“Ulisse”: l’epica rovesciata di James Joyce

James Joyce  inizia a sviluppare l’idea per il suo Ulisse ( pubblicato nel 1922) nel 1914. Inizialmente l’Ulisse venne concepito come una novella da aggiungere alle quattordici scelte per il volume Gente di Dublino, il testo fu considerato, infatti,  “una novella non scritta”. La storia è quella dell’incontro di un gruppo di persone che avviene nell’arco di una giornata (precisamente dalle otto del mattino alle 2 di notte del 16 Aprile 1904) e che, da quel momento in poi, vedranno le loro vite intersecarsi.  Tra i  protagonisti : Leopold Bloom, uomo medio, eroe che sbaglia (la sua storia è in sostanza quella dell’eroe dell’ Odissea), incapace ad instaurare rapporti umani,  Stephen Dedalus,   più idealista e alla ricerca di valori spirituali  ma che, come Bloom, non riesce a raggiungere i suoi obiettivi ed, infine,  Molly,  la rappresentazione della natura femminile in tutta la sua essenza. I primi due, nella loro ansiosa ricerca,  non sono altro che incubo, mentre Molly, al contrario, emerge come la figura più risolutiva, colei che trasforma l’incubo in estasi.  Le esperienze di questi personaggi ci arrivano attraverso i loro monologhi interiori,  o meglio quello che è definito, in letteratura,  flusso di coscienza che in realtà è stato inventato da Tolstoj con Anna Karenina.

Joyce sceglie Dublino perché rappresenta la città in cui  la morale cattolica si è ormai cristallizzata, gli stessi abitanti sono fermi, non conducono una vita autentica e sono letteralmente oppressi dalla religione e dal nazionalismo. Joyce respinge tutto ciò, scelta che, come vedremo, lo condurrà a trascorrere molti dei suoi anni in  esilio.

Ulisse, nel romanzo di Joyce è l’eroe che sbaglia, non ha patria e si tiene lontano da certe sovrastrutture. Proprio come Ulisse che peregrina per terre e mari lontani, così l’ eroe che viene fuori da questo romanzo trascorre le sue intere giornate per le strade ed i bar della città. Attraverso la lettura di questo romanzo,  potremmo azzardare un’analisi della figura umana, oltre che delle dinamiche e dei riti quotidiani che, nello specifico, la riguardano. La ricerca del padre, la ricerca del figlio e l’esilio sono alla base di una ricerca più grande che investe l’uomo nella sua integrità fisica e, per questo, temi inevitabilmente ricorrenti. Potremmo azzardare che dietro ogni personaggio, si celi  l’autore stesso che,  diventato più maturo, riesce a vedere se stesso da lontano, come un ‘estraneo’.

Joyce adotta uno stile schematico, rivisitato più volte. Quello che ci è giunto prevede una disposizione ternaria  e schematica ( lo Schema Linati).  Tecnicamente,  l’autore divide il libro in 18 episodi cercando di seguire l’ordine delle avventure che compaiono nell’Odissea. Questa varietà di tecniche narrative, la continua parodia e la confusione degli stili adottati, la percezione che ha l’autore dell’umanità rendono questo romanzo “vitale”, “contemporaneo” e, sicuramente, una delle opere più rivoluzionarie della letteratura mondiale.

Si è provato a recensire questo libro straordinariamente ipnotico, ma l’Ulisse non è un romanzo, piuttosto un’opera letteraria a sé e sarebbe velleitario cercare di trovare il pelo nell’uovo quando in realtà non si è capito nulla della letteratura/ non letteratura di Joyce, troppo facile dire: “non fa capire nulla”, “è contorto”, “è noioso” e via dicendo…Semmai si potrebbe e dovrebbe ragionare di più sul perché lo scrittore irlandese attua questo rovesciamento, perché fa la parodia della letteratura stessa (oltre che la religione), giocando con le parole e mettendo in atto tutti i tipi di scrittura possibili. Ha voluto dimostrare  deliberatamente che la letteratura moderna è questo oppure l’ Ulisse è lo specchio della sua nevrosi, dando quindi inizio alla rivoluzione che è contemporaneamente stilistica, paesaggistica ( sono percepibili i sospiri della sua Irlanda, come se Joyce avesse piazzato una webcam su quel microcosmo) linguistica, ottica ( il tempo che impieghiamo a leggere il libro è più lento rispetto all’azione della narrazione stessa, a differenza di altri romanzi, compreso Anna Karenina), inconsapevolmente., ma come se fosse un invito all’accettazione del disordine. Se fosse un film sarebbe sicuramente diretto da Robert Altman.

Imperdibile ma non immediato.

Monica Florio:”La rivincita di Tommy”

L’autrice Monica Florio

Monica Florio nasce a Napoli nel 1969. Conosciuta come pubblicista, articolista e giornalista di successo scrive di arte, cultura, cinema per Le Cronache di NapoliIl DenaroL’Avanti ed altre importanti testate. La Rivincita di Tommy, uscito quest’anno, viene pubblicato dalla casa editrice Medusa , con illustrazioni di Maurella Maio.

Il protagonista è un tredicenne omosessuale che vive a Napoli con la sua famiglia. Famiglia simile a tante altre famiglie italiane dove il dialogo tra genitori e figli è pari a zero, inesistente e la realtà che si vive soffocante. Tommy ci viene descritto come un adolescente dai tratti femminei, quasi efebici, dai lineamenti disegnati. Timido ed introverso, come si puo’ immaginare possa esserlo un ragazzino di quest’età e, per giunta, ‘omosessuale’ agli occhi di coloro che popolano la sua esistenza. Diversi sono gli episodi che ci raccontano la sua personalità, la sua quotidianità. Sono tanti i dubbi sul perché il suo orientamento sessuale debba alimentare così tanti problemi e così tanto astio. Tommy, infatti, viene continuamente denigrato, preso in giro ed emarginato dal resto della classe, da quelli che dovrebbero essere i suoi “compagni di vita” in un periodo così delicato come  quello della crescita. Diego e Luca sono i suoi più grandi nemici. Il bullismo, nei suoi confronti, diventa qualcosa di visibile ogni giorno che passa, il disagio sempre più ingombrante. E la scuola, paradossalmente, non ha nessun ruolo, nessuna funzione. Resta impassibile, reagisce con il silenzio. Non educa ma lascia correre, accetta come prevedibili comportamenti ormai sempre più frequenti e preoccupanti. Una storia che si ripete. Il dramma di un singolo, sembra contenere quelli di tutti e chi osserva non si pone mai troppe domande.

Via d’uscita a questa condizione, sarà la sana passione per i fumetti e per lo sport, si iscrive infatti a kick-boxing. Lo sport lo aiuterà a liberarsi dalle angosce, ad acquisire una maggiore capacità di controllo di se stesso, è proprio mettendosi in discussione che Tommy riuscirà a sentirsi quasi invincibile, dopo un lungo lavoro su se stesso. Lungo è il percorso di chi è stato sempre abituato a vedersi fuori dal coro, poco uguale agli altri, diverso al punto tale da essere considerato sbagliato . In questo, lo aiuteranno due persone, che saranno fondamentali, conosciute proprio nella palestra da lui frequentata : Stella che vive i suoi stessi drammi, anche se per ragioni diverse, e Gabriele che ha la saggezza di chi è più grande di lui e che lo sprona a credere nelle sue forze, nel fatto che possa esserci una ripresa, un nuovo inizio, una vita come quella che desidera lui. I suoi due nuovi amici lo guardano con occhi diversi. Gli stessi con cui lo guarda il fratellino Lorenzo, che vede in lui un modello da seguire, una persona tenace e forte, nonostante tutto, che non si nasconde, che lotta. Lorenzo e Stella vogliono conoscere la sua storia, chi lui è, realmente, al di là dei lineamenti sottili, di un bel viso angelico, degli atteggiamenti insoliti, insomma,  vogliono conoscere Tommy, oltre ogni involucro.

Il bullismo, che sia omofobia, mobbing o violenza psicologica è ancora un’arma nelle mani della morale (cattolica e laica) con cui la società si difende ogni volta che si tratta di reclamare diritti. La rivincita di Tommy ci spiega come non esista un tempo ben preciso in cui decidere di combattere ma percorsi da seguire affidandoci a ciò che ci dice il nostro istinto, la nostra natura, che resta nostra, a prescindere da tutto. Non bisogna mai arrendersi!

Da far leggere nelle scuole.

Uomini e no: la lezione esistenziale di Elio Vittorini

Elio Vittorini

Elio Vittorini nasce a Siracusa nel 1908. Dopo aver trascorso un’adolescenza abbastanza turbolenta, fa l’assistente nei cantieri edili, il linotypista ed il correttore di  bozze. Dopo pochi anni, è a Firenze dove entra in contatto con il gruppo di Solaria.

Al di là dei risultati nel campo specifico della narrativa, Vittorini, con il suo costante impegno di miglioramento con le traduzioni delle opere di alcuni scrittori americani del tempo, con il suo essere sempre in prima linea come organizzatore culturale, con le sue polemiche e, negli ultimi anni della sua esistenza anche con il suo silenzio, è stato un protagonista indiscusso nella nostra storia letteraria.

Come ci viene spiegato in Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino, già nella sua conclusione del suo primo romanzo Il Garofano Rosso pubblicato a puntate su Solaria, emerge con chiarezza quella strada che percorrerà fino in fondo, che è quella della presa di coscienza, della rivolta, dando prova di una notevole capacità di rappresentazione concreta della realtà, il tutto attraverso una lettura lirica della storia che riguarderà tutta la sua produzione.Su questa strada procede nel 1936 con Nei Morlacchi e Viaggio in Sardegna fino ad arrivare  a Conversazione in Sicilia nel 1942 e Uomini e no nel 1945.  In questo periodo si iscrive al PCI e fonda il Politecnico. Queste tappe della sua vita sono fondamentali per la comprensione di alcune tematiche trattate.

 

In Uomini e no il protagonista è Enne 2, un partigiano che combatte negli anni della Resistenza a Milano. Enne 2 è  un uomo combattuto e disperato a causa della sua storia d’amore con Berta, una donna sposata. La prima “impresa partigiana” che viene raccontata nel libro è l’attentato contro quattro militari tedeschi e il capo del Tribunale, attentato che innescherà una forte reazione da parte dei nazifascisti che rispondono con la fucilazione di ben quaranta civili. La nuova azione del gruppo di Enne 2 è motivata da una scena agghiacciante: il giorno successivo Enne 2 e Berta vedono  i cadaveri di alcuni civili uccisi dai tedeschi, tra cui una bambina, un anziano e due ragazzini. Questo nuovo accaduto tiene uniti per una notte Berta e il protagonista che, intanto, assiste all’ennesima crudeltà compiuta dai nazisti: un povero ambulante,  viene fatto sbranare da due cani, per aver ucciso la cagna del generale Clemm. Dopo questo, il gruppo di Enne 2  inizia un nuovo attacco contro Cane Nero, il capo dei fascisti: l’azione, però,  non ha successo e ad Enne 2 non resta che scappare. I fascisti promettono una ricompensa per il suo ritrovamento e la sua cattura. I suoi compagni gli propongono di fuggire dal suo rifugio ma Enne 2 sceglie di restare, nonostante gli avvertimenti circa l’arrivo dei fascisti da parte di un operaio. Il protagonista riuscirà nell’impresa ma in cambio della sua stessa vita. Nell’ultima parte dell’opera  Enne 2, esorta l’operaio che l’aveva aiutato precedentemente, a lottare dandogli una pistola ma, il ragazzo, alla fine, non se la sente di uccidere un soldato.

Il racconto, a tratti ermetico, è interrotto da alcuni interventi dell’autore, evidenziati in corsivo,  parti dialogate e frasi in tedesco, che inducono il lettore ad un’analisi sulla propria condizione esistenziale, alla consapevolezza dell’alienazione e alla necessità di un processo di liberazione. Nelle sue pagine coesistono realismo e simbolismo,  la realtà descritta è emblema, metafora di un’umanità ormai ferita.

Vittorini, proprio come Pavese, adotta una nuova dimensione lirica, trasfigurando ogni precisa connotazione storica o realistica e lo fa insistendo sul valore fonico della parola, attraverso l’utilizzo di vere e proprie clausole poetiche che conferiscono ai suoi testi sempre qualcosa di solenne e suggestivo. Risulta, quindi, chiaro quale fosse il suo divario con gli scrittori del Neorealismo  , che intendevano realizzare un’analisi diretta della realtà circostante.

In Uomini e no, che non può essere di certo considerato un romanzo celebrativo di carattere politico, l’evento storico più significativo, la Resistenza a Milano, spinge l’autore ad essere molto più fedele a ciò che osserva, ed infatti c’è una difficoltà di superamento proprio in un ampliarsi del nucleo narrativo che, questa volta, cambia e si arricchisce con nuovi dettagli e descrizioni.

Tuttavia, questa tendenza trasfigurante, fatta di metafore irrealistiche e lirismo, la meditazione piena d’angoscia sul tema dell’amore e della morte disturba e complica l’impianto narrativo che non risulta affatto omogeneo. Non dobbiamo però dimenticare che in quegli anni ricchi di polemiche e di equivoci sul modo di fare letteratura impegnata, veniva fuori una difficoltà enorme nel tentativo di definire il ruolo della stessa, in quanto per Vittorini la letteratura non doveva ridursi a “suonare il piffero della rivoluzione” .

Un articolo di Fabrizio Onofri su L’Unità del  1945 definiva il romanzo di Vittorini “il libro di un intellettuale che porta con sé tutti i difetti e le incongruenze della società in cui è vissuto, una società di privilegiati in cui la stessa cultura è stata oggetto e strumento di privilegio”;nel 1976, Giorgio Amendola rivela che Onofri  aveva avuto verso lo scrittore “un rapporto di rottura morale, perché durante la guerra partigiana egli si era imboscato e poi aveva presentato “un romanzo,”Uomini e no”,che forniva un quadro falso e retorico dei gappisti”. La scrittura di Vittorini, in effetti, non è di comprensione immediata, disincantata per  la mancanza dell’ ottimismo storico che non caratterizza questo romanzo sperimentale. Per alcuni quindi è stata un’opera fallimentare. Questo errore di percezione, è dovuto ad una certa superficialità e immaturità estetica degli intellettuali di sinistra; a Vittorini non interessa  il realismo, né quello storico né quello psicologico; affermerà infatti in una dichiarazione di poetica:

Io, gli scrittori li distinguo così: quelli che leggendoli mi fanno pensare “ecco, è proprio vero”, e che cioè mi danno la conferma di ‘come’ so che è in genere sia la vita. E quelli che mi fanno pensare “perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così”, che cioè mi rivelano un nuovo particolare ‘come’ sia nella vita.  Naturalmente lo scrittore siciliano predilige questi ultimi.

In Uomini e no c’è quindi il tentativo di dare voce, con essenzialità e forza, a cose che per anni erano state taciute celebrando  sì la necessità della Resistenza, ma insinuando nella coscienza del lettore dubbi su quanto è accaduto: sul tempo, sul senso della guerra, della lotta, del morire, sull’essere uomini e no. Da non perdere.

New Italian Epic: la narrativa metastorica

Logo  di Wu Ming

New Italian Epic- la Nuova Epica Italianache si configura come una sorta di nuova  narrativa  metastorica allegorica, viene pubblicato da Wu Ming (precisamente da Wu Ming 1. dato che così amano firmarsi gli autori) nel 2008 ed è accompagnato da un saggio  sul raccontare  di Wu Ming 2. In questo testo, che è un memorandum sulla letteratura (uno studio condotto sui diversi fenomeni letterari del periodo molto presenti in Italia e non solo, come i Giovani Cannibali con Isabella Santacroce o il movimento  cyberpunk e fluxus), viene analizzato un determinato periodo storico, diviso in tre lustri: quello che va dal crollo della Prima Repubblica, si ferma agli anni del G8 a Genova (e Wu Ming si è interrogato molto sulle responsabilità avute a riguardo, dato che alcune letture pare abbiano influenzato, non poco, il pensiero di alcuni anarchici insurrezionalisti attivi nei centri sociali, ma non solo il loro), fino poi ad arrivare agli anni del bagno di sangue della Sinistra e della crisi del berlusconismo.

Da quest’analisi è emerso un vuoto vero e proprio della critica letteraria, un’assenza di critici, un buco da riempire  (e qui si serve dell’idea dello sfondamento), come se i romanzi si somigliassero tutti (nei temi, nel linguaggio e nello stile) e come se il lettore fosse diventato un succube, schiavo, come l’autore, delle logiche trainanti del mercato e delle case editrici.  Per questo motivo, in New Italian Epic, ci viene proposta l’immagine del lettore  esigente, intendendo, con questo termine, un lettore informato ed in grado di cogliere certi messaggi e meccanismi (quasi d’ elite) ; ma, allo stesso tempo, anche vicino al linguaggio e allo stile popolare, tutto ciò attraverso il difficile  compromesso tra narrazione e pubblico, tra produttore e fruitore del prodotto estetico.

In riferimento ad una postilla al Il  Nome della Rosa, di Umberto Eco (sul loro sito, gli autori, tra l’altro, ci tengono a spiegare  come siano onorati dall’associazione fatta continuamente con questo autore ma ricordano, tra le loro fonti ispiratrici American Tabloid di James Ellroy e, per giunta, smentiscono ogni voce per ciò che riguarda l’eventuale partecipazione di Eco al loro collettivo e alle loro opere), testo che in Italia viene fatto coincidere con l’inizio della Post-Modernità (anni ’50) insieme a Se una notte di inverno un viaggiatore di Calvino; viene problematizzata la difficoltà dell’autore post-moderno di distaccarsi da alcune convinzioni tradizionaliste e storiche e, allo stesso tempo, quella di riscattarsi  aderendo a nuovi codici e dogmi che non sono altro che quelli della modernità. Quindi, in questo senso, per W.M., la citazione è qualcosa che va oltre e non si limita alla mera emulazione e parodia. Ecco che l’autore (l’uomo) si perde in quel conflitto che c’è tra realtà e fiction, perdendo di vista quella che è la sua realtà e che porta poi alla dissimulazione e all’evasione.

Questa scossa che deriva, nella coscienza di ognuno,  ci consente di ricorrere al mito (che non è tra quelli sfatati da Luther Blissett sulla ragione,  la storia,  il sé), visto come una possibilità, come collante sociale e soprattutto necessario all’essere umano per vivere. Mito che ora non è più meta-racconto (come quello illuminista o marxista) ma micro-racconto suddiviso e frammentato, come lo è l’animo dell’uomo post-moderno. Una narrazione, quindi, che non sia più destinata al fallimento come la nevrosi scaturita dallo scontro di reale e razionale, ma anamnesi, altra cosa.

Umberto Eco

In realtà, W.M., è considerato come un eroe anti-postmoderno che si schiera contro la logica del disimpegno, in quanto vuole allontanarsi da un certo manierismo, tipico degli ultimi anni novanta, che aveva ormai caratterizzato post-moderno e post-modernismo e liberarsi dal concetto di ”avanguardia”. Quindi, è come se denunciasse la mancanza di originalità ed il fatto che una certa letteratura non avesse, alla fine, uno scopo.

W.M., inoltre, si differenzia da Eco  poiché  vuole lasciare un messaggio che sia messa in discussione dell’io e della realtà che lo circonda prima, e strumento poi; per una letteratura destinata ai vinti, a chi non ha voce, agli eroi di oggi; che si servono dei miti e della storia per non asservirsi al potere alienandosi (iconoclasti di ieri e di oggi) in un circolo vizioso malato che non porterebbe a nulla, ma per immaginare il futuro.

Forse, con ”etica interna”, intende proprio questo: Il nuovo impegno morale dello scrittore.

 

 

Gianrico Carofiglio: il caos è la norma

Gianrico Carofiglio

Gianrico Carofiglio nasce a Bari il 30 Maggio del 1961. Dopo essere stato magistrato nel 1986, entra a far parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Nel 2008 si candida al Senato con il Partito Democratico e viene eletto senatore.

Durante questi anni, che vedono anche il suo esordio come scrittore, vince alcuni premi come il Premio Bancarella (nel 2005) grazie a Il passato è una terra straniera (da cui verrà tratto un film con la regia di Daniele Vicari e  la partecipazione dell’attore Elio Germano) ed il Premio Tropea (nel 2008).  Nel 2007  viene eletto in Germania “il miglior noir internazionale dell’anno”. Nello stesso anno, viene pubblicato Cacciatori nelle tenebre per Rizzoli, con disegni ed illustrazioni ad opera del fratello dell’autore. Carofiglio  figura anche tra  i finalisti del Premio Strega, nel 2011, con il  romanzo Il silenzio dell’onda. Il 21 Ottobre di quest’anno è uscito il suo ultimo lavoro Il bordo vertiginoso delle cose,  tratto da una poesia di Robert Browning, caratterizzato da toni insolitamente malinconici.

La scrittura di Carofiglio è scorrevole, a tratti nervosa, lo stile è asciutto ed elegante,  di grande impatto emotivo; raccontare la psicologia dei personaggi per lui è fondamentale senza cadere, come spesso accade, in piccole e banali  storie private che tanto vanno di moda e soddisfano il mercato editoriale. La dialettica tra ordine e caos, follia e sanità è molto presente nei suoi  romanzi (specialmente in Il passato è una terra straniera e in Testimone inconsapevole) ed è proprio l’atto della scrittura a mettere armonia in questo caos che è la norma,  soprattutto ai fini del racconto noir e Carofiglio è uno dei pochissimi in Italia a trattare questo genere in maniera degna e avvincente, e senza enfasi retorica quando si affrontano tematiche inerenti alla giustizia a lui care.

Gli piace giocare con l’ambiguità dei personaggi, con i loro equilibri instabili, la monotonia della vita quotidiana, sui loro lati oscuri che però affascinano e decretano l’alta qualità di un romanzo che di certo non è da inserirsi nella narrativa commerciale.

In un’intervista rilasciata per La Stampa, a proposito del suo ultimo romanzo, Carofiglio spiega quanto siano stati e siano tutt’ora importanti per lui gli incipit , che ricopiava e trascriveva sin da bambino, quasi come  fosse un esercizio di stile (Thomas Mann e Dostoevskij erano gli autori che amava di più). Secondo lo scrittore barese, è l’incipit a determinare una buona o cattiva lettura, poiché egli stesso sostiene che la chiave, volendo, è già tutta nell’inizio. I suoi incipit sono quindi una prefazione, una “preparazione alla lettura” (cita come esempio John Fante, nella ristampa di Aspetta primavera, Bandini).

Il protagonista del Il bordo vertiginoso delle cose, Enrico,  è combattuto tra il ricordo dell’adolescenza, dura ed acerba per chi subiva continuamente una violenza prima psicologica e poi fisica, ed il disagio nel dover vivere il presente tenendo conto anche e soprattutto di questo, in una condizione che lo rimanda più volte a quel passato così ostile. Per questo stesso motivo, Enrico ritorna a Bari, la sua città, insomma all’ incipit della sua vita. Ed è proprio da questi presupposti che parte per la stesura del suo ultimissimo romanzo, ancora in via di pubblicazione, La sorte del bufalo.


Mario Luzi: poeta “d’elezione” e “della pienezza”

Mario Luzi nasce a Castello di Firenze il 24 Ottobre del 1914. Dopo l’infanzia trascorsa nel luogo d’origine, si trasferisce a Siena, dove vive un breve periodo della sua vita e poi a Firenze, anni in cui frequenta il liceo classico e si diploma. Successivamente, si laurea in letteratura francese e da questo momento in poi stringe rapporti con numerosi intellettuali dell’epoca, dedicandosi al lavoro presso alcune riviste d’avanguardia, come Campo di Marte e Paragone.
La sua prima raccolta di poesie, intitolata La barca esce nel 1935. Pochi anni dopo, insegna alle scuole superiori di Parma e nel ’45 al liceo scientifico di Firenze. Durante questo periodo, vengono pubblicate le sue più importanti raccolte poetiche : Studio su Mallarmé, Onore del vero, Quaderno Gotico, Un brindisi. Durante questo periodo, insegna letteratura francese alla facoltà di scienze politiche.
Tra gli anni che vanno dal 63 alla fine degli anni 70 pubblica diverse opere tra cui Nel Magma, Reportage, Semiserie.

Mario Luzi viene nominato senatore a vita da Ciampi, il 14 Ottobre del 2004, proprio nel giorno del suo compleanno. Muore dopo qualche mese a Firenze, il 28 Febbraio 2005. Considerato sicuramente uno scrittore ermetico, le tematiche a lui più vicine sono quelle che riguardano l’autobiografia e ciò che pone l’uomo in conflitto con se stesso e con ciò che lo circonda. Possiamo dividere la poetica di Luzi in tre fasi.

La prima viene fatta cominciare con La barca nel 1935 e finisce con Quaderno gotico; ora il suo interesse è rivolto al cristianesimo e si rifà a determinati modelli sia per ciò che riguarda lo stile che i contenuti, come Mallarmé ma anche Dino Campana. A metà possiamo collocare Avvento notturno, dove è forte l’influenza del surrealismo e del decadentismo liberty.

La seconda fase della produzione poetica di Mario Luzi comprende le raccolte Onore del vero, Primizie del deserto, Dal fondo delle campagne e Su fondamenti invisibili.

Mosso dalla costante inquietudine che caratterizza i suoi lavori e da un pessimismo di fondo, approda alla terza fase, che vede alla luce Nel magma, Per il battesimo dei nostri frammenti e Al fuoco della nostra controversia; opere dove è chiaro il rimando al periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Sono gli stessi anni in cui, grazie alla poesia Fuoco della controversia vince, ricordiamo, il Premio Viareggio.

Per alcuni resta il poeta “della pienezza”, per altri ”d’elezione” , introverso e mite, per la sua predilezione per le poche parole che raccontano  la  salvezza da una vita apparentemente priva di ogni significato; in un continuo rinnovarsi di pensieri e prospettive,  emblema del tardo Novecento, come dimostra con le seguenti liriche:

Da Avvento notturno, Avorio:

Parla il cipresso equinoziale, oscuro e montuoso esulta il capriolo, dentro le fonti rosse le criniere dai baci adagio lavan le cavalle. Giù da foreste vaporose immensi alle eccelse città battono i fiumi lungamente, si muovono in un sogno affettuose vele verso Olimpia. Correranno le intense vie d’Oriente ventilate fanciulle e dai mercati salmastri guarderanno ilari il mondo. Ma dove attingerò io la mia vita ora che il tremebondo amore è morto? Violavano le rose l’orizzonte, esitanti città stavano in cielo asperse di giardini tormentosi, la sua voce nell’aria era una roccia deserta e incolmabile di fiori.

Da Al fuoco della controversia, Ridotto a me stesso?

Ridotto a me stesso? Morto l’interlocutore? O morto io, l’altro su di me padrone del campo, l’altro, universo, parificatore… o no, niente di questo: il silenzio raggiante dell’amore pieno, della piena incarnazione anticipato da un lampo? – penso se è pensare questo e non opera di sonno nella pausa solare del tumulto di adesso…   Natura. La terra e a lei concorde il mare e sopra ovunque un mare più giocondo per la veloce fiamma dei passeri e la via della riposante luna e del sonno dei dolci corpi socchiusi alla vita e alla morte su un campo; e per quelle voci che scendono sfuggendo a misteriose porte e balzano sopra noi come uccelli folli di tornare sopra le isole originali cantando: qui si prepara un giaciglio di porpora e un canto che culla per chi non ha potuto dormire sì dura era la pietra, sì acuminato l’amore.

Dal periodo dell’assenza della realtà e della storia  caratterizzato da un linguaggio prezioso a quello del manierismo della sublime eloquenza, dall’esistenzialismo intriso di inquietudine e di ricerca dell’identità, alla speranza per la l’immortalità dell’anima; il poeta d’elezione e di lungo corso Mario Luzi ha attraversato tutte le stagioni dell’anima, senza conoscere pigrizia, un vero modello di civiltà.

Robert Musil, nevrotico cantore della crisi della società moderna

Robert Musil (Klagenfurt 6 Novembre 1880, Ginevra 15 Aprile 1942) nasce nel 1880 a Klagenfurt, in Austria. All’età di dieci anni si trasferisce a Brno (Moravia) con la famiglia, in quanto il padre viene nominato professore di ingegneria meccanica al politecnico della stessa città.

Pochi anni dopo, entra nell’accademia tecnico-militare di Vienna. Dopo qualche mese si iscrive al politecnico di Brno. Supera l’esame di ingegnere (nel 1901) ed ottiene il ruolo di assistente al politecnico di Stoccarda. Durante questo periodo, inizia la stesura del suo primo romanzo I turbamenti del giovane Torless (Die Verwirrungen des Zöglings Törleß)sicuramente più letto e conosciuto in Germania. Apparso prima presso un editore viennese nel 1906 e poi ristampato circa cinque anni dopo da George Muller ma a Monaco. Musil ha  solo 26 anni.

Masochismo e sadismo attraversano le pagine di questo romanzo, (ambientato in un collegio militare asburgico dove l’educazione è spesso anche perversione) proprio come le storie stesse dei protagonisti, adolescenti in crisi che rispecchiano profondamente la crisi di quegli anni. Omosessualità, torture fisiche e violenze psicologiche continue sembrano essere l’unico mezzo disponibile attraverso cui riflettere sulla propria esistenza, fatta di emozioni così forti da riuscire ad annientarti, ruoli dominanti che si confondono, negando volontà e desiderio, in un unico grande gioco che è quello degli impulsi. Impulsi prima di tutto naturali e poi sessuali , mai però vicini al patologico. C’è da dire, infatti, che Musil si difende in maniera molto decisa dall’accusa rivoltagli di trattare di omosessualità, pederastia e disturbi mentali (ricordiamo che questi sono anche gli anni delle teorie psicoanalitiche appena formulate) poiché questi temi potrebbero riguardare chiunque e sviluppare le vicende più diverse.

Lo stile utilizzato ci permette di distinguere il carattere anti-naturalistico dell’interpunzione (in questo è molto differente, ad esempio, dallo stile di Joyce pieno di ellissi) e a tal proposito dichiara “La concezione dell’arte che io professo è eroica”.

I poli filosofici tra cui si muove Musil sono sicuramente Nietzsche e Dostojevski; il primo per il rapporto morale-intelletto e per la dialettica della verità; il secondo per le nozioni d’inconscio e di irrazionale. Ed, insieme a Kafka, si presenta come il fondatore della prosa moderna tedesca.

Quindi, quando pensiamo a Musil come all’autore dell’Uomo Senza Qualità, il romanzo incompiuto della sua vita che è un unicum vero e proprio nella letteratura ( Nel 1931 esce il primo volume, il secondo invece nel ’33, ed il terzo, curato dalla moglie a spese proprie, appare postumo nel 1943), non dobbiamo dimenticare che è autore, con tutto diritto, anche di quest’altra grande opera. Nel 1903 decide di studiare filosofia presso l’Università di Berlino, dove si laurea nel 1908.

Nella vita di Musil, c’è ovviamente spazio anche per l’amore. Nel 1911, infatti, sposa Martha Heimann, un’ebrea berlinese conosciuta qualche anno prima. Sempre nel 1911 pubblica due racconti dal titolo Incontri, incentrati sul tema della fedeltà amorosa e dell’esperienza limite tra sogno e realtà.

Negli anni successivi, svolge attività di pubblicista ed è redattore della rivista Neue Rundschau. Partecipa alla guerra come capitano e dirige un foglio militare. Terminata la guerra, si stabilisce a Vienna dove lavora per il Ministero degli Esteri. Gli anni che verranno saranno, invece, quelli dedicati al teatro; pubblica delle opere destinate alle rappresentazioni teatrali come Vinzenz und die Freundin bedeutender Männer, una farsa ricca di battute ironiche ed apprezzata per certe trovate anche se considerata, allo stesso tempo, molto meccanica e gelida.

Nel 1938, le truppe naziste invadono l’Austria, così Musil è costretto a ritirarsi in volontario esilio a Zurigo. Si sposta a Ginevra l’anno successivo, dove vive in isolamento con la moglie. E sarà proprio qui a Ginevra che morirà a causa di un’aneurisma, il 15 Aprile del 1942.