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Federico Garcia Lorca, cantore sanguigno e tragico

Il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros (non lontano da Granada) nasce Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca, meglio conosciuto semplicemente come Federico Garçia Lorca, una tra le più autorevoli ed originali voci poetiche del Novecento spagnolo conosciuto e apprezzato in tutto il mondo e appartenente alla cosiddetta generazione del ’27, il gruppo di scrittori che ha affrontato con successo le Avanguardie europee.

Garcia Lorca nasce in una famiglia benestante, il padre infatti è un ricco proprietario terriero e la madre una maestra colta; la quale, non godendo di buona salute, fa allevare il piccolo da una balia, la moglie del capataz del padre, che influisce molto sulla sua educazione e sulle sue passioni. Considerato quasi un bimbo prodigio, il piccolo Lorca manifesta subito una grande sensibilità per la musica esaltandosi al suono del pianoforte e della chitarra, un amore per le canzoni popolari, senza escludere il disegno e la pittura da autodidatta e successivamente si sviluppa in lui anche una grande “memoria plastica” per i luoghi visti anche una sola volta.

Nel 1909, in seguito al trasferimento con la famiglia a Granada, inizia i suoi studi universitari, rimanendo anche coinvolto nelle attività dei circoli culturali del luogo. Qui scrive la sua prima opera letteraria Impresiones y paisajes- impressioni e paesaggi pubblicata nel 1918, che non riscuote grande successo e un Libro de poemas- libro di poesie. È proprio in questo periodo che stringe amicizia con il giurista Fernando de Los Rios che gli sarà amico per tutta la vita.

Successivamente prosegue gli studi in filosofia e diritto a Madrid, laureandosi in giurisprudenza nel 1923. Nonostante la sua laurea, la scuola e lo studio in generale, non sono  mai stati il forte dello scrittore, il quale ha prediletto, grazie anche alla sua indole allegra e giocosa, attività di gruppo, riuscendo sempre a coinvolgere con successo numerose persone e creando così le condizioni per la nascita di un’altra sua grande passione: il teatro. Durante gli anni universitari infatti stringe amicizia con personaggi di grande rilievo, tra cui Salvador Dalì e Gregorio Martinez Sierra, il direttore del Teatro Eslava dietro invito del quale García Lorca scrive e mette in scena, nel 1919-20, la sua opera d’esordio, El maleficio de la mariposa- il maleficio della farfalla che però non viene accolta bene dal pubblico. A seguire il dramma storico-romantico Mariana Pineda (1925) di scarso successo.
Nel giro di pochi anni, Garcia Lorca riesce  a ribaltare questa situazione di poco gratificante, superando non solo il periodo di insuccessi, ma addirittura riuscendo nel 1931 a fondare il teatro universitario La Barraca, diretto con Eduardo Ugarte.

Nel frattempo compone e recita agli amici della Residencia le liriche delle Canciones- canzoni  del 1927 e soprattutto del Romancero gitano, opera che dà a Garcia Lorca una fama quasi nazionale.
La sua vita continua a riempirsi di nuove esperienze, lavori e amicizie tra cui spiccano sempre grandi nomi: Pablo Neruda, il torero Ignacio Sanchez Mejias, ma nonostante ciò il suo animo è turbato, cade in una depressione sempre più profonda esacerbato frutto dei sensi di colpa per la sua omosessualità che ormai non riesce più a nascondere. Le condizioni psicologiche dello scrittore peggiorano sempre più al punto che l’amico Fernando de Los Rios, ignorandone i motivi, organizza per lui un viaggio negli Stati Uniti d’America, soggiorno che durerà dieci mesi.

Il soggiorno a New York, durante il quale Garcia Lorca frequenta la Columbia University, è sicuramente importante per la sua produzione. Qui compone quello che è stato considerato il suo capolavoro: Poeta en Nueva York. Affascinato e sconcertato dal dinamismo degli americani, dal miscuglio di razze e dal crollo di Wall Street cui si trova ad assistere per caso, il giovane poeta spagnolo raccoglie qui, attraverso quindici lettere inviate ai familiari, le sue impressioni. Un’opera molto avanti sul resto del panorama artistico coevo, così come lo sono le pièces teatrali che realizza in questo periodo, Así que pasen cinco años e El público, tanto che quest’ultima verrà pubblicata solo al termine degli anni settanta del Novecento, e mai integralmente. In forma vertiginosamente surrealista, essa rappresenta la metafora del dramma intimo che vive il poeta stesso, applicando in essa anche le idee del teatro della crudeltà teorizzate da A. Artaud nel 1935.

Dopo un breve soggiorno a Cuba, Lorca ritorna in Spagna e quasi presago della prossima fine, inizia un’intensa attività di scrittore e di uomo di teatro. Pubblica molte liriche tra cui Llanto por Ignacio Sanchez Mejias (Compianto per Ignacio Sanchez Mejias), splendida elegia in memoria dell’amico torero, suo capolavoro poetico assoluto.
Il teatro lorchiano, preannunciato da La zapatera prodigiosa-la calzolaia prodigiosa, arriva alla piena maturità nei quattro i drammi: Bodas de sangre, del 1933 (Nozze di sangue), Yerma (1934), Dona Rosita la Soltera, del 1935 (Donna Rosita nubile) e La casa de Bernarda Alba (1936). Con tali opere Garcia Lorca si discosta dai motivi aneddotici e folcloristici abbandonandosi alle passioni dominanti.

Federico Garcia Lorca è stato senza dubbio il poeta più originale se non addirittura l’unico della sua generazione, ha contribuito allo sviluppo culturale spagnolo e ha valorizzato l’impegno civile della poesia. Cantore di figure reali, nobili e tragiche come Antonio Camborio, Mariana Pineda, Rosalia Castro e figure apocalittiche, il poeta spagnolo ha ridonato loro linfa vitale e armonia, recuperando quel senso di pietà umana che ai nostri giorni sembra latitare. La grandezza umana per il grande poeta umana sta soprattutto nella sua sconfitta che egli sublima.

Inimitabile per il suo essere popolare, per la sua capacità di ascoltare le voci interiori che molti ignorano perché ne hanno paura, ma allo stesso tempo aristocratico e intriso di sangue, spirito e stile andaluso universale. Grande interprete dell’elegante crudezza dell’arena che ripete la lotta mortale tra luce ed ombra come ha affermato Pablo Neruda, la produzione lirica di Garcia Lorca è dominata dai motivi di sangue, dolore e morte, dall’idillio, dal fasto e dal funereo, da allucinanti fantasie che catturano il lettore, ma anche dalla tenerezza e dal mistero:

L’ombra dell’anima mia

fugge in un tramonto di alfabeti,

nebbia di libri

e di parole.

 

L’ombra dell’anima mia!

 

Sono giunto alla linea dove cessa

la nostalgia,

e la goccia di pianto si trasforma

in alabastro di spirito.

 

(L’ombra dell’anima mia!)

 

Il fiocco del dolore

finisce,

ma resta la ragione e la sostanza

del mio vecchio mezzogiorno di labbra,

del mio vecchio mezzogiorno

di sguardi.

 

Un torbido labirinto

di stelle affumicate

imprigiona le mie illusioni

quasi appassite.

 

L’ombra dell’anima mia!

 

E un’allucinazione

munge gli sguardi.

Vedo la parola amore

sgretolarsi.

 

Mio usignolo!

Usignolo!

Canti ancora?

Nel 1936 è  il poeta figura tra i fondatori dell’Associazione degli intellettuali antifascisti. Arrestato all’inizio della guerra civile, viene fucilato a Viznar dalla guardia civile franchista nei pressi della sua Granada il 19 agosto 1936, a soli 38 anni. Garcia Lorca, in eterno conflitto tra passione e ragione, ci ha lasciato una poesia che pare chieda molto alla vita, una poesia rivoluzionaria che, come ha affermato egli stesso, “è qualcosa che cammina per le strade, che si muove, che passa accanto a noi. Tutte le cose hanno il loro mistero e la poesia è il mistero di tutte le cose. Si passa accanto ad un uomo, si guarda una donna, si percepisce l’incedere obliquo di un cane e in ciascuno c’è la poesia”.

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