e della natura della contingenza  – è giunto il momento di vedere se c’è spazio per il buon selvaggio anche ai giorni nostri.

La società post-moderna dell’incertezza e del rischio

photo by Pixabay

L’uomo dei giorni nostri nasce e cresce all’interno di quella che potremmo definire la “società post-moderna dell’incertezza e del rischio”, i cui squilibri socio-economici lo spingono verso un’”alienante individualizzazione”, che si traduce in un isolamento forzato che lo porterebbe a desiderare di vivere un eterno passato utopico frutto della sua (fervida) immaginazione.

In questo clima di generale insicurezza, che interessa la quasi totalità degli ambiti dell’esistenza umana, dal lavoro passando per l’amore e l’amicizia, ognuno pensa solo a sé stesso, e tutto ciò è acuito da quel processo di disembedding, ovvero di sradicamento dei rapporti sociali che vengono ricostruiti lungo archi spazio-temporali indefiniti e globali, che genera ancor più smarrimento. Se questa, in breve, è l’odierna condizione dell’uomo, oggi può esistere un buon selvaggio?

La risposta è no: il buon selvaggio come definito da Hobbes, Rousseau e Voltaire oggi non esiste più, e se anche esistesse assomiglierebbe più che altro a un asceta in grado di reggere sulle proprie spalle il peso di un mondo complesso e a tratti incomprensibile. Difficile. Come è lontana l’età dell’oro in cui l’uomo aveva a che fare con la libertà!

 

‘Past/Present’, parte il 21 maggio la mostra sul tempo a Lugano presso la Galleria Negrini

Past/ Present, la nuova mostra con cui Michela Negrini prosegue la stagione espositiva della sua galleria a Lugano, riunisce diverse opere che, con i loro riferimenti, chiamano in causa la questione del tempo ed esistenza.

La mostra, una collettiva, si estende oltre i confini abituali delle immagini, nella loro dimensione spaziale e temporale, e nasce da una riflessione su questo particolare tempo “congelato” che stiamo vivendo a causa della pandemia Covid19.

Una delle numerose conseguenze della pandemia è il cambiamento della nostra percezione del tempo. Lo spazio della vita quotidiana ha subito enormi limitazioni. Il virus, inatteso, ci ha bloccati. Abituati a guardare al futuro, oggi viviamo nell’incertezza. Prigionieri del presente, la vita è diventata sopravvivenza, senza proiezione, se non quella individuale. Dopo anni di progresso, viviamo i limiti del presente e l’impossibilità di immaginare il futuro: grande contraddizione della nostra epoca.

La mostra esplora, attraverso il lavoro di quattro artisti – Elisabetta Benassi, Liliana Moro, Melik Ohanian, Namsal Siedlecki –  le molte implicazioni dell’esperienza del tempo, della sua essenza e della sua percezione.

Namsal Siedlecki Trevis Maponos 2020

Attraverso il recupero e la trasformazione di materiali e di simboli, Elisabetta Benassi, presso la Negrini, osserva criticamente l’eredità culturale, politica e artistica spesso controversa dei nostri tempi, per esplorare il rapporto tra passato ed epoca contemporanea, interrogandosi sulla condizione e l’identità del presente. In mostra Atlas Shrugged, un lavoro del 2018 che si inserisce nell’esplorazione di un mondo in cui  l’idea di comunità è sparita  e in cui regna “l’individuo sovrano”.

Qui, le nozioni di “proprietà di sé” e di “sovranità assoluta” dell’individuo su se stesso e in relazione al mondo sociale sono centrali. Concetti-mito del liberalismo del XIX secolo, all’individuo sovrano è riconosciuto un valore assoluto e autonomo nel raggiungimento del proprio destino, rispetto alla sfiducia nella società e in qualsiasi progetto di emancipazione universale.

Nel dibattito contemporaneo, il modello di un soggetto sfrenatamente liberista – completamente a suo agio in un mondo dove ogni passione collettiva è offuscata e solo la volontà individuale e le iniziative private hanno un valore – ritorna sotto forma di ideologia invisibile e indiscutibile.

In questo preciso momento storico di “sospensione” temporale e privo di proiezione collettiva,  questo lavoro ci propone una possibilità immaginaria di sottrarsi al caos del mondo reale, con i suoi limiti e conflitti, con le suo contraddizioni tra salvezza individuale e catastrofe collettiva.

In mostra presso la Galleria Negrini, anche opere inedite di Liliana Moro: grandi sculture in ceramica bianca candida, a forma di melagrana. Simbolo primitivo del ciclo morte-vita, del continuum su cui si basa la nostra esistenza, il frutto ne rappresenta l’energia vitale. Negli ultimi anni la ceramica è tornata molto spesso nel lavoro di Liliana Moro, anche per realizzare forme prese dal mondo naturale, come per esempio la frutta.

Per queste composizioni, l’artista ha utilizzato la ceramica, partendo dall’origine del materiale, cioè la terra, il fango ed i minerali che la compongono. Riflettendo sulla centralità della scelta del materiale quale parte fondamentale del processo creativo, Liliana Moro ci porta a riflettere sul tempo del materiale, elemento fondamentale che restituisce forma alla terra, scandendo i tempi di realizzazione e sul fascino dell’attesa, di asciugature e cotture.

Liliana Moro Still life 2020 dettaglio

Ponendo l’accento sul tempo modellatore, o – come scrive Marguerite Yourcenar “grande scultore” – capace di dare forma sempre, anche quando il materiale siamo noi, queste sculture tonde, coronate di foglie,  con un’apertura circolare ci permettono di avvertirne la cavità,  il vuoto che c’è dentro.

E come Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, anche Liliana Moro procede per  “sottrazione di peso”, alleggerendo il frutto, scavando nel suo tempo passato e  bloccandolo in un tempo presente, impotente, in cui solo la relazione col nostro sguardo può proiettarlo nel futuro.

Da sempre, la ricerca artistica di Melik Ohanian indaga il mondo dell’immagine e il suo potere allegorico e la dimensione spaziale e quella temporale possono essere identificate quali nodi centrali di tutta la sua poetica. In mostra alla Negrini nuove opere della serie Tomorrow Was. Senza indicazioni di tempo, né di spazio, questa serie medita su un possibile domani.

Queste fotografie non si propongono di cogliere un istante preciso, bensi’ di speculare in un modo riflessivo su di una narrativa personale dello spettatore. Ciascuno, posto di fronte a questi fragmenti di vita, sarà portato ad anticipare il proprio rapporto col mondo.

In mostra alla Negrini anche opere della serie Portrait of Duration – Cesium Series , un lavoro che presenta i passaggi dallo stato solido a quello liquido del Cesio 133, elemento il cui decadimento radioattivo è stato usato a partire dal 1967 per stabilire la durata del secondo universale negli orologi atomici. Registrando il suo processo di trasformazione, ciascuna fotografia rappresenta il tempo attraverso la materia, e restituisce in modo speculare lo stato della materia a un certotempo T.

Melik Ohanian investiga così l’osservazione e la rappresentazione della misura del tempo, e in particolare della sua unità di riferimento: il secondo. Sebbene il tempo rimanga un concetto relativo e astratto, queste immagini ne costituiscono “un ritratto attraverso la rappresentazione della materia che lo definisce “in una sorta di “tautologia fotografica”, come l’ha definita l’artista.

Invece che semplicemente indicare o misurare il tempo, ce lo mostrano. Invitandoci a esperire il tempo attraverso il suo scorrere e quindi la sua misurazione, Ohanian propone uno scenario cosmico sospeso tra poesia e scienza. È “una ricerca di uno stato di consapevolezza”: un’oscillazione tra scenari cosmici e mentali, che richiamano i paesaggi surrealisti di Max Ernst.

Gli ex voto hanno rappresentano fin dal paleolitico un elemento di legame col divino, cui l’uomo sirivolge alla ricerca di forza e conforto. Questa antica forma di preghiera, in cui predominante è la presenza di figure umane, è portata in mostra grazie al lavoro di Namsal Siedlecki: una scultura in argento nata da alcune scansioni 3d che l’artista ha realizzato in Francia nel 2019, a Clermont Ferrand, nei cui pozzi votivi negli anni 60 sono stati ritrovati una serie di reperti archeologici risalenti al 50 a.C.. Ex-voto scolpiti in legno di faggio e gettati in acqua come offerta ad una divinità dei Galli, Maponos.

Elisabetta Benassi Atlas Shrugged 1

Gettate invece nella Fontana di Trevi sono le monete d’argento usate per realizzare questa scultura. Nella fontana, ogni anno vengono gettati circa 2 milioni di euro di monetine, di cui per vari motivi l’8% non riesce ad essere cambiato.

L’artista affascinato da questo insieme di desideri, intrappolati in una sorta di limbo quasi come se non si fossero compiuti ne ha comprato circa 500 kg.

Siedlecki presso la Galleria Negrini, si sofferma sull’idea che in oltre 2000 anni l’umanità continua a ripetere lo specifico rituale di gettare qualcosa in acqua cercando un aiuto soprannaturale. Questi due desideri di due epoche distanti, entrambi legati all’acqua, qui si uniscono in un unico desiderio potenziato all’interno del liquido di una vasca galvanica.

Mito: fascino e magia senza tempo

Nonostante la familiarità che tutti abbiamo con i racconti della mitologia, il mito rimane un oggetto misterioso che ogni cultura sembra forgiare secondo criteri propri e che non smette di affascinare; perché il mito è un qualcosa che accade ogni giorno.

Mito: origini

L’idea di una sfera mitologica come universo organico di racconti che precederebbe il nascere del logos e della filosofia è tuttavia estranea ai greci. L’opposizione tra mito e logos si svolge in modo lento e tortuoso: la Grecia rimane una terra di frontiera, dove il “favoloso” sopravvive accanto alla ragione “scientifica”.

Nel progetto politico di Platone, l’identità del mito e della parola parlata acquista un’evidenza estrema che investe la vita della città. Il parlato deve essere al servizio degli ideali della città.

Perché continuiamo ad essere affascinato dal mito, dal “c’era una volta”, tanto che spesso lo facciamo entrare nel nostro quotidiano?

Tra linguaggio e memoria

Se la prima mitologia è considerata da molto l’effetto di una malattia parassitaria del linguaggio, le cui tracce sono ancora riconoscibili sulla superficie scritta delle società più razionali, la mitologia in senso moderno è quindi un’invenzione della scrittura: nasce quando il segno scritto immobilizza il flusso della parola viva che si ripete in una infinità di varianti.

Per salvare una certa idea di mitologia, come sostiene Marcel Detienne, si evoca fin troppo spesso, l’inventività della memoria e dell’oblio, vissuti in perfetta unione con la naturalezza di Filemone e Bauci, favola contenuta nelle Metamorfosi di Ovidio, in cui si racconta della virtù dell’ospitalità che viene ricompensata.

Il mito nella modernità

Solo oggi è diventata viva e presente in modo quasi veemente la lotta della memoria e dell’oblio, da quando si sono moltiplicate le società, dove gli storici non sono diventati altro che dei funzionari e dei burocrati ufficiali, in cui la lotta contro il potere costringe uomini e donne ad alzarsi di notte, per ripetere, contro ogni speranza, le parole dei loro defunti privati della scrittura, o i versi fuggitivi e indimenticabili dei poeti messi al bando e assassinati?

Ma c’è paradiso per la memoria e per l’oblio? O forse non vi è altro che il lavoro dell’una e dell’altra  e i modi di lavoro che hanno una storia. Una storia ancora da iniziare. Ma nulla è più familiare del mitologia, perché come sosteneva Levi-Strauss, “un mito è riconosciuto come tale da ogni lettore, in ogni parte del mondo”.

Cos’è che ci affascina maggiormente della mitologia in un mondo senza miti, dove nello spazio di due o tre generazioni, tutto ciò che viene detto è soggetto a cambiamenti continui e inevitabili, qualunque siano l’autorità e il numero “dei ministri della memoria”?

Forse proprio questo flusso di parole, storie e racconti a cui ognuno di noi può togliere o aggiungere qualcosa, magari di più gradevole, come diceva Fontanelle, ma non con lo scopo di colorare qualcosa di già “falso”.

Alle nostre orecchie, il memorabile è inconsciamente e necessariamente vero e mai ci stancheremo di ripetere e ascoltare certe storie.

La mitologia allora non sarà proprio frutto di una memoria estranea ai processi della scrittura e libera dalla tirannia del testo? Solo la memoria inventiva, sorella dell’oblio, potrebbe salvare del tutto la mitologia o sottrarla all’erranza in cui i greci l’hanno condotta, durante le nostre letture.

L’opinione di Barthes

Su questo particolare aspetto, può venirci in soccorso Roland Barthes secondo il quale la mitologia può avere solo un fondamento storico, perché il mito è una parola scelta dalla storia e non può sorgere dalla ‘natura’ delle cose”.

In sintesi Barhes vuole dirci che il mito è un sistema di comunicazione, avendo tutte le caratteristiche di un messaggio. “Il mito – afferma – non nega le cose, anzi, la sua funzione è di parlarne; semplicemente le purifica, le fa innocenti, le istituisce come natura e come eternità”.

Di una cosa si è sicuri, il mito non è un qualcosa di negativo negativo, ma, come farlo vivere in modo “eterno” in una società idolatra e non più iconoclasta come la nostra?

Sempre sulla scia di Barthes, per il quale vi è bisogno di una scienza della mitologia basata sulla semi-oclastia, probabilmente sarebbe opportuno riconoscere nelle narrazioni mito-logiche un elemento eternizzante da demitizzare, riconducendo tali favole al loro inaggirabile fondamento storico.

In fondo la nostra ragione si fonda anche su alcune finzioni. E nemmeno questo può rappresentare qualcosa di necessariamente negativo.

 

Fonte: L’invenzione della mitologia, Marcel Detienne

 

https://zeitblatt.com/mythology-timeless-fascination/?fbclid=IwAR0ReIninX_Uy-xS2aUfmBNhmRyGxDiyT5DpjnWgo0Ams8L0B_v8xKu9i5g

 

‘La saggezza del lupo’, la salvazione secondo Alessandro Venuto

Alessandro Venuto è nato nel 1983 a Chiavari (Genova) e vive a Milano dal 2011, nel quartiere Casoretto. Sposato con due figli, lavora come educatore in una comunità per la cura delle dipendenze e una per i minori. Si è occupato di meditazione in carcere; ha collaborato con Dario Fo ed autori Einaudi e Mondadori. Ha conseguito alcuni premi letterari ed ha ricevuto molti consensi critici. Ha poi esordito nel 2020 con il romanzo “In direzione opposta” (Edizioni Montag). Il suo nuovo libro, un romanzo di formazione, si intitola “La saggezza del lupo”, pubblicata sempre con le Edizioni Montag.

L’attività di Alessandro Venuto

Breve parentesi sull’attività lavorativa dello scrittore, il quale si occupa anche di tossicodipendenti, stigmatizzati ancora oggi e giudicati in modo particolarmente severo da certi moralisti. Poco importa sapere se la tossicodipendenza sia una fuga, la ricerca di un paradiso artificiale. Poco importa sapere se il tossicodipendente abbia iniziato per noia, senso di vuoto, trasgressione, automedicazione, autodistruzione, senso di impotenza, conformismo con il gruppo dei pari, culto dello sballo o per avere un momento di felicità.

Probabilmente esiste una concomitanza di fattori, ma non è questo che conta. Quel che conta è che oltre alle cure disintossicanti ci vuole la terapia della parola, la cura dell’animo. È questa la missione quotidiana dello scrittore ed è particolarmente meritevole aiutare ad uscire dal tunnel della droga. Un tempo veniva punito anche il semplice consumatore di droga.

Soltanto con il Testo Unico 309 del 1990 si legifera la non punibilità di chi detiene sostanze stupefacenti per uso personale, che viene solo segnalato dal Prefetto e riceve delle sanzioni amministrative. Un passo avanti nella legge. Ma prima di puntare l’indice su chi si droga bisogna ricordare che è solo il Ministero che stabilisce di volta in volta cosa considerare droga e cosa no.

Così come va ricordato che anche l’alcool è una sostanza psicotropa, nonostante la nostra cultura mediterranea lo tolleri e lo consideri un alimento quotidiano con cui pasteggiare. Queste sono tra le ragioni per cui leggere il primo romanzo “In direzione opposta”.

La saggezza del lupo: trama e contenuti

Invece ne “La saggezza del lupo” il protagonista è Luca Amato, cresciuto per strada e legato dalla adolescenza ad un gruppo criminale, con cui rompe dopo essersi messo con una prostituta cinese. La criminalità è una strettoia. È molto ridotto il margine di scelta. Eppure nonostante certi vincoli il libero arbitrio esiste sempre. È questo che vuole dirci Venuto, anche se come cantava De Gregori gli stessi malavitosi “sono giovani vite dentro una fornace”.

La criminalità minaccia, spara, uccide. Ha le sue regole, la sua logica spietata, non c’è mai niente di giusto. La criminalità potrebbe essere la chiave di volta per analizzare l’intera società di massa occidentale. Lo scrittore Paul Goodman paragonò la nostra società ad una stanza chiusa, dove i cittadini sono come dei topi che fanno una corsa, girando a vuoto. Per molti intellettuali non c’è via di uscita.

Eppure ognuno, anche i più disperati, hanno la possibilità di cercare un varco o quantomeno uno spiraglio, un ancora remota di salvezza: questo è il pensiero di Venuto. Successivamente infatti il protagonista finisce in carcere dove cambia completamente prospettiva delle cose e cerca appunto il riscatto: decide di smettere con la criminalità e vuole diventare scrittore, grazie all’aiuto di due formatori.

L’evoluzione umana nella letteratura

I riferimenti letterari di Venuto, nonché i suoi maestri di vita, diventano Jack London, Dostoevskij, Tolstoj, Knausgard. Lo scrittore ci dice che si può cambiare. Chiunque può cambiare, nonostante mille difficoltà e le più grandi resistenze al cambiamento. Cambiare significa affrontare l’ignoto con i rischi che comporta, ma può significare anche evolvere, come avviene ne La saggezza del lupo.

Con entrambi i romanzi, l’autore genovese vuole comunicarci che per uscire da qualsiasi tunnel di questa vita bisogna riconoscere la propria irripetibilità ed unicità; così come è di particolare aiuto, una sorta di agente catalizzatore, la liberazione dei propri impulsi creativi.

La saggezza del lupo è un romanzo è ben scritto, lo stile è fluido e scorrevole, privo di segni criptici; una prosa cristallina e diretta, orchestrata da talento e perizia,  allo stesso tempo contrassegnata da una autentica intellettualità e da un retroterra culturale solido, che spesso indaga su uno dei più grandi misteri umani, ovvero la creatività artistica

Tra letteratura e sociologia

Pensando ad entrambi i romanzi viene in mente la frase di un manuale di sociologia di Ferrarotti: “Non si dà l’individuo senza società, né c’è società senza individuo”. Una certa fiction o certi noir ci presentano la devianza brutale e crudele, prevalentemente con il segno meno.

Allo stesso tempo altra narrativa oltre alla Saggezza del lupo, affronta questi temi civili con retorica e sentimentalismo, sfruttando la fisiologia delle lacrime. Invece Venuto  ci vuole dire che anche in questa realtà sotterranea esiste il lato umano ed il riscatto, senza mai essere strappalacrime e senza addossare la colpa quando al sistema o quando all’individuo, come fanno i pressapochisti.

Ogni uomo può indagare se stesso, riflettere su stesso e salvarsi. Non importa che la redenzione sia etica, filosofica o religiosa. L’essenziale è che avvenga, indipendentemente dalla forma e dalla modalità.

Venuto con la sua opera ci lascia una testimonianza di vita ed al contempo smuove la coscienza del lettore con la sua denuncia sociale. Infine ogni incontro può aiutarci in questo nostro cammino, può facilitarci. In ogni incontro esiste “un filo conduttore” come scriveva Paulo Coelho ed è per i suddetti motivi che ne consiglio caldamente la lettura.

 

Di Davide Morelli

 

‘Amarcord’, un racconto relazionale di Davide Morelli

Proponiamo un racconto d’amore e di illusione dal titolo Amarcord di Davide Morelli.

Lei dormiva accanto, abbracciandolo. Il suo respiro era così leggero che quasi non la sentiva. C’era solo la luce della luna che entrava dalle inferriate. Nessun altra luce. Solo il rumore di fondo delle macchine che passavano sulla circonvallazione. Tutti i loro amici e le loro amiche erano andati a dormire. Tutto il mondo sembrava assopito. A lui sembrava trascendere il tempo quando l’abbracciava.

Nessuno di loro si sentiva mai solo in quel tempo. Nessuno può considerarsi solo quando si ha una caterva di amicizie. Lei era bella e non usava mai truccarsi. Era bella al naturale. Così tonica e con i suoi capelli a caschetto castani. Indossava jeans e un piumino. Era così semplice! Entrambi erano coperti da un semplice plaid. Dormivano vestiti da diverse notti. Niente altro. Si sentiva alle volte giovane per sempre ed altre volte immortale quando le dormiva accanto.

A tratti carezzava la sua nuca e la sua chioma. A tratti le teneva la mano. Lei diceva che erano solo buoni amici. Lui aveva paura di dichiararsi e di perderla per sempre perché lei voleva innanzitutto la sua libertà. Lei prima aveva pianto raccontandole del suo ex che l’aveva trattata male e lasciata senza preavviso. Adesso lei voleva essere libera. Aveva venti anni, era una universitaria fuori sede e voleva sentirsi libera. Non voleva impegni. Non voleva legami né catene. Non voleva vivere delusioni. Non voleva soffrire. Amava l’ebbrezza del vino in quelle notti. Amava cantare e stonare canzoni in quelle notti. Adorava strimpellare la chitarra.

Lui le faceva da confessore e amava ascoltare alcuni suoi piccoli segreti. Si erano raccontati le loro vite. A volte pensava di leggerle nel pensiero, altre volte sembrava che lei gli leggesse nel pensiero. Che cosa era quello struggimento e quello stringersi forte? E quelle conversazioni fitte e quel filosofeggiare su tutti gli aspetti della vita? Si frequentavano da giorni. Facevano parte da due settimane della stessa comitiva. Lui si sentiva a proprio agio. Sembrava che si conoscessero da una vita. Apparentemente tutto sembrava procedere senza contrasti.

Ognuno naturalmente aveva i suoi difetti e le sue contraddizioni. Tutto sembrava combaciare, anche se sapevano entrambi che l’idillio non esisteva. Tutti sembravano essere in armonia con il mondo, nonostante le gravi ingiustizie e sperequazioni del mondo. Lei sembrava essere particolarmente spontanea.

Lui faticava a prendere sonno con lei accanto. Scorrevano nella sua mente le immagini della giornata. Ripensava a tutte le parole, le espressioni, i movimenti di lei. L’aveva messo in conto che un giorno la felicità sarebbe sgusciata via e sarebbe dopo spuntata la morte. Ma preferiva non pensarci. Con lei accanto non pensava mai alla morte. Forse era fisiologico a quella età. Avevano venti anni e quelle notti così vissute non li stancavano mai, anzi erano contenti di fare le ore piccole e non erano mai spossati per aver dormito troppo poco. Lui l’aveva consolata ma nessuno avrebbe mai consolato lui quando lei se ne sarebbe andata, dopo avergli detto di no. Ogni volta che giungeva l’alba ed entrava la luce nella stanza entrambi si alzavano per farsi un caffè con la moka. Alle volte si recavano al bar più vicino a prendere una brioche.

Tutto quello che si dicevano in quelle notti a lui allora sembrava così importante ma con il tempo e con gli anni avrebbe capito che erano solo semplici sciocchezze: banalità giovanili. Un giorno lui l’avrebbe cercata, ma lei non l’avrebbe più considerato e non avrebbe più voluto saperne nulla di lui. Lui sarebbe morto scapolo, mentre lei si sarebbe sposata ed avrebbe fatto figli. Lui si sarebbe chiesto più volte nel corso degli anni il senso del loro incontro, ma poi avrebbe pensato che la giovinezza è una cosa che non ha senso.

Le loro esistenze si erano intrecciate così casualmente. Si chiedeva se avesse compiuto degli errori, ma probabilmente era inutile chiederselo. Poi sarebbero stati tutti errori di gioventù! Chiaramente tutto questo molto più in là nel tempo. Un giorno lontano naturalmente. Che strana cosa la giovinezza in cui si finisce per dare così tanta importanza a quel sentimento così altalenante che chiamano comunemente amore! Un giorno lontano lei sarebbe stata solo un ricordo sciocco da scacciare dalla mente.

Ma in quelle notti lei respirava leggero accanto a lui e a lui sembrava di essere il suo ragazzo, anche se il tempo gli avrebbe insegnato che era tutta una illusione. Con il tempo lui avrebbe imparato che ci sono persone che non si incontreranno mai nella nostra vita e persone che non si incontreranno mai più nella nostra vita. Ma avrebbe anche imparato che essere uomini consiste anche nel non pensare mai o molto raramente a queste cose perché non si può vivere di rimpianti o di vite immaginarie. Con il tempo chiaramente avrebbe imparato questo ed altro.

Gian Marco Capraro. Da Milano a Copenaghen e ritorno con ironia e malinconia

Osservando le opere dell’artista milanese Gian Marco Capraro, vincitore dei premi Nutrire il pensiero, Accademia di Brera, Premio estate, Villa Moretti, Casaleggio Novara, Salon I, Museo della Permanente, Milano, si nota una evidente versatilità e desiderio di mostrare le varie sfaccettature della pittura e del colore, senza perdersi nelle sue visioni o inseguire nuovi fantasmi che fanno perdere la concentrazione su ciò che si sta lavorando. L’artista, laureato in filosofia e in pittura presso l’Accademia di Brera, erige la tecnica a medium ed è essa a condurlo verso l’opera finale senza lasciarsi trasportare da preconcetti o ideologie. Non a caso uno dei suoi punti di riferimento è lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, che di ideologie proprio non voleva saperne, optando come fa Capraro per il minimalismo e l’antinaturalismo. Come il polacco Kantor, Capraro condensa diversi stili della storia dell’arte, concentrandosi soprattutto sul concetto di morte, sul degrado degli oggetti e degli esseri umani.

Il materiale effimero viene utilizzato da Capraro proprio per conferire evanescenza e un senso di angoscia e transitorietà ai messaggeri della morte, per dirla alla Kantor, che sono gli uomini ma anche le cose e gli animali, come si nota dal ciclo pittorico intitolato “Attese” e “Almost Landscapes”, dove il nostro mondo, il nostro ecosistema e la nostra società sono filtrate da uno sguardo annebbiato: è l’occhio del flaneur, il quale si aggira per la città senza una meta precisa ma che perlustra strade e viottoli nascosti,  tentando di codificare la città come stratificazione di tempo e memoria di chi ci ha abitato e ci abita ancora adesso, a metà tra Baudelaire, che cercava le corrispondenze nei simboli della Natura, e Kierkegaard. Ma se quest’ultimo è considerato il filosofo dell’angoscia, Capraro non risparmia ironie e sarcasmi, proponendo favole pop coloratissime ma anche immagini alienanti e allo stesso tempo affascinanti di luoghi che appartengono a tutti, perché diventano non-luoghi come Piazza Cordusio di Milano, dipinto “impressionista” che ritrae anche la visione delle persone che si aggirano per quella piazza, pervasi da un senso di solitudine e malinconia, magari in mancanza di aspirazioni all’assoluto.

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La sua produzione è molto variegata, cosa rende possibile il nascere di uno spartiacque nel suo caso e perché?
Gian Marco Capraro: Guardando a ritroso alla mia produzione artistica mi accorgo che questa è divisa in lunghe serie monotematiche. In effetti, quando trovo un tema, che sia la pittura del Seicento, le composizioni semi astratte o i paesaggi, mi focalizzo quasi esclusivamente solo su quello, cercando di trovare anche le pur minime varianti al soggetto in questione. Mi lego a tal punto che trovo impossibile soffermarmi su altro. Questa fase solitamente può durare alcuni mesi, anche un anno o due. Poi, all’improvviso, questa ispirazione come è arrivata se ne va. Proprio da un giorno all’altro, nasce in me una nuova esigenza: magari non sento più affinità con l’acrilico o le grandi dimensioni e passo all’olio e a formati piccoli, come recentemente è avvenuto. Credo che sia proprio la consapevolezza dell’esaurirsi della spinta creativa che mi porta a concentrarmi così ossessivamente solo su un soggetto alla volta. In questo processo gioca un ruolo fondamentale la tecnica: reputo che in pittura sia la tecnica, cioè il modo in cui si utilizza il medium, a portarti verso un soggetto piuttosto che un altro. Non c’è da parte mia una scelta a priori su cosa dipingere: l’olio si presta bene per i riflessi e le trasparenze dei palloncini colorati nello stesso quadro in cui le forme piatte e fluo non possono che essere dipinte da pennellesse tinte di acrilico.

Chi guarda i paesaggi e gli scorci che dipinge? Un occhio allucinato o un occhio che attraversa le cose e le città?
In realtà né l’uno né altro, o forse entrambi. Gli scorci che sto dipingendo adesso nascono dall’esigenza di mappare Milano, la città in cui vivo, cercando di ricrearne un percorso esistenziale e umano. Sono partito dai luoghi dove abito, ricercandone anche gli aspetti negativi: i non luoghi, i magazzini Amazon, lo spiazzo deserto dell’Ortomercato. Poi per fortuna il mio sguardo si è allargato verso altre zone della città che trattengono in sé un vissuto, un ricordo che ho. Quello che mi affascina e che cerco di riportare è proprio la capacità del tessuto urbano di conservare una memoria. Ognuno di noi potrebbe ricreare una mappa esistenziale della città in base al proprio vissuto, e ognuna sarebbe diversa dall’altra. Quella panchina al parco, il tragitto percorso in bici la mattina della tua tesi di laurea, il mezzanino della metro a Bonola. Questa serie dei paesaggi di Milano è la continuazione del progetto che portai anni fa a Copenhagen e che era stato già l’argomento della mia tesi di laurea su Soeren Kierkegaard.

Trova che le città oggi si somiglino un po’ tutte oggi?
Sicuramente ci sono tendenze che portano a una certa omologazione urbana, diciamo così. La gentrificazione è un fenomeno in continua espansione e le grandi catene sono presenti dappertutto. Guardiamo l’esempio di Berlino: naturalmente è una città con una storia particolare, ma ricordo bene quando Mitte o Prenzlauerberg erano quartieri che per me (che non avevo visto nulla fino ad allora) semplicemente incredibili: un mix di acciaio prussiano e case dalle facciate liberty e dall’odore di lineolum stile DDR negli androni e lungo scale. Già la seconda volta che ci andai erano arrivate le Arkaden, i primi grandi magazzini a sbarcare dall’Ovest. Oggi sono quartieri super chic e omologati. Qualcosa di simile sta succedendo a Milano: basti pensare al quartiere Isola. Credo poi che la vera sfida si giocherà sull’ecologia: solo le città che sapranno aprirsi alla questione saranno in grado di rinnovarsi rimanendo realmente abitate. Milano lo sta facendo e spero che prosegua su questa via.

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Cosa le piace di più di Copenaghen e cosa apprezza del suo modo di amministrare la cultura e l’arte in particolare?
Come dicevo, anni fa fui invitato tramite la Galeri Christopher Egelund a una residenza di tre mesi presso la Fabbrikken fur Kunst og Design. Una fabbrica riconvertita a spazi per gli artisti. La mia idea era di creare una guida sentimentale di quella città, a me allora ignota, attraverso il lavoro di alcuni artisti che avevano lo studio nella Fabbrikken: dovevano raccontarmi i luoghi per loro più importanti di Copenhagen. In pratica mi trovai a curare una mostra collettiva a cui anche io partecipai con un paesaggio di Christiania. Fu quello l’inizio della mia produzione paesaggistica. Ricollegandomi alla sua domanda, a CPH hanno un giorno fisso per i vernissage e in quel giorno tutti, dallo studente, al gallerista, al collezionista girano per baretti che espongono lavori degli artisti ospiti o per super gallerie patinate, senza snobbare alcun luogo. In Italia sarebbe impossibile. La comunità lì è molto piccola e si conoscono davvero tutti, non ho avvertito l’ansia da prestazione che abbiamo noi. Senza contare che, almeno ai tempi, lo Stato sovvenzionava facilmente iniziative artistiche (io stesso, in quanto invitato da un ente scandinavo, avevo stipendio, studio, casa su due piani e pure la bicicletta!).

Lei sembra vivere di fiammate artistiche, dove è presente un tema diverso. A quale è più affezionato?
Il tema preferito è sempre quello su cui sto lavorando in questo momento. Il paesaggio umano/urbano è sicuramente al centro del mio interesse ora, ma non metto gli altri soggetti in secondo piano. Certo, tra i lavori del passato la serie “Antichi Maestri” è forse quella a cui sono più legato. Mio nonno, mio padre e mio fratello sono stati e sono restauratori, quindi il contatto con l’antico è sempre stata una costante fin da piccolo, a ciò si unisce il mio interesse per la rappresentazione del corpo.

Definirebbe la sua pittura “insofferente”?
Non esattamente, però divento io insofferente quando non riesco a dipingere come voglio! A parte gli scherzi, noto che molti pittori sono insofferenti nel veder considerato da una certa critica il proprio lavoro in secondo piano rispetto a una presunta arte “più intellettuale” dove prevale l’idea rispetto all’esecuzione, come se la pittura forse oramai un linguaggio del passato. Personalmente credo invece che ci si debba scrollare di dosso questo pudore: dipingere è assolutamente un atto rivoluzionario, mai come adesso.

Da chi si sente influenzato maggiormente?
Da Raymond Carver e Pier Vittorio Tondelli, in parte da Thomas Bernhard e forse in passato dall’opera di Tadeusz Kantor. Dei primi due in particolare amo la narrazione della realtà quotidiana, sia quando è venata dal risvolto esistenziale e drammatico di Carver (The place where I am calling from) e sia quando sfocia in una sublimazione romantica, come in Autobahn di Tondelli, uno dei miei racconti preferiti. Specialmente nello scrittore emiliano ho sempre apprezzato la scenografia urbana nella quale sono calati i suoi personaggi, un set dai colori svaporati e stridenti davvero molto inizio anni ’80. Almeno secondo me. Se devo invece pensare al mondo dell’arte, non ho davvero un artista a cui far riferimento se non Edouard Manet, di cui amo il suo essere appieno cittadino metropolitano, il suo indagare i bar notturni e i cafè chantant. È davvero il cronista della città, ed è modernissimo non solo perché ispiratore degli impressionisti ma perché fa della città il soggetto del suo studio, un concetto ai tempi assolutamente all’avanguardia.

Aspetto visivo e intellettivo nella sua arte vanno di pari passo. Come nasce tale approccio?
Mi lascio ispirare da quello che mi piace, naturalmente. Tuttavia percepisco che questa serie su Milano sia fondata su un punto di vista ben preciso che è ancora quello dei tempi dell’università e che mi ha poi portato in Danimarca: è l’occhio del flaneur, il quale si aggira per la città senza una meta precisa ma scandagliando vie, viottoli e strade nascoste, e che a mo’ di archeologo cerca di leggere la città come stratificazione di tempo e memoria di chi ci ha abitato e ci abita adesso.

L’arte è una menzogna che ci consente di riconoscere la verità? Come diceva Picasso?
Le rispondo con un’altra citazione: Anything goes, tutto fa brodo. È il titolo dell’autobiografia del filosofo Paul K. Feyerabend, un libro illuminante. Il processo intellettuale che ci porta e trovare la verità, qualunque essa sia e in qualunque campo, non si basa su principi certi e immutabili: la pratica scientifica come quella artistica può sovvertire qualunque certezza aprioristica. A questo fine tutto può tornare utile. Anche la menzogna.

Prossimi impegni?
Pandemia permettendo ci sarà prima dell’estate una mostra collettiva presso lo spazio di Olimpia Rospigliosi a palazzo Borromeo con gli artisti che hanno partecipato a “Quadri da marciapiede”, un ciclo espositivo che si è tenuto in questi ultimi mesi a Milano nelle 5vie. La mostra sarà curata da Bohdan Stupak e raccoglie i lavori di un’ottima generazione di artisti che lavorano con la pittura. Ancora un’occasione che dimostra come la pittura rimanga uno strumento decisivo per leggere la contemporaneità. Gli NFT possono aspettare.

 

Fonte

Gian Marco Capraro. Da Milano a Copenaghen e ritorno con ironia e malinconia

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