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Altri mondi

Profetico Boccioni, movimentista, fulcro propositivo dell’indirizzo futurista nel poderoso studio di Roberto Floreani ‘Umberto Boccioni Arte-Vita’

Umberto Boccioni

«Verrà un tempo in cui il quadro non basterà più: la sua immobilità sarà un anacronismo col movimento vertiginoso della vita umana. L’occhio dell’uomo percepirà i colori come sentimenti in sé: i colori moltiplicati non avranno bisogno di forme per essere compresi, e le opere pittoriche saranno emanazioni luminose, gas colorati, che sulla scena d’un libero orizzonte commuoveranno ed elettrizzeranno l’anima complessa d’una folla che non possiamo ancora concepire». Questa precisa raffigurazione dello scenario artistico moderno viene da un nostro eccellente contemporaneo: Umberto Boccioni. Un contemporaneo dello spirito, un autore postumo a se stesso, per dirla con l’amato Nietzsche, una cartina tornasole della modernità e delle sue contraddizioni. A offrire una lucida esegesi di questo gigante dell’Avanguardia interviene il poderoso studio di Roberto Floreani, Umberto Boccioni Arte-Vita (Electa Mondadori, Milano 2017).

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Ricordando Lucio Dalla, fautore del pop d’autore apprezzato da milioni di appassionati, a sei anni dalla sua scomparsa

Lucio Dalla

Nato, come è ben noto a tutti, il 4 marzo del 1943- un giorno prima di un altro immenso Lucio, quel Battisti così lontano e vicino dal ragno di Bologna- Lucio Dalla rimane quasi subito orfano di padre. Figlio unico, cresce con la madre a Bologna. Questa donna, Jole Melotti, avrà un ruolo centrale nella sua vita. A detta dello stesso Dalla infatti è stata lei a convincerlo della sua genialità, a fare da agente, sponsor e talent Scout ante litteram. Dopo un fulmineo percorso da autodidatta, Lucio, profondamente insofferente alla scuola, già a 17 anni è a Roma a fare musica. Affascinato dai ritmi del Jazz nero americano Dalla inizia a suonare il clarinetto. Appassionato di tutti i grandi del genere, da Chet Baker a Miles Davis, il musicista da cui trae maggiormente ispirazione è Thelonious Monk, un rivoluzionario pianista statunitense a cui Lucio, nelle varie interviste rilasciate negli anni, non smetterà mai di fare riferimento. Si sente artista Dalla: ha poco a che fare con la canzonette all’Italiana, il cui panorama dell’epoca, ancora spoglio della stagione dell’impegno degli anni settanta, è dominato da campioni del nazional-popolare come Claudio Villa, da miti mediterranei della canzone “confidenziale” alla Fred Bongusto, il tutto avvolto nell’eco “Sinatriano” di Fred Buscaglione, scomparso prematuramente nel 1960. Un mondo lontano dalle sensibilità del futuro cantautore bolognese, musicista nel senso più pieno del termine.

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Per un razionalismo postilluministico: Dipesh Chakrabarty e la necessità di ripensare la storia

Storia

Il pensiero europeo uscito dalla cristianità medievale e tuffatosi nell’Illuminismo più audace si è fin da subito trovato di fronte a una sfida tuttora insoluta, la possibilità di pensare l’universale senza poter più contare su un quadro di riferimento religioso e tradizionale, e dunque, per definizione, assoluto. Le costruzioni del pensiero post-cristiano hanno progressivamente enfatizzato oltremodo il ruolo della ragione fino a eleggerla ad arbitro assoluto di qualsiasi disputa, sia teoretica che pratica. Tutta la modernità si definisce in relazione a una simile impresa. L’universale, pertanto, si presta, a tutt’oggi, come raggiungibile solamente per il tramite di una ragione secolarizzata e disincantata. Neanche il campo di studi delle scienze umane è rimasto impermeabile a una simile impostazione epistemologica, e i suoi concetti avanzano parimenti una presunzione di universalità, nella pretesa di categorizzare rigidamente l’umano in nozioni rigorose e date una volta per tutte, nonché trasparenti a una ragione immune da suggestioni spirituali e metafisiche. In questo quadro, la narrazione storica stessa, sia essa basata su una visione teleologica (il progresso) o semplicemente su un’idea di sviluppo (lo storicismo), acquista un significato specifico, divenendo uno dei principali alleati dell’Illuminismo nella lotta contro la superstizione e nel raggiungimento dell’universale.

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Tony Iwobi e il razzismo degli antirazzisti, ipocriti quanto l’ideologia che sostengono

Iwobi

Un giovane nigeriano proveniente da una famiglia modesta giugne in Italia nel 1976 con un permesso di soggiorno per motivi di studio. È uno dei primi immigrati provenienti dall’Africa nera a giungere nel Bel paese, all’epoca sull’orlo di una guerra civile, dilaniato da attentati, violenze e manifestazioni squadriste da parte dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Testardaggine, volontà di emancipazione e di riscatto sociale e tanta ambizione, questi i moventi che spingono il giovane Tony Chike Iwobi a svolgere qualsiasi lavoro, muratore, stalliere e idraulico, pur avendo in mano una laurea in Scienze informatiche conseguita negli Stati Uniti. Si trasferisce nel profondo settentrione, nella provincia di Bergamo, dove viene assunto dall’Amsa in qualità di operatore ecologico, ma pochi mesi dopo viene promosso agli uffici divenendo impiegato. Cambia tanti lavori, non più umili, ricoprendo mansioni di responsabilità presso aziende italiane e svizzere, continuando allo stesso tempo ad arricchire il suo profilo lavorativo con corsi di specializzazione seguiti in Italia e all’estero.

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La notte degi Oscar tra femminismo d’accatto, propaganda e opposti moralismi

Oscar 2018

Mentre qui in Italia si consumava l’ultimo atto della folcloristica parata elettorale, con i cittadini in fila alle cabine di voto, oltre oceano, anzi, sulle rive dell’opposto oceano, il Pacifico, il 4 marzo andava in scena la non meno stucchevole parata degli Oscar. Non è nostra intenzione scadere nell’antiamericanismo d’accatto solo per acciuffare qualche plauso. D’altro canto, l’indifferenza o il non prestare la dovuta attenzione ad un fenomeno che si vorrebbe relegare nella cronaca di costume e spettacolo è ancor più sciocco e segno di profonda cecità. La democrazia liberale coltiva le sue gioiose vittime in molti modi. Anch’essa, sebbene in maniera più subdola rispetto ai regimi totalitari si regge e alimenta attraverso la propaganda. Il consenso è lo sgabello ai suoi piedi. Laddove non sia già pronto, utilizza ogni stratagemma per procurarselo. Lo fa certo nei comizi o dibattiti politici dove ha imparato a soppesare ogni parola. E se qualcosa malauguratamente sfugge dalle labbra poco attente, allora poi è sufficiente ritrattare non appena si intuisce il vacillare della popolarità. Ciò che conta non è più, in effetti, quello che si dice, ma il come esso viene detto. Misteri ultimi della più avanzata fra le scienze, o forse dovremmo dire fra le arti illiberali: la comunicazione.

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Oscar 2018: vince ‘La forma dell’acqua’, premiato anche il film dell’italiano Guadagnino per la migliore sceneggiatura non originale

Oscar 2018

In una serata degli Oscar che ha rispettato tutti i pronostici dei bookmakers e che non riservato sorprese o scossoni il vero vincitore è stato La Forma dell'acqua di Guillermo del Toro, che ha vinto quattro Oscar, tra cui quello per il miglior film. Subito dietro, anche se per Oscar minori, Dunkirk di Christopher Nolan con tre, seguito da Tre manifesti a Ebbing, Missouri, che ha vinto per il migliore attore non protagonista e la migliore attrice protagonista, Francis McDormand. Con due Oscar invece L'ora più buia, che ha vinto sia per il make up che con il migliore attore, Gary Oldman. Due Oscar anche per Blade Runner 2049, ma non quello per la scenografia che vedeva in corsa l'italiana Alessandra Querzoli. Soddisfazione anche per Coco, il film animato della Pixar, vincitore di categoria e per la migliore canzone originale. Un Oscar è andato anche a Get Out, migliore sceneggiatura originale, e a Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino per quella non originale di James Ivory. Un Oscar anche a I, Tonya per l'interpretazione da non protagonista di Allison Janney in una serata che non vede film sconfitti malamente tornare a casa a mani vuote.

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Elezioni politiche 2018: vince la realtà, il cosiddetto populismo che fa ancora storcere il naso ai radical chic che vivono su un altro pianeta

elezioni politiche 2018

Dal trionfo del Movimento 5 Stelle alla débâcle del Partito Democratico, dal successo della Lega al tonfo di Forza Italia: come cambia lo scenario politico italiano dopo le elezioni del 4 marzo? A guardare le mappe spennellate di colori politici, l’Italia è divisa in due: Lega Nord e Lega Sud. Il meridione e le isole sono macchiati del giallo del Movimento 5 Stelle, il settentrione è zona targata Lega. I veri vincitori sono loro, i partiti cosiddetti populisti, i partiti della realtà. I perdenti? Innanzitutto il Partito Democratico dell’ex-premier in bicicletta Matteo Renzi, che ha dimezzato i consensi, insieme alla fotogenica e onnipresente Emma Bonino e ai colonnelli fuoriusciti (dalla casa democratica e dalla storia) Bersani, D’Alema, Grasso e compagnia. Non se la passa bene nemmeno Forza Italia, che guadagna la seconda posizione all’interno della coalizione del centrodestra.

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‘Il filo nascosto’, l’ultimo capolavoro di P.T. Anderson che accosta con rigore narrativo i misteri della creazione artigianale a quelli dei rapporti di coppia

Il filo nascosto

Mentre gli uomini amano svestire le donne, lo stilista Reynolds Woodcock, fulcro della moda britannica, che abbaglia anche la famiglia reale, ama vestirle per trasformarle in feticci privati di una volontà di dominio che le sublima nel momento in cui le imprigiona. Se Day-Lewis con il suo sguardo sfuggente ed enigmatico giganteggia –ancorché non gli giovi l’eccessiva affettazione del doppiaggio italiano- nel ruolo inventato a partire da figure storiche del cinico e anaffettivo protagonista di Il filo nascosto è perché P. T. Anderson gli costruisce attorno, appunto, come con l’ago, il filo e il centimetro, una tela di comportamenti, gerarchie, nevrosi e rituali su cui la cinepresa indaga cercando di scioglierne l’intrinseco rebus. Quasi sempre serrato nelle stanze del lussuoso edificio che riunisce abitazione e atelier del sarto più venerato della Londra anni 50, il film candidato a sei Oscar, ma in ogni caso già iscritto al novero dei cult-movie, utilizza il tema della moda come un mezzo anziché un fine, riuscendo ad avvicinare con una rigorosa strategia narrativa (sino a correre il rischio di estenuare gli spettatori) i misteri della creazione artigianale/artistica a quelli dei rapporti amorosi/morbosi di coppia.

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