‘Loro 1’, l’esplorazione allucinata e vitalistica del visionario Sorrentino nel microcosmo letale e affaristico che circonda un uomo ricco e potente

Sorrentino non teme confronti, perché soltanto lui in tutto il cinema mondiale può avvicinarsi oggi allo spirito di un Rabelais moderno. Per cogliere appieno, infatti, il filo nascosto di Loro 1, cui seguirà il 10 maggio Loro 2, si deve evocare il capolavoro del grande scrittore e umanista cinquecentesco, il “politicamente scorretto” Gargantua e Pantaguele che nel prologo non a caso recita: “E, leggendo, non vi scandalizzate/ qui non si trova male né infezione/Meglio è di risa che di pianti scrivere/ché rider soprattutto è cosa umana”. Come ha giustamente notato il critico Valerio Caprara, resteranno delusi, infatti, coloro che si aspettavano un pamphlet più o meno velenoso su Silvio Berlusconi che, per inciso, nel primo capitolo del dittico entra in scena solo dopo un’ora dall’inizio, perché per Sorrentino è la corte (decadente) a fare il suo Re: agli antipodi dei dossier con la bava alla bocca, ma anche diverso da Il divo, questo poemetto rutilante, vitalistico, a tratti esilarante e a tratti squassato da vibrazioni sentimentali sorprendenti, riesce a tenersi in equilibrio tra eleganti aperture surrealiste e ricalchi di una piccola parte dell’infinita aneddotica, specie quella a carattere edonistico o scandalistico, proliferata attorno alla lunga marcia del Cavaliere. In Loro 1 la forma interpreta il contenuto, iniziando “in absentia” del mattatore, un’esplorazione allucinata del microcosmo popolato da personaggi squallidi che circondano un uomo ricco e di potere, del team letale e affarista che s’industria a portare dalla desolata Taranto ai paradisi milionari della Sardegna giochi di sesso e cocaina, peraltro abituali in molti ambienti ex repressi di provincia. Sulla falsariga così, del celebre ballo in terrazza di La grande bellezza, Sorrentino lancia, raddoppia e triplica facendo ruotare attorno al “talent scout” Sergio e alla luciferina Kira, magnificamente interpretati da Scamarcio e Smutniak, l’organizzazione di una pioggia di feste e balletti scatenati che culmineranno, ovviamente, nel tripudio hard-rock delle serate nelle meravigliose ville.

All’apparizione di Silvio, il Grande Gatsby della politica, il quale afferma che “la verità è frutto del tono e della convinzione con cui la affermiamo”, occasionalmente travestito da odalisca, i rituali a cui sono sottoposte le “elette” non esagerano nel tirare in ballo mercimoni, ma sembrano, invece, riferirsi alle pratiche sadomaso dei libelli kitsch oggi démodé come Histoire d’O o Emmanuelle. In questi passaggi, talvolta strampalati, messi in cassaforte dal trasformismo espressivo e canterino di Servillo (ineffabile nel mascherone strenuamente sorridente), emerge il talento innato del regista: prelevando brani “vivi” del personaggio n°1 dell’Italia tra il 2006 e il 2010 (peraltro ancora oggi alla ribalta sia pure in un angolo dell’affresco politico), Loro 1 cerca di eseguire per via drammaturgica la biopsia dello spregiudicato tycoon uomo di potere tanto esaltato, esecrato, braccato da poteri e media concorrenti eppure pervicacemente sfuggente, astuto e persino animalesco nei comportamenti come stanno a significare le apparizioni delle bestie più disparate che per il regista, com’è noto, sono i più insondabili degli esseri viventi. Un finale geniale, summa dell’inimitabile, trascinante, sincera falsità reperita nel facsimile di Berlusconi, ci riporta dritti a Rabelais che, secondo una saggio del francesista Bonfantini “non è quasi mai burlesco, nel senso basico del termine, bensì fondato su un’acutissima, fulminea e assolutamente spregiudicata osservazione della realtà per cui un tratto dei suoi personaggi, un’inflessione della voce, un tic diventano rivelatori d’un carattere e di tutto un mondo da esso rappresentato”.

Con Loro 1 siamo anche di fronte ad un’abile operazione commerciale, predisposta dall’alto artigianato di Sorrentino per il quale in questo primo capitolo il vero protagonista è Morra, italiota di provincia, intraprendente e volgare, un guappo che ci affascina, ma non dovrebbe, ed è forse l’incarnazione di quel decennio italo-berlusconiano in cui tante cose sembravano possibili, ma non lo erano. Manca del tutto l’aggressiva mediocrità, la TV trash, la politica corrotta, il senso di tardo impero che forse saranno presenti in Loro 2. In tutto il bestiario si salva solo la purezza della timida Stella, interpretata da Alice Pagani, che vedremo corrompersi strada facendo. Per il resto non c’è sensualità né erotismo, ma solo sesso, non c’è carnalità, ma carne; non c’è quella volgarità disperata che si era intravista in qualche sequenza della Grande Bellezza.

Loro 1 è già un film nel film, sebbene incompiuto, per cui quel che accadrà in Loro 2 non fa che aumentare la curiosità. Certamente l’impressione generale è che il visionario Sorrentino abbia voluto mettersi al riparo da possibili censure e che trascini nei suoi film, oltre all’evidente dizionario felliniano e autoriale, anche il catalogo di un immaginario popolare molto meno elitario di quanto si creda. Le sue epifanie, le sue metafore che sono funzionali al racconto, e non mere licenze registiche, dividono la critica e il pubblico, ma sono la cifra stilistica del regista napoletano premio Oscar, indispensabili per mettere in scena il campionario di esseri viventi composto da escort, politicanti, pecore, rinoceronti, burattini, macchiette e via discorrendo, dominati da una sovrastruttura immaginaria.

Impressionismo e Avanguardie. Capolavori dal Philadelphia Museum of Art a Palazzo Reale di Milano fino al 2 settembre

Quasi fosse l’apertura di un nuovo museo di arte moderna, per l’eccezionale periodo di 180 giorni, il Philadelphia Museum of art si trasferisce fino al 2 settembre a Milano nella magnifica cornice di Palazzo Reale con una selezione di 50 capolavori, un’occasione unica per ammirare opere dei più grandi pittori a cavallo tra Otto e Novecento nel loro periodo di massima espressione artistica in un allestimento studiato per valorizzare ogni singola opera. L’esposizione è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e MondoMostreSkira.

Opere di artisti celeberrimi come Pierre Bonnard, Paul Cézanne, Edgar Degas, Edouard Manet, Paul Gauguin, Claude Monet, Vincent van Gogh, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir fino alle sperimentazioni di Georges Braque, Vasily Kandinsky, Paul Klee, Henri Matisse, Marc Chagall, Constantin Brancusi, Pablo Picasso, passando per il surrealismo di Salvador Dalí e Joan Mirò. A questi si aggiungono i lavori di tre grandi artiste: Mary Cassatt, Marie Laurencin, Berthe Morisot.

La mostra è curata da Jennifer Thompson e Matthew Affron, curatori del museo americano con la consulenza scientifica di Stefano Zuffi.

Il Philadelphia Museum of Art

Fondata nel 1681, Filadelfia si considerava sempre la prima e la più bella delle città degli Stati Uniti e nell’Ottocento era la più grande città nordamericana, i suoi commercianti facevano fortuna nel commercio, nelle navi a vapore, nelle ferrovie, nelle banche ed abbellirono la città, gareggiando per renderla la capitale culturale dell’America. La prima Fiera mondiale ufficiale negli Stati Uniti fu tenuta proprio a Filadelfia nel 1876 e fu visitata da più di 10 milioni di persone (il 20% della nazione), contribuendo a stimolare i ricchi americani a viaggiare in Europa, dove l’arte era al top nella loro lista della spesa. Ne è nato il Philadelphia Museum of Art, che ha aperto l’anno successivo, e possiede oggi una collezione di oltre 240.000 opere, rappresentative di oltre duemila anni di produzione artistica. Lo sviluppo del museo si deve a Fiske Kimball, direttore per trent’anni dal 1925, che dotò il museo di arredi originali di vari paesi e epoche, convinto di voler offrire ai visitatori un’esperienza vivida della storia di ogni forma d’arte. Un susseguirsi pressoché continuo di donazioni da parte di imprenditori illuminati e appassionati collezionisti ha arricchito negli anni il museo che ora possiede opere d’arte di ogni epoca e tipologia: dalle terrecotte e sculture giapponesi e cinesi a miniature, xilografie e sculture asiatiche, dai dipinti antichi, disegni e stampe italiani a una collezione di armi e armature, da oggetti di argento e porcellana a opere d’arte e design contemporanei, compresa una collezione di fotografia che consta di trentamila stampe in bianco e nero e a colori.

Le collezioni d’arte moderna e impressionista – ci raccontano Jennifer Thompson e Matthew Affron, conservatori del museo e curatori della mostra – sono uno dei fiori all’occhiello del Philadelphia Museum of Art. La loro peculiarità è che sono il risultato di donazioni, non solo di singole opere, ma di intere eccezionali raccolte caratterizzate dalla forte personalità dei collezionisti. Gli americani, ma in particolare gli abitanti di Philadelphia, sono stati tra i primi collezionisti dell’impressionismo, in gran parte grazie all’artista Mary Cassatt che ha a lungo abitato a Parigi e fatto da tramite tra i propri concittadini e i mercanti e gli artisti francesi. L’atmosfera intima e affascinante dei dipinti impressionisti era ideale per decorare le grandi residenze di questi imprenditori, che hanno poi donato le proprie opere al museo. Alexander Cassatt, fratello della pittrice e capo della Pennsylvania Railroad per primo acquistò opere di Manet, Monet, Degas e Pissarro, contagiando altri dirigenti che fecero a gara nell’acquisto di opere d’arte francesi. Frank Graham Thomson, successore di Cassatt, cercò di conoscere Monet, mentre la Cassatt lo portò nella galleria parigina di Paul Durand-Ruel, il più importante mercante d’arte impressionista dell’epoca. Thomson acquistò nel tempo dodici dipinti di Monet e altre opere impressioniste.
I primi dipinti impressionisti – proseguono nel racconto i due curatori americani – entrarono nella collezione del Philadelphia Museum of Art nel 1921, quando il W.P. Wilstach Fund consentì di acquistare dieci opere dagli eredi di Alexander Cassatt. Tra gli altri collezionisti che contribuirono a fare del museo una meta imperdibile per gli appassionati d’impressionismo negli Stati Uniti figura anche Samuel Stockton White III.

Alfie Evans e la cultura della morte: il liberalismo selvaggio la difesa della vita in quanto esseri umani

Non è progressista una civiltà in cui si registrano più aborti che nascite, più divorzi che matrimoni, più cannabis club che sale giochi, dove non è possibile esercitare la libertà d’espressione dietro l’accusa di essere fascisti, o quella di riunione dietro la minaccia dei cosiddetti antagonisti (del buon senso). Soprattutto, non è realmente progressista una civiltà in cui non è possibile esercitare la libertà di movimento per fuggire da una condanna a morte e reclamare la difesa della vita di un figlio malato e bisognoso di cure urgenti quale diritto inalienabile di ogni essere umano – ogni riferimento ad Alfie Evans è puramente intenzionale. La cultura della morte ha vinto ed esteso i suoi tentacoli in tutto l’Occidente; a ricordarlo ci ha pensato la sentenza del giudice Anthony Hayden, che sarà prima o poi chiamato a rispondere dell’accusa di omicidio ai posteri (per i laici) o a Dio (per i credenti).

Huntington si sbagliava: non saranno la civiltà islamica, sinica od ortodossa a galvanizzare il crollo di questo (post-)Occidente da tempo incamminatosi sul viale del tramonto, ma il totalitarismo liberal-democratico. Un’ideologia nel cui nome vengono abbattuti governi ostili, vietati indumenti e simboli religiosi nei luoghi pubblici, censurati pensatori anti-sistema ed impedite manifestazioni, ma che napoleonicamente si è autoincoronata paladina dei diritti umani e della giustizia. La scienza come riflesso del potere ideologico dominante, una teoria del pensatore Michel Foucault oggi più che mai corroborata dalla piega che ha preso la medicina nei paesi occidentali, più interessata al profitto che alla salute. Gli ospedali e i centri di ricerca sono divenuti luoghi di business, nei quali i pazienti sono dei semplici numeri agli occhi di chi dovrebbe curarli.

Parte tutto dalla manipolazione semantica: il diritto alla vita è inalienabile ed è irrimediabilmente legato al diritto alla salute, del quale è accessorio essenziale il divieto dell’accanimento terapeutico, ne consegue la possibilità di cessare le cure ad un malato terminale od incurabile o di aiutare a morire mediante suicidio assistito una persona afflitta da depressione. La ricerca costa troppo, i governi non vogliono assumersi l’onere di finanziarla e i cosiddetti filantropi, stile famiglia Rockefeller o Bill Gates, elargiscono generose quote dei loro personali averi esclusivamente su base ideologica, ossia ad istituti ed entità coinvolte nella promozione dei diritti lgbt o della genitorialità pianificata. Il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di plasmare e trasformare in merce ogni sfera ed aspetto delle relazioni umane, dalla religione, al sesso, sino alla salute: lo mostra il caso di Alfie Evans, e lo ribadisce l’analisi “The Genome Revolution” di Goldman Sachs inerente la non-remuneratività della ricerca farmaceutica in cure definitive per le malattie. In breve, il rapporto giunge alla conclusione che lo sviluppo di farmaci e trattamenti di cura definitivi riduca nel lungo termine in maniera sensibile le possibilità di nuove infezioni, annullando il ritorno economico per i produttori. La ricerca farmaceutica dovrebbe quindi puntare a delle cure parziali, in modo tale da creare dei malati cronici, dipendenti dai farmaci o desiderosi di un costoso suicidio assistito?
Riflessioni ed invettive contro la mercificazione della salute a parte, difendere il diritto alla vita di Alfie Evans, un bambino affetto da un’epilessia mioclonica progressiva, non è solo un dovere che spetta ai suoi genitori, ma a tutti coloro che ritengono di possedere un’anima, o quantomeno una coscienza funzionante e non corrotta dalle dottrine liberal-progressiste. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sorta per vegliare sulla corretta applicazione ed il rispetto della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, chiamata in causa dalla famiglia Evans, ha scelto di (non) intervenire, mostrando per intero la sua coerente inutilità.

Nessun paese comunitario ha protestato per il trattamento riservato dalla giustizia e dalla sanità inglese a questo cittadino in fasce colpevole soltanto di essere afflitto da un male per il quale la ricerca non ha ancora prodotto risultati. Nessuno è intervenuto per fermare l’omicidio in diretta di un bambino dato a più riprese come morto cerebralmente ed incapace di vivere senza l’aiuto delle macchine, eppure capace di aprire gli occhi, muovere gli arti superiori, respirare spontaneamente e, soprattutto, sopravvivere nonostante la disintubazione e la cessazione dell’idratazione e della nutrizione. Nonostante le accuse di inazione, il Vaticano ha abilmente sfruttato la propria influenza nella politica italiana per spingere il ministero dell’interno e degli esteri a concedere la cittadinanza a questo bambino in tempi straordinari, nell’aspettativa di convincere le autorità inglesi a permettere il suo trasferimento all’ospedale Bambino Gesù, dichiaratosi pronto ad ospitarlo e trattarlo con un protocollo sperimentale. L’intromissione italo-vaticana nella vicenda non è stata però gradita dalla corte d’appello che in data 25 aprile è stata chiamata per rivedere la sentenza del giudice Hayden: al bambino è stato negato il trasporto all’estero, è stata rifiutata l’eventualità di una giurisdizione di Italia e Vaticano sul caso, ed è stata ribadita la validità della precedente sentenza che ha difatto prevaricato la potestà genitoriale trasformando Alfie Evans in un bene privato la cui sorte è gestita dall’ospedale.

Ogni ricorso della famiglia Evans in sede nazionale e comunitaria è stato vano, come vani sono stati i riferimenti fatti dai legali della coppia alle libertà e ai diritti previsti dai documenti che formano la costituzione britannica, tra i quali l’Habeas Corpus Act. Michela Marzano, docente di filosofia morale all’Université Paris Descartes, in un editoriale per La Repubblica ha giudicato l’intervento della coppia Minniti-Alfano come un pasticcio incomprensibile di un governo dimissionario che dovrebbe occuparsi solo di ordinaria amministrazione, trovando anche il tempo per parlare di ius soli. Lo stesso governo che però è piaciuto molto ai liberali di tutto l’Occidente quando, seguendo il cordone angloamericano di rappresaglie nei confronti della Russia in reazione al caso Skipral, ha espulso due diplomatici russi.

I leader del mondo libero, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, non sono stati pervenuti, fornendo una prova ulteriore della visione che l’Unione Europea ha della vita e dell’etica – la stessa Ue che oltre un decennio fa rifiutò di inserire ogni riferimento all’influenza cristiana nella storia europea nel progetto di carta costituzionale, facendo presagire quale direzione avrebbe preso il progetto europeista. È normale che una civiltà avente più riguardo per la morte dei suoi figli, che per la loro nascita e crescita, un bambino venga condannato a morte da un tribunale e che i connazionali di questo inconsapevole imputato siano maggiormente presi a festeggiare una nuova vita nella famiglia reale che a protestare per la morte di un figlio del popolo. L’Occidente è destinato al tramonto e non perché lo abbia detto Spengler, ma perché ha deciso di abbracciare la cultura della morte ed il relativismo culturale a detrimento del cristianesimo, ringraziato periodicamente e in maniera alquanto vaga per l’aiuto fornito nella realizzazione di una civiltà basata sulla giustizia e sullo stato di diritto.

Arthur Moeller van den Bruck diceva che il liberalismo fosse un cancro capace di colpire ogni aspetto dell’essere umano, pensiero, creatività, ingegno e spirito, un’ideologia da distruggere per mezzo di una rivoluzione conservatrice. Allo stesso modo, Alberto Ruiz-Gallardon, capofila del movimento antiabortista spagnolo e ministro della giustizia sotto il governo Rajoy, dichiarò ai tempi della proposta di riforma della legge sull’aborto quanto fosse importante combattere per fatare il mito della superiorità morale della sinistra.
Nel caso di Alfie Evans, proprio di sinistra e liberalismo si parla, perché i giudici che lo hanno condannato a morte hanno pubblicamente assunto posizioni di matrice liberale e progressista nei confronti di tematiche come il recupero sociale dei criminali e dei terroristi e i diritti lgbt. Hayden è il coautore di un libro intitolato “Children and Same Sex Families”, mentre Andrew McFarlane, il giudice della corte d’appello, ha assunto rilevanza internazionale nel 2015 per aver creato un precedente su un tema molto sensibile quale la surrogazione di maternità e il diritto di rescissione, dando ragione alla coppia omosessuale che aveva comprato un bambino, negando ogni diritto di potestà alla madre surrogata.

Il destino di un bambino, figlio di due persone che hanno ritrovato la fede in questi mesi di lotta legale per via dell’incredibile umanità proveniente e dimostrata dal mondo cattolico, tanto da causare un diretto interessamento del pontefice e, tramite esso, del governo italiano, è stato affidato a dei giudici noti per le loro posizioni estremamente progressiste, ma forse è solo una coincidenza. Lasciando le convinzioni etiche, religiose e politiche a parte, il caso di Alfie Evans interessa l’Italia anche da un punto di vista legale dal momento in cui gli è stata concessa la cittadinanza: ad un cittadino italiano viene impedito di tornare in patria per ricevere delle cure urgenti, tra l’altro negate nonostante il parere contrario della famiglia, e al governo italiano viene negata ogni possibilità di giurisdizione sulla vicenda da un tribunale inglese, un precedente gravissimo che in futuro impedirebbe ai governi di fornire cure a dei cittadini sequestrati illegalmente in paesi terzi. In ogni caso, Alfie non morirà invano: se dovesse sopravvivere o morire al protocollo sperimentale, allora la sua vita servirebbe alla ricerca medica come opportunità di crescita e conoscenza, e se fosse lasciato morire perché ritenuto una voce di spesa eccessiva per l’ospedale che teoricamente dovrebbe curarlo ed impeditagli ogni possibilità di cura altrove, allora il suo omicidio lo trasformerebbe in un martire, la cui storia forse servirà alla massa per capire quanto atroce e brutalmente incoerente sia il liberal-progressismo.

I maestri del liberalismo selvaggio hanno insegnato a chiamare libertà e diritti qualsiasi loro capriccio e desiderio egoistico, parafrasando Nicolas Gomez Davila. Ed è così che nelle società del malessere si riesce a malapena a trovare una folla da portare in piazza per protestare contro i tagli ai servizi pubblici e al sociale, mentre quasi chiunque è disposto a firmare una petizione o a scendere in strada per uno spinello o contro l’obiezione di coscienza.

 

Emanuel Pietrobon

 

 

Moriremo eleganti! La tirannia della mediocrazia in tutti gli ambiti del vivere civile

L’anno scorso è stato pubblicato il saggio di un filosofo canadese saggiamente intitolato Mediocrazia, ma non è del libro che si vuole parlare, semmai del titolo. La mediocrazia come cifra del nostro tempo, il trionfo o anzi la tirannia della mediocrità in tutti gli ambiti del vivere civile. Gli esempi abbondano, non è difficile individuarla in ogni ambito della vita pubblica, dalla inappellabile medietà della politica alla generale incuria della produzione artistica e letteraria, per non parlare della volgarizzazione della lingua parlata e scritta, della condotta pubblica e privata, dell’abbigliamento e dell’oggettivo decadimento dell’architettura. Materiale di scarto, riciclo di avanzi estetici e politici presentati come novità. Ci siamo dentro tutti, nessuno escluso. Philippe Daverio, uomo d’eleganza sopraffina, ha definito il nostro tempo l’epoca del trash:
Il trash è una cosa semplicissima: è l’opposto della complessità. Si prende un tema, lo si riduce al minimo dei suoi contenuti e quando si è superato il minimo di tollerabilità del banale, la sua capacità di comunicazione diventa vastissima.
Portare un tema qualsiasi alla portata di tutti, indistintamente, operando solo con la carta vetrata fino a mostrarne le ossa e iniziando poi a rosicchiare anche quelle. L’intento fu nobile: rendere la complessità alla portata dei semplici. Peccato però che la realizzazione si è rivelata un disastro: invece di abituare ed educare alla complessità, si è ridotta questa ai minimi termini fino a non renderla più concepibile se non come affettazione, come posa o atteggiamento di aristocratica alterità.

Poco tempo fa un insegnante di scuola media si trovò a leggere dei temi scritti da ragazzini degli anni Quaranta e a paragonarli a quelli dei suoi studenti. Il confronto fu impietoso. Non solo l’abisso di distanza nella padronanza dell’italiano, nella costruzione dei periodi e nell’uso dei vocaboli, ma soprattutto un’incomparabile superiorità nella complessità dello sguardo sul mondo: in un tempo in cui l’analfabetismo era ancora dilagante e le opportunità d’accesso agli strumenti culturali molto più scarse, emergeva una visione delle cose molto più matura e articolata. Ancora, pochi giorni fa il neo Presidente della Camera è stato ritratto sull’autobus in mise da impiegato comunale, incolta barba sale e pepe a incorniciare l’espressione istrionica da tribuno della plebe, mentre il deputato presidente la seduta d’insediamento non si è neppure degnato di indossare una modesta cravatta – almeno in Senato è obbligatoria. Uno di noi, anzi uni di noi, uomini del popolo. Ma chi fa maggiormente la posa: l’elegantone che può permetterselo attenendosi a un codice, che sia anche personalissimo, o il finto proletario che sbaraglia volutamente le convenzioni risultando fuori luogo?
Sempre a Roma, l’originale biglietteria della stazione Termini, costruzione razionalista in vetrocemento dal profilo ondulato che segue fedelmente i resti dell’aggere serviano, le prime mura romane, site proprio lì accanto. Un edificio grande, luminoso e spazioso, dal quale i passeggeri in attesa potevano ammirare i resti antichi rimanendo nel tempo moderno, nel caldo di una struttura che rende omaggio al genio latino e ne segue le forme, quasi a rappresentare la continuità e la memoria viva dell’arte classica. Oggi l’atrio pullula di box metallici; negozi e biglietterie hanno schermato la luce solare richiedendo l’installazione di luci artificiali e la vetrata che dà sulle mura serviane – l’incastonatura plastica tra passato e presente – è completamente ostruita da un negozio a due piani della Nike. Sono immagini, solo immagini di una mutazione in atto, quella che Massimo Mantellini in un libro ha chiamato Bassa risoluzione, ossia la tendenza dell’apparato tecnologico a sostituire beni e servizi esistenti con altri di sempre minore qualità.

Tutto si fonde in questa nostra modesta e scalcagnata argomentazione: da un lato la tirannia della mediocrità in senso culturale, dall’altro l’epopea del trash nel pubblico dibattito e nell’arte, infine la bassa risoluzione di beni e servizi, necessari e superflui. Il lettore mi scuserà se la trattazione sembra sconclusionata e confusionaria ma tale è nella realtà, poiché il mutamento è ancora in corso e delinearne nettamente i contorni è difficile e azzardato. Questo sincero scoramento nei confronti dell’esistente nasce dall’osservazione di quante belle cose o idee o luoghi incantevoli vengano insozzati dalla volgarità e dalla sciatteria, senza ragione apparente; di quanto la bellezza venga deturpata dall’incuria e dal disinteresse. Forse più d’ogni altra cosa si impone la mediocrità estetica, una lenta e inarrestabile accettazione di tutto quanto sia brutto, mal fatto, dozzinale, scadente e volgare – nelle cose come nelle persone. La domanda che monta è: siamo in grado di concepire veramente il bello, premesso che non si lascia categorizzare? Quella bellezza che il principe Mishkin de L’idiota di Dostoevskij evoca nel dire il mondo lo salverà la bellezza, dove la красота (krasotà, la bellezza) è da intendersi come grazia, nell’ampia accezione di unione tra buono e bello. La grazia che per Agostino è pulchritudo dei, dove la pulchritudo è attributo delle fanciulle, l’armonia delle forme.

È allora la grazia, fusione di armonia e virtù, che potrà mai salvare il mondo, non di certo la bellezza, indefinibile e sfuggente, legata a canoni estetici passeggeri e strutturali. Ebbene questa grazia si fa molta fatica a trovarla. Fare bella tv è impossibile, comanda l’audience; fare bella prosa è controproducente, si viene tacciati di ermetismo ed elitismo letterario; bella musica men che mai, va per la maggiore il polpettone commerciale; vestirsi bene diventa altezzosità, eccesso da gagà; parlare bene è da cattedratici, basti osservare come stona qualche bella parola nelle nuove piazze pubbliche, i social network, colmi di volgarità, insulti e bestemmie; arredare bene una casa è riservato ai ricchi (che spesso si affidano a architetti, dimostrando l’assenza di gusto) mentre il vulgus è costretto a comprare mobili in cartone compresso nei grandi magazzini; elaborare idee politiche fini e passionali condanna all’irrilevanza, la politica è mutata nel consenso per slogan. Basta così, credo che il concetto sia chiaro, allungare l’elenco ci condannerebbe alla deprimenza.

Quanta difficoltà nella distillazione del gusto, quanta fatica nel rovistio tra la spazzatura, alla ricerca di qualcosa di veramente bello… Un tempo era l’omologazione il cruccio degli intellettuali, l’appiattimento delle masse su unico canone estetico e linguistico: palazzi quadrati, jeans, neon, capelloni, televisione, politichese, Fiat 500, Sophia Loren, ecc. Roba per noi vintage. Pasolini denunciava la perdita di tradizioni secolari e dialetti, di usi popolari e costumi regionali, della bellezza selvaggia del popolo non corrotto dall’industria e dalla scolarizzazione, mentre gli alfieri del progresso proponevano di educare il volgo, di avvicinare le masse all’élite culturale e economica attraverso l’istruzione diffusa, la cultura di massa, la moda semplice, lo stile di vita piccolo-borghese e nazional-popolare. L’effetto collaterale è stata l’emergenza di una larga schiera di cafoni arricchiti e la compressione verso il centro di modi e mode, nonché la perdita del gusto: da un lato del gusto contadinesco per le cose semplici, dall’altro del gusto artificioso per le cose complesse, a tutto vantaggio di un indistinto non-gusto universale e industriale.
Già Longanesi sessanta anni fa ci avvertiva che

non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà.
E il gusto è figlio della fantasia o della tradizione, entrambe agonizzanti. In una parola, ciò che si stenta a incontrare è l’eleganza, che non è la formalità.

Oggi che l’omologazione è stata superata si è giunti all’omogeneizzazione e – se mi è concesso – definirei la nostra come l’epoca della marmellata, che è sempre uguale a se stessa, la consistenza non cambia mai, il colore è uniforme da qualsiasi parte la si guardi, il sapore non muta e la si può spalmare a piacimento. Le parole che si leggono in un romanzo o che si sentono in tv o in una birreria sono uguali; lo studio di un avvocato è indistinguibile da quello di un agente immobiliare; il cantante e il docente universitario vestono allo stesso modo, e non perché queste coppie appartengano alla medesima alcova sociale e ne condividano dunque i canoni, bensì perché è il canone stesso ad essersi uniformato e spalmato su tutti i contingenti della società. Qual è un brano musicale degli ultimi dieci anni che merita di essere ascoltato tra due secoli come noi oggi ascoltiamo la nona di Beethoven? Nessuno, perché nessuno riesce a emergere dall’amalgama, che ovviamente non concede spazio a fantasia ed eleganza, a dispetto dei lodevoli ma sporadici tentativi di proporre novità davvero brillanti.

Heideggerianamente, si potrebbe dire che quel che manca è la cura in senso stretto: non ci si prende cura delle cose che ci circondano, delle idee elaborate e delle opere prodotte, se tutte durano poco, sono fatte male e destinate a morire nell’indifferenza passeggera e nella bruttura più negletta. L’attenzione ai dettagli è scarsissima, alla fantasia non è lasciata briglia sciolta perché – banalmente – non serve. È un di più, un superfluo che nell’epoca dei miliardi e delle tonnellate perde utilità, non porta profitto di alcun tipo, se non al più considerazione sociale. Ma se perfino l’ascensore sociale è bloccato, il gusto e lo stile non possono neppure più farsi strumento per l’ascesa. Fino a qualche decennio fa portamento, stile, linguaggio e modi erano sovente espressione di appartenenza sociale, distinguevano i signori dai cafoni, ma oggi che non esistono più gli uni né gli altri dell’eleganza non sappiamo che farcene. Ugualmente livellati su un grado omogeneo di origine sociale, di scolarizzazione e di fruizione culturale, non c’è distinzione nel non-gusto in cui ci si trova immersi e che ciascuno potrebbe piegare per giocarci a proprio piacimento. Perché si può essere eleganti nel condividere un codice estetico ma anche creandone uno che sia insolito, un coup de théâtre individuale, frutto della ricerca unita alla spontaneità; naturalezza e artificio messi al servizio della bellezza.

I tedeschi dicono kleider machen leute (i vestiti fanno la gente), all’opposto degli italiani, e per “vestiti” non intendiamo solo l’abbigliamento bensì tutta l’estetica. Se l’estetica che siamo in grado di produrre è così scadente è forse perché tutti stiamo diventando sempre più delle persone scadenti. Se parliamo male e scriviamo peggio, se ci vestiamo tutti modestamente uguali, se la musica che passa in radio è un tedio e libri inqualificabili vengono piazzati in commercio, non resta che opporsi individualmente. Ciascuno risponda per se stesso e alla fine si vedrà: si guardi allo specchio e si chieda se il mondo com’è fatto qui e oggi gli piace davvero. Se sì, buon per lui; se no, si dia da fare in solitudine per farsi più bello e rischiarare con la propria eleganza ciò che lo attornia, anche nella meschinità. Altrimenti può fare come la punta di diamante della trivella che sta forando i canoni estetici, il caro Mark Zuckerberg che dispone di un intero di armadio di sole magliette grigie e blue jeans – lo si è visto per la prima volta incravattato per rispondere ai parlamentari della fuga di dati: il karma, alle volte.

È solo una battuta, ma dove vada a finire quell’eleganza partorita dalla grazia, dalla pulchritudo dei, destinata a salvare il mondo, non si sa. L’eleganza è innanzitutto rispetto: per se stessi, per gli altri e per il mondo intero. Non è solo questione di guardaroba, tutt’altro: è questione di stile. Un mezzo per comunicare al mondo il proprio rispetto, per omaggiare i morti, interloquire coi vivi e lasciare un testimone ai nascituri. Allora vivano pure i modi semplici, la cordialità spontanea, la lingua non affettata e la modestia sincera. Ma volgarità, banalità e mediocrità, quelle no. Né snob né elitisti, non antiquati e neppure formali, ma se un tempo si diceva non moriremo democristiani oggi noi diciamo: non moriremo cafoni, non moriremo omogeneizzati, anzi, moriremo eleganti!

 

Alessio Trabucco

Pane, acqua e Reality Show: noi diventiamo ciò che vediamo?

«Noi diventiamo ciò che vediamo. Diamo forma ai nostri strumenti e poi i nostri strumenti danno forma a noi». Quando si affronta l’analisi del contenuto di un determinato medium è angolare affidarsi al pioniere degli studi sui variegati strumenti di “rivoluzione” di massa, che introiettano automaticamente il messaggio di chi se ne serve: Marshall McLuhan. La televisione – medium glaciale, che ha bisogno di una partecipazione capitale per poter agire in maniera invasiva – è stata corteggiata e poi stuprata dai social media e dal web, venendo addirittura ammanettata dalle app per smartphone e dai sistemi digitali on demand, che creano un riciclo continuo dei suoi contenuti.

Un fronte comunicativo ibrido confezionato con un intento schizofrenico: il plusvalore galoppante. Rupert Murdoch sostiene che «il denaro non riuscirà mai a ripagarci per ciò che noi facciamo per lui»; parole precise che squarciano la copertura di lino attorcigliata sull’offerta televisiva privata.

È ritornata con un’irruenza barbarica l’era dei reality show. Sembravano superati, causa talent come funghi, talk polemicamente aggressivi e youtubers trash che hanno portato l’ascoltatore medio a battere costantemente web e social network. Gli autori dei più efferati reality italiani hanno individuato una linea di lavoro precisa, che in pochissimo tempo è risultata vincente: affianco alle classiche strisce giornaliere distribuite sulle varie reti del gruppo, ecco contenuti extra e “imperdibili” sulle differenti piattaforme social e sulle app dei cellulari, in modo da non dare nessuna tregua all’ascoltatore. E poi durante tutta la settimana l’apertura del tele e social voto, che dà quel senso di partecipazione orrenda a ogni cittadino show-militante. Egli è sempre pronto, ogni settimana, a sfogare tutte le proprie frustrazioni giornaliere nella serata di gala in cui si taglia la testa di uno dei concorrenti, osservando polemiche sensibili di ogni genere. Il fruitore entra a piedi nudi nel medium ibrido e come per magia non esce più, poiché la coercizione tribale dei contenuti, estremamente mediocre, ma intensissima nel suo tan tan, gli porta indicibile assuefazione.

La strategia vincente delle case di produzione in questione porta al centro del villaggio globale il vip (o presunto tale), che si ritrova ad essere il primattore del patibolo talvolta affianco a dei perfetti sconosciuti presi dalla mondanità nazionale. L’obiettivo è sempre lo stesso: riversare i suoi veri sentimenti (?) in mainstream: problemi di vita, voglia di cazzotti, lacrime, tresche.
La stagione televisiva di Canale 5 è cominciata a settembre 2017, momento catartico della partenza del primo carrozzone goliardico: il Grande Fratello Vip. Importante bacino di selezione di concorrenti nel reality sono stati i programmi di Barbara D’Urso, Pomeriggio 5 e Domenica Live, e le passerelle erotico-sentimentali di Maria De Filippi, Uomini e donne giovani e senior.

In pieno inverno, alla fine del Big Brother famoso il testimone è passato all’Isola dei famosi, che ha inaugurato il 2018 dei reality esibendo diatribe violente e prive di fondamenti logici che hanno addirittura contagiato programmi tendenzialmente seri come Striscia la notizia e Le Iene, programma che credono di essere anti-sistema.
Sembrava finita, invece no: il giorno dopo la fine dell’Isola dei famosi la coercizione tocca il suo punto più alto: il Grande Fratello classico, ma con una mescolanza di vip, gigolò, modelle e gente che non si filerebbe nessuno. Il mix perfetto, una differenziata trash-sociale. In pieno aprile arriva la terza freccia velenosa della faretra Mediaset, pronta a mettere il cappio al collo dell’ascoltatore medio, che non aspetta altro, da buon feticista del medium più dittatoriale. Quando terminerà la nuova Alcatraz dell’industria culturale italiana, toccherà a un altro reality ormonale esaurire la stretta funzionale sulle sinapsi dell’individuo rimbambito: Temptation Island, prodotto che calza su misura ai figli di Maria allattati in Uomini e donne. Alla fine dell’estate, dopo un agosto feriale in cui spadroneggeranno i gossip dei social e delle rivistine eccitanti, si ricomincerà da capo: una coercizione che porta milioni di assuefatti, a braccetto con un plusvalore del quale le pubblicità diventano partner determinanti, non può che puntare al ciclo infinito della propria esistenza.

Jürgen Habermas sostiene fermamente che «quando trionfa la razionalità strumentale, si seppellisce sotto di sé ogni senso». Vallo a spiegare agli imperatori delle mode di consumo, delle TV capitaliste e dell’apparenza che fagocita i contenuti di valore. Silvio Berlusconi, in merito a questa osservazione, risponderebbe così, dall’altro della sua angusta nonchalance: «Io ho sempre pensato con Erasmo da Rotterdam che le cose più grandi nella vita e nella storia, siano sempre frutto non della ragione, ma di una sana, lungimirante, visionaria follia».
Che bella questa nuova forma di medium ultra-contemporaneo, che non ti lascia scampo, che è sempre con te e che mira a penetrare completamente dentro di te. Questa è già estensione del tuo corpo, caro lettore, gli manca soltanto di impadronirsi delle vene fino ad arrivare al cuore. Per raggiungere il midollo si sta già attrezzando. Converrebbe spegnere la TV e togliere la connessione dati dalla propria black-box. È necessario farlo – una volta tanto – per sfuggire pochi istanti alle coercizioni dominanti, ascoltando il consiglio di uno dei più grandi pensatori poetici del Novecento: Emil Cioran.
«Dubitare delle cose non è niente; ma nutrire dei dubbi su se stessi, questo si chiama soffrire. È soltanto allora che, attraverso lo scetticismo, si raggiunge la vertigine».

 

Fonte: Annibale Gagliani-L’intellettuale dissidente

‘Perché il cielo è di tutti e la terra no?’ di Giuseppe Stampone in mostra al CIAC di Foligno fino al 30 settembre 2018

La mostra Perché il cielo è di tutti e la terra no? di Giuseppe Stampone ospitata dal CIAC Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno dal 24 marzo al 30 settembre presenta la produzione recente dell’artista con diversi suoi lavori legati ad alcuni temi-­‐chiave che va sviluppando da tempo: la dilatazione e la riappropriazione del proprio tempo intimo, tramite disegni stratificati, eseguiti con la penna BIC in nero, rosso e blu, di immagini iconiche prese dal web e rielaborate in pezzi unici in un processo di ribellione alla dittatura dello spazio-­‐tempo frenetico in cui tutti siamo immersi; la reinterpretazione di quadri storici in chiave contemporanea con la denuncia del fenomeno migratorio e della estrema povertà di grandi fasce della popolazione mondiale; la battaglia per una educazione globale, attraverso mappe, guide turistiche e abecedari, che invitano a riflettere su temi attuali come le migrazioni, le risorse idriche, le guerre.

La mostra presenta la produzione recente dell’artista con diversi suoi lavori legati ad alcuni temi-chiave che va sviluppando da tempo: la dilatazione e la riappropriazione del proprio tempo intimo, tramite disegni stratificati, eseguiti con la penna BIC in nero, rosso e blu, di immagini iconiche prese dal web e rielaborate in pezzi unici in un processo di ribellione alla dittatura dello spazio-tempo frenetico in cui tutti siamo immersi; la reinterpretazione di quadri storici in chiave contemporanea con la denuncia del fenomeno migratorio e della estrema povertà di grandi fasce della popolazione mondiale; la battaglia per una educazione globale, attraverso mappe, guide turistiche e abecedari, che invitano a riflettere su temi attuali come le migrazioni, le risorse idriche, le guerre.

Tra le opere in mostra troviamo: l’installazione P-­‐W Peace and War, lunga 13 metri con 114 bandiere corrispondenti ai diversi Paesi vincitori del Premio Nobel che denuncia la logica di potere alla base del più importante riconoscimento internazionale, Premio occidentale per gli occidentali; la
tavola Origine du monde, rielaborazione del Ratto d’Europa di Rembrandt, che evidenzia il fallimento della primavera araba e le nuove guerre di religione; venti disegni del ciclo sui Dittatori del XX secolo con immagini prese da copertine di varie riviste internazionali, ridisegnate in un ironico
reset contemporaneo; una grande mappa divisa in 12 moduli di 1 metro quadro ciascuno con immagini iconiche da tutti i paesi del mondo; la nuova
opera su tavola sempre disegnata a penna BIC Perché il cielo è unico e la terra è tutta spezzettata (da una frase di Rodari) in cui viene riattualizzato,
mettendo in evidenza il rapporto tra potere e sovranità, il polittico detto di Donna Brigida del 1492 di Nicolò Alunno conservato nella chiesa di San Nicolò a Foligno.

Giuseppe Stampone ha 44 anni, è un artista già molto quotato in Italia e all’estero, vive tra Roma e Bruxelles. La sua produzione artistica alterna installazioni multimediali e disegni fatti con la penna Bic. La sua arte è una forma potente di protesta politica. Con i suoi lavori invita il pubblico a riflettere su temi fondamentali come l’immigrazione, l’acqua e la guerra. Ha fondato il network Solstizio (www.solstizio.org) co-finanziato dall’Unione Europea e sviluppato in vari Paesi, progetto basato su interventi artistici in cui le nuove generazioni trattano di temi contemporanei globali come l’ambiente, i conflitti sociali e le economie sostenibili. In Solstizio Stampone ha realizzato varie installazioni artistiche in spazi pubblici con la partecipazione di 30.000 cittadini da dieci diverse nazioni. Collabora con varie Università come l’Accademia di Belle Arti di Urbino, lo IULM a Milano, l’Università Federico II di Napoli and il McLuhan Program in Culture and Technology di Toronto. Elabora interventi di ricerca e sperimentazione sull’arte e i nuovi media con Alberto Abruzzese e Derrick De Kerckhove. Il suo lavoro è stato esposto in diverse Biennali, musei e fondazioni internazionali, diversi dei quali posseggono sue opere.
Dal 2017 è membro associato della Civitella Ranieri Foundation di New York, e dal 2013 è membro associato di The American Academy di Roma, nello stesso anno è stato invitato a svolgere una residenza artistica al Young Eun Museum of Contemporary Art (YMCA) di Gwangju nella Corea del Sud.

I suoi lavori sono stati esposti in diverse rassegne internazionali d’arte, musei e fondazioni in tutto il mondo, e le sue opere sono custodite in diverse fondazioni e collezioni pubbliche tra cui Museo MAXXI, Roma; Fondazione della Biennale di Sidney, Australia; Fondazione della Quadriennale di Roma; Museo di Arte Contemporanea MACRO, Roma; Phelan Foundation, New York, Stati Uniti d’America; Museo del GAMeC di Bergamo; Museo di Arte Contemporanea Wilfredo LAM, L’Avana, Cuba; Collezione La Farnesina, Roma; Museo di Arte Contemporanea L.Pecci, Prato.

Quanti libri vengono scritti, pubblicati e letti ogni anno in Italia? Quanto vale il mercato dell’editoria? Chi sono gli italiani che leggono? Scoprilo nell’infografica!

Nelle classifiche internazionali sulla lettura dei libri, l’Italia si trova sempre in posizioni relativamente basse, riscontrando un’alta produzione di titoli (in aumento anno dopo anno) contro una bassa percentuale di lettori (che diminuisce anno dopo anno).
Per fare chiarezza sulla reale situazione del mercato dell’editoria in Italia, abbiamo raccolto un po’ di dati relativi ai tre grandi soggetti che compongono questo mondo (gli editori, i libri e i lettori) e abbiamo creato l’infografica “L’editoria in Italia: pesci grandi e piccoli in un mare di libri”, che potete vedere qui sotto.

Pesci grandi e pesci piccoli

Sono diversi i dati che balzano di più all’occhio, ma uno di quelli più eclatanti riguarda la distribuzione dei titoli pubblicati in un anno tra i vari editori presenti in Italia. Andiamo con ordine. In Italia ci sono circa 1500 editori, che si dividono in 3 categorie:
Piccoli Editori (sono il 54,8% e pubblicano meno di 10 titoli l’anno)
Medi Editori (sono il 31,6% e pubblicano tra 11 e 50 titoli l’anno)
Grandi Editori (sono il 13,6% e pubblicano più di 50 titoli l’anno)

Come potete intuire, la quasi totalità dell’offerta letteraria pubblicata in Italia viene pubblicata dai Grandi Editori, che però sono molti meno rispetto ai piccoli editori. Questo significa che la maggior parte dei titoli pubblicati in un anno arrivano dalle grandi o grandissime case editrici, mentre le più piccole si concentrano su una produzione più ridotta e specializzata.
Anche la distribuzione degli editori sul territorio è abbastanza polarizzata, con la metà delle case editrici che ha sede al Nord, il 30% al Centro e solo il 20% al Sud.

Un mare di libri

Durante il 2016 (anno a cui si riferiscono i dati), sono stati pubblicati in Italia 61.188 titoli e sono state stampate 129 milioni di copie. Si tratta di un numero molto elevato, soprattutto se riportato ai generi letterari principali, che sono sostanzialmente tre:
Categoria “Varia Adulti” (romanzi, avventura, gialli, poesia, teatro, saggistica…) – 85%
Categoria “Ragazzi” – 8%
Libri Scolastici – 7%

I libri in Italia vengono letti per la maggiore in formato cartaceo, ma è in corso un notevole aumento della fruizione di ebook da parte dei lettori tanto che, su oltre 61.000 titoli, ben il 35,8% è stato pubblicato anche in ebook, anche se il formato digitale rappresenta in media meno del 10% del fatturato complessivo di una casa editrice.

Identikit dei lettori in Italia

Mentre si pubblicano tantissimi titoli ogni anno, il numero totale di lettori sfiora appena il 40% della popolazione, pari a 23,3 milioni di persone. Tra queste ci sono lettori forti, che leggono più di 12 libri all’anno (e sono il 14,1%) e lettori deboli, che leggono massimo 3 libri all’anno (e sono il 45%).
Sono diversi i fattori che influiscono sulla lettura, e tra questi si evidenziano principalmente il sesso e il titolo di studio. È dalla fine degli anni ’80, infatti, che in Italia si è affermata la tendenza che vede le donne come le lettrici più assidue. Come si vede dall’infografica, questa tendenza vale per tutte le fasce d’età, dai 6 agli 80 anni.
Per quanto riguarda il titolo di studio, invece, leggono regolarmente il 73,6% dei laureati, il 48,9% dei diplomati e il 23,9% di chi possiede la licenza elementare.
Ora che hai un’idea generale della situazione del mercato editoriale in Italia, guarda l’infografica e scopri tutti gli altri dati! Poi, se ti è piaciuta, condividila con i tuoi amici per dare vita a una discussione interessante!

 

Fonte:

Il mercato editoriale in Italia

‘Doppio amore’, il thriller erotico di Ozon che si compiace delle proprie visioni a scapito delle narrazioni

Incurante del fatto che i critici d’antan usavano puntualmente l’espressione “cinema ginecologico” per stroncare i film di Tinto Brass e affini, Ozon esordisce quasi subito con uno zoom all’indietro dello speculum dall’interno di una vagina seguito dal fulmineo taglio di montaggio che riprende in verticale il dettaglio di un occhio della paziente. In quanto all’interpretazione della sequenza ambientata in uno studio medico, gli spettatori sono lasciati del tutto liberi (azzardiamo: il sesso sta nello sguardo?). Per Doppio amore, dunque, le reazioni del pubblico saranno forti e divise già dall’incipit, ma in ogni caso il resto del film non stacca mai il pedale dalla sistematica esasperazione dei temi cari al regista: il sesso, la cartografia dei desideri segreti, i trompe-l’oeil tra sogno e realtà, i disturbi ossessivo-compulsivi, la tematica del doppio e una spirale di incubi riverberati da quadri, arredi, finestre e, guarda caso, un’infinità di specchi nella “pupilla” della macchina da presa in qualche modo assimilata al dilatatore corporeo dell’inizio. Trasponendo a Parigi un racconto dell’americana J. C. Oates, l’autore di Sotto la sabbia, Angel e Frantz dà fondo alle sue innegabili e talvolta esaltanti doti d’eleganza formale e raffinatezza compositiva per allestire l’ennesimo thriller erotico tipico di un cinéfilo edipico sotto perenne influenza di padri geniali quanto ingombranti (Bunuel, Hitchcock, Polanski, De Palma, Cronenberg) da cui, però, non riesce mai a liberarsi e quindi simbolicamente a uccidere.

Grazie alle sedute presso lo psicoanalista Paul di cui diventerà presto l’amante, Chloé sorvegliante al museo del Palais de Tokyo –interpretata dalla Vacth di Giovane e bella qui circonfusa da un sex appeal ancora più conturbante- cerca di scoprire l’origine dei fantasmi interiori che la inducono ad alternare paura e frigidità con disinibite fantasie carnali; ma ad alterare l’apparente efficacia della terapia è l’entrata in scena del gemello monozigote Louis (interpretato dalla stesso attore Renier), anch’esso analista, inevitabile innesco di un ménage a tre completo di pratiche hard e manipolazioni reciproche. Purtroppo penalizzato dalla prevedibilità del percorso a scatole cinesi di un film che da Rosemary’s Baby e Inseparabili finisce per sfociare nel parossismo horror alla Alien o Possession, Ozon si compiace giustamente delle sue visioni, ma trascura un po’ troppo le narrazioni, sembra guardarsi mentre filma come se entrasse nei giochi morbosi del trio e si concede una serie di colpi di scena fini a se stessi che sedano gran parte delle emozioni suscitate con tanto impegno.

 

DOPPIO AMORE
Regia: Francois Ozon
Con: Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset
Genere: Thriller erotico. Francia/Belgio 2017

 

Doppio amore